The 9th life of Louis Drax

Non solo i gatti hanno nove vite: questo film ne è la conferma

The 9th life of Louis Drax: un film che ho rivisto con piacere!
Confesso immediatamente un episodio da smemorato cronico: quando l’ho scelto, ero ignaro di averlo già visto (anni prima, al cinema). Poi tutto mi è tornato immediatamente alla mente. Ho ricordato di averlo apprezzato la prima volta, e la seconda visione non ha fatto che confermare le prime impressioni.

Anzi, avere l’opportunità stavolta di “gustarmelo” (a volte il mio inglese ha dei veri e propri sussulti – vorrei tanto usare enjoy adesso) in lingua originale è stato un valore aggiunto enorme. Un motivo su tutti: Aiden Longworth, il protagonista, che è di una bravura entusiasmante.

The 9th Life of Louis Drax , un film di Alexandre Aja (2016)



Coincidenze e combinazioni poi, ultimamente m imbatto di continuo in alcuni elementi: protagonisti in erba (per fortuna sempre di talento) e…mister Aaron Paul e miss Sarah Gadon. Ricorrenze delle quali sono contento, devo dire.
In prima istanza perchè ho avuto l’occasione di essere testimone, in tempo reale, dei primi passi compiuti dagli attoroni di domani (è cristallino che lo diventeranno. Se così non sarà, beh non avranno mani a sufficienza da mangiarsi, viste le capacità).
In seconda istanza perché Aaron Paul mi era mancato dopo la fine di Breaking Bad, e ritrovarmelo davanti spesso e volentieri ha evocato ricordi felici. In questo film, poi, credo che ci regali una delle sue migliori interpretazioni.
Sarah Gadon, invece, oltre ad essere anche lei molto, molto brava è di una bellezza disarmante. Una bellezza diabolica direi, per via di quel mix unico di candore e malizia che incarna la tentazione secondo tradizione letteraria. Uno sguardo che ammalia e attira verso la perdizione. Non a caso, le danno sempre ruoli piuttosto ambigui, se non letali.

The 9th life of Louis Drax piace perché cela il mistero di fondo – anche più d’uno in realtà – senza forzarne l’occultamento prima, né accelerarne la rivelazione poi. La narrazione ha il ritmo giusto fino alla fine, sospesa tra il reale e l’onirico. A tratti si intravede perfino il tocco fantastico e fiabesco dell’immaginario di Tim Burton. A tratti eh, non vi gasate troppo.
Non è di certo uno dei film topici del decennio, ma mi sento tranquillamente di consigliarne la visione perché intrattiene senza appesantire (nemmeno nei momenti tragici), coinvolge, sa far sorridere e anche emozionare.

Phil

Xavier Dolan incontra John F. Donovan

Alcune riflessioni a partire dal lavoro più criticato del regista canadese

Che dire di Dolan? Ha il dono del racconto. E cosa sarebbe questo dono? Guardate un suo film e lo capirete senza bisogno di scervellarvi troppo. Oltretutto è un’espressione che non sono sicuro esista.


Qualche indizio? Mettete il buon Xavier dietro una cinepresa e riuscirà facilmente in ciò che i capi-tribù fanno con la propria gente attorno ad un fuoco: ammutolire tutti ed ipnotizzarli con le proprie storie. Reali o fantastiche che siano. Nel caso del regista canadese, perlopiù la prima categoria.
E dov’è che brilla maggiormente il suo talento? Nel farti immedesimare in vicende a te lontane, nel farti scivolare con naturalezza nelle vite di personaggi di un’altra dimensione culturale rispetto alla tua.
Oppure al contrario è capacissimo di portare sullo schermo esattamente le tue pulsioni, i tuoi dubbi, le tue speranze o le tue paure. A seconda del film.


Ci sono registi che sono maestri dell’illusione, oppure del tormento piuttosto che dell’angoscia. Ce ne sono altri che padroneggiano l’arte dell’intrattenere facendo ridere o svuotando la mente dello spettatore, così come ci sono quelli che riescono sempre a sorprenderti o ad eccitarti, magari anche a risvegliare la tua coscienza.
Alcuni sanno prenderti per mano, altri sanno prenderti a calci in culo. Certo detta così sembra che si tratti di un intero reggimento di cineasti top class. In realtà non sono poi così tanti queli davvero bravi.

Xavier Dolan – regista, sceneggiatore, attore, costumista, produttore cinematografico canadese classe ’89


Xavien Dolan, giovincello di talento classe ’89, possiede invece il potere tribale, o di tradizione barda, di trasportarti nelle sue narrazioni. Che siano interessanti o meno, ti coinvolge senza che te ne accorgi. E’ per questo che continuo ad usare la seconda persona: è la forma linguistica che meglio rispecchia il suo modo di fare cinema.


Questo post nasce dai miei sentimenti post-visione di “La mia vita con John F. Donovan”, considerato dalla critica il peggior film di Dolan. Lo è davvero? Forse, potrebbe essere. D’altronde non è facile riuscire in una simile impresa, considerando che il giovane canadese di film brutti difficilmente ne fa. Non ne è capace, probabilmente.
Io fatico, in effetti, a considerare questo come un brutto film. Ammetto che mi sono calato nella narrazione con ritardo rispetto alle sue pellicole precedenti, però poi “la magia” è comunque accaduta. Mi sono immerso nella metrica, ho nuotato tra le vicende dei protagonisti e insieme a loro.
Perfino Kit Harrington è sembrato più bravo di quanto ne si abbia solitamente l’impressione (non a caso: “Jon Snow, you know nothing”). Di sicuro ha contribuito in maniera decisiva l’interpretazione della giovane, brillante promessa Jacob Trembley (bravissimo, maremma!).


Insomma, se davvero questo fosse il peggior Dolan possibile…beh preparo lo champagne per quando darà il meglio di sé maturando: sarà una pioggia di stelle cadenti!

P.S. Nel caso non abbiate mai visto nessuno dei suoi film, il mio consiglio è di buttarvi su Mommy oppure sul successivo E’ solo la fine del mondo. In entrambi i casi, mi raccomando però: allacciate le cinture di sicurezza emotive prima della visione.


Phil

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