Once upon a time in…lockdown!

Nonostante il lockdown il sabato sera bisogna pur celebrarlo, no?
Così ieri mi son rivisto Once upon a time in…Hollywood.
Felicissima idea. Che filmone con i contro…crismi!

Once upon a time in…Hollywood: il nono film di Quentin Tarantino. Serve dire altro?

Alcune riflessioni random, a briglia sciolta.

In questi tempi di coprifuoco, innanzitutto, avvistare il Bloody Mary abbondante che beve Brad Pitt a inizio pellicola è stato sublimante e frustrante allo stesso tempo. Sete!

Ma ad Al Pacino ormai gli fanno fare sempre l’ebreo? Curioso.

Adoro l’auto-citazionismo di Tarantino. In questo non ha eguali probabilmente.

Margot Robbie è più Sharon Tate di Sharon Tate. Lol.

Con il buon vecchio Brad è come con Trony, non ci sono paragoni: il più figo nei paraggi è sempre lui! Le chiacchiere stanno a zero.

Leonardo, a inizio carriera mi stava sulle scatole. Adesso…è diventato un mostro di bravura e non posso non amarlo. Lo ricorderanno per generazioni.

Quando DiCaprio e Pitt smetteranno di fare film, io smetterò di guardarne. Non voglio pensarci.

La ragazzina, quella ragazzina lì: tra quindici anni sarà la miglior attrice in circolazione. Ci metterei la firma.

Quanto è bella Margaret Qualley? Di un altro pianeta. Alla faccia di chi pensa che gli alieni siano verdi e strambi.

Pensandoci, ci credo che la famiglia Lee ha avuto parecchio da ridire sulla pellicola: Bruce ci fa una figura davvero barbina con tutti quei versi da gallina spennata! Esilarante però.

Dopo essersi trattenuto col sangue quasi per l’intero film, l’epilogo a casa Dalton deve essere stato un po’ come un orgasmo per il buon Quentino da Manduria. Liberazione.

Uno dei finali più azzeccati della sua carriera, tra l’altro. Don’t you agree?

Phil

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Glow, un cocktail esplosivo (e tutto al femminile) a base di wrestling, cinema e anni ’80

Il titolo non mente: questa serie tv brilla di luce propria. E acceca!

Finalmente un finale con gli attributi. Ho appena terminato la terza stagione di Glow e non posso che dire…wow!
Assolutamente all’altezza delle due precedenti. E parliamo di un’altezza da Monte Bianco, tanto per capirci. Senza tralasciare il fatto che farne tre di fila senza smagliature…è un fenomeno più unico che raro nella contemporaneità delle serie televisive. Tanta, tanta roba ragazzi!

E devo aggiungere anche che mi ci voleva un finale di buon gusto, realizzato senza pieghe di trama nè sgualciture di tensione emotiva.
Se mi avete seguito saprete già che mi era capitato ultimamente di vedere delle serie ben fatte, o magari basate su delle belle idee, ma che mancavano sempre di un elemento sempre più raro: la classe. E Glow, in tutta la sua apparente semplicità, ne ha da vendere. Sotto tanti, o forse tutti i punti di vista. Esagero? Onestamente non credo. Tutto perfettamente armonico al suo interno. Ogni piccolo ingranaggio si incastra armoniosamente e vellutatamente con quelli che lo circondano e ai quali è collegato. Non ve ne accorgete perchè Glow funziona talmente bene che sembra costruito in scioltezza e facilità, ma è vero il contrario. Ogni singolo dettaglio è pensato e posizionato con meticolosa cura e con grande gusto estetico, come dicevo poc’anzi. Pura armonia, davvero.

GLOW è una serie tv statunitense del 2017 creata da Liz Flahive e Carly Mensch per Netflix

Nonostante il caos sul ring e il disordine al di fuori di esso, niente è però fuori posto dietro il sipario.
La sceneggiatura è inattaccabile. La regia è meravigliosamente funzionale. La colonna sonora è splendida e ricca di chicche. Mentre per il cast..devo replicare il wow di inizio articolo. Il casting è stato quasi un’opera d’arte. La crew di Glow è una delle più affiatate, ben amalgamate e funzionanti che mi vengono in mente.
Forse potrei anche azzardare che a livello di lavoro di squadra è forse addirittura LA migliore che io ricordi. Si tratta di un’opera corale a tutti gli effetti, con dieci e più protagonisti, e farli vibrare – e saltare, e interagire, e wrestlare – alla stessa frequenza è un’impresa da ingegneri spaziali del cinema secondo me.
Naturalmente ci sono personaggi che magari hanno più visibilità di altri, ma ognuno di essi trova lo spazio per portare in scena il proprio vissuto, le proprie contraddizioni e aspirazioni, nonchè il proprio singolare modo di essere americani oltre che esseri umani. Leggete tra le righe. E questo è interessantissimo!

