Cinema, serie tv e musica: i miei up & down di inizio estate

Il tempo corre, corre, corre.
Vero.
Anche vero, però, è che “Chi ha il tempo? Chi ha il tempo? Ma se non ce lo prendiamo mai il tempo, quando mai lo avremo il tempo?” come diceva il saggio Merovingio in Matrix Reloaded.

Perciò rieccomi qui al vostro servizio, anche se once again in formato “pillole”.

Ecco cosa ho visto e/o ascoltato con piacere e con soddisfazione ultimamente:

  • Esterno Notte (film interessante, intenso – non vedo l’ora di vedere la seconda parte)
  • Top Gun Maverick (un sequel cinematografico sensato, senza troppe pretese, godibilissimo)

  • Bosch Legacy, prima stagione (serie tv, uno spin-off che approvo, tosto come sempre – sentivo già la mancanza del detective Bosch)

  • Ozark, stagione conclusiva (serie tv, solida e magistralmente interpretata – uno dei pochi prodotti targati Netflix che trovo ancora decente)
  • Doctor Strange nel Multiverso della follia (uno dei pochi punti fermi sul grande schermo a firma della Marvel )
  • Lamparos y sus componentes e Big Mountain County (piacevolissime sorprese, sperimentate on stage, della musica made in Italy)

Ecco invece cosa mi ha deluso e/o convinto poco tra le uscite più recenti:

  • Stranger Things stagione 4 (grande delusione, è diventata così infantile che fatico a seguirla – l’ennesima conferma che Netflix è in caduta libera)
  • Fear the walking dead & The walking dead “la serie madre”, stagioni appena concluse (allungare il brodo all’infinito non gli restituisce il sapore perduto)
  • Rammstein – Zeit (nonostante la classe cristallina della band teutonica un album moscio, poco ispirato secondo me, al di sotto dei loro standard – occasione persa)
  • Eddie Vedder – Earthling (è sempre emozionante ascoltare la sua voce, una delle più belle in circolazione secondo me. Il suo disco solista, però, mi suona troppo monotono. Sorry Ed!)

Passo e chiudo.
A presto boys and girls, l’orologio fa tic toc e mi tocca scappare.
So long!

Phil

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Army of the Dead, che delusione epica!

Zack Snyder con il suo nuovo film scivola
su trecento bucce di banana

Sarò telegrafico: per me si tratta del film più banale mai girato da Zack Snyder.
Miseriaccia, che delusione!
Dopo un inizio che lascia davvero ben sperare…la pellicola crolla rumorosamente a causa di una sceneggiatura da terza media e di dialoghi a dir poco cheap.

L’apocalisse zombie del cineasta americano inciampa senza sosta in incoerenze che oscillano tra il plateale e addirittura l’abissale, insomma.
I giorni felici ed entusiasmanti di Re Leonida e dei suoi 300 iconici guerrieri spartani, così come la genialità narrativa e visiva di Watchmen, sembrano lontani anni luce purtroppo.

Army of the Dead è un film del 2021 del regista
americano Zack Snyder


Per carità, dei brevi momenti felici e godibili ci sono pure eh.
E impegnandosi a spegnere il cervello si possono apprezzare ritmi grind ed esplosioni di sangue, che sono le armi da sempre meglio padroneggiate dal regista di Green Bay.
Però considerate le aspettative – e soprattutto l’attesa di sette anni dal suo ultimo film –
non posso che indirizzare vigorosamente il mio pollice verso il basso nel giudicare questa pellicola.

Last but not least, non mi stupisce che si tratti di un prodotto targato Netflix, i cui standard ormai sono bassi come le acque di uno stagno in Arizona. Maremma arida, maremma.

Perdonatemi la causticità odierna, ragazzi. Sarà certamente a causa di tutta quella decomposizione zombie che stavolta mi sarei volentieri risparmiato ( – linguaccia).

Phil

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Streets of fire e l’estetica cinematografica anni ’80

Una fiaba rock’n’roll di Walter Hill

L’inizio di Streets of fire, pellicola del 1984 diretta da Walter Hill, è uno dei più adrenalinici, roboanti e visivamente d’impatto che io ricordi. I primi cinque-dieci minuti sono una vera e propria tempesta e concentrato di anni ’80, cadenzati con grandissimo stile e a ritmo di rock’n’roll.
Con premesse simili, Strade di fuoco (titolo italiano) sarebbe potuto essere uno dei film più memorabili del proprio decennio di riferimento. E invece…no.

