Volver, un saluto a Venezia

Tornare.
A distanza di pochi anni da quando l’ho lasciata, fermandomi per alcuni giorni a Venezia
mi sono incamminato lungo il sentiero della memoria.
Ho riavvolto il nastro del periodo in cui vi sono arrivato e ci ho vissuto, e ho ripercorso l’evoluzione del mio rapporto con la Serenissima in cinque fasi.
Perché tornare spesso contribuisce a rielaborare, a focalizzare, a comprendere più nitidamente.

La prima fase fu – naturalmente, direi – l’INCANTO, ovvero il rapimento dovuto alla bellezza della città (che avevo già visitato più d’una volta, ma sempre da bambino).

La seconda fase fu lo SMARRIMENTO, dovuto allo scontro-incontro con una città dalle dinamiche profondamente diverse rispetto alle altre città d’Italia (e forse del mondo).
A Venezia tutto funziona diversamente, spesso apparentemente al di là della logica.

La terza fu l’ASTIO, dovuto alla costante sensazione che la città mi respingesse, rendendo complicate anche le cose più semplici. E mostrandosi, quantomeno all’apparenza, disegnata e gestita più su misura dei turisti che delle persone che decidono di fermarsi a viverci.

La quarta fu l’ACCETTAZIONE, ovvero la resa spontanea e sincera allo spirito e alla bellezza della città, che prendono il sopravvento su tutti gli altri aspetti non appena si riesce ad adattarsi alla sua diversità.

photo by phil_wallace_marino

La quinta fu l’INNAMORAMENTO, inevitabile, con accezione mitologica anche fatale. Ineluttabile quando Venezia diventa parte di te con la propria anima romantica e malinconica, profonda ed esistenziale, al di là del tempo e dello spazio.
Una forza magnetica della quale percepisci spesso il richiamo quando le sei lontano.
E non puoi far altro che tornare, anche se solo per la durata di un respiro.
Volver.

Phil

Nomadland, ovvero l’eloquenza del silenzio

Qualsiasi sottotitolo sarebbe superfluo. Incluso questo

Nomadland è uno di quei film dei quali vorresti dire tante cose, eppure nel momento in cui sei in procinto di farlo qualsiasi parola resta soffocata. Le impressioni che lo riguardano restano intrappolate tra le labbra forse perchè obbligano a trattenere il respiro.
Perchè sono tante, sono intense, sono profonde, intrise di tristezza ma anche di libertà.

La pellicola americana della regista cinese Chloé Zhao non ha intenti sensazionalistici nè l’ambizione di spiccare per memorabilità, non si propone come magnete che attragga consensi nè prova in alcun modo a strafare. Tutto l’opposto. Nomadland racconta una storia di vita che ne racchiude infinite altre, e il tono è quello sincero, disincantato e franco di una confessione che si farebbe a un prete ateo.
L’opera della Zhao non vuole convincere nessuno, non pretende di dimostrare niente e non sussurra parole di vanità o di radicalismo chic per fare l’occhiolino ad alcuna giuria di critici.

Se poi collateralmente diventa IL film principe della 77ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e dei Golden Globe award 2021 è solo perchè ai giudici selezionati non restava altro che prendere atto del valore artistico, e dello spessore esistenziale e letterario, di un film che tratto da un romanzo (Nomadland: un racconto d’inchiesta, di Jessica Bruder) è esso stesso narrativa audiovisiva.

Nomadland è un film americano del 2020,
di genere drammatico, scritto e diretto da Chloé Zhao

Leone d’oro a Venezia e premio come Miglior film drammatico e per la Miglior regia ai Globe, il film costruito sulla condottiera silenziosa Frances McDormand (favolosa, incisiva, perfetta) secondo me continuerà ad accumulare riconoscimenti. Tutti meritati.
In realtà già ad oggi, marzo 2021, se andate a curiosare su Internet vi accorgerete che questi solo i premi più prestigiosi che ha collezionato, perchè del resto si tratta di una lista già lunghissima (Toronto, Chicago, San Diego, New York – il film ha trionfato in qualsiasi festival a cui abbia preso parte).

In un cinema come quello odierno, polarizzato tra rumorosi ed esplosivi sensazionalismi ameregani da un lato e irritanti quanto sterili avanguardie hipster dall’altro, Nomadland se ne infischia di tutto e di tutti e torna al principio cardine del medium cinematografico:
l’intento di raccontare attraverso la potenza visiva delle immagini la condizione umana, tra sogni e dolori, tra illusioni e disincanto. E lo fa in silenzio, con umiltà, con semplicità, con sensibilità.

Ho straparlato, andando molto oltre le mie intenzioni iniziali. Ma questo film mi è rimasto dentro, immagino che fosse inevitabile lasciarmi prendere un attimino la mano.
E sono contento di averlo fatto, in ultima istanza.
Phil

“Dedicated to the ones who had to depart.
See you down the road. “

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Un flashback della Biennale di Venezia

E adesso un repentino ritorno al futuro. No, piuttosto al passato in realtà. Un flashback.
Niente cinema né DeLorean in questo post, infatti. Marty McFly e Doc non me ne vogliano.
Solo un estemporaneo salto indietro allo scorso autunno, per ripercorrere parte dei miei passi tra i padiglioni della Biennale di Venezia attraverso venti scatti.
L’edizione del 2020 è stata annullata/posticipata, perciò ho deciso rivivere quella del 2019. Vi ho partecipato a novembre, quando ancora vivevo in Laguna.
Enjoy.

Phil

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