Elvis, un film sull’amore per la musica

Sarò breve: se amate la musica correte in sala a vedere Elvis, il nuovo film di Baz Luhrmann.

Premetto di non essere un fan sfegatato nè di Presley, per quanto ne riconosca il ruolo fondamentale e seminale per generazioni di creatori e ascoltatori di rock e derivati,
nè del regista australiano, per quanto adori un paio dei suoi film.
Quindi perchè tutto questo calore? Perchè la pellicola ne è pervasa!
Pur essendo il cantante di Tupelo il protagonista, ad avere un ruolo ancor più centrale è la musica stessa. Ve ne accorgerete.

Del resto il biopic di Luhrmann esplora più che la vita dell’icona rockabilly la sua ascesa (insieme alla caduta) in maniera congiunta e inseparabile al rapporto – di cui si sono scritti tonnellate di articoli, gossip e denunce – con il manager Tom Parker, detto “il Colonnello”.
Il tutto non mancando mai di descrivere il contesto e lo spirito dei tempi, tanto a livello culturale quanto socio-politico. Senza mai appesantire però.

Già, perchè di Elvis ci è arrivata un’immagine un po’ sbiadita, quella della star eccessiva e sfarzosa, eccentrica e un po’ ridicolosamente imitata. Presley però è stato anche un grande innovatore a livello musicale, e un ribelle che in varie occasioni si è fatto portavoce del popolo.

Inizialmente il film mi ha fatto sorridere, per via di alcune scelte stilistiche del regista,
ma una volta entrato nel mood ne ho compreso gli intenti. E nel finale confesso di essermi anche commosso.
Fuori dalla sala alcune persone, comunque soddisfatte, dicevano di essere rimaste a tratti attonite, a causa della velocità e del ritmo travolgente del film, e altre di essersi quasi “sballate” per via di un effetto caleidoscopico di cui la pellicola è intrisa. Nulla da eccepire, tutto vero. Tutto coerente con lo spirito travolgente, sincero e maledetto del rock’n’roll.

Fantastiche le interpretazioni di Austin Butler nei panni di Presley e di Tom Hanks in quelli del Colonnello.

Due ore e quaranta (eh già) della mia vita decisamente ben impiegate, insomma.
E per una volta mi trovo anche in accordo con la platea di Cannes, visto che all’anteprima dell’edizione 2022 del festival francese il film ha ricevuto una standing ovation di 12 minuti.

Viva Las Vegas!
O forse no, visto l’epilogo.
Di sicuro, però, evviva Elvis Presley, the King.

Phil

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Cobra Kai, il grande ritorno delle icone del karate

La serie sequel di Karate Kid resuscita gli anni ’80 con passione e grinta

Una serie tv per ragazzi che piacerà anche – o forse soprattutto – agli adulti.
Quantomeno a quelli che sono cresciuti “a pane e Karate Kid”. A coloro che mettono la cera e tolgono la cera di continuo, nei propri ricordi e nel proprio immaginario, in onore al mitico maestro Miyagi.
Questa volta, però, il protagonista è il cattivo Johnny Lawrence, alla ricerca di redenzione e rivalsa dopo una vita andata a rotoli a causa di un cattivo sensei, di tante scelte sbagliate e di una cocente, sonora sconfitta nella finale del torneo All Valley quando era ancora un adolescente.

Lawrence, però, non è affatto l’unico protagonista di questa bella mini-serie giunta già alla terza stagione. Uno dei suoi grandi pregi, infatti, è la sinfonia corale dei vari personaggi che si incontrano e scontrano di continuo, nonchè la visuale multi-prospettica delle vicende raccontate.
Oltre a quello del biondo ribelle viene seguito e mostrato anche il punto di vista di Daniel LaRusso, quello dei rispettivi figli, quello dei nuovi e vecchi studenti e maestri, e non manca nemmeno quello della società stessa, attraverso i cambiamenti intercorsi dal tempo dei tornei di karate che avevano visto il Cobra Kai e il one man dojo di Miyagi come grandi rivali e assoluti protagonisti.

