Cinema, serie tv e musica: i miei up & down di inizio estate

Il tempo corre, corre, corre.
Vero.
Anche vero, però, è che “Chi ha il tempo? Chi ha il tempo? Ma se non ce lo prendiamo mai il tempo, quando mai lo avremo il tempo?” come diceva il saggio Merovingio in Matrix Reloaded.

Perciò rieccomi qui al vostro servizio, anche se once again in formato “pillole”.

Ecco cosa ho visto e/o ascoltato con piacere e con soddisfazione ultimamente:

  • Esterno Notte (film interessante, intenso – non vedo l’ora di vedere la seconda parte)
  • Top Gun Maverick (un sequel cinematografico sensato, senza troppe pretese, godibilissimo)

  • Bosch Legacy, prima stagione (serie tv, uno spin-off che approvo, tosto come sempre – sentivo già la mancanza del detective Bosch)

  • Ozark, stagione conclusiva (serie tv, solida e magistralmente interpretata – uno dei pochi prodotti targati Netflix che trovo ancora decente)
  • Doctor Strange nel Multiverso della follia (uno dei pochi punti fermi sul grande schermo a firma della Marvel )
  • Lamparos y sus componentes e Big Mountain County (piacevolissime sorprese, sperimentate on stage, della musica made in Italy)

Ecco invece cosa mi ha deluso e/o convinto poco tra le uscite più recenti:

  • Stranger Things stagione 4 (grande delusione, è diventata così infantile che fatico a seguirla – l’ennesima conferma che Netflix è in caduta libera)
  • Fear the walking dead & The walking dead “la serie madre”, stagioni appena concluse (allungare il brodo all’infinito non gli restituisce il sapore perduto)
  • Rammstein – Zeit (nonostante la classe cristallina della band teutonica un album moscio, poco ispirato secondo me, al di sotto dei loro standard – occasione persa)
  • Eddie Vedder – Earthling (è sempre emozionante ascoltare la sua voce, una delle più belle in circolazione secondo me. Il suo disco solista, però, mi suona troppo monotono. Sorry Ed!)

Passo e chiudo.
A presto boys and girls, l’orologio fa tic toc e mi tocca scappare.
So long!

Phil

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The social dilemma, ovvero come Matrix diventa realtà

Avete visto il documentario? Non ancora? Beh, rimediate.

The social dilemma è un documentario realizzato da Jeff Orlowski per Netflix, e pubblicato sulla stessa piattaforma streaming, che racconta cosa c’è dietro i meccanismi dei social media e quali sono le pericolose conseguenze delle loro costanti evoluzioni e integralizzazioni.
Fake news, polarizzazioni politiche, propaganda estremista religiosa e anti-umanista, coltivazione dell’ignoranza sistemica e proselitismo nei confronti del dio-consumo.
Veniamo costantemente condizionati alla banalizzazione di fenomeni dei quali siamo protagonista, cavie e vittime. Siamo sempre più sordi alla campana di Hemingway che suona per noi e che invece confondiamo con la suoneria di una notifica dello smartphone.
Fatalismo? Catastrofismo? Sempre più spesso ci ridiamo su. E questa è la conferma che gli strumenti di controllo sono sempre più vicini alla perfezione.
Cosa c’è di meglio per un padrone che il proprio servo sorrida al suono della frusta mentre scambia quest’ultima per una carezza amorevole?

Alcune testate (siti/pagine/blogger/forum) l’hanno definito grossolano. Non mi stupisce, potrebbero essere proprio quelli che beneficiano delle disfunzionalità morali e civili che i social network utilizzano per riprodurre le proprie dinamiche e guadagnarci lautamente. Oppure, cosa molto più probabile, non ne hanno colto il messaggio fondamentale.
A me, però, The social dilemma non è sembrato affatto approssimativo: le dinamiche spiegate e raccontate da alcuni dei protagonisti o ex protagonisti della socialità digitale sono reali ed effettive.
La grossolanità, semmai, c’è in alcune fasi del racconto. Mi riferisco alla parte recitata che è inevitabilmente farsesca per una ragione ovvia ed evidente: far arrivare il messaggio a chi non è abituato al lessico dell’argomento e ai suoi ingranaggi. Ovvero ampliare il pubblico al quale è rivolto, per intrattenere e tenere lo spettatore “sintonizzato” e interessato invece che farlo “scappar via” annoiato.


Però se parliamo dei concetti espressi e soprattutto delle dinamiche spiegate (seppur in maniere concisa e semplificata, altrimenti le capirebbero solamente gli addetti ai lavori),
c’è ben poco da confutare. Sono quelli che Facebook, Twitter, Instagram, Tik Tok, Google and company mettono in campo massivamente per mantenere in vita e potenziare il sempre più potente (e incontrollabile) kraken che hanno creato, e per ottenere profitti di miliardi di dollari.

