Cinema, serie tv e musica: i miei up & down di inizio estate

Il tempo corre, corre, corre.
Vero.
Anche vero, però, è che “Chi ha il tempo? Chi ha il tempo? Ma se non ce lo prendiamo mai il tempo, quando mai lo avremo il tempo?” come diceva il saggio Merovingio in Matrix Reloaded.

Perciò rieccomi qui al vostro servizio, anche se once again in formato “pillole”.

Ecco cosa ho visto e/o ascoltato con piacere e con soddisfazione ultimamente:

  • Esterno Notte (film interessante, intenso – non vedo l’ora di vedere la seconda parte)
  • Top Gun Maverick (un sequel cinematografico sensato, senza troppe pretese, godibilissimo)

  • Bosch Legacy, prima stagione (serie tv, uno spin-off che approvo, tosto come sempre – sentivo già la mancanza del detective Bosch)

  • Ozark, stagione conclusiva (serie tv, solida e magistralmente interpretata – uno dei pochi prodotti targati Netflix che trovo ancora decente)
  • Doctor Strange nel Multiverso della follia (uno dei pochi punti fermi sul grande schermo a firma della Marvel )
  • Lamparos y sus componentes e Big Mountain County (piacevolissime sorprese, sperimentate on stage, della musica made in Italy)

Ecco invece cosa mi ha deluso e/o convinto poco tra le uscite più recenti:

  • Stranger Things stagione 4 (grande delusione, è diventata così infantile che fatico a seguirla – l’ennesima conferma che Netflix è in caduta libera)
  • Fear the walking dead & The walking dead “la serie madre”, stagioni appena concluse (allungare il brodo all’infinito non gli restituisce il sapore perduto)
  • Rammstein – Zeit (nonostante la classe cristallina della band teutonica un album moscio, poco ispirato secondo me, al di sotto dei loro standard – occasione persa)
  • Eddie Vedder – Earthling (è sempre emozionante ascoltare la sua voce, una delle più belle in circolazione secondo me. Il suo disco solista, però, mi suona troppo monotono. Sorry Ed!)

Passo e chiudo.
A presto boys and girls, l’orologio fa tic toc e mi tocca scappare.
So long!

Phil

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2020: when the music’s over

Cronaca di un anno musicale ai limiti del tracollo

E se così non è stato, poco ci è mancato. Niente concerti, niente festival, poche release in ambito discografico.
Un anno che ci ha annichilito con un silenzio assordante. O perlomeno questa è la sensazione che ha avuto, immagino, gran parte di noi appassionati di musica.
Per gli eventi dal vivo, si spera, dovremo resistere e pazientare fino al 2021. Me lo auguro di tutto cuore, perchè l’astinenza da live non è seconda nemmeno a quella da stupefacenti, presumo. Brucia nelle vene e inaridisce l’anima.

Quanto alle uscite discografiche, invece, qualche flebile bagliore a illuminarci il cuore c’è stato in questo buio e terribile 2020 pandemico. Così ho provato a stilare una personalissima top five. Non sono pronto a scommettere su una sua totale oggettività, perchè si sa che nel deserto una modesta sorgente d’acqua può sembrare un oceano agli occhi di un pellegrino che muore di sete. Ma tant’è. E dell’oggettività, talvolta, non sappiamo che farcene.
In un’annata di sconforto, soprattutto, qualsiasi fonte di gioia, speranza e vibrazioni vitali è salvifica. Ci aiuta a tenere su il morale e a guardare al futuro con ottimismo e, come dicono a Napoli, con una indispensabile cazzimma.

Al primo posto ci metto il nuovo album di Bruce Springsteen. Per varie ragioni. In pochi sanno parlare con franchezza e onestà al cuore degli ascoltatori come sa fare il Boss. In pochi sanno infondere coraggio pur nella tristezza come è capace di fare lui. E Letter to you, al di là delle qualità umane e artistiche del suo autore, è un album davvero ispirato e ben suonato.
Evviva il rock, evviva il suo Boss.

