Le canzoni che ho amato grazie al cinema

Quando il grande schermo fa da Cupido

Cinema di nuovo chiusi e musica ancora al bando. La tristezza che queste sfortunate circostanze mi hanno regalato (un regalo che mai avrei desiderato) mi ha portato a viaggiare, con la memoria e con l’immaginazione, lungo il ponte che collega questi miei due grandi amori. Un ponte lungo, affascinante, robusto e ricco di aneddoti.

Ascoltavo e apprezzavo Dylan da quando ero ragazzino, ma della canzone The times they are a changin’ me ne sono innamorato molto più tardi, grazie alla colonna sonora di Watchmen, meraviglioso film di Zack Snyder. Vi dirò di più, è diventata la mia preferita tra quelle del bardo Bob. Memorabile e intelligente il testo, fantastica l’interpretazione del cantautore americano, ed entusiasmante e originale il film del regista di 300. Un matrimonio perfetto. Tutta la colonna sonora, a dire il vero, è una sinfonia perfetta per accompagnare le incendiarie immagini della pellicola. Ma il brano di Dylan è rimasto incastonato nel mio cuore e nella mia memoria in maniera indelebile.
“Come gather ‘round, people
Wherever you roam
And admit that the waters
Around you have grown
And accept it that soon
You’ll be drenched to the bone
If your time to you is worth savin’
And you better start swimmin’
Or you’ll sink like a stone
For the times they are a-changin'”

E’ capitato anche a voi qualcosa di simile nel vostro personale triangolo amoroso con musica e cinema?
A me svariate volte, in occasioni tra le più disparate. Questa riflessione mi ha dato lo spunto per provare a ricordarne alcune.

Sinnerman, di Nina Simone, pezzo che ho poi finito per amare alla follia, l’ho scoperto grazie a Miami Vice di Michael Mann. Un film che a molti non è piaciuto, mentre io l’ho adorato – e così visto e rivisto – in particolar modo per le atmosfere che il grande regista di Chicago è riuscito a disegnare con la cinepresa, e per l’interpretazione di Colin Farrell, uno dei miei attori preferiti. Ma non escludo che il brano della Simone (nonostante sia in versione remix in questo caso) abbia contribuito a creare l’incantesimo che mi ha legato al film.
“Oh, sinnerman, where you gonna run to?
Sinnerman where you gonna run to?
Where you gonna run to?
All on that day”

Vado poi indietro nel tempo e mi ricordo di Burn, dei Cure. Anche in questo caso conoscevo già la band, sebbene non fosse ancora particolarmente nelle mie corde, ma fu grazie al film
Il Corvo che me ne innamorai. Quella maledetta canzone (nel senso buono del termine) e quel maledetto film (nel suo senso più sfortunato, Brandon Lee riposi in pace), che binomio perfetto! Che estasi, che disintegrazione spirituale! Che rinascita, dalle fiamme! Musica e schermo si fondono in una delle scene più memorabili della storia del cinema, per quanto mi riguarda. Naturalmente poi ho approfondito nella conoscenza della band e ho scoperto una miriade di belle canzoni. Grazie al cinema, quindi. Eravamo nemmeno a metà degli anni ’90.
“Still every night I burn
Every night I scream your name
Every night I burn
Every night the dream’s the same”

Torniamo al presente, in maniera del tutto random. Dell’esistenza di Luigi Tenco ero a conoscenza sin dall’infanzia – mia madre aveva diverse musicassette originali del cantautore piemontese – ma non mi ero mai approcciato alla sua musica con particolare interesse nè curiosità. Non so perchè. Poi un paio d’anni fa sono andato al cinema a vedere il film
Fabrizio De André – Principe libero e…ho riscoperto Tenco! La sua voce mi ha colpito in modo particolare. Insieme alla sua storia, e alla vicenda della sua morte. Ciao, amore ciao è una delle più struggenti e poetiche lettere d’addio che siano mai state cantate, a mio parere. Dolorosamente sublime.
“Saltare cent’anni in un giorno solo
Dai carri dei campi
Agli aerei nel cielo
E non capirci niente e aver voglia di tornare da te”

Chi se le dimentica le note di Where’s my mind? dei Pixies quando in Fight Club Edward Norton tiene per mano Helena Bonham Carter mentre tutti i grattacieli intorno crollano? La band di Boston l’ho scoperta così, grazie al cinema. Che meraviglia è quella scena? Una simbiosi che sembra creata da Madre Natura per quanto è perfetta! E invece no, è opera di quel genio di Fincher. Un’apocalisse romantica. E io di apocalissi qualcosa ne so.
“Mi hai conosciuto in un momento molto particolare della mia vita”

