Sono poche le certezze per un cinefilo. Fargo è una di queste

La serie tv fa centro per la quarta volta consecutiva

La serie televisiva statunitense, giunta alla sua quarta stagione, merita di buon grado uno dei titoli più lunghi utilizzati finora su questa piattaforma. La legge quasi marziale del SEO
(che è più rigida ed efferata di quella del taglione) mi imporrebbe di evitarne di così prolissi, ma lo spirito di questo blog è puramente anarchico nei confronti di qualsiasi regola che non sia pura e semplice comunicazione sincera, libera e out of the box.
Era da tempo che volevo ridipingere con colori luminosi e accesi questo cartello di benvenuto sull’isola della Fenice. E la serie prodotta dai fratelli Coen, da sempre ribelli gentiluomini del cinema americano, è evidentemente l’occasione giusta per farlo.

Ma bando alle ciance adesso. Quattro stagioni, quattro strike. Se stessimo parlando di bowling, saremmo al cospetto di un campionato mondiale. Sì perchè Fargo riesce nella favolosa, stupefacente e ardita impresa di attestarsi sempre ai massimi livelli della categoria Serie tv nonostante in ogni singola stagione cambino attori, personaggi, location, storie, stile, taglio. Praticamente tutto.
L’unico trait d’union è la ridente (sì, ma di risa decisamente amare) località di Fargo, che in maniera più o meno diretta (appena accennata nel caso della nuova stagione, ndr) collega con dei fili invisibili le sanguinarie e paradossali vicende dei vari personaggi.
Un’impresa davvero non da poco, ladies and gentlemen. Ci hanno provato in tanti, ci sono riusciti in pochi. Quantomeno mantenendo la corda del violino creativo sempre tesa e le note che essa crea sempre “dolci” e memorabili.

Fargo è una serie tv antologica americana ispirata all’omonimo
film dei fratelli Coen e co-prodotta dagli stessi


Niente trama, come è tradizione sul mio blog. Mi limito a dire, a beneficio di chi non sa niente al riguardo, che Fargo è una serie tv che danza sempre in due scarpe: quella dei gangster movie dal taglio noir e quella della black comedy dal sapore pulp.
Con una coreografia fatta di fiumi di sangue, dialoghi spiazzanti e quasi sempre fighi, volti surreali, vicende grottesche e personaggi che lo sono ancor di più, intrecci solidi e stratificati, atmosfere dilatate e rarefatte.
Fargo colpisce al cuore e diverte, ipnotizza ma alleviando la vita. E’ truce eppure leggera, semplice in apparenza ma ponderata nei minimi dettagli in profondità.

Uno dei punti forti della quarta stagione è il suo marcatissimo timbro italiano. Gangster e mafia, sai quale grande novità, mi direte voi. E vi sbagliereste, perchè una grossa novità c’è eccome.
I ruoli di criminali immigrati dal Belpaese non sono stati affidati come al solito ad attori italo-americani con un accento molto più yankee che tricolore, e nemmeno ad attori hollywoodiani senza alcun sangue italico e con una pronuncia che somiglia molto più all’uzbeko che all’italiano. Esattamente come il tipico mafioso russo dei film made in USA, che porta sullo schermo una lingua incomprensibile a qualsiasi spettatore che russo lo è per davvero.
E lo stesso accade agli scienziati svedesi, ai gerarchi tedeschi o ai ninja giapponesi. Se non sempre, molto spesso.

I fratelli Cohen, invece, sono venuti a reclutare direttamente a casa nostra, e io questo l’ho apprezzato tantissimo. Hanno saputo farlo con grande criterio poi, devo dire, portando con sè sul set di Fargo Salvatore Esposito (ovvero Genny Savastano di Gomorra), Francesco Acquaroli (il grande capo Samurai di Suburra), Gaetano Bruno (consumato attore di cinema, bravissimo qui nel ruolo dello spietato sicario) e Tommaso Ragno (1992, Il miracolo).
A completare il cast corale, davvero eccelso, a mio avviso spiccano (e restano impressi) Chris Rock, Jason Schwartzman, Jessie Buckley e Karen Aldridge. Non me ne vogliano tutti gli altri attori e attrici perfetti nei rispettivi ruoli.

E vabbè, s’è fatta na certa, come dicono in Minnesota. Ok ma come lo concludi un pezzo su una serie così ben architettata, ben diretta, ben recitata e ben confezionata?
Con la canzone che apre l’episodio conclusivo, magari, opera del divino Johnny Cash!
What is a man!

Phil

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