La medaglia d’argento la assegno ad Ohms dei Deftones. Una scelta che forse sorprenderà chi conosce i miei gusti, in quanto l‘alternative e il nu-metal non sono mai stati generi dai quali ho attinto con maggior frequenza nel corso degli anni. Ma in tutta onestà, quest’album mi è piaciuto subito ed è stato una delle poche belle sorprese della prima ondata pandemica. Quando il lockdown era totale o quasi, e l’atmosfera all around era funerea, questo disco solido e dalle sonorità 90s mi ha infuso grande tranquillità.

In terza posizione mi sembra che meritino di esserci gli Enslaved. La storica band norvegese ha pubblicato un album estremamente creativo (ma questa è l’ultima delle novità quando si parla di Grutle e Ivar) e ispirato, in cui melodie nordiche si fondono con bellicosità vichinghe e black metal come non avveniva da tempo. Utgard è stata la colonna sonora delle mie prime corse e passeggiate tra i boschi quando hanno tolto i sigilli agli arresti domiciliari anti-covid. Daje!

La medaglia di legno alle olimpiadi del coronavirus va invece a Carnivore dei Body Count. Quanta rabbia abbiamo accumulato e dovuto reprimere in questo anno di paura e restrizioni? Beh, tanta. Il disco della crew capitanata da Ice-T ne è pregno. Il loro rap-metal è stata una degna valvola di sfogo in numerose giornate nere. Vera chicca il b-side dell’album, interamente strumentale, dove emerge il loro furioso groove meravigliosamente thrash
(non me ne voglia il gangsta di Newark).

In quinta ed ultima posizione, maremma boscaiola, ci metto il nuovo album degli AcDc.
Non senza remore, lo ammetto. Picchiatemi (o provateci) se volete, ma una forte sensazione di monotonia mi ha colpito ogni volta che l’ho ascoltato. Sistematicamente dopo qualche traccia finivo per distrarmi. Però…però parliamo sempre degli AcDc, ragazzi. Non credo che abbiamo mai sbagliato un disco, gli australiani re dell’hard rock. E Power Up non fa eccezione. Non mancano nè la potenza, nè la carica elettrica, nè le vibrazioni che hanno reso i sydneysider e il loro sound assolutamente inconfondibili dal 1973. Quindi un po’ di genuino piattume a questi cazzutissimi vecchietti glielo perdoniamo volentieri. Anche perchè, suggeriranno alcuni, una sana dose di monolitismo fa parte del loro trademark da sempre, ed è praticamente una stringa del loro dna. Amen, quindi. Anzi, power up!

A completare idealmente una possibile top ten, invece – al netto di una memoria che potrebbe ingannarmi mentre scrivo questo articolo, portandomi a dimenticare colpevolmente qualche valida release (ma non sarei più io, altrimenti) – c’è sicuramente Gigaton dei Pearl Jam, album con diverse perle di pregevole marmellata rock, tanto per cominciare.
C’è anche Titans of creation dei Testament, altra band che non sbaglia un album nemmeno sotto minaccia nucleare.
Restando in ambito thrash, impossibile tralasciare il nuovissimo Genesis XIX dei Sodom, che finora ho avuto modo di ascoltare solo un paio di volte ma…che promette fuoco e fiamme, per dirla con il Corvo (una bella bomba di disco, parrebbe!).
Poco da aggiungere a questi tre pezzi da novanta della musica tosta internazionale (sebbene in modi e con intensità molto differenti tra loro).

Dulcis in fundo, due vere e proprie scoperte (almeno per me).
Dalla terra d’Albione, i Countless Skies con il loro Glow, un ispiratissimo album a cavallo tra il black metal sinfonico e il death-metal melodico di scuola svedese. Lontani dalle derive commerciali di entrambi i generi, la band originaria di Hertfordshire, East England, ha tirato fuori dal cilindro un’opera maestosa ma intimista, romantica e al contempo grintosa, per lunghi tratti di stampo operistico ma mai noiosa (che suona quasi come una novità scioccante, dopo “secoli” di operette metal trite e ritrite). Gioiellino.