Cobra Kai è una serie tv sequel/spin-off della saga The Karate Kid.
Creata per YouTube Premium nel 2018, successivamente è stata acquisita da Netflix

Ci sono intrighi, flashback, umorismo, continui camei e citazioni della cultura e dell’immaginario anni ’80 e…naturalmente tanto, tanto karate.
Ulteriore pregio, che merita menzione a sè, è la colonna sonora. Secondo me, la migliore di sempre, ovvero da quando esistono le serie televisive.
Sarò diventato matto? Starò esagerando? Maddechè, come dicono a Copenhagen!!!
Una colonna sonora rock così “colta”, ricercata, bombastica e vibrante non si era davvero mai vista prima, amici miei! W.AS.P., Twisted Sister, Poison, Ratt, Motley Crue, Queen, AC/DC, Airborne, Whitesnake, Roxette, Cream e…chi più ne ha, più ne metta!

Uno spettacolo per le orecchie che pompa gioia, adrenalina e nostalgia nel cuore di chi ha amato gli anni ’80 e i ’90, insomma.
Vera chicca, l’apparizione di Dee Snider nella terza stagione, che con la sua musica compie un piccolo miracolo. E vabbè, sù, me lo perdonerete questo minuscolo e colpevole spoiler.
Non ne faccio mai, e questo non ho resistito a tenerlo per me. Perchè…I wanna rooooooock!

Buona visione a tutti. E ricordate: «La paura non esiste in questo dojo».

Phil

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Streets of fire e l’estetica cinematografica anni ’80

Una fiaba rock’n’roll di Walter Hill

L’inizio di Streets of fire, pellicola del 1984 diretta da Walter Hill, è uno dei più adrenalinici, roboanti e visivamente d’impatto che io ricordi. I primi cinque-dieci minuti sono una vera e propria tempesta e concentrato di anni ’80, cadenzati con grandissimo stile e a ritmo di rock’n’roll.
Con premesse simili, Strade di fuoco (titolo italiano) sarebbe potuto essere uno dei film più memorabili del proprio decennio di riferimento. E invece…no.

Complice una scrittura di qualità tutt’altro che eccelsa – parliamo di livelli di banalità e ingenuità nella sceneggiatura che mi hanno fatto pensare alle fiction di Canale 5 e a La casa di carta (igienica) su Netflix – il film finisce per essere un semplice prodotto di intrattenimento medio-basso da guardare a mente un po’ spenta e tanto rilassata. Una modalità di intrattenimento che di per sè, spesso, ci sta tutta, magari dopo una giornataccia per esempio. Io per primo, a volte, cerco esattamente qualcosa del genere per distrarmi dalla frenesia o dalle imprecazioni della vita quotidiana.
In questo caso, tuttavia, la forte sensazione che si ha è quella di una grossa occasione mancata. Perdindirindina.

Il regista, non so se ci avete fatto caso, è quello de I guerrieri della notte, film fantastico e indiscutibilmente cult! E in tanti dettagli, in molteplici chicche e quasi sempre nell’occhio della telecamera questo si intuisce anche. Però poi…la consapevolezza di star consumando una ciambella riuscita senza buco, e anche povera di zuccheri, prende il sopravvento. Sigh.

Streets of fire (Strade di fuoco) è un film del 1984 di Walter Hill

Una volta spento il televisore, rimangono nella memoria alcune scene davvero fighe, il volto pericoloso e psicopatico di un giovane Willem Dafoe acchittato in pelle e latex, e una colonna sonora con i fiocchi (e te credo, in quegli anni!).
E il finale, dai, non è niente male pure quello, per quanto abbastanza clichè (ma niente in confronto al resto del film, soprattutto con riferimento ai dialoghi che sembrano scritti da un Magalli che vuole spacciarsi per Bukowski).