Complice una scrittura di qualità tutt’altro che eccelsa – parliamo di livelli di banalità e ingenuità nella sceneggiatura che mi hanno fatto pensare alle fiction di Canale 5 e a La casa di carta (igienica) su Netflix – il film finisce per essere un semplice prodotto di intrattenimento medio-basso da guardare a mente un po’ spenta e tanto rilassata. Una modalità di intrattenimento che di per sè, spesso, ci sta tutta, magari dopo una giornataccia per esempio. Io per primo, a volte, cerco esattamente qualcosa del genere per distrarmi dalla frenesia o dalle imprecazioni della vita quotidiana.
In questo caso, tuttavia, la forte sensazione che si ha è quella di una grossa occasione mancata. Perdindirindina.

Il regista, non so se ci avete fatto caso, è quello de I guerrieri della notte, film fantastico e indiscutibilmente cult! E in tanti dettagli, in molteplici chicche e quasi sempre nell’occhio della telecamera questo si intuisce anche. Però poi…la consapevolezza di star consumando una ciambella riuscita senza buco, e anche povera di zuccheri, prende il sopravvento. Sigh.

Streets of fire (Strade di fuoco) è un film del 1984 di Walter Hill

Una volta spento il televisore, rimangono nella memoria alcune scene davvero fighe, il volto pericoloso e psicopatico di un giovane Willem Dafoe acchittato in pelle e latex, e una colonna sonora con i fiocchi (e te credo, in quegli anni!).
E il finale, dai, non è niente male pure quello, per quanto abbastanza clichè (ma niente in confronto al resto del film, soprattutto con riferimento ai dialoghi che sembrano scritti da un Magalli che vuole spacciarsi per Bukowski).

Nonostante la delusione per una pellicola poco riuscita, però, mi sono spinto con l’immaginazione e con la memoria a riflettere sull’intero movimento cinematografico di quel periodo.
Per estetica, senso del ritmo, energia e sonorità sono arrivato alla conclusione che il cinema degli anni ’80 non ha rivali, secondo me, quanto a riconoscibilità e potenza visiva.
Facendo riflessioni più analitiche, o anche una semplice “conta” dei film realizzati, dovrei concludere che il mio preferito è il cinema anni ’90. Però, a livello emotivo e pensando alle iperboli immaginative che molto spesso è riuscito a creare con un’abbondante dose di magia cinefila, quello degli eighties vola forse più in alto di tutti.
E’ un uccello mitologico che congiunge noi mortali spettatori all’immortalità della settima arte, con una personalità e un piumaggio inconfondibili, accecanti, carismatici, irresistibili. Perfino quando trasuda kitsch.

Mi torna in mente una vecchia canzone dei Litfiba, proprio di quel periodo, che recita così: “Una parte di me per sempre resterà qui, mentre la mia anima vola sul fronte est”.
Ecco, il mio cuore e i miei sogni di bambino probabilmente sono rimasti lì, legati al cinema degli anni ’80, mentre io crescendo sono dovuto andare avanti, verso est.

Phil

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Ozark, il lago più bello da visitare in provincia di Netflix

Aspettando i nuovi episodi della fantastica serie tv con Jason Bateman

In occasione del suo compleanno (cinquantadue anni oggi) vi parlo della serie tv di cui Jason Bateman è assoluto protagonista: Ozark. C’è chi dice che sia una delle migliori in circolazione, e poi c’è chi non la conosce. Non credo possano esserci altre posizioni sull’argomento.
Scherzi a parte, la “creatura televisiva” targata Netflix giunta alla terza stagione (attendiamo trepidanti la quarta) si è imposta subito all’attenzione degli appassionati di serie tv per una solidità inattaccabile nella scrittura, una fotografia mozzafiato anche quando cupa e tetra e…un cast eccezionale, lasciatemelo dire.
Alla sua guida, come ricordavo poc’anzi, c’è senz’altro un Bateman ai limiti della perfezione in un ruolo che sembra cucito appositamente per lui. Un po’ come Walter White era il perfetto Mr Hyde di Bryan Cranston nel capolavoro di Breaking Bad. Wow che paragoni, mi direte.
Beh se non siamo proprio a quei livelli…poco ci manca.