Non è da meno Necromancy dei Persuader: che spettacolo! Si resta nel nord Europa, virando verso la Svezia e gli inconsueti sentieri (a dir poco, per quanto mi riguarda) del power metal (ok in realtà è un power-thrash, e tra un attimo capirete a cosa mi riferisco). Questo album mi ha riportato immediatamente con l’immaginazione, e le sonorità, ai Blind Guardian di una volta. Strizzando l’occhio anche ai Nevermore, che non guasta. Il disco possiede una grinta, una freschezza e un dinamismo davvero d’altri tempi. Nonostante, come dicevo pocanzi, si tratti di una ramificazione musicale che mastico molto poco da anni e anni, ascoltando Necromancy non mi sono annoiato nemmeno per un minuto. Granitico,

Il mio bilancio musicale del 2020 si chiude qua. Tra stelle e stalle, eccellenze e demeriti, edulcorazioni e mancanze, provocazioni e scommesse. Non che mi sia mai interessato realmente fare una classifica, nè stabilire gerarchie di importanza o merito.
Semplicemente mi andava di mettere nero su bianco alcune riflessioni, se non altro per aiutare me stesso a mettere un po’ d’ordine tra questi 365 confusionari e nebulosi giorni. Magari tirando fuori qualche coniglio dal cilindro e fornirvi in assist alcune dritte interessanti.

Sperando che il 2020 termini effettivamente il 31 dicembre e che le calamità delle quali è infetto non si propaghino come petrolio nell’oceano, di ondata in ondata pandemica, fino al prossimo anno. E sperando che un giorno, di questo maledetto periodo, potremo permetterci di ricordare solamente questi bei dischi. Ad maiora.

Phil

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Le canzoni che ho amato grazie al cinema

Quando il grande schermo fa da Cupido

Cinema di nuovo chiusi e musica ancora al bando. La tristezza che queste sfortunate circostanze mi hanno regalato (un regalo che mai avrei desiderato) mi ha portato a viaggiare, con la memoria e con l’immaginazione, lungo il ponte che collega questi miei due grandi amori. Un ponte lungo, affascinante, robusto e ricco di aneddoti.

Ascoltavo e apprezzavo Dylan da quando ero ragazzino, ma della canzone The times they are a changin’ me ne sono innamorato molto più tardi, grazie alla colonna sonora di Watchmen, meraviglioso film di Zack Snyder. Vi dirò di più, è diventata la mia preferita tra quelle del bardo Bob. Memorabile e intelligente il testo, fantastica l’interpretazione del cantautore americano, ed entusiasmante e originale il film del regista di 300. Un matrimonio perfetto. Tutta la colonna sonora, a dire il vero, è una sinfonia perfetta per accompagnare le incendiarie immagini della pellicola. Ma il brano di Dylan è rimasto incastonato nel mio cuore e nella mia memoria in maniera indelebile.
“Come gather ‘round, people
Wherever you roam
And admit that the waters
Around you have grown
And accept it that soon
You’ll be drenched to the bone
If your time to you is worth savin’
And you better start swimmin’
Or you’ll sink like a stone
For the times they are a-changin'”

E’ capitato anche a voi qualcosa di simile nel vostro personale triangolo amoroso con musica e cinema?
A me svariate volte, in occasioni tra le più disparate. Questa riflessione mi ha dato lo spunto per provare a ricordarne alcune.

Sinnerman, di Nina Simone, pezzo che ho poi finito per amare alla follia, l’ho scoperto grazie a Miami Vice di Michael Mann. Un film che a molti non è piaciuto, mentre io l’ho adorato – e così visto e rivisto – in particolar modo per le atmosfere che il grande regista di Chicago è riuscito a disegnare con la cinepresa, e per l’interpretazione di Colin Farrell, uno dei miei attori preferiti. Ma non escludo che il brano della Simone (nonostante sia in versione remix in questo caso) abbia contribuito a creare l’incantesimo che mi ha legato al film.
“Oh, sinnerman, where you gonna run to?
Sinnerman where you gonna run to?
Where you gonna run to?
All on that day”

