Russell Crowe e Il giorno sbagliato (per gli altri)

L’attore neozelandese cattivo come non l’avete mai visto

Ho visto Il giorno sbagliato, ritorno sul grande schermo di Russell Crowe.
Un ritorno in versione extra-large, ma questo lo saprete già tutti perché non si parla d’altro. E allora comincio da qui: a me Massimo Decimo Meridio in versione balenottero piace un sacco. Quei quaranta kili “di troppo” gli donano, così come il sorriso che il suo attuale stile di vita gli garantisce. Beh il sorriso è importante nell’affrontare la fragile condizione umana, e le sue abitudini alimentari così come il suo girovita a noi non devono riguardare affatto. Fanculo il body shaming e viva Russell Crowe, gladiatore a vita a pieno merito, altro che i nostri senatori!

Ok, dovevo dirlo e l’ho detto. Passiamo al sorriso. Lo si può ammirare nelle interviste, durante le quali Russell mostra la sua felicità nel passare il tempo libero con la propria moglie ubriacandosi allegramente e mangiando disinibitamente. Voi che tanto lo criticate, potete dire lo stesso? Siete così liberi e soddisfatti?
Forse sono un tantino aggressivo, mi do una calmata. E’ che gli voglio bene al nostro Noè cinematografico, e mi irrita leggere sempre più spesso dei suoi rotoli di trippa piuttosto che della sua conclamata bravura.
E poi forse sono ancora nel mood violento del film visto ieri sera. Sorrisi lì non ne lesina affatto il nostro Crowe. La sua espressione è torva, rancorosa e vendicativa. Spietata, più che altro.


Il film in sé lo definirei sinceramente godibile – per ritmo (forsennato e senza cali di tensione), spettacolarità (macchine che volano come fossero piccioni a piazza San Marco) e interpretazione dei due protagonisti-antagonisti (Crowe e Caren Pistorius) – ma senza eccessive pretese.
La scrittura è semplice e oltremodo lineare, la caratterizzazione dei personaggi è minimalista e la regia non ha lampi di genio né tocchi d’artista. Ma questo era intuibile già dal trailer. Né tanto meno rientrava nelle intenzioni del film-maker, secondo me.
Ci ho visto un prodotto onesto e coerente nella sua non-pretenziosità, insomma. Non tutti i film hanno l’obbligo di rientrare nell’alta cinematografia, e il divertissement ha pieno diritto di esistere tanto in sala quanto nell’home video. Anzi, a volte è proprio ciò che ci serve per distrarci dalla quotidianità iperveloce e stressante. Come quella inscenata nella pellicola.

Il giorno sbagliato (Unhinged) è un film americano di genere thriller del 2020 diretto da Derrick Borte


Già, una realtà di forte stress collettivo che non è solo ambientazione ne Il giorno sbagliato, ma anche causa scatenante e protagonista essa stessa. A me il film è sembrato incredibilmente didascalico, pedagogico nel suo intento. Il messaggio direttamente e indirettamente ripetuto – a suon di ritornelli di sangue e punizioni corporali – è che bisogna starsene calmi. Clacson esagerati e risposte scomposte, in un’America frustrata dalla crisi economica, sociale e culturale, conducono spesso a violente liti che talvolta sfociano nella cronaca nera. Questo accade per davvero, e non solo negli USA.
E’ il logorio della vita moderna, ed è più atroce e serio che nella pubblicità di un amaro.
Il film sembra scagliarsi proprio contro la sregolatezza nel gestire questo tipo di rabbia. Il monito è costante durante tutta la durata dell’opera e il messaggio riecheggia quasi come evangelico. L’autore deve proprio averlo vissuto in prima persona un episodio di aggressione urbana, e la pellicola potrebbe essere un veicolo per metabolizzarne il trauma. E per condividere l’esperienza. Maybe, or maybe not.
Pur condannandone la violenza, il regista Derrick Borte sembra empatizzare (forse per motivi strumentali?) con il furioso e vendicativo Russell.
Crowe è l’americano sconfitto e abbandonato da un’intera società alienante e cieca ai bisogni dei più deboli, e senza giustificarne le azioni Borte ne comprende il dolore e lo cavalca per dire allo spettatore “sii più gentile, sii più paziente, sii più comprensivo, sii più umano con l’estraneo che incontri”. Forse lui per primo non lo è stato e ciò che gli è accaduto gli ha insegnato qualcosa, oppure durante cinque minuti di follia è stato Borte stesso il Crowe di turno dopo una giornataccia disintegrante.


