Mad Men, amore a primo slogan

La storia della pubblicità (e di una nazione) in una serie tv ai limiti della perfezione

Con Mad Men mi è accaduto qualcosa che non provavo da tempo: una famelica e inarrestabile voglia di divorare l’intera serie in un sol boccone. Impresa ardua, anzi impossibile, considerato che parliamo di 92 episodi spalmati in 7 stagioni.

Data la bellezza della creazione di Matthew Weiner (già co-autore e co-produttore de
I Soprano) mi sono imposto una visione cadenzata, per prolungarne il piacere nel tempo e per assimilarla e gustarla al meglio, con dovizia di particolari.
E’ stata un’ottima idea, poichè il binge watching – che comprendo ma non supporto in alcun modo in quanto eccessivamente compulsivo – subito dopo il piacere dell’abbuffata mi avrebbe lasciato un’eredità emotiva e intellettuale molto più melliflua.

Mad Men è una serie tv creata da Matthew Weiner, prodotta dalla Lionsgate Television e
trasmessa dalla AMC tra il 2007 e il 2015.

Al contrario mi trovo adesso, subito dopo aver visto l’ultimo episodio, in una condizione di orfanezza: i personaggi di Mad Men sono entrati così in profondità nella mia vita quotidiana e nel mio immaginario cinefilo che ne sento concretamente la mancanza.
Il che, malinconia a parte, la dice lunga sul valore di quanto Weiner e soci hanno realizzato tra il 2007 e il 2015. Un capolavoro, in poche parole.
Mad Men ha fatto incetta di premi e nomination nel corso degli anni (fatico a contarli), e non a caso. La bellezza di questa serie tv passa dal cast alla sceneggiatura, dalla fotografia alla regia, dal valore storiografico ai contenuti culturali, dall’iconografia alle musiche.

Mad Men è diventata molto rapidamente una delle mie serie televisive preferite di sempre e, bisogna ammetterlo, un’onesta parte del merito spetta a Don Draper, il protagonista.
Un personaggio nel bene e nel male carismatico come pochi altri, ben scritto, descritto e sviluppato, e divinamente interpretato da Jon Hamm.

Curiosità: il titolo è un gioco di parole che rimescola la parola Adman, termine che indica
un professionista della pubblicità, il significato letterale “Uomini Matti”, inteso in senso ironico,
e Madison Avenue, distretto newyorchese dove avevano sede le principali
agenzie di comunicazione negli anni ’60

Affiancato, sorretto ed edulcorato da un cast ai limiti della perfezione, Jon Hamm ha guidato magistralmente una piccola grande epopea della storia della pubblicità moderna, partendo quasi dai suoi albori e descrivendone l’ascesa nella sfera dell’arte, perchè di questo si tratta. La serie mi sta particolarmente a cuore anche perchè, lo ammetto, è totalmente incentrata sulla mia professione, nonchè sul mio ruolo lavorativo. O quantomeno di com’era al principio, quando alla sua base la componente creativa era dominante.

Da un lato è emozionante, quindi, mentre da un altro atterrisce, se si pensa a quanto la comunicazione, cambiando, si sia involuta in forme e tonalità che catturano l’occhio sovrastimolato, distratto e pigro del cittadino/consumatore contemporaneo.
Chiudo qui il mio excursus sulla comunicazione d’oggi poichè scoperchia un vaso di Pandora che sarebbe difficile richiudere o pensare di esaurire in poche righe senza il rischio di risultare banale o di mostrare il fianco a misunderstanding quasi inevitabili.

Torniamo a Mad Men, quindi. Lo faccio mettendo a nudo un’altra delle mie debolezze nei suoi confronti: non mi era mai capitato prima d’ora di innamorarmi di così tanti personaggi femminili in una sola serie televisiva.
Il direttore del casting è il rivale che non vorrei mai avere, poichè a quanto pare ha i miei stessi gusti. Gusti che ha trasfuso nel personaggio di Draper, passando per mogli, ex-mogli e amanti. In particolare January Jones e Jessica Parè, tanto belle quanto brave, se non perfette nei ruoli loro assegnati.
Che dire di Christina Hendricks ed Elizabeth Moss (The Handmaid’s Tale) ?
I ruoli che interpretano sembrano cuciti su misura per loro, e vederle all’opera è ammaliante. Bravissima anche la giovanissima Kernan Shipka e la mia cara Maggie Siff, indimenticabile interprete in Sons of Anarchy.
Perchè parlo solo di donne? Meravigliosi anche i co-protagonisti, e perfino le comparse, di sesso maschile (soprattutto John Slattery e Vincent Kartheiser) ma a brillare lungo il corso delle sette stagioni, oltre al mattatore assoluto Hamm, è proprio la componente femminile del cast.