Vado poi indietro nel tempo e mi ricordo di Burn, dei Cure. Anche in questo caso conoscevo già la band, sebbene non fosse ancora particolarmente nelle mie corde, ma fu grazie al film
Il Corvo che me ne innamorai. Quella maledetta canzone (nel senso buono del termine) e quel maledetto film (nel suo senso più sfortunato, Brandon Lee riposi in pace), che binomio perfetto! Che estasi, che disintegrazione spirituale! Che rinascita, dalle fiamme! Musica e schermo si fondono in una delle scene più memorabili della storia del cinema, per quanto mi riguarda. Naturalmente poi ho approfondito nella conoscenza della band e ho scoperto una miriade di belle canzoni. Grazie al cinema, quindi. Eravamo nemmeno a metà degli anni ’90.
“Still every night I burn
Every night I scream your name
Every night I burn
Every night the dream’s the same”

Torniamo al presente, in maniera del tutto random. Dell’esistenza di Luigi Tenco ero a conoscenza sin dall’infanzia – mia madre aveva diverse musicassette originali del cantautore piemontese – ma non mi ero mai approcciato alla sua musica con particolare interesse nè curiosità. Non so perchè. Poi un paio d’anni fa sono andato al cinema a vedere il film
Fabrizio De André – Principe libero e…ho riscoperto Tenco! La sua voce mi ha colpito in modo particolare. Insieme alla sua storia, e alla vicenda della sua morte. Ciao, amore ciao è una delle più struggenti e poetiche lettere d’addio che siano mai state cantate, a mio parere. Dolorosamente sublime.
“Saltare cent’anni in un giorno solo
Dai carri dei campi
Agli aerei nel cielo
E non capirci niente e aver voglia di tornare da te”

Chi se le dimentica le note di Where’s my mind? dei Pixies quando in Fight Club Edward Norton tiene per mano Helena Bonham Carter mentre tutti i grattacieli intorno crollano? La band di Boston l’ho scoperta così, grazie al cinema. Che meraviglia è quella scena? Una simbiosi che sembra creata da Madre Natura per quanto è perfetta! E invece no, è opera di quel genio di Fincher. Un’apocalisse romantica. E io di apocalissi qualcosa ne so.
“Mi hai conosciuto in un momento molto particolare della mia vita”

Era la metà degli anni ’90 e la musica del diavolo mi aveva rapito l’anima. The heavier the better, l’amavo dura e cruda. Poi ebbi la fortuna di vedere Trainspotting al cinema e conobbi Iggy Pop, del quale avevo letto sulle riviste di settore ma non avevo avuto modo di approfondire. Non c’erano Internet nè Youtube, e nessuno tra i miei amici ascoltava la sua musica nè possedeva i suoi album, perciò nessuna chance. Poi ascoltai Lust for Life.
E niente, corsi a comprare un suo disco. Cupido fece da tramite.
Grazie allo stesso film conobbi anche gli Underworld, e quando vado in da club Born slippy resta uno dei miei pezzi preferiti sui quali ballare. “Drive boy dog boy, dirty numb angel boy…”

Vabbè, più scrivo e più me ne tornano in mente. E realizzo che questo articolo potrebbe non terminare mai. Prima di dare origine a un loop temporale che ci risucchierebbe tutti in una dimensione parallela, mi fermo. Lascio la parola a voi, qui o sulla pagina Facebook della Fenice, se vi andrà di raccontarmi le vostre esperienze, le vostre scoperte, i vostri innamoramenti cinefil-musicali!

Phil

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Ohms, il grande ritorno dei Deftones

I pionieri dell’alternative metal tornano dopo quattro anni e fanno centro

Ho ascoltato Ohms, il nuovo album dei Deftones, e…mi è piaciuto molto!
L’ho trovato ispirato, sentito ma anche molto “ragionato”. L’alternanza di momenti decisamente intensi ad altri più introspettivi e atmosferici mi ha preso subito, prima ancora di arrivare a metà disco. E nel prosieguo dell’album ha mantenuto le premesse/promesse.
Il combo di Sacramento mi ha fatto una piacevolissima sorpresa in un periodo cupo e complicato. Grazie Chino Moreno (in formissima!) & company: I really appreciate it.

Ohms è il nono album in studio della band statunitense Deftones. Nella foto la cover dell’omonimo singolo di lancio.