Certo la ragione che ci spinge a comportarci in maniera più civile non dovrebbe mai essere legata alla paura di una possibile ritorsione, né al rischio di ritrovarsi davanti uno psicopatico. Però il regista sembra essere una vecchia volpe, consapevole che le masse sono più ricettive nei confronti di messaggi forti che di strumenti di sensibilizzazione. Quando la mente è intorpidita – dai social, dalle droghe mediatiche, dall’ignoranza, dallo smarrimento identitario, dalla mancanza di lavoro di speranza nel futuro – un ceffone risveglia molto più rapidamente di una paternale. Specialmente se l’orecchio e la guancia in questione sono a stelle e strisce. E l’anatomia tricolore non è poi così diversa, mi sento di aggiungere.

Non è un film di spessore quello di cui sto parlando, e non perché sia mal riuscito ma perché non c’era un simile intento nemmeno nelle sue premesse. Lo scopo del film era intrattenere, perciò nella divulgazione del proprio messaggio Derrick Borte ha furbescamente utilizzato un linguaggio quasi pubblicitario, suggerendolo ma in maniera coercitiva attraverso Crowe e per mezzo di rimandi subliminali continui. A tratti anche in maniera buffa, onestamente.
Mi ha ricordato molto il finale di Constantine, quando Keanu Reeves sceglie un chewing-gum al posto di una sigaretta trasformando ironicamente il gesto in un iconico messaggio anti-fumo. Allo stesso modo Il giorno sbagliato sembra pensato come appendice del codice della strada – per invitarne al rispetto – e a una maggior calma e pacificazione sociale per le strade di un’America sempre più incline alla rabbia, all’odio, all’intemperanza.
Un film che al di là dei propri grossi limiti naturali si dimostra molto, molto attuale.

Phil

N.B. Per commentare vai alla pagina del post (cliccando sul titolo )

Auf wiedersehen, Dark. Mi mancherai!

Cala il sipario su una delle serie tv più belle degli ultimi anni

Avevo detto che ne avrei scritto, e lo farò. Brevemente però, perchè l’emozione è ancora intensa.
Si è appena concluso l’intrecciato ciclo temporale di Dark, con la terza ed ultima stagione. Tanta roba, ragazzi.
Per quanto mi riguarda la serie tedesca è una delle più belle mai create sul suolo europeo.
E si colloca di diritto nell’Olimpo delle più brillanti ed originali a livello mondiale.
Merito di una coerenza e di una solidità a mio parere inattaccabili, nonostante gli azzardi di sceneggiatura e i voli pindarici di fantasia. Nonostante le rischiose ellissi nella trama e il meta-racconto che diventa meta-meta-racconto.
Nonostante le esplorazioni interdimensionali questa serie tv mette in scena davvero tanto della reale, realissima condizione umana. L’ineluttabilità della sua natura circoscritta ed il suo sforzo impossibile verso l’immortalità. Spirito, corpo, sentimenti, limiti, infinito, azzardo, sconfitta, rinascita. L’eterno ritorno. Il ciclo della vita. L’amore, la morte.

Dark è una serie tv tedesca del 2017, di genere thriller-fantascientifico, creata da Baran bo Odar e Jantje Friese


Ho avuto la fortuna di scoprire Dark non appena è misteriosamente e silenziosamente apparsa sul catalogo Netflix, circa tre anni fa, quando ancora non ne parlava nessuno.
Poi è rapidamente, e meritatamente, diventata un cult.
Sì, lo so, è un po’ narcisistico rimarcarlo, ma questa dinamica di scoperta in modalità talent scout si è ripetuta un numero considerevole di volte (nonostante io non abbia mai vissuto a Winden). Perciò spero che mi perdonerete questa piccola autocelebrazione. Ecco, fatto, finito.
Le premesse che preannunciavano quanto avrei amato questa sci-fi series c’erano tutte sin dall’inizio: dalle citazioni di Matrix a quelle dei Kreator, dalle atmosfere lynchane agli intrecci nolaniani. Il culmine lo si è raggiunto con il finale, però, che considero uno dei più belli, soddisfacenti e significativi di sempre (imho). Carico di simbolismo, di esistenzialismo, di romanticismo, di accettazione. Così come d’incanto visivo, respiro narrativo e plateau emozionale. E qui mi fermo con le parole, lasciando che sia l’immaginazione a continuare ad elaborare il tutto e a lanciarlo verso la costellazione neurale della memoria a lungo, lunghissimo termine. Chapeau.

Phil

N.B. Per commentare vai alla pagina del post (cliccando sul titolo )

error: Content is protected !!