Margini, un film punk sulla provincia

Un film sulla provincia e sul punk. Una commedia, commedia amara.
Sotto un certo punto di vista mi ha ricordato il mio romanzo.
Cos’hanno in comune?
Non molto, ma una cosa di sicuro: la provincia!
Anche se il film è meno caustico del libro (e va bene così).

Uscendo dalla sala ho ascoltato il commento di un gruppo di irriducibili punkettoni.
Non avevano capito quasi niente dello spirito e del sottotesto della pellicola.
Nemmeno il finale, che nel suo minimalismo io ho trovato di un realismo assordante, perfetto.
Non è colpa loro però, che anzi qualche tiepido commento positivo l’hanno anche dato nonostante la loro posizione da ultrà musicali.

Margini è un film italiano del 2022 diretto da Niccolò Falsetti


È che si tratta di un mondo così lontano da essere incomprensibile per loro.
La provincia è una dimensione a sè stante, con un linguaggio tutto suo, dinamiche peculiarissime e una malinconia, una deserticità stoica che può risultare ermetica a chi ne è estraneo.

Immagino che anche leggendo il mio libro, qualcuno nato e cresciuto in città possa aver avuto difficoltà a comprenderlo fino in fondo.
Mi sono chiesto: un limite del romanzo, così come del film?
No, l’universalità non può e non deve essere un fine univoco, una meta obbligata.
Anche perchè quella è una prerogativa molto pop.
Mentre romanzo e film, in modi profondamente diversi l’uno dall’altro, hanno un’attitudine ruvidamente punk.
Insomma “bella così”, come si dice a Copenhagen.

Phil

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Amandoti

Post per gli estimatori di Giovanni Lindo Ferretti

Più che un post, una sorta di sondaggio…o di conversazione, se avrete piacere ad interagire.

Vado dritto al punto: quali sono i vostri tre passaggi preferiti di G.L.F.?

Mi riferisco a quegli attimi nei quali, nel corso di una canzone, la voce del buon Lindo tocca le corde della vostra anima in modo particolare. Che si tratti di euforia, tristezza, rabbia, forza, nostalgia – o che non abbia alcun senso – non importa!
Parlo di emozioni, non di concetti né di motivazioni. E parlo di emozioni strettamente collegate con la sua voce, con la sua intonazione, con la sua enfasi.

Non faccio riferimento quindi né a canzoni in quanto tali, né tanto meno ad album e neppure ad alcun testo nella sua forma integrale.
Non mi riferisco nemmeno al Ferretti-pensiero, né alla sua poetica e soprattutto non alla sua visione politica presente o passata.
Focalizzatevi semplicemente su dei singoli momenti, sui frammenti di tempo e di spazio appartenenti al mondo delle sensazioni che vi catturano, e che vi hanno sempre catturato in una morsa di “ferrettismo” che, già lo intuite, durerà per sempre e al di là dell’individuo.

Mi riferisco, in poche parole, all’arte e alla dimensione della magia che si propaga attraverso la musica, e in questo caso specifico addirittura attraverso una semplice voce.
Vabbè, o ci stiamo già capendo alla grande, oppure non ci capiremo mai riguardo a questo argomento. Let it be.

Giovanni Lindo Ferretti, nato a Collagna il 9 settembre 1953



Mi rendo conto che ridurre la scelta a tre è limitativo. Ma limitato è anche il tempo che abbiamo a disposizione, e lo spazio. Perciò andiamo avanti.
Ecco i miei:

  • “E trema e vomita la terra
    Si capovolge il cielo con le stelle
    E non c’è modo di fuggire
    E non c’è modo di fuggire mai mai
    Svegliami svegliami….”

    (Svegliami, da “Canzoni, Preghiere, Danze del II Millennio – Sezione Europa”, 1989)
  • Guarda Sophia,
    Guarda la vita che vola via
    […]
    Guarda Sophia,
    Guardala che vola via!
    Facevi ‘a pizza a Pozzuoli e ‘a burina a Roma
    E mmò tu fai la Svizzera abbiti a Nuova York
    Sophia bella Sophia
    Sophia delle altrui brame
    Mmmh… quant’è bello in progress ‘sto cazzo di reame!”

    (Aghia Sofia, da “Epica Etica Etnica Pathos”, 1990)
  • “Grande è la confusione
    Sopra e sotto il cielo
    Osare l’impossibile
    Osare, osare e perdere”

    (Manifesto, da “Socialismo e barbarie”, 1987. Le parole, in questo caso, le ho volutamente modificate, perché ho sempre avuto l’impressione che siano state trascritte male, anche ufficialmente. Prendetemi per matto o per blasfemo, se volete. Se mai avrò l’occasione di chiacchierare con Giovanni, glielo chiederò).