Un breve approfondimento. Ammetto che per quanto io li conosca da una vita, praticamente dalla nascita (erano i tempi in cui MTV dava spazio e credito anche all’underground, e li conobbi così!) non sono mai stato un super appassionato dei Deftones. Quindi non saprei, magari il mio giudizio è più “lightminded” di quello che avrà un loro fan sfegatato, e potrei risultare eccessivamente entusiasta. Può essere, ma resta il fatto che oggettivamente Ohms è un album con tutti i crismi. E poi ha un suono, e una produzione, proprio di mio gusto! Cool.

Un altro punto a suo favore, dulcis in fundo, è che Ohms è incredibilmente evocativo. Richiama immediatamente le sonorità di un’epoca andata, di una scena musicale underground di grande valore che è scivolata nell’oblio (oppure che ha semplicemente esaurito le proprie premesse, il proprio collante con il periodo storico di riferimento e con la società dal cui grembo era nata). 
Non saranno più i Deftones di una volta probabilmente, ma mi sembra che abbiano ancora qualcosa da dire. E che sappiano farlo ancora con una certa classe! 
E poi ragazzi, in un’annata come quella attuale, con scarsissime uscite nel mercato discografico (sia a livello numerico che qualitativo), un album come questo è grasso che cola. Nonchè metallo che scintilla.

Phil

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I Pearl Jam invecchiano bene

Riflessioni post Gigaton

Il potere della musica, quando a crearla sono musicisti di talento cristallino.
La capacità che ha la musica di sorprenderti, quando a farla è gente che ce l’ha nel sangue.


Perchè dico questo? Perchè neanche il tempo di finire il post che devo ricominciarlo da capo. Modificandolo sostanzialmente.
Avevo iniziato con un’idea, finisco invece con un’altra. In realtà le due sono collegate, ma ne riscrivo il senso.
Avevo ascoltato Gigaton svariate volte prima di decidere di mettere nero su bianco le mie impressioni, e il giudizio era positivo – sicuramente positivo – ma con qualche riserva. Più d’una. Poi, riascoltandolo per l’ennesima volta proprio mentre scrivevo…l’ho “percepito” più in profondità che in precedenza.
Leggendolo – sono sicuro – risulterà meno assurdo di quanto è stato per me sperimentarlo. Ma poco importa.

Nel post partivo con alcune considerazioni sul nuovo disco per poi andare indietro sfiorando i precedenti. Perciò riparto da qualcosa che avevo già scritto, che taglio e incollo qui a seguire, per poi integrarlo. Sorry if it’s messy, but it’s meant to be!

L’impressione che ho avuto “da un po’ di album a questa parte” è che i nostri di Seattle abbiano perso qualcosa in ispirazione, oppure in feeling interno alla band. I loro lavori non sono mai brutti o banali, ma al tempo stesso non me la sento nemmeno di tirare in ballo quegli stessi aggettivi pieni di entusiasmo che mi pendevano dalle labbra ad inizio carriera. Li definirei carini, o piacevoli all’ascolto piuttosto. Questo nel mediare tra canzoni di fatto belle ed altre che è difficile ricordare dopo aver terminato la tracklist.

Bene, adesso mi correggo in tempo reale invece. Confermo l’opinione sui predecessori, ma muto il mio giudizio su Gigaton: lo ritengo un gran bel album! Ispirato, sfaccettato e di qualità nella “geografia” delle emozioni.
Probabilmente in precedenza l’avevo ascoltato sempre nei momenti meno opportuni. Faccio ammenda in pubblico, lo devo a Vedder e soci. Ci farò pure una figura da schiappa o da ascoltatore superficiale – entrambe caratteristiche che non mi appartengono affatto in realtà – ma voglio essere schietto e onesto al riguardo. Poi chi la musica la “percepisce” a profondità viscerali, e la mastica da sempre, comprenderà (perchè l’ha certamente vissuto in prima persona).
L’importante, e la fortuna, è accorgersene prima o poi. E a me è appena accaduto, quindi rendo grazie alla divinità della musica – una delle poche nelle quali credo con non troppe remore – per questo piccolo, minuscolo e reiterato miracolo. Come celebrarlo se non condividendo alcune fugaci impressioni sui brani di Gigaton? Here we go – un modo come un altro per dire ‘namo!

