Kafka sulla spiaggia, un romanzo magico

Murakami Haruki e una mia prima volta

Il bello di ricredersi.
Ma cosa ne sanno i vedenti ciechi, gli stolti e gli integralisti?

Mi ero approcciato a quest’opera di Murakami non con il miglior auspicio, diciamo. Inizialmente la lettura non mi aveva coinvolto né entusiasmato, ed ero davvero scettico circa la possibilità o la probabilità che sarei arrivato alla fine del romanzo. E invece, strada facendo, tutto è cambiato. E’ successo qualcosa.
Non so se chiamarla illuminazione o folgoramento, oppure semplicemente innamoramento. Ma è accaduto per davvero. Al tempo stesso anche quasi per magia, come spesso accade tra le pagine dei romanzi visionari scritti dall’autore giapponese.

Come sopra, così sotto recita un vecchio adagio. Adattandolo alle esperienze che ci regala il buon Haruki, diverrebbe come dentro così fuori. Perchè la sua mistica deborda sempre. Se ne salva solamente chi ne è immune per natura e sensibilità personale. Altrimenti si è spacciati, essa ti possiede. E finanche quando abbandona le membra, un germoglio, un seme o una radice della sua poetica esistenziale rimane comunque radicato nell’anima del lettore con cui condivide le affinità elettive.

Kafka sulla spiaggia (海辺のカフカ) è un romanzo del 2002 dello scrittore giapponese Haruki Murakami

Dicevo prima che qualcosa, a un certo punto dell’avventura di lettura, è successo. Cosa di preciso, è difficile a dirsi. Ma è altresì certamente legato ad uno dei suoi incantesimi narrativi.

Murakami, dopo un’introduzione lenta e ipnotica, all’improvviso cambia marcia e ti risucchia all’interno di un’esplosione di fantasia, di riflessioni esistenziali che ondeggiano tra l’onirico e il surreale. Una volta risucchiato l’inconscio nella sua dimensione, lo scrittore giapponese ti tiene stretto nel nucleo di questo vortice, saldo lungo il percorso di questo affascinante viaggio. Ma non pensatelo come eccessivamente cervellotico o pesante, perché è tutt’altro. Anzi è leggero, soffuso, piacevole, suscita sorrisi e talvolta incanta.

Kafka sulla spiaggia è stata davvero, davvero una bella sorpresa. Forse perchè la lettura era iniziata non esattamente sotto la stella più luminosa, mentre poi è terminata folgorante come l’esplosione di una supernova. Quest’opera per quanto mi riguarda è superiore al molto più famoso e decantato Norwegian Wood, tanto per capirci.

Vi è mai capitato di abbracciare un libro? A me sì, con Kafka sulla spiaggia, subito dopo averlo terminato. Una prima volta che ricorderò.
Capolavoro.

Phil

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Il giocatore

Riabbracciando Dostoevskij

Quanto è strano rimettere le mani sulla prima opera letta del tuo scrittore preferito! Soprattutto dopo essersi innamorato, negli anni a venire, degli altri suoi immensi capolavori.

Già, Il giocatore è stato il romanzo con cui, in gioventù, ho conosciuto Sua Maestà Fëdor Michajlovič Dostoevskij.
Ricordo che apprezzai molto la lettura, una volta calatomi nelle atmosfere e negli scenari dell’epoca. Non avevo ancora idea, però, di quanto profondamente mi sarei immerso di romanzo in romanzo, con l’anima e con la mente, nella Russia del 1800 viaggiando da Delitto e Castigo all’Idiota, dai Demoni ai Fratelli Karamazov. Mi fermo perché altrimenti finirei per elencare la sua intera bibliografia.
D’altronde, come ho già detto, il buon Fëdor è il mio scrittore preferito. Ma non sono qui per scrivere dei suoi volumi più noti ed osannati. Mi ritrovo invece a riempire i pixel di questa pagina perché mosso da affetto e nostalgia giovanili ma anche da un sincero stupore.


I primi due sentimenti immagino che vi siano familiari: sono quelli che proviamo quando torniamo a riascoltare un album che ha segnato la nostra adolescenza oppure a rivedere un film che è stato la colonna portante del nostro immaginario giovanile. Lo stesso accade quanto si torna a sfogliare voracemente le pagine che hanno ingravidato la nostra fertile e recettiva sete di conoscenza, storie e vicissitudini quando eravamo ragazzi.
Lo stupore che ho provato, invece, riguarda la prospettiva diversa dalla quale ho osservato lo stesso scrittore dopo averlo conosciuto meglio, molto meglio. Dopo averne seguito le gesta più gloriose, nonché la maturazione più dolorosa. Dopo aver passeggiato accanto a lui attraverso le traversie della vita riversate nelle sue opere.

Il giocatore (in russo: Игрок) è un romanzo di Fëdor Dostoevskij pubblicato nel 1866


E’ esilarante notare la febbrile pressione che Il Nostro deve aver provato quando ha dovuto iniziare e terminare il romanzo in ventotto giorni. Questo perché, in base ad un accordo con il suo editore, avrebbe altrimenti perso i diritti sulle proprie opere per parecchi anni a venire…
Si tratta della stessa febbrile concitazione che pervade l’intera narrazione, e che anima le gesta spesso inconsulte di Aleksej Ivànovic, il protagonista. In comune con la penna che l’ha disegnato Aleksej possiede anche la smodata passione per il gioco d’azzardo, vizio che lo rovina nella finzione quasi quanto ha dannato nella vita reale il romanziere.

E’ stato davvero piacevole tornare su quel caos e su quella concitazione, anni dopo.
Ed è stato altrettanto interessante notare quanto tutti i personaggi del Giocatore, dal primo all’ultimo, mi stiano profondamente sui fondelli. Odiosi, insopportabili tutti.
E apprezzare sinceramente un romanzo senza nutrire alcuna empatia nei confronti di nessuno dei suoi personaggi, non fa altro che rivelare – anzi confermare! – la grandezza e la genialità dell’autore che li ha creati. Fëdor Dostoevskij, gigante della letteratura mondiale. IL gigante, per quanto mi riguarda.
До́брый день.

Фил

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Furore

Siamo tutti Okie, o lo siamo stati, oppure lo saremo. Magari lo è stato qualcuno dei nostri avi, forse lo sarà qualcuno dei nostri discendenti.


E’ la storia degli uomini, di tutti gli uomini.
E’ una storia circolare. Possiamo guardare dall’altra parte, rinnegarla o tacerla: essa comunque tornerà.
Anzi, è sempre presente, anche quando sembra così lontana da noi e dalle nostre vite.
E’ la storia dell’umanità, e non si può sfuggire a qualcosa di cui si fa parte dalla nascita.
Né tanto meno si può sfuggire all’istinto fondamentale ed inalienabile della nostra specie, quello che ci ha accompagnato lungo il percorso dell’evoluzione e che ci mantiene in vita: l’istinto di sopravvivenza.


Cambiano i periodi storici, i protagonisti, i carnefici e le vittime, gli accusatori e gli imputati, i colori e i costumi, le lingue e gli accenti, l’incendio da cui si scappa e la sorgente d’acqua che si vuol raggiungere, ma allo stesso tempo resta tutto dannatamente uguale.
Lo schema si ripete da sempre, e probabilmente continuerà a farlo per sempre.

Che lo spirito di Tom Joad possa restarci vicino, nascosto e dappertutto.
E che possiamo noi riuscire ad ascoltarne i sussurri…

Phil

Da Furore (The Grapes of Wrath) di John Steinbeck, 1939.

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