Ottimismo e nichilismo secondo Welsh, Boyle e me

Warning: post prolisso, molesto e onesto.

Non so se, as the years went by, ve ne siete accorti: le persone più ottimiste (e dico ottimiste per davvero, concretamente, e non per una forma di hippismo cheap “alla spada de foco maniera” o per una vocazione zen da biscotti della fortuna) spesso sono le più ciniche (nell’accezione colta) e nichiliste.

Perché?
Elementare buon vecchio Watson: una volta compresi e accettati l’abisso dell’esistenza umana e le minuscole dimensioni dell’Uomo nei meccanismi dell’universo…si fa un balzo in avanti e si accetta la vita nella sua pienezza tanto quanto nella sua limitatezza, e i rischi come conditio sine qua non per qualsiasi possibilità di raggiungimento di felicità e maturazione interiore. Il tutto passando per l’accettazione delle dinamiche del tempo, delle paure e della morte.

Tutto sto preambolo del cazzo per cosa poi? Ma niente, perché mi emoziona la bravura di Irvine Welsh, meravigliosamente traslata sullo schermo da Danny Boyle, nello spennellare i colori amari della modernità sulla tavolozza della vita.

Il monologo nel video qui sotto è la naturale evoluzione di quello super iconico di Trainspotting volume Uno, e ne è anche la negazione.
La conclusione – quel sorriso sornione, contraddittorio e “umano troppo umano” di Mark – è uno schiaffo di onestà che rivela come siamo noi oggi, con molte fibre del nostra identità in metastasi avanzata di consumismo e capitalismo. Ma tant’è. Choose life.

Phil

Malinverno, un’avventura onirica tra lapidi e libri

Il romanzo di Dara è un’opera originale e acuta che
vi invito a leggere

Mi sono avventurato tra le pagine di Malinverno e per le strade di Timpamara, paesello a cavallo tra il mondo della fantasia e quello della realtà del sud Italia, su suggerimento di una mia amica (grazie per la dritta, A.). Che dire? Sono contento di averlo fatto.
Inizialmente non nascondo di aver avuto qualche dubbio, se non altro per una questione di gusto personale quanto allo stile (molto classicista, mentre al di là di sporadiche eccezioni tutto ciò che è stato scritto dal ‘900 in poi lo preferisco asciutto, spigoloso e tagliente).
Ma il romanzo era palesemente ben scritto e brillantemente concepito e così ho vinto le mie (flebili) resistenze e proseguito con la lettura. Ne è valsa decisamente la pena.

Come è mia abitudine non farò una recensione, anche e soprattutto perchè non le amo.
Ma proprio per niente. Mi limito a consigliarne la lettura (dopo che vi sarete debitamente informati, e questo è a carico vostro – uccidiamo la pigrizia contemporanea generata dalla stitica comunicazione dei social) e a condividere delle brevi impressioni monodose.
Già, la lettura di quest’opera si è rivelata un po’ una droga per me, portandomi ad avanzare tra le sue pagine con una velocità maggiore di quella che purtroppo contraddistingue il mio rapporto attuale con i libri (amo leggere mentre sono in movimento, su larga o piccola scala che sia, e l’attuale stasi “limbica” dovuta alla pandemia tiene a freno la mia indole di lettore nomade).

Malinverno è un romanzo del 2020 (Feltrinelli Editore) di Domenico Dara


In molti hanno paragonato il nuovo romanzo dello scrittore calabrese Domenico Dara,
classe ’71 di Catanzaro, a Cent’anni di solitudine. Con la dovuta deferenza, naturalmente.
Immagino per via del suo costante rimando al mondo onirico, e per la sua vena esistenzialista e poetica. Nonostante per certi versi io ritenga che il parallelismo sia azzeccato, ho percepito un retrogusto ben differente nella sua narrazione. Un retrogusto più dolce, seppur nella tristezza. In Marquez invece si viene travolti dall’inesorabile drammaticità della condizione umana. La magia di Macondo è spietata nel suo romanticismo, mentre quella che avvolge la triste Timpamara, località dove le vicende del signor Malinverno hanno luogo, è avvolta dal candore della speranza e della riconciliazione con l’ineffabilità dell’universo.
O perlomeno questo è ciò che ho percepito io. Lungi dall’essere un’interpretazione univoca nè tantomeno una “spiegazione” (non commetterei mai un simile crimine ai danni dell’autore, ignorandone i trascorsi e l’approccio alla vita), che sia chiaro.

Malinverno trasuda un profondo amore per i libri e per la letteratura classica, ed è scandito da un’inclinazione estetica e tematica alla poesia cimiteriale. Un’avventura esistenziale e romantica dai marcati toni meridionali che non annoia mai, brilla nella propria semplicità e che regala significative riflessioni sulla condizione umana racchiuse in piccole gemme memorabili.
Leggetelo e supportate la narrativa italiana. Dara ne è un validissimo esponente. E da scrittore meridionale, per di più nomade come mi pare di capire che sia anche il buon Domenico, l’orgoglio e la felicità nel constatarne il successo, è anche doppio.