Pearl Jam, made in Seattle – spesso in camicie di flanella a quadri dal 1990

Who ever said, ovvero l’opener, immancabilmente azzeccata e tosta in stile Seattle (certo non quanto lo erano le opener degli esordi, ma quelli erano gli anni ’90!).
Superblood wolfmoon, secondo brano solido, grintoso e catchy: insomma sanno ancora come aprire un album gli attempati ragazzoni!
Poi c’è Dance of the clairvoyants, che mostra il lato più moderno e se vogliamo atipico del combo americano…e che è uno dei brani che più rimangono impressi nella memoria, forse proprio per la particolarità dell’approccio e delle sonorità!
Segue Quick escape, una di quelle che inizialmente avevo sottovalutato e che invece alla fine dei giochi non sfigura affatto.
Poi arriva Alright, forse la mia preferita, o forse no. Curiosa la prima impressione che ho avuto, forse legata al testo: mi sembra l’epilogo – maturo e “aggiornato” all’età e all’esperienza dei PJ – dell’immortale Black. Non so voi, ma io ci vedo un filo conduttore tra le due canzoni. Ci vedo davvero maturità, consapevolezza e accettazione nei rapporti, laddove nell’indimenticabile traccia su Ten c’erano profonda tristezza e rabbia.
Seven o’clock, una delle loro tipiche song che sembrano raccontarti una storia così quotidiana che sembra appartenere a te stesso o a un tuo amico. Familiare.

Dopo di che, ti rendi conto che sei già a metà album e non hai ascoltato che belle canzoni.
E considerando l’opacità creativa che c’è in giro nell’attuale panorama discografico, è tanta roba.
Giusto perchè Vedder & friends amano contraddirmi, seguono quelli che secondo me sono tre riempitivi. Scherzi a parte, si tratta di brani che si lasciano ascoltare con piacere, soprattutto i primi due rockeggianti come “piacciono a noi”. Semplicemente sono un gradino sotto la memorabilità dei precedenti. Ma direi che è fisiologico, e non disturba. Soprattutto perchè a seguire c’è Comes then goes, un pezzo malinconicamente introspettivo alla Pearl Jam. Uno di quelli che porta il marchio di fabbrica “Marmellata della zia Pearl” bene impresso sin dai primi istanti.
Retrograde è un po’ retrograda, quindi glisso. (pernacchia invisibile per voi appena accennata). Pezzo lento gradevole, comunque.
Last track, River cross: semplicemente un intimo saluto del quintetto ai loro fan, un arrivederci in tour che avrebbe dovuto concretizzarsi dal vivo la scorsa primavera ma che è stato poi rinviato a causa della pandemia Covid19.

Concludo con quella che nelle mie intenzioni iniziali sarebbe stata addirittura la premessa. Giusto per essere coerente con lo stravolgimento continuo che è stato scrivere questo pezzo. Non avrà senso per voi, ma lo ha per me. Il post sarebbe dovuto iniziare così:
“io sono senza alcun dubbio un loro estimatore. Certo da ragazzino lo ero maggiormente, ma lo sono ancora. Soprattutto di Eddie Vedder: la sua voce…penso che sia una delle più belle al mondo. Una delle più emozionanti di sempre. Profonda ed espressiva in una maniera semplicemente unica. In pochi sanno toccare le corde della mia anima come ne è capace la sua…”

Dissident, Phil

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Hollywood, una canzone (davvero speciale) di Nick Cave

Il mio brano preferito dal suo ultimo disco Ghosteen

Può una canzone essere al tempo stesso anche una preghiera, una confessione, un pianto amaro e un silenzioso grido di speranza?
Se a scriverla è Nick Cave sì, suppongo di sì. Anzi, c’è poco da supporre: questo brano ne è la prova e la manifestazione in parole e musica.

Hollywood, l’ultima canzone dell’ultimo (solo in ordine cronologico) album dell’iconico cantautore australiano, è l’incarnazione di un gorgo di emozioni vibranti ma silenziose. Pura introspezione, sofferta ma disperatamente gravida di speranza, ci trasporta nella sua casa sulle colline, non lontano da Malibu.

