Ottimismo e nichilismo secondo Welsh, Boyle e me

Warning: post prolisso, molesto e onesto.

Non so se, as the years went by, ve ne siete accorti: le persone più ottimiste (e dico ottimiste per davvero, concretamente, e non per una forma di hippismo cheap “alla spada de foco maniera” o per una vocazione zen da biscotti della fortuna) spesso sono le più ciniche (nell’accezione colta) e nichiliste.

Perché?
Elementare buon vecchio Watson: una volta compresi e accettati l’abisso dell’esistenza umana e le minuscole dimensioni dell’Uomo nei meccanismi dell’universo…si fa un balzo in avanti e si accetta la vita nella sua pienezza tanto quanto nella sua limitatezza, e i rischi come conditio sine qua non per qualsiasi possibilità di raggiungimento di felicità e maturazione interiore. Il tutto passando per l’accettazione delle dinamiche del tempo, delle paure e della morte.

Tutto sto preambolo del cazzo per cosa poi? Ma niente, perché mi emoziona la bravura di Irvine Welsh, meravigliosamente traslata sullo schermo da Danny Boyle, nello spennellare i colori amari della modernità sulla tavolozza della vita.

Il monologo nel video qui sotto è la naturale evoluzione di quello super iconico di Trainspotting volume Uno, e ne è anche la negazione.
La conclusione – quel sorriso sornione, contraddittorio e “umano troppo umano” di Mark – è uno schiaffo di onestà che rivela come siamo noi oggi, con molte fibre del nostra identità in metastasi avanzata di consumismo e capitalismo. Ma tant’è. Choose life.

Phil

cOLLA

Ho forse commesso un errore di battitura nel titolo?
No, è sballato di proposito. E’ sballato tanto quanto i protagonisti del romanzo di Irvine Welsh e non meno di chiunque ne abbia appena terminato la lettura. Anche quando si tratta di una
ri-lettura.
Anzi, riavventurarsi a distanza di tanti anni tra le pagine di una delle opere più famose – e più toste – del celebre scrittore scozzese forse ne intensifica addirittura l’effetto-schiaffo.


Col passare del tempo, infatti, il flusso di vita nel quale Welsh risucchia la persona dall’altro capo del libro non risulta meno burrascoso e acido della prima volta. Piuttosto travolge con maggior impeto, colpisce più in profondità per via di una maggiore consapevolezza ed esplode nel cuore con rinnovate malinconia e amarezza.
Rispecchiate nei percorsi di crescita individuale del gruppo di amici protagonista di Colla, che Irvine descrive con potente realismo e devastante franchezza, ci sono i nostri.
Riflessi nelle avventure grottesche, libidinose, sbagliate, umane, inspiegabili, irrinunciabili, ci sono quelle di tanti dei miei coetanei, alcune delle mie, quelle di almeno un paio di generazioni.

Colla (Glue nella versione originale del 2001) è il quarto romanzo dello scrittore scozzese Irvine Welsh

C’è chi cresce troppo velocemente e chi non lo fa mai, chi muore troppo giovane e chi invecchia precocemente, chi resta fedele a se stesso e chi si perde nel processo di maturazione.
Ci sono scontri e incomprensioni generazionali, amicizie che si infrangono senza alcuna (apparente) spiegazione ma che restano invisibilmente cementate nei decenni da una colla esistenziale salda come granito.
C’è il mondo che cambia, si evolve e si ripiega su stesso. Il tempo che vola via come un boomerang per poi tornare all’improvviso tra le mani di chi lo ha sfidato, oppure gli si infrange sul muso. Quando non scompare al di là di un cancello inaccessibile.


Si ride tanto nel romanzo di Welsh, perchè il suo umorismo britannico (ma non definitelo mai così se parlate con uno scozzese) è infallibilmente gagliardo e istrionico. Ci si commuove anche tanto perchè in pochi riescono a guardare indietro lungo i percorsi della memoria e della nostalgia con un’abilità e una franchezza così disarmanti. Il suo lessico è sempre lercio ma con note di poesia intimista, minimalista ma fantasioso allo stesso tempo, rauco, acido, spinoso, volgare e spietato perchè quasi sempre lo è anche la vita, che si sia creature privilegiate o sfortunate.


Non mi vengono in mente così tanti autori che riescono a cogliere e rappresentare lo spirito del trentennio conclusivo del ‘900 occidentale, quello della gente comune almeno, tanto mirabilmente quanto Irvine Welsh.
In pochi sono capaci di farlo senza raccontarsi e raccontarci frottole, edulcorazioni, stronzate in salsa barbecue e pillole indorate. Lo scrittore scozzese è la colla che tiene insieme la nostra età adulta e i frammenti del nostro passato. In alcuni momenti ricordarsi della sua esistenza è a metà strada tra il salvifico e l’essenziale.

Phil

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