2020: when the music’s over

Cronaca di un anno musicale ai limiti del tracollo

E se così non è stato, poco ci è mancato. Niente concerti, niente festival, poche release in ambito discografico.
Un anno che ci ha annichilito con un silenzio assordante. O perlomeno questa è la sensazione che ha avuto, immagino, gran parte di noi appassionati di musica.
Per gli eventi dal vivo, si spera, dovremo resistere e pazientare fino al 2021. Me lo auguro di tutto cuore, perchè l’astinenza da live non è seconda nemmeno a quella da stupefacenti, presumo. Brucia nelle vene e inaridisce l’anima.

Quanto alle uscite discografiche, invece, qualche flebile bagliore a illuminarci il cuore c’è stato in questo buio e terribile 2020 pandemico. Così ho provato a stilare una personalissima top five. Non sono pronto a scommettere su una sua totale oggettività, perchè si sa che nel deserto una modesta sorgente d’acqua può sembrare un oceano agli occhi di un pellegrino che muore di sete. Ma tant’è. E dell’oggettività, talvolta, non sappiamo che farcene.
In un’annata di sconforto, soprattutto, qualsiasi fonte di gioia, speranza e vibrazioni vitali è salvifica. Ci aiuta a tenere su il morale e a guardare al futuro con ottimismo e, come dicono a Napoli, con una indispensabile cazzimma.

Al primo posto ci metto il nuovo album di Bruce Springsteen. Per varie ragioni. In pochi sanno parlare con franchezza e onestà al cuore degli ascoltatori come sa fare il Boss. In pochi sanno infondere coraggio pur nella tristezza come è capace di fare lui. E Letter to you, al di là delle qualità umane e artistiche del suo autore, è un album davvero ispirato e ben suonato.
Evviva il rock, evviva il suo Boss.

La medaglia d’argento la assegno ad Ohms dei Deftones. Una scelta che forse sorprenderà chi conosce i miei gusti, in quanto l‘alternative e il nu-metal non sono mai stati generi dai quali ho attinto con maggior frequenza nel corso degli anni. Ma in tutta onestà, quest’album mi è piaciuto subito ed è stato una delle poche belle sorprese della prima ondata pandemica. Quando il lockdown era totale o quasi, e l’atmosfera all around era funerea, questo disco solido e dalle sonorità 90s mi ha infuso grande tranquillità.

In terza posizione mi sembra che meritino di esserci gli Enslaved. La storica band norvegese ha pubblicato un album estremamente creativo (ma questa è l’ultima delle novità quando si parla di Grutle e Ivar) e ispirato, in cui melodie nordiche si fondono con bellicosità vichinghe e black metal come non avveniva da tempo. Utgard è stata la colonna sonora delle mie prime corse e passeggiate tra i boschi quando hanno tolto i sigilli agli arresti domiciliari anti-covid. Daje!

La medaglia di legno alle olimpiadi del coronavirus va invece a Carnivore dei Body Count. Quanta rabbia abbiamo accumulato e dovuto reprimere in questo anno di paura e restrizioni? Beh, tanta. Il disco della crew capitanata da Ice-T ne è pregno. Il loro rap-metal è stata una degna valvola di sfogo in numerose giornate nere. Vera chicca il b-side dell’album, interamente strumentale, dove emerge il loro furioso groove meravigliosamente thrash
(non me ne voglia il gangsta di Newark).

In quinta ed ultima posizione, maremma boscaiola, ci metto il nuovo album degli AcDc.
Non senza remore, lo ammetto. Picchiatemi (o provateci) se volete, ma una forte sensazione di monotonia mi ha colpito ogni volta che l’ho ascoltato. Sistematicamente dopo qualche traccia finivo per distrarmi. Però…però parliamo sempre degli AcDc, ragazzi. Non credo che abbiamo mai sbagliato un disco, gli australiani re dell’hard rock. E Power Up non fa eccezione. Non mancano nè la potenza, nè la carica elettrica, nè le vibrazioni che hanno reso i sydneysider e il loro sound assolutamente inconfondibili dal 1973. Quindi un po’ di genuino piattume a questi cazzutissimi vecchietti glielo perdoniamo volentieri. Anche perchè, suggeriranno alcuni, una sana dose di monolitismo fa parte del loro trademark da sempre, ed è praticamente una stringa del loro dna. Amen, quindi. Anzi, power up!