Nonostante la delusione per una pellicola poco riuscita, però, mi sono spinto con l’immaginazione e con la memoria a riflettere sull’intero movimento cinematografico di quel periodo.
Per estetica, senso del ritmo, energia e sonorità sono arrivato alla conclusione che il cinema degli anni ’80 non ha rivali, secondo me, quanto a riconoscibilità e potenza visiva.
Facendo riflessioni più analitiche, o anche una semplice “conta” dei film realizzati, dovrei concludere che il mio preferito è il cinema anni ’90. Però, a livello emotivo e pensando alle iperboli immaginative che molto spesso è riuscito a creare con un’abbondante dose di magia cinefila, quello degli eighties vola forse più in alto di tutti.
E’ un uccello mitologico che congiunge noi mortali spettatori all’immortalità della settima arte, con una personalità e un piumaggio inconfondibili, accecanti, carismatici, irresistibili. Perfino quando trasuda kitsch.

Mi torna in mente una vecchia canzone dei Litfiba, proprio di quel periodo, che recita così: “Una parte di me per sempre resterà qui, mentre la mia anima vola sul fronte est”.
Ecco, il mio cuore e i miei sogni di bambino probabilmente sono rimasti lì, legati al cinema degli anni ’80, mentre io crescendo sono dovuto andare avanti, verso est.

Phil

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I Pearl Jam invecchiano bene

Riflessioni post Gigaton

Il potere della musica, quando a crearla sono musicisti di talento cristallino.
La capacità che ha la musica di sorprenderti, quando a farla è gente che ce l’ha nel sangue.


Perchè dico questo? Perchè neanche il tempo di finire il post che devo ricominciarlo da capo. Modificandolo sostanzialmente.
Avevo iniziato con un’idea, finisco invece con un’altra. In realtà le due sono collegate, ma ne riscrivo il senso.
Avevo ascoltato Gigaton svariate volte prima di decidere di mettere nero su bianco le mie impressioni, e il giudizio era positivo – sicuramente positivo – ma con qualche riserva. Più d’una. Poi, riascoltandolo per l’ennesima volta proprio mentre scrivevo…l’ho “percepito” più in profondità che in precedenza.
Leggendolo – sono sicuro – risulterà meno assurdo di quanto è stato per me sperimentarlo. Ma poco importa.

Nel post partivo con alcune considerazioni sul nuovo disco per poi andare indietro sfiorando i precedenti. Perciò riparto da qualcosa che avevo già scritto, che taglio e incollo qui a seguire, per poi integrarlo. Sorry if it’s messy, but it’s meant to be!

L’impressione che ho avuto “da un po’ di album a questa parte” è che i nostri di Seattle abbiano perso qualcosa in ispirazione, oppure in feeling interno alla band. I loro lavori non sono mai brutti o banali, ma al tempo stesso non me la sento nemmeno di tirare in ballo quegli stessi aggettivi pieni di entusiasmo che mi pendevano dalle labbra ad inizio carriera. Li definirei carini, o piacevoli all’ascolto piuttosto. Questo nel mediare tra canzoni di fatto belle ed altre che è difficile ricordare dopo aver terminato la tracklist.

Bene, adesso mi correggo in tempo reale invece. Confermo l’opinione sui predecessori, ma muto il mio giudizio su Gigaton: lo ritengo un gran bel album! Ispirato, sfaccettato e di qualità nella “geografia” delle emozioni.
Probabilmente in precedenza l’avevo ascoltato sempre nei momenti meno opportuni. Faccio ammenda in pubblico, lo devo a Vedder e soci. Ci farò pure una figura da schiappa o da ascoltatore superficiale – entrambe caratteristiche che non mi appartengono affatto in realtà – ma voglio essere schietto e onesto al riguardo. Poi chi la musica la “percepisce” a profondità viscerali, e la mastica da sempre, comprenderà (perchè l’ha certamente vissuto in prima persona).
L’importante, e la fortuna, è accorgersene prima o poi. E a me è appena accaduto, quindi rendo grazie alla divinità della musica – una delle poche nelle quali credo con non troppe remore – per questo piccolo, minuscolo e reiterato miracolo. Come celebrarlo se non condividendo alcune fugaci impressioni sui brani di Gigaton? Here we go – un modo come un altro per dire ‘namo!