Coerente, solido, sensato, brillante nell’allusione conclusiva: il finale di Mad Men corre – ma va? – anch’esso lungo i binari della perfezione. Chapeau.

Avevo sentito spesso parlare di questa serie tv in passato, ma chissà per quale arcano motivo non mi ero mai deciso a guardarla. Quando l’ho fatto, negli ultimi mesi, è stato amore a prima vista. Uno di quegli amori che non si dimenticano e che, finendo, ti spezzano il cuore. Come farà il cinefilo che è in me senza Mad Men? Mi innamorerò di altre serie – o almeno spero – ma resterò sempre e comunque vedovo di Draper & friends.

Phil

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Cinema, serie tv e musica: i miei up & down di inizio estate

Il tempo corre, corre, corre.
Vero.
Anche vero, però, è che “Chi ha il tempo? Chi ha il tempo? Ma se non ce lo prendiamo mai il tempo, quando mai lo avremo il tempo?” come diceva il saggio Merovingio in Matrix Reloaded.

Perciò rieccomi qui al vostro servizio, anche se once again in formato “pillole”.

Ecco cosa ho visto e/o ascoltato con piacere e con soddisfazione ultimamente:

  • Esterno Notte (film interessante, intenso – non vedo l’ora di vedere la seconda parte)
  • Top Gun Maverick (un sequel cinematografico sensato, senza troppe pretese, godibilissimo)

  • Bosch Legacy, prima stagione (serie tv, uno spin-off che approvo, tosto come sempre – sentivo già la mancanza del detective Bosch)

  • Ozark, stagione conclusiva (serie tv, solida e magistralmente interpretata – uno dei pochi prodotti targati Netflix che trovo ancora decente)
  • Doctor Strange nel Multiverso della follia (uno dei pochi punti fermi sul grande schermo a firma della Marvel )
  • Lamparos y sus componentes e Big Mountain County (piacevolissime sorprese, sperimentate on stage, della musica made in Italy)

Ecco invece cosa mi ha deluso e/o convinto poco tra le uscite più recenti:

  • Stranger Things stagione 4 (grande delusione, è diventata così infantile che fatico a seguirla – l’ennesima conferma che Netflix è in caduta libera)
  • Fear the walking dead & The walking dead “la serie madre”, stagioni appena concluse (allungare il brodo all’infinito non gli restituisce il sapore perduto)
  • Rammstein – Zeit (nonostante la classe cristallina della band teutonica un album moscio, poco ispirato secondo me, al di sotto dei loro standard – occasione persa)
  • Eddie Vedder – Earthling (è sempre emozionante ascoltare la sua voce, una delle più belle in circolazione secondo me. Il suo disco solista, però, mi suona troppo monotono. Sorry Ed!)

Passo e chiudo.
A presto boys and girls, l’orologio fa tic toc e mi tocca scappare.
So long!

Phil

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Warrior, il ritorno spirituale di Bruce Lee

Una serie televisiva che…spacca!

E fu così che Bruce Lee, leggenda delle arti marziali, tornò a vivere a decenni dalla sua morte. La serie tv Warrior, giunta alla sua seconda fortunata stagione, ne è il reale testamento morale e creativo. Già perché lo script originario porta la firma proprio dell’indimenticato Bruce
(a coordinare le riprese è stata niente meno che Shannon Lee, sua figlia).
E credo che la compianta icona del Jeet Kune Do ne sarebbe stata soddisfatta e orgogliosa.

Il prodotto targato Cinemax (in Italia in onda su Sky Atlantic, ndr), infatti, è stato realizzato con grande meticolosità e attenzione nei dettagli, sia a livello di sceneggiatura che di ambientazione storica e caratterizzazione dei personaggi.
I ritmi, poi, sono spesso indiavolati e adrenalinici, come sarebbe piaciuto a lui, ma non per tutta la durata di una puntata. Le pause, sempre ben cadenzate, esaltano infatti le repentine accelerazioni che non risparmiano mai lame affilate e denti che saltano a destra e manca.

Warrior è una serie tv statunitense basata sull’idea originale di Bruce Lee e portata sugli schermi di Cinemax
da Jonathan Tropper e Justin Lin.

Già, l’utilizzo delle arti marziali è sempre impeccabile e coreograficamente ammirabile, stupefacente, bello da vedere. Così come gli attori scelti, frutto di un casting sapiente, che sono sempre credibili e visivamente coerenti coi personaggi che interpretano.