E’ come spiegare a un alieno il gioco del calcio. Dirgli che si tratta di prendere a calci un pallone fino a insaccarlo in una porta, da soli o con l’ausilio di compagni di squadra, e senza l’ausilio delle mani…sarà pur semplicistico ma è altrettanto concreto.
E’ uno sport con tante regole, sfumature e peculiarità, ma di base il funzionamento è quello appena descritto.
Così in The social dilemma, centinaia di precisazioni tecniche non vengono nemmeno sfiorate, a beneficio di chi non le comprenderebbe, ma in nessun modo forviano lo spettatore allontanandolo dalla comprensione basilare dell’argomento trattato.
Se vi state chiedendo come si alimenta il fenomeno delle fake news, delle polarizzazioni politiche e sociali, della distrazione di massa in un’infinita gamma di implicazioni nefaste per la società contemporanea…beh questo documentario targato Netflix – con mente aperta e spirito critico, naturalmente – dovreste proprio guardarlo.

E’ chiaro che al suddetto colosso dello streaming mondiale farebbe piacere che impiegassimo il tempo risparmiato connettendoci meno ai social media guardando i loro contenuti, per incrementare il loro profitto, ma d’altronde la divinità per eccellenza della nostra epoca è proprio il Denaro. Oggi elegantemente mistificato con il termine scientifico
di Profitto appunto.
Ciò non toglie che non ascolterete menzogne e inganni in The Social Dilemma.
Il rischio globale che ci avvicina tutti pericolosamente alla trama assurda e paradossale del film Idiocracy è concreto, reale e imminente. Anzi, è già in atto e ne siamo tutti parte.

Gli autori del documentario sono ottimisti circa la possibilità di deviare questo tsunami invisibile e annichilente, io un po’ meno. Ciò che è certo, però, è che se ne dovrebbe parlare MOLTO di più. Parlare non risolve un gran che, ma è quantomeno un primo minuscolo passo sul percorso di reazione che dobbiamo necessariamente intraprendere.
E’ una questione di vita o di morte che ci riguarda in quanto specie, e prima ce ne renderemo conto prima avremo una chance se non di vincere quantomeno di combattere e soccombere provandoci. Per cosa? Per le libertà basilari che riguardano la mente, il cuore e lo spirito.
Per restare umani.
Lontano da ogni forma di complottismo, estremismo e catastrofismo io parlo solo di comprensione e consapevolezza di un virus mille volte più letale, invisibile e contagioso di qualsiasi altra pandemia che il genere umano abbia affrontato e superato.
Un virus subdolo che inconsciamente ma anche apertamente accogliamo nella nostra vita ogni singolo giorno, centinaia di volte al giorno.

Riassumo il documentario in una sua frase che cita il film sul quale ho incentrato la mia prima tesi di laurea ai tempi dell’università:
“Come fai a svegliarti da Matrix se non sai di essere dentro Matrix?”

Phil

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Solitude, una poesia meravigliosa

Un fugace momento poesia, folks. Un po’ perchè attraverso un periodo frenetico, cavalcando seccature e domando beghe, e non trovo il tempo per concentrarmi sulla produzione di materiale che valga la pena leggere, e scrivere.
Già ma, come saggiamente suggerisce quel volpone digital-francese del Merovingio in Matrix Reloaded: “Chi ha il tempo? Chi ha il tempo? Ma se non ce lo prendiamo mai il tempo, quando mai lo avremo il tempo?
E dunque eccomi qua, seppur fugacemente come anticipavo poc’anzi.

Vorrei condividere con voi una poesia dalla bellezza e dalla profondità smisurate, imho.
In realtà un suo frammento lo conoscerete già se amate il cinema. Però, forse proprio per questo, immaginerete che sia farina del sacco dello sceneggiatore magari. E che il passaggio sia da annoverare solamente tra le citazioni cinefile più memorabili di sempre. Lo è, per carità, ma è una meta-citazione. E’ il cinema che cita la poesia, e una in particolare:
Solitude, di Ella Wheeler.
Nel celeberrimo film Old Boy, osannata opera del regista koreano Park Chan-wook del 2003, ricorderete l’adagio: Ridi, e il mondo riderà con te. Piangi, e piangerai da solo. Fa parte della suddetta poesia. Versi che nella loro interezza, per sensibilità con la quale afferrano un’arteria pulsante dell’esistenza umana e per bellezza intrinseca, meritano di essere divulgati e apprezzati da tutti coloro che ne conoscono solo un accenno. And here we go.

Questa la versione originale, in lingua inglese:

“Solitude”

Laugh, and the world laughs with you;
Weep, and you weep alone.
For the sad old earth must borrow it’s mirth,
But has trouble enough of its own.
Sing, and the hills will answer;
Sigh, it is lost on the air.
The echoes bound to a joyful sound,
But shrink from voicing care.