Pearl Jam, made in Seattle – spesso in camicie di flanella a quadri dal 1990

Who ever said, ovvero l’opener, immancabilmente azzeccata e tosta in stile Seattle (certo non quanto lo erano le opener degli esordi, ma quelli erano gli anni ’90!).
Superblood wolfmoon, secondo brano solido, grintoso e catchy: insomma sanno ancora come aprire un album gli attempati ragazzoni!
Poi c’è Dance of the clairvoyants, che mostra il lato più moderno e se vogliamo atipico del combo americano…e che è uno dei brani che più rimangono impressi nella memoria, forse proprio per la particolarità dell’approccio e delle sonorità!
Segue Quick escape, una di quelle che inizialmente avevo sottovalutato e che invece alla fine dei giochi non sfigura affatto.
Poi arriva Alright, forse la mia preferita, o forse no. Curiosa la prima impressione che ho avuto, forse legata al testo: mi sembra l’epilogo – maturo e “aggiornato” all’età e all’esperienza dei PJ – dell’immortale Black. Non so voi, ma io ci vedo un filo conduttore tra le due canzoni. Ci vedo davvero maturità, consapevolezza e accettazione nei rapporti, laddove nell’indimenticabile traccia su Ten c’erano profonda tristezza e rabbia.
Seven o’clock, una delle loro tipiche song che sembrano raccontarti una storia così quotidiana che sembra appartenere a te stesso o a un tuo amico. Familiare.

Dopo di che, ti rendi conto che sei già a metà album e non hai ascoltato che belle canzoni.
E considerando l’opacità creativa che c’è in giro nell’attuale panorama discografico, è tanta roba.
Giusto perchè Vedder & friends amano contraddirmi, seguono quelli che secondo me sono tre riempitivi. Scherzi a parte, si tratta di brani che si lasciano ascoltare con piacere, soprattutto i primi due rockeggianti come “piacciono a noi”. Semplicemente sono un gradino sotto la memorabilità dei precedenti. Ma direi che è fisiologico, e non disturba. Soprattutto perchè a seguire c’è Comes then goes, un pezzo malinconicamente introspettivo alla Pearl Jam. Uno di quelli che porta il marchio di fabbrica “Marmellata della zia Pearl” bene impresso sin dai primi istanti.
Retrograde è un po’ retrograda, quindi glisso. (pernacchia invisibile per voi appena accennata). Pezzo lento gradevole, comunque.
Last track, River cross: semplicemente un intimo saluto del quintetto ai loro fan, un arrivederci in tour che avrebbe dovuto concretizzarsi dal vivo la scorsa primavera ma che è stato poi rinviato a causa della pandemia Covid19.

Concludo con quella che nelle mie intenzioni iniziali sarebbe stata addirittura la premessa. Giusto per essere coerente con lo stravolgimento continuo che è stato scrivere questo pezzo. Non avrà senso per voi, ma lo ha per me. Il post sarebbe dovuto iniziare così:
“io sono senza alcun dubbio un loro estimatore. Certo da ragazzino lo ero maggiormente, ma lo sono ancora. Soprattutto di Eddie Vedder: la sua voce…penso che sia una delle più belle al mondo. Una delle più emozionanti di sempre. Profonda ed espressiva in una maniera semplicemente unica. In pochi sanno toccare le corde della mia anima come ne è capace la sua…”

Dissident, Phil

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Amandoti

Post per gli estimatori di Giovanni Lindo Ferretti

Più che un post, una sorta di sondaggio…o di conversazione, se avrete piacere ad interagire.

Vado dritto al punto: quali sono i vostri tre passaggi preferiti di G.L.F.?

Mi riferisco a quegli attimi nei quali, nel corso di una canzone, la voce del buon Lindo tocca le corde della vostra anima in modo particolare. Che si tratti di euforia, tristezza, rabbia, forza, nostalgia – o che non abbia alcun senso – non importa!
Parlo di emozioni, non di concetti né di motivazioni. E parlo di emozioni strettamente collegate con la sua voce, con la sua intonazione, con la sua enfasi.