A completare idealmente una possibile top ten, invece – al netto di una memoria che potrebbe ingannarmi mentre scrivo questo articolo, portandomi a dimenticare colpevolmente qualche valida release (ma non sarei più io, altrimenti) – c’è sicuramente Gigaton dei Pearl Jam, album con diverse perle di pregevole marmellata rock, tanto per cominciare.
C’è anche Titans of creation dei Testament, altra band che non sbaglia un album nemmeno sotto minaccia nucleare.
Restando in ambito thrash, impossibile tralasciare il nuovissimo Genesis XIX dei Sodom, che finora ho avuto modo di ascoltare solo un paio di volte ma…che promette fuoco e fiamme, per dirla con il Corvo (una bella bomba di disco, parrebbe!).
Poco da aggiungere a questi tre pezzi da novanta della musica tosta internazionale (sebbene in modi e con intensità molto differenti tra loro).

Dulcis in fundo, due vere e proprie scoperte (almeno per me).
Dalla terra d’Albione, i Countless Skies con il loro Glow, un ispiratissimo album a cavallo tra il black metal sinfonico e il death-metal melodico di scuola svedese. Lontani dalle derive commerciali di entrambi i generi, la band originaria di Hertfordshire, East England, ha tirato fuori dal cilindro un’opera maestosa ma intimista, romantica e al contempo grintosa, per lunghi tratti di stampo operistico ma mai noiosa (che suona quasi come una novità scioccante, dopo “secoli” di operette metal trite e ritrite). Gioiellino.

Non è da meno Necromancy dei Persuader: che spettacolo! Si resta nel nord Europa, virando verso la Svezia e gli inconsueti sentieri (a dir poco, per quanto mi riguarda) del power metal (ok in realtà è un power-thrash, e tra un attimo capirete a cosa mi riferisco). Questo album mi ha riportato immediatamente con l’immaginazione, e le sonorità, ai Blind Guardian di una volta. Strizzando l’occhio anche ai Nevermore, che non guasta. Il disco possiede una grinta, una freschezza e un dinamismo davvero d’altri tempi. Nonostante, come dicevo pocanzi, si tratti di una ramificazione musicale che mastico molto poco da anni e anni, ascoltando Necromancy non mi sono annoiato nemmeno per un minuto. Granitico,

Il mio bilancio musicale del 2020 si chiude qua. Tra stelle e stalle, eccellenze e demeriti, edulcorazioni e mancanze, provocazioni e scommesse. Non che mi sia mai interessato realmente fare una classifica, nè stabilire gerarchie di importanza o merito.
Semplicemente mi andava di mettere nero su bianco alcune riflessioni, se non altro per aiutare me stesso a mettere un po’ d’ordine tra questi 365 confusionari e nebulosi giorni. Magari tirando fuori qualche coniglio dal cilindro e fornirvi in assist alcune dritte interessanti.

Sperando che il 2020 termini effettivamente il 31 dicembre e che le calamità delle quali è infetto non si propaghino come petrolio nell’oceano, di ondata in ondata pandemica, fino al prossimo anno. E sperando che un giorno, di questo maledetto periodo, potremo permetterci di ricordare solamente questi bei dischi. Ad maiora.

Phil

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I Pearl Jam invecchiano bene

Riflessioni post Gigaton

Il potere della musica, quando a crearla sono musicisti di talento cristallino.
La capacità che ha la musica di sorprenderti, quando a farla è gente che ce l’ha nel sangue.


Perchè dico questo? Perchè neanche il tempo di finire il post che devo ricominciarlo da capo. Modificandolo sostanzialmente.
Avevo iniziato con un’idea, finisco invece con un’altra. In realtà le due sono collegate, ma ne riscrivo il senso.
Avevo ascoltato Gigaton svariate volte prima di decidere di mettere nero su bianco le mie impressioni, e il giudizio era positivo – sicuramente positivo – ma con qualche riserva. Più d’una. Poi, riascoltandolo per l’ennesima volta proprio mentre scrivevo…l’ho “percepito” più in profondità che in precedenza.
Leggendolo – sono sicuro – risulterà meno assurdo di quanto è stato per me sperimentarlo. Ma poco importa.

Nel post partivo con alcune considerazioni sul nuovo disco per poi andare indietro sfiorando i precedenti. Perciò riparto da qualcosa che avevo già scritto, che taglio e incollo qui a seguire, per poi integrarlo. Sorry if it’s messy, but it’s meant to be!

L’impressione che ho avuto “da un po’ di album a questa parte” è che i nostri di Seattle abbiano perso qualcosa in ispirazione, oppure in feeling interno alla band. I loro lavori non sono mai brutti o banali, ma al tempo stesso non me la sento nemmeno di tirare in ballo quegli stessi aggettivi pieni di entusiasmo che mi pendevano dalle labbra ad inizio carriera. Li definirei carini, o piacevoli all’ascolto piuttosto. Questo nel mediare tra canzoni di fatto belle ed altre che è difficile ricordare dopo aver terminato la tracklist.