Phil

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cOLLA

Ho forse commesso un errore di battitura nel titolo?
No, è sballato di proposito. E’ sballato tanto quanto i protagonisti del romanzo di Irvine Welsh e non meno di chiunque ne abbia appena terminato la lettura. Anche quando si tratta di una
ri-lettura.
Anzi, riavventurarsi a distanza di tanti anni tra le pagine di una delle opere più famose – e più toste – del celebre scrittore scozzese forse ne intensifica addirittura l’effetto-schiaffo.


Col passare del tempo, infatti, il flusso di vita nel quale Welsh risucchia la persona dall’altro capo del libro non risulta meno burrascoso e acido della prima volta. Piuttosto travolge con maggior impeto, colpisce più in profondità per via di una maggiore consapevolezza ed esplode nel cuore con rinnovate malinconia e amarezza.
Rispecchiate nei percorsi di crescita individuale del gruppo di amici protagonista di Colla, che Irvine descrive con potente realismo e devastante franchezza, ci sono i nostri.
Riflessi nelle avventure grottesche, libidinose, sbagliate, umane, inspiegabili, irrinunciabili, ci sono quelle di tanti dei miei coetanei, alcune delle mie, quelle di almeno un paio di generazioni.

Colla (Glue nella versione originale del 2001) è il quarto romanzo dello scrittore scozzese Irvine Welsh

C’è chi cresce troppo velocemente e chi non lo fa mai, chi muore troppo giovane e chi invecchia precocemente, chi resta fedele a se stesso e chi si perde nel processo di maturazione.
Ci sono scontri e incomprensioni generazionali, amicizie che si infrangono senza alcuna (apparente) spiegazione ma che restano invisibilmente cementate nei decenni da una colla esistenziale salda come granito.
C’è il mondo che cambia, si evolve e si ripiega su stesso. Il tempo che vola via come un boomerang per poi tornare all’improvviso tra le mani di chi lo ha sfidato, oppure gli si infrange sul muso. Quando non scompare al di là di un cancello inaccessibile.


Si ride tanto nel romanzo di Welsh, perchè il suo umorismo britannico (ma non definitelo mai così se parlate con uno scozzese) è infallibilmente gagliardo e istrionico. Ci si commuove anche tanto perchè in pochi riescono a guardare indietro lungo i percorsi della memoria e della nostalgia con un’abilità e una franchezza così disarmanti. Il suo lessico è sempre lercio ma con note di poesia intimista, minimalista ma fantasioso allo stesso tempo, rauco, acido, spinoso, volgare e spietato perchè quasi sempre lo è anche la vita, che si sia creature privilegiate o sfortunate.


Non mi vengono in mente così tanti autori che riescono a cogliere e rappresentare lo spirito del trentennio conclusivo del ‘900 occidentale, quello della gente comune almeno, tanto mirabilmente quanto Irvine Welsh.
In pochi sono capaci di farlo senza raccontarsi e raccontarci frottole, edulcorazioni, stronzate in salsa barbecue e pillole indorate. Lo scrittore scozzese è la colla che tiene insieme la nostra età adulta e i frammenti del nostro passato. In alcuni momenti ricordarsi della sua esistenza è a metà strada tra il salvifico e l’essenziale.

Phil

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Curiosi di saperne di più sul sottoscritto?

Leggete la mia intervista per il blog TheInkRose allora!

Hi folks, interrompo la mia vacanza più immaginaria che reale per condividere con voi il contenuto di un’intervista fatta per il blog TheInkRose.

In essa ho affrontato diversi argomenti interessanti, stimolato dalle sagaci domande di Federica, scrittrice e creatrice del suddetto blog. Ho parlato innanzitutto del mio romanzo “L’apocalisse sbarcò a Vespuccio” e della sua creazione, nonchè della mia attività di scrittore. Ma anche del mio ruolo di ghostwriter, che tanto incuriosiva la mia attenta intervistatrice, e del mondo dell’editoria contemporanea così come l’ho percepito nel momento in cui mi ci sono interfacciato.

Se siete curiosi di saperne di più del sottoscritto, troverete l’intervista a questo link.

L’apocalisse sbarcò a Vespuccio – Cronache di uomini e bestie, e di bestie umane

Se invece vi interessa acquistare l’opera, potete farlo direttamente da Amazon oppure ordinandola presso la vostra libreria di fiducia.

Ah, ne approfitto anche per introdurvi alla pagina Instagram che ho appena creato su misura per il romanzo: @lapocalisse_sbarco_a_vespuccio.
Si tratta di uno spazio in cui i miei lettori e l’opera stessa possono interagire, creando un rapporto per quanto possibile non mediato dal sottoscritto.
Vi sembrerà strano o astratto, ma L’apocalisse sbarcò a Vespuccio in un certo qual senso si è scritta da sola. Perciò non posso far altro che lasciarla libera di esprimersi ancora.