Non faccio riferimento quindi né a canzoni in quanto tali, né tanto meno ad album e neppure ad alcun testo nella sua forma integrale.
Non mi riferisco nemmeno al Ferretti-pensiero, né alla sua poetica e soprattutto non alla sua visione politica presente o passata.
Focalizzatevi semplicemente su dei singoli momenti, sui frammenti di tempo e di spazio appartenenti al mondo delle sensazioni che vi catturano, e che vi hanno sempre catturato in una morsa di “ferrettismo” che, già lo intuite, durerà per sempre e al di là dell’individuo.

Mi riferisco, in poche parole, all’arte e alla dimensione della magia che si propaga attraverso la musica, e in questo caso specifico addirittura attraverso una semplice voce.
Vabbè, o ci stiamo già capendo alla grande, oppure non ci capiremo mai riguardo a questo argomento. Let it be.

Giovanni Lindo Ferretti, nato a Collagna il 9 settembre 1953



Mi rendo conto che ridurre la scelta a tre è limitativo. Ma limitato è anche il tempo che abbiamo a disposizione, e lo spazio. Perciò andiamo avanti.
Ecco i miei:

  • “E trema e vomita la terra
    Si capovolge il cielo con le stelle
    E non c’è modo di fuggire
    E non c’è modo di fuggire mai mai
    Svegliami svegliami….”

    (Svegliami, da “Canzoni, Preghiere, Danze del II Millennio – Sezione Europa”, 1989)
  • Guarda Sophia,
    Guarda la vita che vola via
    […]
    Guarda Sophia,
    Guardala che vola via!
    Facevi ‘a pizza a Pozzuoli e ‘a burina a Roma
    E mmò tu fai la Svizzera abbiti a Nuova York
    Sophia bella Sophia
    Sophia delle altrui brame
    Mmmh… quant’è bello in progress ‘sto cazzo di reame!”

    (Aghia Sofia, da “Epica Etica Etnica Pathos”, 1990)
  • “Grande è la confusione
    Sopra e sotto il cielo
    Osare l’impossibile
    Osare, osare e perdere”

    (Manifesto, da “Socialismo e barbarie”, 1987. Le parole, in questo caso, le ho volutamente modificate, perché ho sempre avuto l’impressione che siano state trascritte male, anche ufficialmente. Prendetemi per matto o per blasfemo, se volete. Se mai avrò l’occasione di chiacchierare con Giovanni, glielo chiederò).

Ammetto che è stato arduo tenere fuori A Tratti (praticamente dall’inizio alla fine), Cupe Vampe (stesso discorso), Memorie di una testa tagliata (idem con patatine, anzi con ćevapčići ) e svariati altri pezzi…ma avevo detto tre, e tre sono stati.
A voi la parola, se vi va.

Phil

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Hollywood, una canzone (davvero speciale) di Nick Cave

Il mio brano preferito dal suo ultimo disco Ghosteen

Può una canzone essere al tempo stesso anche una preghiera, una confessione, un pianto amaro e un silenzioso grido di speranza?
Se a scriverla è Nick Cave sì, suppongo di sì. Anzi, c’è poco da supporre: questo brano ne è la prova e la manifestazione in parole e musica.

Hollywood, l’ultima canzone dell’ultimo (solo in ordine cronologico) album dell’iconico cantautore australiano, è l’incarnazione di un gorgo di emozioni vibranti ma silenziose. Pura introspezione, sofferta ma disperatamente gravida di speranza, ci trasporta nella sua casa sulle colline, non lontano da Malibu.

