Mad Men, amore a primo slogan

La storia della pubblicità (e di una nazione) in una serie tv ai limiti della perfezione

Con Mad Men mi è accaduto qualcosa che non provavo da tempo: una famelica e inarrestabile voglia di divorare l’intera serie in un sol boccone. Impresa ardua, anzi impossibile, considerato che parliamo di 92 episodi spalmati in 7 stagioni.

Data la bellezza della creazione di Matthew Weiner (già co-autore e co-produttore de
I Soprano) mi sono imposto una visione cadenzata, per prolungarne il piacere nel tempo e per assimilarla e gustarla al meglio, con dovizia di particolari.
E’ stata un’ottima idea, poichè il binge watching – che comprendo ma non supporto in alcun modo in quanto eccessivamente compulsivo – subito dopo il piacere dell’abbuffata mi avrebbe lasciato un’eredità emotiva e intellettuale molto più melliflua.

Mad Men è una serie tv creata da Matthew Weiner, prodotta dalla Lionsgate Television e
trasmessa dalla AMC tra il 2007 e il 2015.

Al contrario mi trovo adesso, subito dopo aver visto l’ultimo episodio, in una condizione di orfanezza: i personaggi di Mad Men sono entrati così in profondità nella mia vita quotidiana e nel mio immaginario cinefilo che ne sento concretamente la mancanza.
Il che, malinconia a parte, la dice lunga sul valore di quanto Weiner e soci hanno realizzato tra il 2007 e il 2015. Un capolavoro, in poche parole.
Mad Men ha fatto incetta di premi e nomination nel corso degli anni (fatico a contarli), e non a caso. La bellezza di questa serie tv passa dal cast alla sceneggiatura, dalla fotografia alla regia, dal valore storiografico ai contenuti culturali, dall’iconografia alle musiche.

Mad Men è diventata molto rapidamente una delle mie serie televisive preferite di sempre e, bisogna ammetterlo, un’onesta parte del merito spetta a Don Draper, il protagonista.
Un personaggio nel bene e nel male carismatico come pochi altri, ben scritto, descritto e sviluppato, e divinamente interpretato da Jon Hamm.

Curiosità: il titolo è un gioco di parole che rimescola la parola Adman, termine che indica
un professionista della pubblicità, il significato letterale “Uomini Matti”, inteso in senso ironico,
e Madison Avenue, distretto newyorchese dove avevano sede le principali
agenzie di comunicazione negli anni ’60

Affiancato, sorretto ed edulcorato da un cast ai limiti della perfezione, Jon Hamm ha guidato magistralmente una piccola grande epopea della storia della pubblicità moderna, partendo quasi dai suoi albori e descrivendone l’ascesa nella sfera dell’arte, perchè di questo si tratta. La serie mi sta particolarmente a cuore anche perchè, lo ammetto, è totalmente incentrata sulla mia professione, nonchè sul mio ruolo lavorativo. O quantomeno di com’era al principio, quando alla sua base la componente creativa era dominante.

Da un lato è emozionante, quindi, mentre da un altro atterrisce, se si pensa a quanto la comunicazione, cambiando, si sia involuta in forme e tonalità che catturano l’occhio sovrastimolato, distratto e pigro del cittadino/consumatore contemporaneo.
Chiudo qui il mio excursus sulla comunicazione d’oggi poichè scoperchia un vaso di Pandora che sarebbe difficile richiudere o pensare di esaurire in poche righe senza il rischio di risultare banale o di mostrare il fianco a misunderstanding quasi inevitabili.

Torniamo a Mad Men, quindi. Lo faccio mettendo a nudo un’altra delle mie debolezze nei suoi confronti: non mi era mai capitato prima d’ora di innamorarmi di così tanti personaggi femminili in una sola serie televisiva.
Il direttore del casting è il rivale che non vorrei mai avere, poichè a quanto pare ha i miei stessi gusti. Gusti che ha trasfuso nel personaggio di Draper, passando per mogli, ex-mogli e amanti. In particolare January Jones e Jessica Parè, tanto belle quanto brave, se non perfette nei ruoli loro assegnati.
Che dire di Christina Hendricks ed Elizabeth Moss (The Handmaid’s Tale) ?
I ruoli che interpretano sembrano cuciti su misura per loro, e vederle all’opera è ammaliante. Bravissima anche la giovanissima Kernan Shipka e la mia cara Maggie Siff, indimenticabile interprete in Sons of Anarchy.
Perchè parlo solo di donne? Meravigliosi anche i co-protagonisti, e perfino le comparse, di sesso maschile (soprattutto John Slattery e Vincent Kartheiser) ma a brillare lungo il corso delle sette stagioni, oltre al mattatore assoluto Hamm, è proprio la componente femminile del cast.

Coerente, solido, sensato, brillante nell’allusione conclusiva: il finale di Mad Men corre – ma va? – anch’esso lungo i binari della perfezione. Chapeau.