Ulteriore punto a favore della serie è il fatto che non sia mera superficie oppure spettacolo circense, ma che riproponga, seppur senza sfociare in un eccesso di profondità filosofica che le sarebbe improprio, il dramma dell’emigrazione disperata e le difficoltà di integrazione e di incontro multi-razziale a valle di una politica sfrenatamente ipocrita e meschina, proprio come nel mondo reale.
In Warrior tutti sono eroi e al tempo stesso anti-eroi. Cinesi di una tong (termine autoctono per indicare una gang) e cinesi di quella rivale, immigrati irlandesi e politici americani “della prima ora”, mongoli oppure messicani e africani (nella seconda stagione): tutti combattono per sopravvivere in una società spietata che non regala niente a nessuno.
E al contempo cercano di prevalere sugli altri, assetati di rivalsa e di potere.
Un microcosmo in costume di quella che è ancora oggi la società americana, in pratica.

Conferma definitiva di quanto la serie sia stata realizzata con gusto e capacità: perfino la sigla conclusiva in modernissimo rap cinese risulta essere azzeccatissima e gradevole (e lo dice uno che il rap non lo digerisce affatto).
A Cesare quel che di Cesare, insomma, e a Bruce quel che di Bruce: Warrior è una realtà sorprendente e godibilissima, che spero avrà a disposizione altre stagioni per potersi evolvere e toccare un proprio apice.
Le basi sono solide, a Jonathan Tropper e Justin Lin (gli eredi morali nonché architetti cinefili) il compito di costruirvi un tempio che sia all’altezza della leggenda di colui che l’ha progettato.

Phil

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Vikings, l’ultimo viaggio dei norreni

Con la sesta stagione si conclude l’indimenticabile epopea vichinga

Avevo un po’ paura di come sarebbe stato il finale di Vikings, dopo il calo degli ultimi anni.
Ho seguito questa serie dall’inizio, quando era ancora poco più di una scommessa della rete televisiva canadese History. E col tempo, familiarizzando con i personaggi e con le loro vicende, è diventata parte di me. Mi ci sono affezionato davvero tanto.

Floki, Rollo, Lagertha, Ragnar e la sua prole (nonchè i loro avversari): tutte figurine con un posto d’onore nell’album dei miei ricordi cinematografici e anche di vita.
Perciò un finale indegno mi avrebbe un po’ ferito, non lo nego, per quanto possa sembrare sciocco.
Ma così non è stato, per fortuna. Mi ritengo soddisfatto del lavoro e dalle scelte di Michael Hirst, colui che ha portato Ragnar & comrades sul piccolo schermo. Gli sono state mosse parecchie critiche relative alle cronache dei giovani Lothbrok, considerate non a torto meno avvincenti di quelle che avevano reso il capofamiglia un personaggio leggendario.
Ma siamo onesti e obiettivi: venuti meno i pezzi da novanta (dinamica inevitabile, altrimenti staremmo parlando di Beautiful o di una soap opera argentina) secondo me con tutta probabilità è stato fatto quanto di meglio poteva essere pragmaticamente realizzato.

Vikings è una serie tv canadese e irlandese di genere
storico scritta e creata da Michael Hirst


Alcuni sostengono che la serie sarebbe dovuta terminare proprio con la dipartita del vichingo più famoso. Perchè, però? Nella mente del suo creatore la storia che doveva essere raccontata andava oltre, e lui aveva tutto il diritto di portare a compimento l’opera – la meravigliosa opera – che aveva immaginato e poi iniziato a costruire.
Voi sopprimereste i vostri figli solo perchè hanno meno successo di voi o perchè sono meno interessanti di quanto lo eravate voi alla loro età?
La risposta a questa assurda ma palese domanda risponde anche a tante delle critiche banali e superficiali che sono state mosse a Hirst. Anche perchè non parliamo di una serie prolungata all’infinito solo per trarne il massimo profitto, come è stato fatto con molti altri franchise televisivi. Io ci ho visto un approccio molto onesto da parte di autore e produzione.

Ma come si suol dire, le chiacchiere stanno a zero. Inutile dilungarsi oltre.
Molto più interessante tornare sull’argomento del finale di stagione per un ultimo, breve sorso di idromele dal corno dei norreni.
È stato un finale solido, coerente, significativo. Gli ultimi minuti in particolare, li ho trovati addirittura poetici e tremendamente malinconici.
Trasudano amore per la serie e possiedono uno sguardo esistenziale decisamente attuale.
Hail and farewell, dear vikings.
See you in Valhalla.
Skål!

Phil

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The third day: cronaca di una “delusione-tv”

La nuova serie con Jude Law, ahimè, davvero non mi ha convinto

Solitamente, ve ne sarete accorti, preferisco parlare delle cose belle piuttosto che di quelle dal retrogusto biliare. In poche parole ritengo sia un miglior impiego di tempo quello di dare dritte strategiche, spunti di riflessione creativi o semplicemente condividere la gioia della visione di un bel film, della lettura di un libro interessante o dell’ascolto di un album meritevole.
Non oggi però. Sento di dover parlare, magari per smaltirne i postumi della delusione, di una serie tv che mi lasciato dell’amaro in bocca. Forse le aspettative erano troppo elevate, ma fatto sta che The third day proprio non mi ha convinto.
Per carità, non si tratta di un prodotto malriuscito in toto e che relego nella black list delle castronerie da dimenticare a braccia conserte. No, la mini-serie targata HBO ha anche dei pregi, e sarebbe sbagliato fingere di non vederli. Anzi, comincio proprio da questi.
Fotografia, costumi, musiche, location, cast: tutti elementi di prim’ordine.