Ozark è una serie televisiva americana di genere
crime-drama in palinsesto su Netflix dal 2017

Forse Ozark non ha il suo Jesse Pinkman, ma in compenso possiede un coro di co-protagonisti capaci di creare un’alchimia vincente e avvincente di tensione nonchè di piacere visivo e montagne russe emotive. Una su tutti Laura Linney, partner in crime di livello decisamente alto e in profonda simbiosi con il proprio alter ego maschile.
Gli antagonisti – soprattutto quelli redneck, inquietanti e incisivi – non lo sono da meno. Diamante e mascotte, poi, secondo me è Julia Garner, giovanissima attrice dal talento cristallino che avevo già apprezzato nella meravigliosa The Americans. In Ozark la biondina all’apparenza delicata ma dallo sguardo ardito spicca il volo e fa il salto di qualità che la inserisce di diritto nell’élite della futura Hollywood. Che brava!

Insomma, se non conoscete ancora questa fighissima serie tv, vi invito a porre rimedio al più presto. Se al contrario già la seguite e apprezzate, immagino che vi unirete a me nel fare idealmente i migliori auguri di compleanno al vecchio Jason, che come il buon vino migliora vistosamente proprio con l’avanzare degli anni.

Phil

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The social dilemma, ovvero come Matrix diventa realtà

Avete visto il documentario? Non ancora? Beh, rimediate.

The social dilemma è un documentario realizzato da Jeff Orlowski per Netflix, e pubblicato sulla stessa piattaforma streaming, che racconta cosa c’è dietro i meccanismi dei social media e quali sono le pericolose conseguenze delle loro costanti evoluzioni e integralizzazioni.
Fake news, polarizzazioni politiche, propaganda estremista religiosa e anti-umanista, coltivazione dell’ignoranza sistemica e proselitismo nei confronti del dio-consumo.
Veniamo costantemente condizionati alla banalizzazione di fenomeni dei quali siamo protagonista, cavie e vittime. Siamo sempre più sordi alla campana di Hemingway che suona per noi e che invece confondiamo con la suoneria di una notifica dello smartphone.
Fatalismo? Catastrofismo? Sempre più spesso ci ridiamo su. E questa è la conferma che gli strumenti di controllo sono sempre più vicini alla perfezione.
Cosa c’è di meglio per un padrone che il proprio servo sorrida al suono della frusta mentre scambia quest’ultima per una carezza amorevole?

Alcune testate (siti/pagine/blogger/forum) l’hanno definito grossolano. Non mi stupisce, potrebbero essere proprio quelli che beneficiano delle disfunzionalità morali e civili che i social network utilizzano per riprodurre le proprie dinamiche e guadagnarci lautamente. Oppure, cosa molto più probabile, non ne hanno colto il messaggio fondamentale.
A me, però, The social dilemma non è sembrato affatto approssimativo: le dinamiche spiegate e raccontate da alcuni dei protagonisti o ex protagonisti della socialità digitale sono reali ed effettive.
La grossolanità, semmai, c’è in alcune fasi del racconto. Mi riferisco alla parte recitata che è inevitabilmente farsesca per una ragione ovvia ed evidente: far arrivare il messaggio a chi non è abituato al lessico dell’argomento e ai suoi ingranaggi. Ovvero ampliare il pubblico al quale è rivolto, per intrattenere e tenere lo spettatore “sintonizzato” e interessato invece che farlo “scappar via” annoiato.


Però se parliamo dei concetti espressi e soprattutto delle dinamiche spiegate (seppur in maniere concisa e semplificata, altrimenti le capirebbero solamente gli addetti ai lavori),
c’è ben poco da confutare. Sono quelli che Facebook, Twitter, Instagram, Tik Tok, Google and company mettono in campo massivamente per mantenere in vita e potenziare il sempre più potente (e incontrollabile) kraken che hanno creato, e per ottenere profitti di miliardi di dollari.

E’ come spiegare a un alieno il gioco del calcio. Dirgli che si tratta di prendere a calci un pallone fino a insaccarlo in una porta, da soli o con l’ausilio di compagni di squadra, e senza l’ausilio delle mani…sarà pur semplicistico ma è altrettanto concreto.
E’ uno sport con tante regole, sfumature e peculiarità, ma di base il funzionamento è quello appena descritto.
Così in The social dilemma, centinaia di precisazioni tecniche non vengono nemmeno sfiorate, a beneficio di chi non le comprenderebbe, ma in nessun modo forviano lo spettatore allontanandolo dalla comprensione basilare dell’argomento trattato.
Se vi state chiedendo come si alimenta il fenomeno delle fake news, delle polarizzazioni politiche e sociali, della distrazione di massa in un’infinita gamma di implicazioni nefaste per la società contemporanea…beh questo documentario targato Netflix – con mente aperta e spirito critico, naturalmente – dovreste proprio guardarlo.