Avevo sentito spesso parlare di questa serie tv in passato, ma chissà per quale arcano motivo non mi ero mai deciso a guardarla. Quando l’ho fatto, negli ultimi mesi, è stato amore a prima vista. Uno di quegli amori che non si dimenticano e che, finendo, ti spezzano il cuore. Come farà il cinefilo che è in me senza Mad Men? Mi innamorerò di altre serie – o almeno spero – ma resterò sempre e comunque vedovo di Draper & friends.

Phil

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Le mie dieci serie tv preferite

Oggi mi avventuro in un’impresa impossibile. Starò esagerando nel definirla così? Naaaa, niente affatto. Per un appassionato, credetemi, lo è.
Più o meno come chiedere ad una madre di scegliere un figlio da salvare e di condannarne un altro alla dannazione eterna.
Ok, suona un tantino estremo come esempio. Maybe. Ma sento che calza a pennello con il compito salomonico di scegliere le mie dieci serie tv preferite.
Anzi, restando in tema di citazioni bibliche quella più appropriata dovrebbe coinvolgere Noè e la sua arca, a dire il vero. Ma nemmeno in realtà, perchè per lui la scelta era palese e immediata. Anzi, non doveva nemmeno farla: gli bastava prendere due esemplari per ogni specie e caricarli sul barcone delle meraviglie. Abbastanza easy, non trovate?
Tutto un altro paio di maniche, invece, ridurre a dieci una cernita che dovrebbe dare spazio e gloria ad almeno altri trenta “esemplari” televisivi.
Dieci siano, però. Come i comandamenti, come il voto che darei a ciascuna di esse.


Una specificazione fondamentale: non ne farò una questione di merito oggettivo.
Non intendo osservare criteri di mera estetica o di valore universale (ammesso che sia un concetto lontanamente plausibile) e neppure di critica cinematografica (perchè sì, le serie tv di qualità arrivano e in molti casi superano i film di più pregiata fattura – per fortuna questa è una nozione oramai sdoganata ed accettata da tutti o quasi).
L’unico criterio che prenderò in considerazione nella scelta è quello di significatività per me. Selezionerò le dieci serie televisive che hanno messo le radici più profonde e floride nel mio cuore di cinefilo. Anzi, di essere umano.
Quelle che non dimenticherò mai. Quelle che ho visto e rivisto con piacere. Quelle che sono entrate a far parte del mio immaginario, del mio lessico, della mia persona. Quelle che mi hanno segnato, cambiato, ispirato. Quelle che mi hanno strappato lacrime sincere e risate di pieno gusto. Quelle che in alcuni momenti mi mancano terribilmente, quasi fossero delle persone care che non incontrerò mai più. Quelle tatuate sulla mia anima e marchiate a fuoco nella mia storia.

Da dove comincio? Considerando che non ci saranno nè un podio nè una classifica, posso iniziare con quella che – forse a causa di un semplice “effetto recenza” – mi suscita emozioni ancora decisamente vibranti: Sons of Anarchy.
Che cavalcata, ragazzi! L’ho scoperta quando era appena stata trasmessa la prima stagione e non ne parlava ancora nessuno. Trovai un dvd con tutti gli episodi relegato in un angolino di un non ricordo quale megastore. Unica copia. Lo vidi, “lui vide me”, e fu amore a prima vista. Un viaggio di impareggiabile bellezza e con una colonna sonora divina. E’ una parte di me. Come join the murder.

Torniamo indietro di “qualche anno” e ricordiamo un trittico di serie che mi ha accompagnato ai tempi dell’università: Dr House, Californication e Heroes.
Non potrebbero essere più diverse tra loro, eppure mi hanno scaldato il cuore in modi molto simili dopo tutto. Il dottor Gregory House per la sua intelligenza, il suo umorismo cinico e geniale e la sua inclinazione a trasgredire regole ipocrite e luoghi comuni.
Così come il brillante e sregolato Hank Moody, scrittore profondamente rock’n’roll e dal cuore d’oro nonostante gli innumerevoli vizi e difetti.
Una cosa in comune queste tre serie ce l’hanno: uno spirito genuinamente ribelle e anticonformista. Sì, perchè anche Heroes – opera meravigliosamente corale piuttosto che cucita su misura di un protagonista istrionico e carismatico come le altre due – danza costantemente sul cornicione del bene che osserva il baratro del male senza affrettarsi in giudizi, e offrendo una visione sempre multi-prospettica sulla società attuale, sulla scienza e sull’esistenza. Certo il suo lato forte è trasmettere buonumore e coinvolgere con sue intrecciate vicende, ma è molto più profonda e poetica di quanto si possa osservare in superficie. Così come House e Californication, non lesinano in risate e intrattenimento, ma arpionano dilemmi secolari, nonchè alti e bassi della condizione umana, non meno di alcuni grandi classici della letteratura. Chapeau.