La fotografia soprattutto, madonna che incisività: il lavoro del trio Benjamin Kračun, Ole Birkeland e David Chizallet ammalia e risucchia lo spettatore con un vigore siderale nello scenario della piccola isola britannica in cui si svolgono gli eventi. Meraviglia! La location, Osea Island, fa venire una tremenda voglia di andare a visitarla almeno una volta nella vita.

Le musiche sono sinistre e inquietanti, la riproduzione di simboli antichi è curata e il cast, beh, il cast vanta un certo Jude Law su tutti, signore e signori – calamita del mio interesse per la serie molto prima che andasse in onda (sono diventato un suo grande estimatore dopo averlo ammirato in The Young Pope). Non solo lui, però: Katherine Waterstone, Naomie Harris, Mark Lewis Jones, Patrick George Considine & company recitano più che bene la propria parte.

Quindi cosa c’è che non va?
Perchè ritrovarsi a parlare di delusione a valle di simili pregi e virtù?

The Third Day è una mini-serie tv anglo-americana del 2020 creata da Felix Barrett e Dennis Kelly per HBO e Sky Atlantic

La sceneggiatura, ecco qual è la nota stonata dell’intera serie. La scrittura dei personaggi è un grosso tasto dolente che manda tutto…a quel paese.
Fondamenta scricchiolanti non possono che portare a un crollo dell’intera struttura, per quanto questa sia esteticamente elegante e accattivante nelle forme.
Oltre a un ritmo da encefalogramma piatto, che ha qualche sussulto giusto nel finale, e che induce al sonno spesso e volentieri quando non irrita e indispone…a farmi calare litri di proverbiale latte alle ginocchia sono state le dinamiche di azione e interazione dei protagonisti. Dinamiche insensate e al di fuori di qualsiasi logica, interna o esterna che sia.
I personaggi fanno scelte immotivate una dopo l’altra, e non sono coerenti nemmeno alla propria instabilità emotiva o alle proprie turbe psichiche. Non c’è ombra di istinto di sopravvivenza nè di relazioni di causa ed effetto nei loro processi decisionali.

Sebbene la storia, il plot, sia di per sè interessante e gravido di premesse e potenzialità, queste ultime sono state sprecate alla grande. Lo spettatore, immerso in un’interessante e plumbea atmosfera onirica ed esoterica, non trova pace se guarda la serie con le sinapsi attive poichè si ritrova costantemente davanti personaggi che fanno scelte idiote una dopo l’altra. Boh.
Un titolo più coerente sarebbe stato forse The Third Lobotomy. Maremma sassone, maremma. E vabbè.
Faccio fatica a credere che sia una serie HBO, che non ne sbaglia una nemmeno sotto l’effetto di sortilegi avversi nè se vittima di anatemi. Eppure…
Deduco che si tratti della celeberrima eccezione che conferma la regola.

Alright then. Mi sa che l’effetto lobotomico del terzo giorno che ha intontito Jude Law and friends durante tutte le sei puntate inizia ad ottenebrare anche la mia mente…perciò mi fermo qui. E vado a farmi un caffè.
See ya all pals.

Phil

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Hill House, una serie tv “spaventosamente” coi fiocchi

Storie di vita e di fantasmi che si intrecciano con eleganza

The Haunting of Hill House è una delle poche serie tv di genere horror/paranormale che mi siano mai piaciute. Davvero bella.
Mi vien da dire che è una This is us ma in versione soprannaturale, e alquanto scary. Perchè? Uno dei maggiori pregi della serie con Milo Ventimiglia (sebbene confessi di essere indietro con le stagioni) è la scrittura dei personaggi. Bene, anche in questo caso i membri della famiglia protagonista sono davvero ben raccontati. E mi è piaciuto molto anche lo stile narrativo con cui questo è stato fatto.
Un grosso plauso anche a chi si è occupato del casting: gli attori scelti sono semplicemente perfetti.

The Haunting of Hill House è la prima stagione (autoconclusiva) di una serie tv americana di genere horror/paranormale creata e diretta da Mike Flanagan

“Nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà; perfino le allodole e le cavallette sognano, a detta di alcuni. Hill House, che sana non era, si ergeva sola contro le sue colline, chiusa intorno al buio; si ergeva così da ottant’anni e avrebbe potuto continuare per altri ottanta. Dentro, i muri salivano dritti, i mattoni si univano con precisione, i pavimenti erano solidi, e le porte diligentemente chiuse; il silenzio si stendeva uniforme contro il legno e la pietra di Hill House, e qualunque cosa si muovesse lì dentro, di muoveva sola.”