Per oggi è tutto.
Buon pomeriggio di fine estate.

Phil

L’apocalisse di Vespuccio sbarca nel resto d’Italia

Un videoclip del mio romanzo nei principali aeroporti e metropolitane d’Italia dal 13 al 19 luglio

Grazie a Telesia Tv e ad una sua iniziativa promozionale volta a supportare gli scrittori e i musicisti emergenti, un breve ma carinissimo spot del mio romanzo è attualmente on air sugli schermi delle metro di Roma, Milano e Genova e su quelli di quindici aeroporti da nord a sud della penisola.

Eccola:

https://www.youtube.com/watch?v=D7I2CMBLKIY

Vi ricordo che qualora vogliate acquistare una copia de “L’apocalisse sbarcò a Vespuccio” potete farlo su Amazon, cliccando qui, oppure ordinandola presso la vostra libreria di fiducia.

Se invece voleste prima saperne di più, chiedete pure alla Fenicedinotte.

Phil

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Murakami e il legno norvegese

O credevate che si trattasse di un bosco? E cosa ne pensate dell’autore giapponese?

Già, non posso che iniziare con dei punti interrogativi. Sono i più coerenti con il mio mood del momento. Qual è il super potere di Murakami? Cosa lo rende così speciale? Ci avete mai pensato?

Io ho appena finito di rileggere Norwegian Wood e sono venuto a lanciare nero su bianco, sotto forma di dardo, le mie prime impressioni. Anzi, chiamiamole impressioni-bis, forse è più corretto considerato che si tratta della seconda volta che lo leggo.
Perchè questi interrogativi? vi starete chiedendo.
Il motivo è semplice: Haruki avvince e ipnotizza con una prosa così semplice e lineare che…mi sorprende, quasi mi sciocca. Parlo per me, eh. Solitamente vado matto per le ellissi, per le parabole e le acrobazie. Oppure mi catturano i voli pindarici, o piuttosto le discese verso il centro della terra.
Non mi riferisco a tematiche o a trame, sto parlando solo di linguaggio e stile poetico. Mi rapisce, a volte, la maestria con la quale una penna riscrive i connotati o accarezza l’anima, percuote o ricama emozioni.

Già ma con l’eroe della letteratura giapponese contemporanea, come la mettiamo allora? Alcune sue pagine, per giunta, sono descrizioni di una stanza oppure di una strada qualsiasi vista da una finestra sul niente. E non è da me apprezzare queste lungaggini. Eppure lui mi ci inchioda.

E tutte queste caratteristiche e peculiarità emergono con maggior enfasi e lucentezza proprio in Norwegian Wood (oppure chiamatelo ancora Tokyo Blues, ma Haruki-San non lo vedrà di buon occhio).
Probabilmente la genialità dell’autore risiede proprio nel rendere speciali dei dettagli banali. Forse la sua genialità sta nella semplicità con la quale racconta la complessità e la profondità.
Di sicuro molto è da ascrivere alla sua onestà – morale, emotiva ed intellettuale.

E la punta di un tale iceberg non può che risaltare proprio in questo romanzo che è uno dei suoi più atipici, in quanto meno incline alla fantasia e più ancorato ai dolori e ai dubbi della vita reale.
In ultima istanza credo che il fatto di aver scritto l’intera opera nel Mediterraneo, tra la Grecia e l’Italia (perlopiù in un appartamentino alla periferia di Roma, ma in parte anche in Sicilia) abbiano scavato nell’anima e nella creatività di Murakami un solco fatto di esperienze a colori vividi, odori vivaci e suoni intensi.

Sono solo impressioni libere e disordinate, piuttosto disorganiche e poco ponderate, perciò non prendete queste righe come una recensione o chissà che. Maddechè!
Per la cronaca, se proprio devo trovare un difetto (che in realtà forse non lo è nemmeno) lo colloco nel finale. Quanto è brusco?!? Non lo ricordavo così repentino. Mi ha fatto pensare a quei film che si interrompono quasi nel vivo dell’azione, a quei finali che mio padre quando ero bambino amava chiamare a uovo.
Come specificavo nel tepore di quelle parentesi, tuttavia, probabilmente non si tratta di un difetto, perchè in verità è tutt’altro che un finale a uovo. Anzi, risulta in qualche modo piacevole rimanere appesi a quella telefonata con Midori e immaginare il resto.
Però è brusca, ragazzi! Haha, scusate se ci torno. Sembra di essere investiti da un autobus mentre si era al sicuro e sovrappensiero in una cabina telefonica. Ma d’altronde non è la vita stessa, a volte, ad essere un po’ così?

Phil

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