Ci introduce nella sua complicata relazione con un felino che gli morde una mano mentre supplica protezione con l’altra. Una canzone personalissima, percepisco, attraverso la quale Nick espia la colpevolezza di non riuscire a tirarsi fuori del tutto da questa dolorosa dipendenza di salvataggio e carneficina emozionale. E’ un peso del quale è stato però costretto a liberarsi e che continua a tormentarlo a posteriori.
E al contempo ulula egli stesso alla fiera che lo attira verso questo sacrificio sull’altare dell’annullamento, respingendola verso la gabbia della quale l’aveva salvata. Perché non si può sottrarre al giogo alcuna creatura che abbia confuso la propria libertà con la prigionia, e che nel circo della realtà azzanna la mano che le procura nutrimento e guarigione.

A ghosteen photograph of Nick Cave

Non si può salvare chi non desidera essere salvato. Un po’ come nella caverna di Platone – dove le ombre sostituiscono la carne, le ossa e i fluidi corporei – il felino che tormenta Cave si nutre di auto-inganni e di sentimenti di sofferenza, mentre lascia a marcire amore, tenerezza e il tepore volubile della sua tana naturale. E tutto brucia, alle sue/loro spalle. L’intera collina è in fiamme. Il loro passato ne è consumato. E nemmeno il loro futuro, quasi fosse un figlio (che Cave ha perso per davvero, tra l’altro), è risparmiato dalle cupe vampe, né tanto meno viene soccorso da alcuna creatura divina (Buddha).

Insomma un intero post – per giunta metaforico quanto un trip da mescalina e a tratti ermetico come uno scarabocchio impressionista – per un singola canzone? Sì, perché non è un brano qualsiasi. Tutt’altro. E’ una storia a sé, è una novella, è una pagina di diario senza fondo.

Hollywood, quattordici minuti di passeggiata selvaggia e introspettiva nelle emozioni del poeta post-punk dal viso indisponente. Sarà che ho percorso un sentiero davvero molto simile a quello dell’australiano (a parte il tratto fisico verso le colline di Los Angeles, dove i dollari non mi hanno mai condotto) ma ho assaporato e introiettato ogni singolo verso di questa canzone come non capitava da molto tempo…
Grande, unico Nick! Ti voglio bene.

Phil

Gimme Danger, il docu-film sugli Stooges che dovreste guardare

Iggy Pop e Jim Jarmusch, binomio vincente

Quando si parla di Iggy Pop, il mondo si divide in due categorie: chi lo conosce e chi ha visto almeno una sua foto (e non ne ha mai dimenticato il viso). Sbaglio? Mmm…non credo proprio.

Il biondo nanerottolo dal fisico scolpito nella roccia e dal volto consumato “dalla vita” è una delle icone più controverse e cazzute che il rock’n’roll abbia mai partorito.
Nato come James Newell Osterberg Jr. ma conosciuto sul pianeta Terra e nell’intero sistema solare come Iggy Pop, ha messo a ferro e fuoco qualsiasi palco di qualsiasi città in cui abbia mai messo piede (e la lista è lunga, davvero lunga).
E insieme agli Stooges – ma poi anche da solista – ha impresso su nastro canzoni e album che hanno dato un’impronta indelebile alla musica che “è venuta dopo”. Cosa sarebbe stato del punk senza di loro? E il movimento dark sarebbe stato lo stesso? Quanti frontman metal si saranno ispirati alle movenze da pazzo scatenato che l’Iguana (nomignolo usato da chi oltre a conoscerlo lo ama) ripeteva in ogni sua esibizione live?

“I don’t wanna belong to the glam people, I don’t wanna belong to the hip hop people, I don’t wanna belong to any of it. I don’t wanna belong to the tv people, to the alternative people… I don’t want to be a punk. I just want to be.”
– Iggy Pop​​​​​​​