Il tema delle case infestate mi ha stancato ormai da tempo – è stato già detto e fatto tutto secondo me – ma la decisione di “rischiare” la visione di Hill House è stata una scommessa vinta. Una gran bella sorpresa. Proprio perchè intelligente, creata con gusto.
Non vi aspettate sangue ovunque e mostri orripilanti, l’orrore è dosato col contagocce e introdotto nei momenti giusti: ragion per cui è ancora più apprezzabile. Gioiellino.

Phil

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Una serie pazzerella, intelligente e…spassosa!

Vi regalo una chicca che allevierà l’attuale deprimente lockdown

Ogni tanto ripenso a questa serie, vista qualche anno fa, con una certa nostalgia.
E una certa amarezza dovuta al fatto che è stata ingiustamente cancellata dopo una sola brillante stagione. E, dulcis in fundo, con una certa smemoratezza riferita al titolo!
Non a caso non l’avete ancora letto, hehe. Sì, lo so, adesso che lo scoprirete penserete che non è poi così difficile da ricordare, ma fatto sta che ogni qual volta ne parlo con gran fervore e voglio consigliarne la visione a qualcuno…il titolo mi sfugge sempre. Maremma scordaiola, maremma.
Quindi il presente articolo, oltre a farle giustizia in quanto colpevolmente sottovalutata dal grande pubblico, serve come promemoria a me stesso e a tutti coloro che, durante una chiacchierata a quattr’occhi, mi hanno visto scervellarmi senza successo su come cappero si chiama quella fighissima serie là

Si chiama Braindead, è una commedia satirica infarcita di elementi thriller e fantascientifici, è stata creata dai coniugi King (Robert e Michelle, autori anche di The good wife) e trasmessa dalla CBS nel 2015. Nota non da poco, la protagonista è la bella e brava Mary Elizabeth Winstead. A farle compagnia, tra gli altri, Danny Pino e un esilarante Tony Shalhoub.
Ecco, adesso sapete tutto.

BrainDead – Alieni a Washington è una serie tv americana del 2016 creata da R. e M. King

BrainDead è una serie divertentissima (a tratti mi ha davvero fatto sbellicare) ma anche decisamente originale (e fantasiosa) nell’approccio e soprattutto intelligente.
Sottile e tagliente nel suo umorismo spesso tra le righe, sbeffeggia la politica americana,
i suoi ingranaggi e i suoi attori con una lena coinvolgente e un occhio furbo e brillante. Dissacrante e satirica bipartisan, non fa sconti a nessuno. Palesi, e da crepare dalle risate,
i rifermenti non molto celati a presidenti e vicepresidenti recenti e passati.

Non mi stupisce, alla fin dei conti, che sia stata cassata dopo una sola stagione nonostante fosse un prodotto televisivo di assoluta qualità ma anche di leggera e agevole fruizione (quindi adatto a diversi target di pubblico): probabilmente era solo troppo scomoda.
A qualche eminente politico yankee deve aver fatto storcere il naso, e a qualcun altro deve causato fastidiosi pruriti nelle parti basse posteriori (ciò che l’alta società francese chiamerebbe finemente rodimento di culo).

Che peccato, amici miei. Una cosa che voi potete fare per fortuna c’è, però. Guardarla, scaricarla, o quantomeno provarla. D’altronde non se ne vedono spesso di serie in cui degli insetti alieni mangiano il cervello di politici americani diventandone poi i piloti. Ne vedrete di stranezze e assurdità, ma mai banali nè fini a se stesse.
Fatevi sotto, vi piacerà. C’mon pals, let’s fight the aliens and let’s fight the damn’ politicians!

Phil

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Trono di Spade: lieto fine o epic fail?

Un flashback ripensando alla stagione conclusiva

La lingua va dove il dente duole recita un vecchio proverbio. Sarà per questo che ho più o meno inconsciamente deciso di andare a rivedere la stagione conclusiva di Game of Thrones?

Ah, a proposito: spoiler alert! Se seguite la serie ma non l’avete ancora conclusa oppure se avete intenzione di iniziarla a guardare…beh mi duole consigliarvi di terminare la lettura dell’articolo esattamente a questo punto perchè intendo fare delle brevi riflessioni sulla sua conclusione. Uomo avvisato, mezzo salvato (visto che siamo in vena di proverbi, diamoci dentro). Ah, e lo stesso vale per il gentil sesso. Mi riferisco alla mezza salvezza, non al darci dentro.
Ok, anche nel caso abbiate l’occhio rapido e rapace…con queste chiacchiere fuorvianti spero di essere riuscito a fermarvi prima che abbiate letto qualcosa di troppo.
Lo ripeto ad alta voce un’ultima volta – SPOILER – e vado avanti.

