The social dilemma, ovvero come Matrix diventa realtà

Avete visto il documentario? Non ancora? Beh, rimediate.

The social dilemma è un documentario realizzato da Jeff Orlowski per Netflix, e pubblicato sulla stessa piattaforma streaming, che racconta cosa c’è dietro i meccanismi dei social media e quali sono le pericolose conseguenze delle loro costanti evoluzioni e integralizzazioni.
Fake news, polarizzazioni politiche, propaganda estremista religiosa e anti-umanista, coltivazione dell’ignoranza sistemica e proselitismo nei confronti del dio-consumo.
Veniamo costantemente condizionati alla banalizzazione di fenomeni dei quali siamo protagonista, cavie e vittime. Siamo sempre più sordi alla campana di Hemingway che suona per noi e che invece confondiamo con la suoneria di una notifica dello smartphone.
Fatalismo? Catastrofismo? Sempre più spesso ci ridiamo su. E questa è la conferma che gli strumenti di controllo sono sempre più vicini alla perfezione.
Cosa c’è di meglio per un padrone che il proprio servo sorrida al suono della frusta mentre scambia quest’ultima per una carezza amorevole?

Alcune testate (siti/pagine/blogger/forum) l’hanno definito grossolano. Non mi stupisce, potrebbero essere proprio quelli che beneficiano delle disfunzionalità morali e civili che i social network utilizzano per riprodurre le proprie dinamiche e guadagnarci lautamente. Oppure, cosa molto più probabile, non ne hanno colto il messaggio fondamentale.
A me, però, The social dilemma non è sembrato affatto approssimativo: le dinamiche spiegate e raccontate da alcuni dei protagonisti o ex protagonisti della socialità digitale sono reali ed effettive.
La grossolanità, semmai, c’è in alcune fasi del racconto. Mi riferisco alla parte recitata che è inevitabilmente farsesca per una ragione ovvia ed evidente: far arrivare il messaggio a chi non è abituato al lessico dell’argomento e ai suoi ingranaggi. Ovvero ampliare il pubblico al quale è rivolto, per intrattenere e tenere lo spettatore “sintonizzato” e interessato invece che farlo “scappar via” annoiato.


Però se parliamo dei concetti espressi e soprattutto delle dinamiche spiegate (seppur in maniere concisa e semplificata, altrimenti le capirebbero solamente gli addetti ai lavori),
c’è ben poco da confutare. Sono quelli che Facebook, Twitter, Instagram, Tik Tok, Google and company mettono in campo massivamente per mantenere in vita e potenziare il sempre più potente (e incontrollabile) kraken che hanno creato, e per ottenere profitti di miliardi di dollari.

E’ come spiegare a un alieno il gioco del calcio. Dirgli che si tratta di prendere a calci un pallone fino a insaccarlo in una porta, da soli o con l’ausilio di compagni di squadra, e senza l’ausilio delle mani…sarà pur semplicistico ma è altrettanto concreto.
E’ uno sport con tante regole, sfumature e peculiarità, ma di base il funzionamento è quello appena descritto.
Così in The social dilemma, centinaia di precisazioni tecniche non vengono nemmeno sfiorate, a beneficio di chi non le comprenderebbe, ma in nessun modo forviano lo spettatore allontanandolo dalla comprensione basilare dell’argomento trattato.
Se vi state chiedendo come si alimenta il fenomeno delle fake news, delle polarizzazioni politiche e sociali, della distrazione di massa in un’infinita gamma di implicazioni nefaste per la società contemporanea…beh questo documentario targato Netflix – con mente aperta e spirito critico, naturalmente – dovreste proprio guardarlo.

E’ chiaro che al suddetto colosso dello streaming mondiale farebbe piacere che impiegassimo il tempo risparmiato connettendoci meno ai social media guardando i loro contenuti, per incrementare il loro profitto, ma d’altronde la divinità per eccellenza della nostra epoca è proprio il Denaro. Oggi elegantemente mistificato con il termine scientifico
di Profitto appunto.
Ciò non toglie che non ascolterete menzogne e inganni in The Social Dilemma.
Il rischio globale che ci avvicina tutti pericolosamente alla trama assurda e paradossale del film Idiocracy è concreto, reale e imminente. Anzi, è già in atto e ne siamo tutti parte.

Gli autori del documentario sono ottimisti circa la possibilità di deviare questo tsunami invisibile e annichilente, io un po’ meno. Ciò che è certo, però, è che se ne dovrebbe parlare MOLTO di più. Parlare non risolve un gran che, ma è quantomeno un primo minuscolo passo sul percorso di reazione che dobbiamo necessariamente intraprendere.
E’ una questione di vita o di morte che ci riguarda in quanto specie, e prima ce ne renderemo conto prima avremo una chance se non di vincere quantomeno di combattere e soccombere provandoci. Per cosa? Per le libertà basilari che riguardano la mente, il cuore e lo spirito.
Per restare umani.
Lontano da ogni forma di complottismo, estremismo e catastrofismo io parlo solo di comprensione e consapevolezza di un virus mille volte più letale, invisibile e contagioso di qualsiasi altra pandemia che il genere umano abbia affrontato e superato.
Un virus subdolo che inconsciamente ma anche apertamente accogliamo nella nostra vita ogni singolo giorno, centinaia di volte al giorno.

Riassumo il documentario in una sua frase che cita il film sul quale ho incentrato la mia prima tesi di laurea ai tempi dell’università:
“Come fai a svegliarti da Matrix se non sai di essere dentro Matrix?”

Phil

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