E’ chiaro che al suddetto colosso dello streaming mondiale farebbe piacere che impiegassimo il tempo risparmiato connettendoci meno ai social media guardando i loro contenuti, per incrementare il loro profitto, ma d’altronde la divinità per eccellenza della nostra epoca è proprio il Denaro. Oggi elegantemente mistificato con il termine scientifico
di Profitto appunto.
Ciò non toglie che non ascolterete menzogne e inganni in The Social Dilemma.
Il rischio globale che ci avvicina tutti pericolosamente alla trama assurda e paradossale del film Idiocracy è concreto, reale e imminente. Anzi, è già in atto e ne siamo tutti parte.

Gli autori del documentario sono ottimisti circa la possibilità di deviare questo tsunami invisibile e annichilente, io un po’ meno. Ciò che è certo, però, è che se ne dovrebbe parlare MOLTO di più. Parlare non risolve un gran che, ma è quantomeno un primo minuscolo passo sul percorso di reazione che dobbiamo necessariamente intraprendere.
E’ una questione di vita o di morte che ci riguarda in quanto specie, e prima ce ne renderemo conto prima avremo una chance se non di vincere quantomeno di combattere e soccombere provandoci. Per cosa? Per le libertà basilari che riguardano la mente, il cuore e lo spirito.
Per restare umani.
Lontano da ogni forma di complottismo, estremismo e catastrofismo io parlo solo di comprensione e consapevolezza di un virus mille volte più letale, invisibile e contagioso di qualsiasi altra pandemia che il genere umano abbia affrontato e superato.
Un virus subdolo che inconsciamente ma anche apertamente accogliamo nella nostra vita ogni singolo giorno, centinaia di volte al giorno.

Riassumo il documentario in una sua frase che cita il film sul quale ho incentrato la mia prima tesi di laurea ai tempi dell’università:
“Come fai a svegliarti da Matrix se non sai di essere dentro Matrix?”

Phil

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Un film intenso e spietato (quanto una religione)

Una storia di violento e stoico integralismo cristiano

The Devil All the Time (in italiano tradotto con uno scialbo Le strade del male) è un film che ti accarezza le guance con la carta vetrata e ti sussurra dolci preghiere al cianuro.
Un’epopea di fondamentalismo religioso nell’America di provincia, ignorante e bigotta.

Un drammone che ripercorre alberi genealogici e strade rurali di due paesi che sembrano due Vespuccio a stelle e strisce. Con un tocco di psicopatia aggiuntiva, così, a gradire.
Non è un caso, forse, che il film sia uscito lo scorso undici settembre, data della prima presentazione ufficiale del (mio) libro. Buffe coincidenze.

The Devil All the Time (Le strade del male) è un film del 2020 diretto da Antonio Campos e ispirato all’omonimo romanzo di Donald R. Pollock


Cast di grande qualità: Tom Holland, Mia Wasikowska, Robert Pattinson, Bill Skarsgård, Eliza Scanlen e Harry Melling. I loro percorsi si incrociano in modo tristemente perfetto lungo tutta la durata della pellicola. Davvero degli abili tessitori di trame i fratelli Campos (Paulo e Antonio, che è anche il regista).

Tratto dall’omonimo romanzo del 2011 di Donald Ray Pollock.
A tratti devastante, ma sempre solido.
Un bel film, ma di certo non per tutti i gusti. Per i miei, decisamente sì.
Consigliato ai ferventi credenti (hehehe), lo trovate su Netflix.

Phil

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Glow, un cocktail esplosivo (e tutto al femminile) a base di wrestling, cinema e anni ’80

Il titolo non mente: questa serie tv brilla di luce propria. E acceca!

Finalmente un finale con gli attributi. Ho appena terminato la terza stagione di Glow e non posso che dire…wow!
Assolutamente all’altezza delle due precedenti. E parliamo di un’altezza da Monte Bianco, tanto per capirci. Senza tralasciare il fatto che farne tre di fila senza smagliature…è un fenomeno più unico che raro nella contemporaneità delle serie televisive. Tanta, tanta roba ragazzi!