Rejoice, and men will seek you;
Grieve, and they turn and go.
They want full measure of all your pleasure,
But they do not need your woe.
Be glad, and your friends are many;
Be sad, and you lose them all.
There are none to decline your nectared wine,
But alone you must drink life’s gall.

Feast, and your halls are crowded;
Fast, and the world goes by.
Succeed and give, and it helps you live,
But no man can help you die.
There is room in the halls of pleasure
For a long and lordly train,
But one by one we must all file on
Through the narrow aisles of pain.

Foto di @phil_wallace_marino

Questa invece una traduzione in lingua italiana:

“Solitudine”

Ridi e il mondo riderà con te.
Piangi, e piangerai da solo.
Poiché il vecchio mondo triste deve prendere
in prestito la sua allegria,
ma ha già abbastanza guai per conto suo.
Canta, e le colline ti risponderanno.
Singhiozza, e il tuo singhiozzo si perderà nell’aria.
L’eco è destinata a un suono gioioso,
ma si rifiuta di dare ascolto ai lamenti.

Rallegrati e gli uomini ti cercheranno.
Rattristati, ed essi ti lasceranno solo.
Vogliono la misura piena di tutto il tuo piacere,
ma non hanno bisogno del tuo dolore.
Sii felice, e avrai molti amici.
Siì triste, e li perderai tutti.
Non c’è nessuno che rifiuti il tuo vino di nettare,
ma dovrai bere da solo il fiele della vita.

Fa festa, e i tuoi saloni si riempiranno.
Digiuna, e il mondo ti passerà acanto senza sfiorarti.
Se avrai successo e sarai generoso, ciò ti aiuterà
a vivere.
ma nessuno potrà aiutarti a morire.
C’è spazio nelle sale del piacere
per un lungo treno di signori.
Ma a uno a uno dobbiamo metterci in fila
per passare gli stretti varchi del dolore.

Ella Wheeler Wilcox (5 Novembre 1850 – 30 ottobre 1919) è stata un’autrice e poetessa americana

Non la commenterò in alcun modo, lasciate che siano le parole della Wheeler a vibrare lungo le corde della vostra anima e giungete alle conclusioni che essa stessa vi suggerirà. A patto che ce ne siano, conclusioni.

Laugh, and the world laughs with you; weep, and you weep alone.

Phil

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Auf wiedersehen, Dark. Mi mancherai!

Cala il sipario su una delle serie tv più belle degli ultimi anni

Avevo detto che ne avrei scritto, e lo farò. Brevemente però, perchè l’emozione è ancora intensa.
Si è appena concluso l’intrecciato ciclo temporale di Dark, con la terza ed ultima stagione. Tanta roba, ragazzi.
Per quanto mi riguarda la serie tedesca è una delle più belle mai create sul suolo europeo.
E si colloca di diritto nell’Olimpo delle più brillanti ed originali a livello mondiale.
Merito di una coerenza e di una solidità a mio parere inattaccabili, nonostante gli azzardi di sceneggiatura e i voli pindarici di fantasia. Nonostante le rischiose ellissi nella trama e il meta-racconto che diventa meta-meta-racconto.
Nonostante le esplorazioni interdimensionali questa serie tv mette in scena davvero tanto della reale, realissima condizione umana. L’ineluttabilità della sua natura circoscritta ed il suo sforzo impossibile verso l’immortalità. Spirito, corpo, sentimenti, limiti, infinito, azzardo, sconfitta, rinascita. L’eterno ritorno. Il ciclo della vita. L’amore, la morte.

Dark è una serie tv tedesca del 2017, di genere thriller-fantascientifico, creata da Baran bo Odar e Jantje Friese


Ho avuto la fortuna di scoprire Dark non appena è misteriosamente e silenziosamente apparsa sul catalogo Netflix, circa tre anni fa, quando ancora non ne parlava nessuno.
Poi è rapidamente, e meritatamente, diventata un cult.
Sì, lo so, è un po’ narcisistico rimarcarlo, ma questa dinamica di scoperta in modalità talent scout si è ripetuta un numero considerevole di volte (nonostante io non abbia mai vissuto a Winden). Perciò spero che mi perdonerete questa piccola autocelebrazione. Ecco, fatto, finito.
Le premesse che preannunciavano quanto avrei amato questa sci-fi series c’erano tutte sin dall’inizio: dalle citazioni di Matrix a quelle dei Kreator, dalle atmosfere lynchane agli intrecci nolaniani. Il culmine lo si è raggiunto con il finale, però, che considero uno dei più belli, soddisfacenti e significativi di sempre (imho). Carico di simbolismo, di esistenzialismo, di romanticismo, di accettazione. Così come d’incanto visivo, respiro narrativo e plateau emozionale. E qui mi fermo con le parole, lasciando che sia l’immaginazione a continuare ad elaborare il tutto e a lanciarlo verso la costellazione neurale della memoria a lungo, lunghissimo termine. Chapeau.

Phil

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