Ci introduce nella sua complicata relazione con un felino che gli morde una mano mentre supplica protezione con l’altra. Una canzone personalissima, percepisco, attraverso la quale Nick espia la colpevolezza di non riuscire a tirarsi fuori del tutto da questa dolorosa dipendenza di salvataggio e carneficina emozionale. E’ un peso del quale è stato però costretto a liberarsi e che continua a tormentarlo a posteriori.
E al contempo ulula egli stesso alla fiera che lo attira verso questo sacrificio sull’altare dell’annullamento, respingendola verso la gabbia della quale l’aveva salvata. Perché non si può sottrarre al giogo alcuna creatura che abbia confuso la propria libertà con la prigionia, e che nel circo della realtà azzanna la mano che le procura nutrimento e guarigione.

A ghosteen photograph of Nick Cave

Non si può salvare chi non desidera essere salvato. Un po’ come nella caverna di Platone – dove le ombre sostituiscono la carne, le ossa e i fluidi corporei – il felino che tormenta Cave si nutre di auto-inganni e di sentimenti di sofferenza, mentre lascia a marcire amore, tenerezza e il tepore volubile della sua tana naturale. E tutto brucia, alle sue/loro spalle. L’intera collina è in fiamme. Il loro passato ne è consumato. E nemmeno il loro futuro, quasi fosse un figlio (che Cave ha perso per davvero, tra l’altro), è risparmiato dalle cupe vampe, né tanto meno viene soccorso da alcuna creatura divina (Buddha).

Insomma un intero post – per giunta metaforico quanto un trip da mescalina e a tratti ermetico come uno scarabocchio impressionista – per un singola canzone? Sì, perché non è un brano qualsiasi. Tutt’altro. E’ una storia a sé, è una novella, è una pagina di diario senza fondo.

Hollywood, quattordici minuti di passeggiata selvaggia e introspettiva nelle emozioni del poeta post-punk dal viso indisponente. Sarà che ho percorso un sentiero davvero molto simile a quello dell’australiano (a parte il tratto fisico verso le colline di Los Angeles, dove i dollari non mi hanno mai condotto) ma ho assaporato e introiettato ogni singolo verso di questa canzone come non capitava da molto tempo…
Grande, unico Nick! Ti voglio bene.

Phil

Therapy? Una terapia sublime ma quasi dimenticata

Riascoltando Troublegum, uno degli album più belli degli anni ’90

Ebbene sì, l’ho appena detto e me ne assumo la responsabilità. E vi spiegherò il perchè. Ma andiamoci per gradi.

Nel 1994 usciva Troublegum, un album che – imho – sarebbe diventato una pietra miliare dell’intera decade. Quattordici brani, uno più bello dell’altro, che incarnavano perfettamente lo spirito del tempo e ne rispecchiavano fedelmente le sonorità.

I Therapy?, un trio indie-rock proveniente dal Nord Irlanda, a metà dei 90s si erano già affermati nella scena underground mondiale ritagliandosi una fetta di estimatori e fan più che nutrita. Anche le riviste del settore, che in quel periodo storico erano ancora in grado di far valere la propria voce nel decretare l’ascesa oppure la caduta di una band, ne avevano riconosciuto qualità e ne seguivano i passi. L’album del ’94, e il successivo Infernal Love del ’95, lanciarono i tre ragazzi di Larne nell’Olimpo del rock sporco e incazzato che in quegli anni incendiava il globo con dischi che sarebbero diventati immortali. Un successo decisamente meritato, ma relativamente breve.

Dopo una decade in cui furono spesso presenti sulle copertine dei magazine musicali, collezionando con altrettanta frequenza recensioni esaltanti, la loro stella inspiegabilmente si eclissò. La proposta musicale di Cairns e soci non si era appannata, nè l’avrebbe fatto successivamente, ma il moniker Therapy? fu praticamente cancellato, o quantomeno declassato, dall’arena virtuale in cui si discuteva del lato selvaggio del rock.
I fan della prima ora non li abbandonarono mai, nè il trio nordirlandese abbandonò mai loro – semplicemente “passarono di moda”. La chiave del mistero, forse, risiede proprio nel concetto effimero e superficiale del termine stesso “moda”.