E devo aggiungere anche che mi ci voleva un finale di buon gusto, realizzato senza pieghe di trama nè sgualciture di tensione emotiva.
Se mi avete seguito saprete già che mi era capitato ultimamente di vedere delle serie ben fatte, o magari basate su delle belle idee, ma che mancavano sempre di un elemento sempre più raro: la classe. E Glow, in tutta la sua apparente semplicità, ne ha da vendere. Sotto tanti, o forse tutti i punti di vista. Esagero? Onestamente non credo. Tutto perfettamente armonico al suo interno. Ogni piccolo ingranaggio si incastra armoniosamente e vellutatamente con quelli che lo circondano e ai quali è collegato. Non ve ne accorgete perchè Glow funziona talmente bene che sembra costruito in scioltezza e facilità, ma è vero il contrario. Ogni singolo dettaglio è pensato e posizionato con meticolosa cura e con grande gusto estetico, come dicevo poc’anzi. Pura armonia, davvero.

GLOW è una serie tv statunitense del 2017 creata da Liz Flahive e Carly Mensch per Netflix

Nonostante il caos sul ring e il disordine al di fuori di esso, niente è però fuori posto dietro il sipario.
La sceneggiatura è inattaccabile. La regia è meravigliosamente funzionale. La colonna sonora è splendida e ricca di chicche. Mentre per il cast..devo replicare il wow di inizio articolo. Il casting è stato quasi un’opera d’arte. La crew di Glow è una delle più affiatate, ben amalgamate e funzionanti che mi vengono in mente.
Forse potrei anche azzardare che a livello di lavoro di squadra è forse addirittura LA migliore che io ricordi. Si tratta di un’opera corale a tutti gli effetti, con dieci e più protagonisti, e farli vibrare – e saltare, e interagire, e wrestlare – alla stessa frequenza è un’impresa da ingegneri spaziali del cinema secondo me.
Naturalmente ci sono personaggi che magari hanno più visibilità di altri, ma ognuno di essi trova lo spazio per portare in scena il proprio vissuto, le proprie contraddizioni e aspirazioni, nonchè il proprio singolare modo di essere americani oltre che esseri umani. Leggete tra le righe. E questo è interessantissimo!

Vabbè, meglio non dilungarmi troppo. Voi la conoscete Glow? La seguite o l’avete intravista? Spero di sì. Ma in caso contrario spero proprio che non l’abbiate scartata solo perché si tratta di una serie di wrestling al femminile. Ammetto che inizialmente, a prima vista, magari soffermandosi sul logo, possa sembrare una roba un po’ troppo old fashion o addirittura kitsch. Ma a pensarla così si finirebbe totalmente fuori strada.
Si tratta di una serie in tutto e per tutto originale, assolutamente divertente e che intrattiene alla grande senza “rubare” troppo tempo. Tutti gli episodi sono di trenta minuti, durante i quali del puro divertissement (d’altronde c’è pur sempre di mezzo il wrestling) si alterna a un’analisi mai banale della società e della cultura a stelle e strisce, con tutti i suoi miti e le sue contraddizioni.
Bollicine, voli plastici sulle corde di un ring, risate, fallimenti, surplex, vittorie, disuguaglianze, televisione, America.

Questa serie è davvero un piccolo gioiellino. Mi auguro che la guardiate. Posso mettere la mano sul fuoco che non ve ne pentirete.
Per oggi è tutto, adesso corro a fare la danza di guerra di Ultimate Warrior.
Phil

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Auf wiedersehen, Dark. Mi mancherai!

Cala il sipario su una delle serie tv più belle degli ultimi anni

Avevo detto che ne avrei scritto, e lo farò. Brevemente però, perchè l’emozione è ancora intensa.
Si è appena concluso l’intrecciato ciclo temporale di Dark, con la terza ed ultima stagione. Tanta roba, ragazzi.
Per quanto mi riguarda la serie tedesca è una delle più belle mai create sul suolo europeo.
E si colloca di diritto nell’Olimpo delle più brillanti ed originali a livello mondiale.
Merito di una coerenza e di una solidità a mio parere inattaccabili, nonostante gli azzardi di sceneggiatura e i voli pindarici di fantasia. Nonostante le rischiose ellissi nella trama e il meta-racconto che diventa meta-meta-racconto.
Nonostante le esplorazioni interdimensionali questa serie tv mette in scena davvero tanto della reale, realissima condizione umana. L’ineluttabilità della sua natura circoscritta ed il suo sforzo impossibile verso l’immortalità. Spirito, corpo, sentimenti, limiti, infinito, azzardo, sconfitta, rinascita. L’eterno ritorno. Il ciclo della vita. L’amore, la morte.