Non so perchè ma ho davvero sentito la necessità di andare a riguardarmi l’ultima stagione di GoT. Sentivo di averla masticata e digerita trooooppo velocemente quando è andata in onda. Al punto da poter tirare sì le somme, ma non a mente fredda e con cognizione di causa. D’altronde quando si consuma un pasto troppo in fretta capita facilmente di essere preda da attacchi di sonno e abbiocco di varia intensità, e la lucidità ne risente.
Bene, pur avendolo fatto con maggior calma e distensione questa volta, il senso e l’affaticamento da eccesso di velocità permane. Mannaggia alla miseriaccia amici miei, che gran cavolata hanno fatto i creatori di Trono di Spade nell’accelerare all’improvviso mettendo la quinta! Peraltro dopo esserci andati piano per anni.
Sei episodi per raccontare eventi che ne avrebbero richiesti almeno il doppio! La battaglia contro il Re della Notte in una sola puntata? Follia pura, dopo averlo atteso dalla primissima stagione!
E il conflitto finale con i Lannister? Anche qui, lo abbiamo aspettato con trepida impazienza – e con un desiderio traslato di rivincita e giustizia, aggiungerei – per quelli che ci sono sembrati secoli….e poi in meno di un’ora e mezza puff, volato via.

Proverbi capitolo terzo (senza scomodare però la Bibbia eh, altrimenti prendo fuoco):
la gatta frettolosa fa i figli ciechi. E infatti…
Il desiderio di risolvere tutte le questioni in sospeso in pochi episodi ha creato buchi, sbavature e scivolate un po’ in tutte le querelle aperte (se non apertissime).
Ci sono personaggi che hanno avuto evoluzioni talmente repentine da far sembrare gli invecchiamenti al cospetto del Sacro Graal in Indiana Jones una secolare chiacchierata tra Ent.
Sì, lo so, sto spaziando nella letteratura cinematografica con balzi pindarici, ma la velocità di GoT mi ha davvero mandato in overload le sinapsi. E le coronarie. E i sentimenti.
Già, soprattutto questi ultimi considerato quanto ero affezionato alla serie e a tanti dei suoi personaggi.

Prima di inciampare nell’errore opposto a quello dei signori Benioff e Weiss (i creatori della serie, ndr), ovvero dilungarmi all’infinito mentre loro hanno peccato di “conclusione precoce” (faccio il bravo e la chiamo così), aggiungo delle considerazioni random che ho maturato grazie al rewatch della season eight.

Personaggi preferiti.
Mi sono accorto che i miei sono tutti al femminile! Fatta eccezione per Tyrion Lannister, sagace e simpaticissimo gigante in miniatura, mi vengono in mente la Regina dei Draghi, Arya Stark, Brienne di Tarth ma soprattutto l’epica Lyanna Mormont!!
Ok, nutro simpatia anche per dei personaggi maschili, ma nessuno di loro mi ha entusiasmato quanto queste valorose, intelligenti e libere donne-guerriere!

L’evoluzione di Daenerys Targaryen, legittima erede al Trono di Spade.
E’ stato un processo naturale, un cambiamento progressivo e coerente, una mutazione sempre ben declinata, ragionata e raccontata. Fino a che le sono venuti i cinque minuti e da creatura felina è diventata tirannosauro schizoide!!! Ok, esagerò un po’, lo so.
Però se proprio doveva essere una morte da tipica sovrana Targaryen pazza e sanguinaria, che ne avessero raccontato meglio l’evoluzione almeno!! Diamine. Corbezzoli. Figa di fruga. Maremma.
Ma al di là di questo, uno spunto interessante: ci ho visto un possibile – e bellissimo – parallelismo con l’evoluzione di Anakin Skywalker in Star Wars, quando il giovane Jedi cede al lato oscuro e diventa Darth Vader.
Entrambi i personaggi condividono un passato di tragedie familiari e un futuro da predestinati. Entrambi sono stati vittime di ingiustizie e combattono con il fuoco nel sangue per avere una rivincita nei confronti di chi ha fatto loro del male e per ottenere finalmente giustizia.
Entrambi possiedono un enorme potere e un grande e generoso cuore. Entrambi amano intensamente ed entrambi vacillano sul filo del rasoio che collega bontà e rabbia, pace e odio, felicità e vendetta.
Entrambi vengono feriti e traditi una volta di troppo, ed entrambi cedono al lato oscuro e alla distruzione più per amore e sofferenza che per indole malvagia. Sono vittime del proprio passato, delle ingiustizie che un mondo troppo indifferente e distante ha lasciato accadere con eccessiva leggerezza.