Vado adesso a rievocare Dexter e Lost, quasi due epopee per numero di episodi, durata negli anni e sviluppo della sceneggiatura. Anche queste di emozioni me ne hanno date davvero un gran numero, però forse ciò che più mi ha coinvolto in entrambe è l’aspetto psicologico dei protagonisti. Le interminabili passeggiate nella psiche deviante ma illuminata di Dexter Morgan e in quelle più o meno complicate – dal fato, dalla natura umana e da quella esoterica del pianeta o del creato – dei naufraghi più famosi del piccolo schermo, sono state entusiasmanti e di ispirazione. Sono state coinvolgenti ed imprevedibili, così come lo è la vita. Sono terminate con delle risposte ma anche con tanti interrogativi, come lo è la vita. Hanno lasciato in me tanta malinconia ma anche un ricordo profondo e ricco di calore umano, come un giorno lo sarà – immagino – lasciare la vita stessa.

E sono già arrivato a quota sei. Ansia. Inizio a percepire che diverse serie a cui sono affezionatissimo rimarranno fuori dalla lista. Prendetemi per matto ma me ne sento quasi in colpa, e decisamente responsabile. Forse perchè gli sono grato per avermi fatto passare ore e ore di felicità. Forse perchè after all in effetti sono matto. Giusto un po’ però, non vi allargate adesso, altrimenti cascate dalla sedia.

Tiro in ballo The Walking Dead. Ero indeciso se farlo o meno, forse perchè onestamente le ultime stagioni non sono al livello delle prime. Nemmeno per sogno, neanche lontanamente. Ma immagino che sia inevitabile, ineluttabile, quando una creatura – che sia in carne ed ossa oppure in streaming e via cavo – inizia ad invecchiare. Però se mi fermo a pensare e a ricordare con quale famelica impazienza aspettavo il lunedì per vedere cosa sarebbe accaduto a Rick e Daryl…maremma, un posto nella top ten questa saga zombie lo merita tutto! Anche solo per le prime cinque o sei season. Inconfutabile.

A chi assegno le tre posizioni rimanenti? Percepisco la lama di Damocle oscillare sulla mia testa cinefila. Beh una va sicuramente a Vikings, per tutti i numi! Nonostante l’assenza di Ragnar Lothbrock abbia fatto precipitare l’interesse nei confronti delle vicende vichinghe, non posso che ricordare con ammirazione in che modo i suoi vitrei e profondi occhi azzurrissimi mi abbiano incollato allo schermo per anni. Insieme al carisma di Lagertha, Floki e Rollo naturalmente.

Due titoli alla fine e mi sento spacciato. Nemmeno Jack lo squartatore doveva essere così cinico e spietato quanto mi sento io in questo momento. Tolgo il cerotto di scatto, per ridurre il dolore. I Peaky Blinders proprio non possono mancare tra i miei dieci preferiti. E no eh, troppo avvincente la serie inglese, troppo ben ambientata, scritta, recitata e diretta. Troppo iconica la famiglia Shelby. Zero chiacchiere.

E niente, mi avvio al patibolo con funereo silenzio e paonazzo imbarazzo nel poter includere solamente un’altra serie nel mio personale Olimpo Tv. Mi sento praticamente obbligato ad optare per Breaking Bad. Perchè obbligato? Beh ma l’avete vista? E’ quasi imbarazzante commentarla. C’è un motivo se in tanti la considerano addirittura LA serie più bella di sempre. Personalmente non me la sento di attribuirle un primato così netto ed incontrastato, ma allo stesso tempo non posso che applaudirne la meravigliosa creazione, evoluzione e fine.

Ecco, fatto. Che io sia dannato per sempre, a partire da adesso. E’ come se ognuna delle tv series che ho “dimenticato” (per modo di dire, perchè non è nient’affatto così) abbiano ognuna una voce propria, e le sento lamentarsi, grugnire, imprecare o addirittura lanciarmi anatemi. Lo so mie care, lo so. Lo siento.
Mi viene immediatamente in mente che Better Call Saul forse non ha niente da invidiare alla serie dalla cui costola è nata, così come Trono di Spade mi dice stentoreamente are you serious?
Stranger Things che mi ha riportato indietro agli anni ottanta e Mr Robot che mi ha gasato a bestia fino all’ultimo episodio allora? I’m so sorry.
E Black Mirror le cui prime stagioni mi hanno intrippato come nient’altro al mondo, così come Twin Peaks??? Je suis désolé.
E spostiamoci sul poliziesco, i capolavori assoluti che rispondono al nome di The Shield e The Wire allora? Perchè Bosch fischia invece? Me tapino.
Blasfemia, e Millennium? Frank Black, non me ne volere. E This is England allora? Nuoooo! E tutte le altre….??? What have I done? Mi dichiaro colpevole!

Vabbè, un escamotage goffamente e ridicolamente furbo quantomeno per citarne altre, l’ho trovato. Ognuna delle serie che ho citato off the board ha tutta la mia considerazione, il mio amore e una onorevole porzione della memoria rimastami.
Non ho scelto le serie che secondo me sono le più belle di sempre (ribadisco che non penso sia possibile e nemmeno rispettoso nè tanto meno ragionevole provare a creare una simile classifica) ma quelle a cui, per un motivo o per un altro, sono più affezionato.
Adesso vi saluto e vado a flagellarmi nell’altra stanza col sottofondo di Far from any road, sigla della spettacolare prima stagione di True Detective. So di essere sfacciato, I know that.
Statemi bene, folks.

Phil

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