Dark è una serie tv tedesca del 2017, di genere thriller-fantascientifico, creata da Baran bo Odar e Jantje Friese


Ho avuto la fortuna di scoprire Dark non appena è misteriosamente e silenziosamente apparsa sul catalogo Netflix, circa tre anni fa, quando ancora non ne parlava nessuno.
Poi è rapidamente, e meritatamente, diventata un cult.
Sì, lo so, è un po’ narcisistico rimarcarlo, ma questa dinamica di scoperta in modalità talent scout si è ripetuta un numero considerevole di volte (nonostante io non abbia mai vissuto a Winden). Perciò spero che mi perdonerete questa piccola autocelebrazione. Ecco, fatto, finito.
Le premesse che preannunciavano quanto avrei amato questa sci-fi series c’erano tutte sin dall’inizio: dalle citazioni di Matrix a quelle dei Kreator, dalle atmosfere lynchane agli intrecci nolaniani. Il culmine lo si è raggiunto con il finale, però, che considero uno dei più belli, soddisfacenti e significativi di sempre (imho). Carico di simbolismo, di esistenzialismo, di romanticismo, di accettazione. Così come d’incanto visivo, respiro narrativo e plateau emozionale. E qui mi fermo con le parole, lasciando che sia l’immaginazione a continuare ad elaborare il tutto e a lanciarlo verso la costellazione neurale della memoria a lungo, lunghissimo termine. Chapeau.

Phil

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Black lives matter

Spike Lee ce lo ricorda (ancora una volta) con il suo nuovo film
Da 5 bloods

Il signore e la signora Netflix, coppia immaginaria, hanno davvero un notevole intuito, o quantomeno una grossa fortuna, quando si tratta di scegliere il periodo o il momento in cui far uscire un loro prodotto.
La data di release della terza ed ultima stagione di Dark ne è un elegante esempio, se sapete di cosa sto parlando. Altrimenti non importa in questa sede, perchè non ho intenzione di parlare della meravigliosa serie tedesca. Non ancora.
In questo caso mi riferisco al nuovo lavoro di Spike Lee. Proprio mentre riecheggia a tutte le latitudini il motto black lives matter ecco una pellicola che lo grida dall’inizio alla fine.
A onor del vero si può dire che ogni opera del cineasta americano ne è pregna fino al midollo, in maniera più o meno esplicita.
Nel caso di Da 5 bloods non potrebbe essere più esplicita, e a vari livelli!

Da 5 Bloods – Come fratelli  è un film del 2020 diretto da Spike Lee


Il buon Spike ha avuto a disposizione un budget palesemente irrisorio per questa sua ultima fatica. Nondimeno, da buon purosangue e talentuoso regista quale è sempre stato, è riuscito a realizzare un film coinvolgente, stilisticamente solido e godibilissimo. Nonostante le sue due ore e mezza piene. Come solo i grandi autori sanno fare.
Allo zio Spike non sono mai nemmeno mancate originalità e coraggio, e così mentre tutti gli altri registi tornano ciclicamente in Vietnam in pieno periodo bellico, lui lo fa invece nei nostri giorni. E ci manda in missione non il fior fiore della gioventù yankee immolata negli anni ’70 ma una cricca di sessantenni reduci di colore pieni di acciacchi e rimorsi. Li catapulta nuovamente nella giungla un tempo popolata dai vietcong in cerca dei resti di un amato commilitone, di lingotti d’oro andati perduti e di redenzione da una guerra che non è mai stata la loro.

Impeccabile e d’impatto sia l’interpretazione individuale che l’alchimia corale dei protagonisti Delroy Lindo, Clarke Peters, Norm Lewis e Isiah Whitlock Jr.
Molto bravi anche il fantasma Chadwick Boseman, l‘accollato Jonathan Majors e la guest star Jean Reno.
I monologhi sparsi qua e là sono vecchia scuola, così come i piani sequenza e i salti in avanti e indietro, tra narrazione e meta-narrazione.
La padronanza con la quale Spike Lee gestisce i pochi dollari a disposizione gli permette di mettere sù uno spettacolo davvero niente male, che intrattiene gli occhi mentre bussa incessantemente alla mente e alla coscienza dello spettatore.
Come al solito, come sempre, ben fatto Mister Lee. Te possino, non ne sbagli uno! Onore a te.


Black lives matter.
Phil

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