Bene, adesso mi correggo in tempo reale invece. Confermo l’opinione sui predecessori, ma muto il mio giudizio su Gigaton: lo ritengo un gran bel album! Ispirato, sfaccettato e di qualità nella “geografia” delle emozioni.
Probabilmente in precedenza l’avevo ascoltato sempre nei momenti meno opportuni. Faccio ammenda in pubblico, lo devo a Vedder e soci. Ci farò pure una figura da schiappa o da ascoltatore superficiale – entrambe caratteristiche che non mi appartengono affatto in realtà – ma voglio essere schietto e onesto al riguardo. Poi chi la musica la “percepisce” a profondità viscerali, e la mastica da sempre, comprenderà (perchè l’ha certamente vissuto in prima persona).
L’importante, e la fortuna, è accorgersene prima o poi. E a me è appena accaduto, quindi rendo grazie alla divinità della musica – una delle poche nelle quali credo con non troppe remore – per questo piccolo, minuscolo e reiterato miracolo. Come celebrarlo se non condividendo alcune fugaci impressioni sui brani di Gigaton? Here we go – un modo come un altro per dire ‘namo!

Pearl Jam, made in Seattle – spesso in camicie di flanella a quadri dal 1990

Who ever said, ovvero l’opener, immancabilmente azzeccata e tosta in stile Seattle (certo non quanto lo erano le opener degli esordi, ma quelli erano gli anni ’90!).
Superblood wolfmoon, secondo brano solido, grintoso e catchy: insomma sanno ancora come aprire un album gli attempati ragazzoni!
Poi c’è Dance of the clairvoyants, che mostra il lato più moderno e se vogliamo atipico del combo americano…e che è uno dei brani che più rimangono impressi nella memoria, forse proprio per la particolarità dell’approccio e delle sonorità!
Segue Quick escape, una di quelle che inizialmente avevo sottovalutato e che invece alla fine dei giochi non sfigura affatto.
Poi arriva Alright, forse la mia preferita, o forse no. Curiosa la prima impressione che ho avuto, forse legata al testo: mi sembra l’epilogo – maturo e “aggiornato” all’età e all’esperienza dei PJ – dell’immortale Black. Non so voi, ma io ci vedo un filo conduttore tra le due canzoni. Ci vedo davvero maturità, consapevolezza e accettazione nei rapporti, laddove nell’indimenticabile traccia su Ten c’erano profonda tristezza e rabbia.
Seven o’clock, una delle loro tipiche song che sembrano raccontarti una storia così quotidiana che sembra appartenere a te stesso o a un tuo amico. Familiare.

Dopo di che, ti rendi conto che sei già a metà album e non hai ascoltato che belle canzoni.
E considerando l’opacità creativa che c’è in giro nell’attuale panorama discografico, è tanta roba.
Giusto perchè Vedder & friends amano contraddirmi, seguono quelli che secondo me sono tre riempitivi. Scherzi a parte, si tratta di brani che si lasciano ascoltare con piacere, soprattutto i primi due rockeggianti come “piacciono a noi”. Semplicemente sono un gradino sotto la memorabilità dei precedenti. Ma direi che è fisiologico, e non disturba. Soprattutto perchè a seguire c’è Comes then goes, un pezzo malinconicamente introspettivo alla Pearl Jam. Uno di quelli che porta il marchio di fabbrica “Marmellata della zia Pearl” bene impresso sin dai primi istanti.
Retrograde è un po’ retrograda, quindi glisso. (pernacchia invisibile per voi appena accennata). Pezzo lento gradevole, comunque.
Last track, River cross: semplicemente un intimo saluto del quintetto ai loro fan, un arrivederci in tour che avrebbe dovuto concretizzarsi dal vivo la scorsa primavera ma che è stato poi rinviato a causa della pandemia Covid19.

Concludo con quella che nelle mie intenzioni iniziali sarebbe stata addirittura la premessa. Giusto per essere coerente con lo stravolgimento continuo che è stato scrivere questo pezzo. Non avrà senso per voi, ma lo ha per me. Il post sarebbe dovuto iniziare così:
“io sono senza alcun dubbio un loro estimatore. Certo da ragazzino lo ero maggiormente, ma lo sono ancora. Soprattutto di Eddie Vedder: la sua voce…penso che sia una delle più belle al mondo. Una delle più emozionanti di sempre. Profonda ed espressiva in una maniera semplicemente unica. In pochi sanno toccare le corde della mia anima come ne è capace la sua…”

Dissident, Phil

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