Però se nel caso di Anakin Skywalker l’evoluzione è stata raccontata secondo me divinamente ne La vendetta dei Sith (che proprio per questo è forse il mio film preferito della saga, nonostante sia più affezionato alla mitica trilogia anni ’80), in quello della regina dei draghi c’è stato un salto di scrittura precipitoso e forzato, e la storia ha finito per inciampare. Non si rimane completamente convinti dal cambiamento che il personaggio della Clarke subisce nel corso di due o tre puntate, mentre quello avvenuto a Hayden Christensen è perfettamente dipanato lungo la durata di un unico film. Una differenza di qualità e avvedutezza nella scrittura che mi ha lasciato l’amaro in bocca nel caso di GoT.

Un salto lo faccio anch’io adesso, verso la conclusione, ma solo per non farvi invecchiare leggendo questo articolo.
Trono di Spade resta secondo me una delle serie tv più belle mai realizzate, uno spettacolo per gli occhi, per la mente, per il cuore. Ha avuto un finale non degno di ciò che era stato realizzato in precedenza, ma pazienza, non ogni ciambella riesce col buco. Nemmeno quella potenzialmente più gustosa e memorabile di sempre.
L’inverno è arrivato, ma se n’è andato troppo presto.

Ciò che è morto non muoia mai.

Phil

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Glow, un cocktail esplosivo (e tutto al femminile) a base di wrestling, cinema e anni ’80

Il titolo non mente: questa serie tv brilla di luce propria. E acceca!

Finalmente un finale con gli attributi. Ho appena terminato la terza stagione di Glow e non posso che dire…wow!
Assolutamente all’altezza delle due precedenti. E parliamo di un’altezza da Monte Bianco, tanto per capirci. Senza tralasciare il fatto che farne tre di fila senza smagliature…è un fenomeno più unico che raro nella contemporaneità delle serie televisive. Tanta, tanta roba ragazzi!

E devo aggiungere anche che mi ci voleva un finale di buon gusto, realizzato senza pieghe di trama nè sgualciture di tensione emotiva.
Se mi avete seguito saprete già che mi era capitato ultimamente di vedere delle serie ben fatte, o magari basate su delle belle idee, ma che mancavano sempre di un elemento sempre più raro: la classe. E Glow, in tutta la sua apparente semplicità, ne ha da vendere. Sotto tanti, o forse tutti i punti di vista. Esagero? Onestamente non credo. Tutto perfettamente armonico al suo interno. Ogni piccolo ingranaggio si incastra armoniosamente e vellutatamente con quelli che lo circondano e ai quali è collegato. Non ve ne accorgete perchè Glow funziona talmente bene che sembra costruito in scioltezza e facilità, ma è vero il contrario. Ogni singolo dettaglio è pensato e posizionato con meticolosa cura e con grande gusto estetico, come dicevo poc’anzi. Pura armonia, davvero.

GLOW è una serie tv statunitense del 2017 creata da Liz Flahive e Carly Mensch per Netflix

Nonostante il caos sul ring e il disordine al di fuori di esso, niente è però fuori posto dietro il sipario.
La sceneggiatura è inattaccabile. La regia è meravigliosamente funzionale. La colonna sonora è splendida e ricca di chicche. Mentre per il cast..devo replicare il wow di inizio articolo. Il casting è stato quasi un’opera d’arte. La crew di Glow è una delle più affiatate, ben amalgamate e funzionanti che mi vengono in mente.
Forse potrei anche azzardare che a livello di lavoro di squadra è forse addirittura LA migliore che io ricordi. Si tratta di un’opera corale a tutti gli effetti, con dieci e più protagonisti, e farli vibrare – e saltare, e interagire, e wrestlare – alla stessa frequenza è un’impresa da ingegneri spaziali del cinema secondo me.
Naturalmente ci sono personaggi che magari hanno più visibilità di altri, ma ognuno di essi trova lo spazio per portare in scena il proprio vissuto, le proprie contraddizioni e aspirazioni, nonchè il proprio singolare modo di essere americani oltre che esseri umani. Leggete tra le righe. E questo è interessantissimo!

Vabbè, meglio non dilungarmi troppo. Voi la conoscete Glow? La seguite o l’avete intravista? Spero di sì. Ma in caso contrario spero proprio che non l’abbiate scartata solo perché si tratta di una serie di wrestling al femminile. Ammetto che inizialmente, a prima vista, magari soffermandosi sul logo, possa sembrare una roba un po’ troppo old fashion o addirittura kitsch. Ma a pensarla così si finirebbe totalmente fuori strada.
Si tratta di una serie in tutto e per tutto originale, assolutamente divertente e che intrattiene alla grande senza “rubare” troppo tempo. Tutti gli episodi sono di trenta minuti, durante i quali del puro divertissement (d’altronde c’è pur sempre di mezzo il wrestling) si alterna a un’analisi mai banale della società e della cultura a stelle e strisce, con tutti i suoi miti e le sue contraddizioni.
Bollicine, voli plastici sulle corde di un ring, risate, fallimenti, surplex, vittorie, disuguaglianze, televisione, America.

