Shameless, la fine dell’epopea più dissacrante della tv

Dopo undici esilaranti stagioni termina una delle serie più brillanti di sempre


Make South Side dangerous again“, comincia così l’undicesima e ultima stagione di una delle serie tv di punta dello storico canale americano Showtime.
Uno slogan destinato a diventare leggenda televisiva e a restare vividamente impresso nella memoria dei suoi fan. Uno slogan che non poteva che appartenere a una delle serie più brillanti di sempre. La più politicamente scorretta e onesta mai realizzata, probabilmente.

Fatico a credere che dopo tutti questi anni le mie scorribande cinefile tra le strade popolari di Chicago in compagnia della famiglia Gallagher debbano terminare. Sono incredulo al punto di riuscire a scriverne con grande difficoltà (ma tanta passione e altrettanto slancio). Per quanto folle possa sembrare, avevo stabilito un legame con quella banda di matti dei protagonisti. Sregolati, imprevedibili, schietti, cazzuti, divertenti, fallibili, onesti nella loro umanità senza compromessi nè edulcorazioni.

Grazie a Shameless il concetto di realismo ha spiccato un balzo semantico e iconografico nel mondo della televisione. Una valanga di risate accompagnate da una costante e spietata critica della società americana, sotto forma di tagliente sarcasmo e di caustica ironia, come non ne erano mai state realizzate prima e difficilmente ne saranno create in futuro.

Shameless è una serie tv americana trasmessa sul canale Showtime dal 2011.
È basata sull’omonima serie inglese del 2004 ed è stata sviluppata
per il pubblico statunitense da John Wells


Gli aggettivi che mi vengono in mente quando mi imbatto nel logo o nel nome della serie sono brillante, sagace, dissacrante, esplosiva. Un mix semplicemente perfetto (se non perfetto poco ci manca) di personaggi indimenticabili e storie raccontate come avrebbe fatto la penna del più maledetto degli scrittori beat, poeti vagabondi e permanentemente ebbri d’alcol e di vita.
Senza freni, senza schermi protettivi, senza cinture di sicurezza, senza pregiudizi, senza buonismi dell’ultim’ora nè moralismi di facciata. Già, Shameless è una costante sberla
in pieno viso.

E nell’ultima stagione, per la verità la più triste e malinconica di tutte, i suoi ideatori non risparmiano davvero nessuno dalla loro feroce critica sociale.
John Wells (the main man behind the camera) e i Suoi frantumano l’intero sistema fallato e fallace del dibattito etico a stelle e strisce, basato sul posticcio ring mediatico in cui una sterile ipocrisia progressista si scontra con l’ignoranza stagnante del suo frangente opposto. Una lotta insignificante che nasconde le metastasi sfrenate del tumore capitalista che ingurgita un intero sistema-società, senza fare distinzione di classe ma emarginando e alienando sempre più irrimediabilmente la fasce più deboli della popolazione (che sono la maggioranza, porca la miseriaccia).
E si sa, l’America fa strada…e il resto del mondo la segue. Perciò presto tutto ciò riguarderà anche noi. Già ci riguarda, in realtà. Con conseguenze più profonde di quanto possiamo immaginare.

Il bello di Shameless è che tutte queste scomode verità ci vengono raccontate in maniera assolutamente divertente, esuberante, sincera, quasi romantica e di conseguenza…indimenticabile.
Una delle mie tre serie tv preferite di sempre, chiacchiere non ce ne vogliono.

Undici anni insieme, cazzo. Mi mancherete da morire Gallaghers & friends.

Phil

P.S. Lo confesso, mi è scappata la proverbiale lacrima sul finire dell’ultimo episodio. E non me ne vergogno. Anzi, farò di tutto per ricordarla. Thank you so much, you shameless guys!

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Kidding – Il fantastico mondo di Mr Pickles

Jim Carrey e le sue creature immaginarie fanno centro ancora una volta

Poche righe per celebrare Kidding, un piccolo ma luccicante gioiello andato in onda di recente sul piccolo schermo (in Italia su Sky Atlantic). Dopo avermi entusiasmato con una prima spiazzante stagione, la mini-serie targata Showtime è tornata esattamente come l’avevo lasciata un paio d’anni fa: in forma smagliante. Ancora una volta graffiante, introspettiva, divertente e originale.

La creatura di Dave Holstein è leggera nei tempi di fruizione, con i suoi dieci episodi della durata media di mezzora, e pesante come una ginocchiata allo stomaco nei momenti di brutale realismo.
Il Fantastico Mondo di Mr Pickles può vantarsi di un cast davvero eccezionale: oltre a un Jim Carrey perfettamente a suo agio in un ruolo in cui non riuscirei ad immaginare nessun altro attore, ci sono Frank Langella e Catherine Keener che sono degli sparring partner altrettanto insostituibili. Senza dimenticarci del giovanissimo e talentuoso Cole Allen – che diventerà un attore di serie A, non ho dubbi – e di tutto il resto della squadra in cui non riesco a trovarne uno fuori posto.
Di sicuro uno dei segreti magici di questa serie è il casting insomma, capace di occupare ogni singolo tassello del puzzle in modo davvero egregio, permettendo un’amalgama degli attori che raramente capita di vedere a maglie così allargate.

Jim Carrey è Jeff Piccirillo, aka Mr. Pickles

La prima stagione l’avevo definita “un originalissimo cocktail di vaniglia e stricnina, panna montata e cianuro, canditi e spine”. Nella seconda qualcosa è cambiato, com’era giusto che fosse se ne si voleva un’evoluzione.
Degli ingredienti intossicanti mi sembra che sia stata leggermente diminuita la dose, ma è stato fatto con intelligenza, senza snaturare l’anima della serie rendendola quindi innocua. No, una spruzzata acida di pura debolezza umana non manca in nessuna puntata-milkshake, ma a fare da contrasto all’innocenza degli amici pupazzi di Jim Carrey c’è piuttosto la tristezza invece dell’astio.
Forse l’autore è stato più indulgente con gli umani e ha strapazzato maggiormente le creature di peluche stavolta, sgretolando il fantastico mondo di Pickles e offrendolo in sacrificio per salvare le persone.

Se la Season One, tra una caramella di adescamento e un latte al cioccolato andato a male, è stata un colpo da knock out (proprio come il suo finale), la numero Due invece è come la spugna impregnata d’acqua con cui si fa tornare in sè un pugile appena rialzatosi dal tappeto.
La vita d’altronde è spesso come un incontro di boxe. O come una foresta di pupazzi parlanti.
Perdono, accettazione e la speranza che ne deriva: credo che la nuova stagione di Kidding parli proprio di questo.

Phil

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