Tante band sarebbero state molto diverse se non avessero potuto attingere dall’immaginario rock creato da Iggy & the Stooges. Tante band non sarebbero nemmeno nate, se vogliamo dirla tutta.
Si è mai seduto sugli allori passando dal ruolo di principe punk dal bel visino (anche se spesso tumefatto e strafatto) a quello di re del rock dall’aria criminale? Maddechè!! Non gliene è mai interessato molto, in realtà. Ha continuato a fare la bestia da palcoscenico e il musicista nella vita privata, come faceva da bambino quando non aveva niente se non una batteria. Un letto e una batteria, che suonava per ore e ore nella roulotte in cui è cresciuto con i genitori.
Attitudine, passione, semplicità, e…una naturale predisposizione ad andare “in direzione ostinata e contraria” come avrebbe detto il nostro De Andrè.
Un antagonista nato, nei confronti di tutto e tutti. Anche e soprattutto delle etichette, così come degli elogi, dei soldi e delle leccate di culo dello star system. Forse è anche per questo che nonostante sia uno dei personaggi più influenti ed apprezzati del mondo della musica non è mai diventato una star come Mick Jagger nè è mai diventato ricco come Bono Vox.

Quando album seminali come The Stooges, Fun House e Raw Power erano già abbondantemente sul mercato musicale, quei quattro scoppiati del Michigan non avevano che pochi quattrini in tasca e molte più disavventure sulle spalle. Disavventure leggendarie però. E queste Iggy e il regista Jim Jarmusch, suo grande fan da sempre, le raccontano nel docu-film Gimme Danger, che vi consiglio caldamente di guardare.
Il film-maker americano, che ha diretto il suo cantante preferito anche in tre altre occasioni, ha voluto narrare le vicende dei quattro Don Chisciotte del punk partendo dalla loro adolescenza ad Ann Arbor e seguendone gli squinternati passi fino a quando scrissero alcune pagine indimenticabili della storia del rock.

Il risultato sono un’ora e quaranta minuti – che trasudano passione, umorismo e amore per la musica – di peripezie e aneddoti, di pazzia e nostalgia, di euforia e tristezza, di droghe e incidenti, di vita e morte, del tempo che passa e del rock’n’roll che invecchia ma non muore, di Iggy Pop e gli Stooges.

Phil

Therapy? Una terapia sublime ma quasi dimenticata

Riascoltando Troublegum, uno degli album più belli degli anni ’90

Ebbene sì, l’ho appena detto e me ne assumo la responsabilità. E vi spiegherò il perchè. Ma andiamoci per gradi.

Nel 1994 usciva Troublegum, un album che – imho – sarebbe diventato una pietra miliare dell’intera decade. Quattordici brani, uno più bello dell’altro, che incarnavano perfettamente lo spirito del tempo e ne rispecchiavano fedelmente le sonorità.

I Therapy?, un trio indie-rock proveniente dal Nord Irlanda, a metà dei 90s si erano già affermati nella scena underground mondiale ritagliandosi una fetta di estimatori e fan più che nutrita. Anche le riviste del settore, che in quel periodo storico erano ancora in grado di far valere la propria voce nel decretare l’ascesa oppure la caduta di una band, ne avevano riconosciuto qualità e ne seguivano i passi. L’album del ’94, e il successivo Infernal Love del ’95, lanciarono i tre ragazzi di Larne nell’Olimpo del rock sporco e incazzato che in quegli anni incendiava il globo con dischi che sarebbero diventati immortali. Un successo decisamente meritato, ma relativamente breve.

Dopo una decade in cui furono spesso presenti sulle copertine dei magazine musicali, collezionando con altrettanta frequenza recensioni esaltanti, la loro stella inspiegabilmente si eclissò. La proposta musicale di Cairns e soci non si era appannata, nè l’avrebbe fatto successivamente, ma il moniker Therapy? fu praticamente cancellato, o quantomeno declassato, dall’arena virtuale in cui si discuteva del lato selvaggio del rock.
I fan della prima ora non li abbandonarono mai, nè il trio nordirlandese abbandonò mai loro – semplicemente “passarono di moda”. La chiave del mistero, forse, risiede proprio nel concetto effimero e superficiale del termine stesso “moda”.


