Murakami e il legno norvegese

O credevate che si trattasse di un bosco? E cosa ne pensate dell’autore giapponese?

Già, non posso che iniziare con dei punti interrogativi. Sono i più coerenti con il mio mood del momento. Qual è il super potere di Murakami? Cosa lo rende così speciale? Ci avete mai pensato?

Io ho appena finito di rileggere Norwegian Wood e sono venuto a lanciare nero su bianco, sotto forma di dardo, le mie prime impressioni. Anzi, chiamiamole impressioni-bis, forse è più corretto considerato che si tratta della seconda volta che lo leggo.
Perchè questi interrogativi? vi starete chiedendo.
Il motivo è semplice: Haruki avvince e ipnotizza con una prosa così semplice e lineare che…mi sorprende, quasi mi sciocca. Parlo per me, eh. Solitamente vado matto per le ellissi, per le parabole e le acrobazie. Oppure mi catturano i voli pindarici, o piuttosto le discese verso il centro della terra.
Non mi riferisco a tematiche o a trame, sto parlando solo di linguaggio e stile poetico. Mi rapisce, a volte, la maestria con la quale una penna riscrive i connotati o accarezza l’anima, percuote o ricama emozioni.

Già ma con l’eroe della letteratura giapponese contemporanea, come la mettiamo allora? Alcune sue pagine, per giunta, sono descrizioni di una stanza oppure di una strada qualsiasi vista da una finestra sul niente. E non è da me apprezzare queste lungaggini. Eppure lui mi ci inchioda.

E tutte queste caratteristiche e peculiarità emergono con maggior enfasi e lucentezza proprio in Norwegian Wood (oppure chiamatelo ancora Tokyo Blues, ma Haruki-San non lo vedrà di buon occhio).
Probabilmente la genialità dell’autore risiede proprio nel rendere speciali dei dettagli banali. Forse la sua genialità sta nella semplicità con la quale racconta la complessità e la profondità.
Di sicuro molto è da ascrivere alla sua onestà – morale, emotiva ed intellettuale.

E la punta di un tale iceberg non può che risaltare proprio in questo romanzo che è uno dei suoi più atipici, in quanto meno incline alla fantasia e più ancorato ai dolori e ai dubbi della vita reale.
In ultima istanza credo che il fatto di aver scritto l’intera opera nel Mediterraneo, tra la Grecia e l’Italia (perlopiù in un appartamentino alla periferia di Roma, ma in parte anche in Sicilia) abbiano scavato nell’anima e nella creatività di Murakami un solco fatto di esperienze a colori vividi, odori vivaci e suoni intensi.

Sono solo impressioni libere e disordinate, piuttosto disorganiche e poco ponderate, perciò non prendete queste righe come una recensione o chissà che. Maddechè!
Per la cronaca, se proprio devo trovare un difetto (che in realtà forse non lo è nemmeno) lo colloco nel finale. Quanto è brusco?!? Non lo ricordavo così repentino. Mi ha fatto pensare a quei film che si interrompono quasi nel vivo dell’azione, a quei finali che mio padre quando ero bambino amava chiamare a uovo.
Come specificavo nel tepore di quelle parentesi, tuttavia, probabilmente non si tratta di un difetto, perchè in verità è tutt’altro che un finale a uovo. Anzi, risulta in qualche modo piacevole rimanere appesi a quella telefonata con Midori e immaginare il resto.
Però è brusca, ragazzi! Haha, scusate se ci torno. Sembra di essere investiti da un autobus mentre si era al sicuro e sovrappensiero in una cabina telefonica. Ma d’altronde non è la vita stessa, a volte, ad essere un po’ così?

Phil

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