Questa serie è davvero un piccolo gioiellino. Mi auguro che la guardiate. Posso mettere la mano sul fuoco che non ve ne pentirete.
Per oggi è tutto, adesso corro a fare la danza di guerra di Ultimate Warrior.
Phil

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Gangs of London trasuda adrenalina e sangue

La serie televisiva britannica è un’orgia di proiettili e botte da orbi

E’ possibile pensare, anzi esclamare, allo stesso tempo “ma che figata!” e “maremma che peccato però…”?
Beh sì, a quanto pare sì. Me l’ha insegnato questa nuova serie tv targata Sky.
Gangs of London, crime drama che più britannico non si può, è una produzione con i fiocchi, diciamolo subito. Volendo possiamo anche allargarci e definirla con i contro-fiocchi!
Una delle più grosse di sempre, no doubt.
E in effetti mostra innumerevoli pregi. Cominciamo da questi, ovvero con la prima delle due espressioni di meraviglia con le quali ho iniziato il post.
Fotografia? Top. Regia? Alti livelli. Ritmi? Forsennati. Atmosfere: cupe, violente, memorabili. Combattimenti: più che violenti e decisamente altrettanto memorabili. Sotto questo aspetto mi ha ricordato Banshee, una delle serie più cazzute e testosteroniche mai realizzate.
In tutto c’è una cura dei dettagli visivi e dinamici che definirei maniacale.
Il cast, con alcuni elementi già abbastanza noti – vedi Joe Cole (uno dei fratelli Shelby in Peaky Blinders), Michelle Fairley (Lady Stark in Game of Thrones), Colm Meaney (Star Trek, The damned United) -, fa bene il proprio lavoro ed è coerente con l’alto profilo dell’opera inglese.
L’intreccio, in definitiva, è arzigogolato e in costante progresso. I colpi di scena, quindi, si susseguono – anche con qualche esagerazione da un certo punto in poi – fino al termine.

Gangs of London è una serie televisiva britannica del 2020 creata da Gareth Evans

Insomma, staremmo parlando della serie dell’anno, se non fosse che…la scrittura non mi ha pienamente convinto. Anzi. E qui arriviamo alla maremma di inizio articolo. Maremma puramente figurativa, perchè si resta sempre sul suolo UK. Non spaventatevi, non appaiono all’improvviso nè Pieraccioni nè Ceccherini.
Dico questo perchè ci ho visto un potenziale enorme ma banalmente sprecato. Immolato ai fini di una sete eccessiva di consensi e popolarità. I quali sarebbero anche coerenti con il palese sforzo economico fatto per tirar su una produzione di tali proporzioni, eh.
Ma si è deciso di puntare a una tipologia di pubblico troppo frugale e acritica, e quindi molto poco cinefila. Non offendetevi se vi sentirete coinvolti, ma per come l’ho vista io la serie sembra indirizzata a un pubblico appassionato de L’onore e il rispetto o de La casa di carta piuttosto che a quello di un Breaking bad o dei Soprano. Affamato di azione e intreccio, ma poco attento alla coerenza interna o alla credibilità delle dinamiche di causa-effetto e di verosimiglianza. Già perchè se parlassimo di una serie fantasy, un drago me lo aspetterei. In una di genere fantascientifico, un alieno o una macchina del tempo non mi sorprenderebbero. Ma in un crime drama che punta parecchio sul realismo…ci sono diversi passaggi “piuttosto vistosi” che non hanno molto senso. E il loro Sherlock nazionale mi darebbe ragione. Agatha Christie, pure. Giusto Mr Bean potrebbe sollevare qualche dubbio, ma lui è belloccio e non si può avere tutto dalla vita.

Vabbè, l’ho buttata sull’ironico, se non in caciara, per cambiare argomento. Gangs of London, ne sono sicuro, al termine di questo folle e cruento 2020 non potrà che salire sul podio delle serie top dell’anno. Sappiatelo, e non fraintendetemi su questo punto. Ne sono convinto. Il rammarico di non aver goduto di una delle serie top addirittura del decennio, però, mi provoca non poco dispiacere onestamente. Perciò mi riferivo ad essa come a una grossa, grassa occasione sprecata. Quando il potenziale è visibilmente enorme, anche le aspettative crescono di pari passo.
Guardatela al più presto ad ogni modo, se non l’avete ancora fatto, perchè è pura adrenalina! C’mon pals!

Phil

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