Era la metà degli anni ’90 e la musica del diavolo mi aveva rapito l’anima. The heavier the better, l’amavo dura e cruda. Poi ebbi la fortuna di vedere Trainspotting al cinema e conobbi Iggy Pop, del quale avevo letto sulle riviste di settore ma non avevo avuto modo di approfondire. Non c’erano Internet nè Youtube, e nessuno tra i miei amici ascoltava la sua musica nè possedeva i suoi album, perciò nessuna chance. Poi ascoltai Lust for Life.
E niente, corsi a comprare un suo disco. Cupido fece da tramite.
Grazie allo stesso film conobbi anche gli Underworld, e quando vado in da club Born slippy resta uno dei miei pezzi preferiti sui quali ballare. “Drive boy dog boy, dirty numb angel boy…”

Vabbè, più scrivo e più me ne tornano in mente. E realizzo che questo articolo potrebbe non terminare mai. Prima di dare origine a un loop temporale che ci risucchierebbe tutti in una dimensione parallela, mi fermo. Lascio la parola a voi, qui o sulla pagina Facebook della Fenice, se vi andrà di raccontarmi le vostre esperienze, le vostre scoperte, i vostri innamoramenti cinefil-musicali!

Phil

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Gimme Danger, il docu-film sugli Stooges che dovreste guardare

Iggy Pop e Jim Jarmusch, binomio vincente

Quando si parla di Iggy Pop, il mondo si divide in due categorie: chi lo conosce e chi ha visto almeno una sua foto (e non ne ha mai dimenticato il viso). Sbaglio? Mmm…non credo proprio.

Il biondo nanerottolo dal fisico scolpito nella roccia e dal volto consumato “dalla vita” è una delle icone più controverse e cazzute che il rock’n’roll abbia mai partorito.
Nato come James Newell Osterberg Jr. ma conosciuto sul pianeta Terra e nell’intero sistema solare come Iggy Pop, ha messo a ferro e fuoco qualsiasi palco di qualsiasi città in cui abbia mai messo piede (e la lista è lunga, davvero lunga).
E insieme agli Stooges – ma poi anche da solista – ha impresso su nastro canzoni e album che hanno dato un’impronta indelebile alla musica che “è venuta dopo”. Cosa sarebbe stato del punk senza di loro? E il movimento dark sarebbe stato lo stesso? Quanti frontman metal si saranno ispirati alle movenze da pazzo scatenato che l’Iguana (nomignolo usato da chi oltre a conoscerlo lo ama) ripeteva in ogni sua esibizione live?

“I don’t wanna belong to the glam people, I don’t wanna belong to the hip hop people, I don’t wanna belong to any of it. I don’t wanna belong to the tv people, to the alternative people… I don’t want to be a punk. I just want to be.”
– Iggy Pop​​​​​​​


Tante band sarebbero state molto diverse se non avessero potuto attingere dall’immaginario rock creato da Iggy & the Stooges. Tante band non sarebbero nemmeno nate, se vogliamo dirla tutta.
Si è mai seduto sugli allori passando dal ruolo di principe punk dal bel visino (anche se spesso tumefatto e strafatto) a quello di re del rock dall’aria criminale? Maddechè!! Non gliene è mai interessato molto, in realtà. Ha continuato a fare la bestia da palcoscenico e il musicista nella vita privata, come faceva da bambino quando non aveva niente se non una batteria. Un letto e una batteria, che suonava per ore e ore nella roulotte in cui è cresciuto con i genitori.
Attitudine, passione, semplicità, e…una naturale predisposizione ad andare “in direzione ostinata e contraria” come avrebbe detto il nostro De Andrè.
Un antagonista nato, nei confronti di tutto e tutti. Anche e soprattutto delle etichette, così come degli elogi, dei soldi e delle leccate di culo dello star system. Forse è anche per questo che nonostante sia uno dei personaggi più influenti ed apprezzati del mondo della musica non è mai diventato una star come Mick Jagger nè è mai diventato ricco come Bono Vox.

Quando album seminali come The Stooges, Fun House e Raw Power erano già abbondantemente sul mercato musicale, quei quattro scoppiati del Michigan non avevano che pochi quattrini in tasca e molte più disavventure sulle spalle. Disavventure leggendarie però. E queste Iggy e il regista Jim Jarmusch, suo grande fan da sempre, le raccontano nel docu-film Gimme Danger, che vi consiglio caldamente di guardare.
Il film-maker americano, che ha diretto il suo cantante preferito anche in tre altre occasioni, ha voluto narrare le vicende dei quattro Don Chisciotte del punk partendo dalla loro adolescenza ad Ann Arbor e seguendone gli squinternati passi fino a quando scrissero alcune pagine indimenticabili della storia del rock.

Il risultato sono un’ora e quaranta minuti – che trasudano passione, umorismo e amore per la musica – di peripezie e aneddoti, di pazzia e nostalgia, di euforia e tristezza, di droghe e incidenti, di vita e morte, del tempo che passa e del rock’n’roll che invecchia ma non muore, di Iggy Pop e gli Stooges.

Phil

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