Ammetto che è stato arduo tenere fuori A Tratti (praticamente dall’inizio alla fine), Cupe Vampe (stesso discorso), Memorie di una testa tagliata (idem con patatine, anzi con ćevapčići ) e svariati altri pezzi…ma avevo detto tre, e tre sono stati.
A voi la parola, se vi va.

Phil

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Gimme Danger, il docu-film sugli Stooges che dovreste guardare

Iggy Pop e Jim Jarmusch, binomio vincente

Quando si parla di Iggy Pop, il mondo si divide in due categorie: chi lo conosce e chi ha visto almeno una sua foto (e non ne ha mai dimenticato il viso). Sbaglio? Mmm…non credo proprio.

Il biondo nanerottolo dal fisico scolpito nella roccia e dal volto consumato “dalla vita” è una delle icone più controverse e cazzute che il rock’n’roll abbia mai partorito.
Nato come James Newell Osterberg Jr. ma conosciuto sul pianeta Terra e nell’intero sistema solare come Iggy Pop, ha messo a ferro e fuoco qualsiasi palco di qualsiasi città in cui abbia mai messo piede (e la lista è lunga, davvero lunga).
E insieme agli Stooges – ma poi anche da solista – ha impresso su nastro canzoni e album che hanno dato un’impronta indelebile alla musica che “è venuta dopo”. Cosa sarebbe stato del punk senza di loro? E il movimento dark sarebbe stato lo stesso? Quanti frontman metal si saranno ispirati alle movenze da pazzo scatenato che l’Iguana (nomignolo usato da chi oltre a conoscerlo lo ama) ripeteva in ogni sua esibizione live?

“I don’t wanna belong to the glam people, I don’t wanna belong to the hip hop people, I don’t wanna belong to any of it. I don’t wanna belong to the tv people, to the alternative people… I don’t want to be a punk. I just want to be.”
– Iggy Pop​​​​​​​


Tante band sarebbero state molto diverse se non avessero potuto attingere dall’immaginario rock creato da Iggy & the Stooges. Tante band non sarebbero nemmeno nate, se vogliamo dirla tutta.
Si è mai seduto sugli allori passando dal ruolo di principe punk dal bel visino (anche se spesso tumefatto e strafatto) a quello di re del rock dall’aria criminale? Maddechè!! Non gliene è mai interessato molto, in realtà. Ha continuato a fare la bestia da palcoscenico e il musicista nella vita privata, come faceva da bambino quando non aveva niente se non una batteria. Un letto e una batteria, che suonava per ore e ore nella roulotte in cui è cresciuto con i genitori.
Attitudine, passione, semplicità, e…una naturale predisposizione ad andare “in direzione ostinata e contraria” come avrebbe detto il nostro De Andrè.
Un antagonista nato, nei confronti di tutto e tutti. Anche e soprattutto delle etichette, così come degli elogi, dei soldi e delle leccate di culo dello star system. Forse è anche per questo che nonostante sia uno dei personaggi più influenti ed apprezzati del mondo della musica non è mai diventato una star come Mick Jagger nè è mai diventato ricco come Bono Vox.

Quando album seminali come The Stooges, Fun House e Raw Power erano già abbondantemente sul mercato musicale, quei quattro scoppiati del Michigan non avevano che pochi quattrini in tasca e molte più disavventure sulle spalle. Disavventure leggendarie però. E queste Iggy e il regista Jim Jarmusch, suo grande fan da sempre, le raccontano nel docu-film Gimme Danger, che vi consiglio caldamente di guardare.
Il film-maker americano, che ha diretto il suo cantante preferito anche in tre altre occasioni, ha voluto narrare le vicende dei quattro Don Chisciotte del punk partendo dalla loro adolescenza ad Ann Arbor e seguendone gli squinternati passi fino a quando scrissero alcune pagine indimenticabili della storia del rock.

Il risultato sono un’ora e quaranta minuti – che trasudano passione, umorismo e amore per la musica – di peripezie e aneddoti, di pazzia e nostalgia, di euforia e tristezza, di droghe e incidenti, di vita e morte, del tempo che passa e del rock’n’roll che invecchia ma non muore, di Iggy Pop e gli Stooges.

Phil

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