Per nostra fortuna il terzetto di cowboy dall’aria triste se n’è sempre fregato di tutto ciò che era stato loro ingiustamente tolto in termine di appeal, riconoscimenti e clamore. Totalmente dediti alla musica e al loro amore per essa, i tre (che sono rimasti tali nel numero pur avendo avuto qualche cambio di line-up) hanno continuato a sfornare album di qualità e ad imbarcarsi in concerti e tournée senza mai fermarsi. Lo stesso non si può dire di band di maggior successo che si sono però sgretolate al sole delle prime difficoltà, o dei primi insuccessi, o delle prime overdose. No, i tre cazzutissimi nordirlandesi sono ancora lì fuori che “ci prendono a calci in culo” ogni volta che salgono su un palco, e ci regalano emozioni ad ogni ingresso in sala di registrazione.

Adesso torno indietro al 1994 però, quando Andy Cairns (voce e chitarra), Fyfe Ewing (batteria) e Michael McKeegan (basso) sfornarono un concentrato di perfezione che sarebbe rimasto, forse per sempre, nell’immaginario di chi ha avuto la fortuna di ascoltarlo: Troublegum.

Troublegum - 1994 - Therapy?


In quegli anni di album indimenticabili ne uscivano davvero tanti (che nostalgia!). Essere appassionato di musica negli anni ’90 era come andare a Disneyland per la prima volta: ci si perdeva nell’eccitazione e nello stupore ovunque si volgesse la sguardo, circondati da dischi della madonna piovuti da ogni dove, e l’imbarazzo della scelta era costante. Una controindicazione di essere immersi in così tanta bellezza, però, è che si finisce per trascurare o sottovalutare cosa non si dovrebbe. E così accadde probabilmente a quest’album, nonostante di successo ne ebbe tanto. Ma non abbastanza. Tornando indietro con una mente più lucida, e forse anche più consapevole, mi rendo conto di come dischi ad esso inferiori siano stati acclamati ed osannati molto più di Troublegum. Colpevolmente di più. E mi ci metto in mezzo anch’io in qualche modo. Io che all’epoca comprai il compact disc e lo apprezzai davvero tanto. Ma non ne compresi la perfezione, la genialità, l’unicità. Tanti anni dopo, non meno di venti, mi sono reso conto di non aver dato ai Therapy? ciò che era dei Therapy?: il riconoscimento di aver intagliato una gemma dal bagliore inoffuscabile. Ed eccomi qui, nel mio piccolo, a rimediare buttando giù queste righe e condividendole con voi.

Come minimo penserete che sto esagerando, se non conoscete bene il disco in questione. Oppure che sono un fan sfegatato della band, e quindi poco obiettivo per vocazione, ma non lo sono affatto. Non sono neanche ebbro né la Marshall Records (quella degli amplificatori, nonchè la loro attuale etichetta) mi ha pagato una mazzetta.
E invece niente di tutto ciò, ho semplicemente avuto un’epifania riascoltando il disco. Ancora e ancora. In loop da giorni ormai, ed ad ogni ascolto confesso che il suo spessore continua a crescere nella mia mente, e nel mio cuore.
Mi era ripromesso di parlare analiticamente di ognuna delle tracce quando ho iniziato a scrivere questo post. Inutile dire che le mie intenzioni sono deragliate. Ma sapere che c’è? Meglio così! Ascoltatele una ad una, a volume ovviamente alto (altrimenti di che stiamo parlando? E’ rock e va sparato a cannone!), e imparate ad amarle da soli.
Quattordici tracce una più bella dell’altra. Le mie preferite? Oltre ad una delle cover più belle di sempre (Isolation dei Joy Division) sicuramente Knives, Hellbelly, Turn e Unrequited. E Femtex. E Brainsaw. Vabbè, in realtà le vorrei nominare tutte, quindi mi fermo qui.

Poche band sanno fondere sonorità sporche e spigolose a melodie introspettive e malinconiche come hanno fatto i Therapy? su album come Toublegum. Incarnando lo spirito di un periodo storico contraddittorio e fremente di cambiamento. Cavalcando l’angoscia del disincanto degli anni ’80 e timoroso di rabbia per l’imminente avvento dei misteriosi anni 2000. Ascoltare per credere. Altrimenti “mi ci potete mandare” quando volete, sono qua.

Phil

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