Per nostra fortuna il terzetto di cowboy dall’aria triste se n’è sempre fregato di tutto ciò che era stato loro ingiustamente tolto in termine di appeal, riconoscimenti e clamore. Totalmente dediti alla musica e al loro amore per essa, i tre (che sono rimasti tali nel numero pur avendo avuto qualche cambio di line-up) hanno continuato a sfornare album di qualità e ad imbarcarsi in concerti e tournée senza mai fermarsi. Lo stesso non si può dire di band di maggior successo che si sono però sgretolate al sole delle prime difficoltà, o dei primi insuccessi, o delle prime overdose. No, i tre cazzutissimi nordirlandesi sono ancora lì fuori che “ci prendono a calci in culo” ogni volta che salgono su un palco, e ci regalano emozioni ad ogni ingresso in sala di registrazione.

Adesso torno indietro al 1994 però, quando Andy Cairns (voce e chitarra), Fyfe Ewing (batteria) e Michael McKeegan (basso) sfornarono un concentrato di perfezione che sarebbe rimasto, forse per sempre, nell’immaginario di chi ha avuto la fortuna di ascoltarlo: Troublegum.

Troublegum - 1994 - Therapy?


In quegli anni di album indimenticabili ne uscivano davvero tanti (che nostalgia!). Essere appassionato di musica negli anni ’90 era come andare a Disneyland per la prima volta: ci si perdeva nell’eccitazione e nello stupore ovunque si volgesse la sguardo, circondati da dischi della madonna piovuti da ogni dove, e l’imbarazzo della scelta era costante. Una controindicazione di essere immersi in così tanta bellezza, però, è che si finisce per trascurare o sottovalutare cosa non si dovrebbe. E così accadde probabilmente a quest’album, nonostante di successo ne ebbe tanto. Ma non abbastanza. Tornando indietro con una mente più lucida, e forse anche più consapevole, mi rendo conto di come dischi ad esso inferiori siano stati acclamati ed osannati molto più di Troublegum. Colpevolmente di più. E mi ci metto in mezzo anch’io in qualche modo. Io che all’epoca comprai il compact disc e lo apprezzai davvero tanto. Ma non ne compresi la perfezione, la genialità, l’unicità. Tanti anni dopo, non meno di venti, mi sono reso conto di non aver dato ai Therapy? ciò che era dei Therapy?: il riconoscimento di aver intagliato una gemma dal bagliore inoffuscabile. Ed eccomi qui, nel mio piccolo, a rimediare buttando giù queste righe e condividendole con voi.

Come minimo penserete che sto esagerando, se non conoscete bene il disco in questione. Oppure che sono un fan sfegatato della band, e quindi poco obiettivo per vocazione, ma non lo sono affatto. Non sono neanche ebbro né la Marshall Records (quella degli amplificatori, nonchè la loro attuale etichetta) mi ha pagato una mazzetta.
E invece niente di tutto ciò, ho semplicemente avuto un’epifania riascoltando il disco. Ancora e ancora. In loop da giorni ormai, ed ad ogni ascolto confesso che il suo spessore continua a crescere nella mia mente, e nel mio cuore.
Mi era ripromesso di parlare analiticamente di ognuna delle tracce quando ho iniziato a scrivere questo post. Inutile dire che le mie intenzioni sono deragliate. Ma sapere che c’è? Meglio così! Ascoltatele una ad una, a volume ovviamente alto (altrimenti di che stiamo parlando? E’ rock e va sparato a cannone!), e imparate ad amarle da soli.
Quattordici tracce una più bella dell’altra. Le mie preferite? Oltre ad una delle cover più belle di sempre (Isolation dei Joy Division) sicuramente Knives, Hellbelly, Turn e Unrequited. E Femtex. E Brainsaw. Vabbè, in realtà le vorrei nominare tutte, quindi mi fermo qui.

Poche band sanno fondere sonorità sporche e spigolose a melodie introspettive e malinconiche come hanno fatto i Therapy? su album come Toublegum. Incarnando lo spirito di un periodo storico contraddittorio e fremente di cambiamento. Cavalcando l’angoscia del disincanto degli anni ’80 e timoroso di rabbia per l’imminente avvento dei misteriosi anni 2000. Ascoltare per credere. Altrimenti “mi ci potete mandare” quando volete, sono qua.

Phil

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