Vabbè, meglio non dilungarmi troppo. Voi la conoscete Glow? La seguite o l’avete intravista? Spero di sì. Ma in caso contrario spero proprio che non l’abbiate scartata solo perché si tratta di una serie di wrestling al femminile. Ammetto che inizialmente, a prima vista, magari soffermandosi sul logo, possa sembrare una roba un po’ troppo old fashion o addirittura kitsch. Ma a pensarla così si finirebbe totalmente fuori strada.
Si tratta di una serie in tutto e per tutto originale, assolutamente divertente e che intrattiene alla grande senza “rubare” troppo tempo. Tutti gli episodi sono di trenta minuti, durante i quali del puro divertissement (d’altronde c’è pur sempre di mezzo il wrestling) si alterna a un’analisi mai banale della società e della cultura a stelle e strisce, con tutti i suoi miti e le sue contraddizioni.
Bollicine, voli plastici sulle corde di un ring, risate, fallimenti, surplex, vittorie, disuguaglianze, televisione, America.

Questa serie è davvero un piccolo gioiellino. Mi auguro che la guardiate. Posso mettere la mano sul fuoco che non ve ne pentirete.
Per oggi è tutto, adesso corro a fare la danza di guerra di Ultimate Warrior.
Phil

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Hollywood e la rivincita della sostanza sulla forma

Dalla Stone alla Moss, una piccola rivoluzione rosa nel cinema americano

Ieri ho visto Shirley, un film drammatico dalle tinte rarefatte e oniriche, con una punta di gotico e dei momenti affini al thriller. La pellicola è pregevole, sebbene non indimenticabile.
A bucare lo schermo, però, è Elisabeth Moss. Come al solito, come sempre ultimamente.
Per onestà di racconto anche Michael Stuhlbarg e Odessa Young se la cavano egregiamente. Ma la bionda ancella, divenuta popolare grazie alla originale e validissima serie tv The Handmaid’s Tale, è una spanna sopra tutti gli altri. Che talento che ha la trentottenne losangelina! Oramai l’ho vista già in parecchi film (tra ruoli primari e secondari) e per quanto ne abbia memoria non ha mai fatto cilecca. Non solo, non ha mai interpretato un qualsivoglia personaggio in una maniera che definirei diversamente da impeccabile. Esagero?

Quanti giri di parole, maremma boscaiola: la Moss è una grande attrice, punto. Già, punto. Professionale, surrealmente dedicata, espressiva. Sembra calarsi nella parte che le viene affidata con una naturalezza disarmante. Ma a pensarci bene si tratta anche di stakanovismo, è palese quanto la Moss sia costantemente focalizzata e concentrata sul proprio lavoro. Non a caso le stanno affidando sempre più spesso ruoli da protagonista e copioni impegnativi.
E questa non è, o non è stata, un’abitudine tipicamente hollywoodiana. Mi riferisco alla scelta di consegnare le chiavi di un film nelle mani di un’attrice non particolarmente bella. E a tratti, la Moss, può facilmente risultare addirittura bruttina.
Ma poco importa se lei piaccia o meno e se sia molto o poco attraente, a contare è il fatto che il suo talento mandi in panchina il suo aspetto fisico. Quando c’è di mezzo Elisabeth la bravura va in primo piano e l’esteriorità finisce nel secondo.
Si tratta di una dinamica tutt’altro che scontata, soprattutto per il cinema a stelle e strisce. Soprattutto per una nazione immaginaria, quella del cinema made in USA, che ha come capitale Los Angeles che dell’aspetto fisico ne ha fatto quasi una ragion di Stato, se non una religione. C’è più botox che ossigeno in California, probabilmente.

Emma Stone (Scottsdale, 6 novembre 1988) e
Elisabeth Moss (Los Angeles, 24 luglio 1982)

E dopo aver visto Emma Stone incoronata regina del grande schermo di questo ultimo periodo, o quantomeno dopo la sua ammissione ai ranghi della nobiltà cinematografica, penso che si possa iniziare a parlare di “nuovo corso”. Un corso che valorizza maggiormente le capacità a discapito di un seno giunonico o di una sensualità amazzonica. Fermatevi un attimo a pensarci: tra gli attori – non mi riferisco alla categoria attoriale, parlo degli uomini – la bruttezza è spesso passata in secondo piano quando veniva controbilanciata da classe e carisma. Ce ne sono sempre stati tanti di attori più bravi che belli, e di chance – e ruoli importanti, e statuette! – ne hanno sempre avuti un discreto numero.
Lo stesso discorso non poteva farsi per il gentil sesso, purtroppo. Rare eccezioni a parte. Eppure Emma Stone in tanti la considerano per niente bella o addirittura bruttina con quegli occhioni da extraterrestre che si ritrova (personalmente la trovo addirittura bellissima, ma confrontandomi con con tanti dei miei amici e conoscenti rilevo un certo stupore sui loro volti quando lo sostengo apertamente) – ma ciò nonostante i produttori di L.A. fanno a gara per coinvolgerla nei propri progetti. Questo perchè è brava, dannatamente brava. E alla fine dei giochi questo non può che contare, anzi deve contare più di qualsiasi altro fattore si vada a considerare. Nell’affidare una parte ad un’attrice così come ad un attore questo dovrebbe essere il parametro di riferimento.

Non so se si tratti realmente di un nuovo corso, come ipotizzavo prima, o di una coincidenza. Staremo a vedere. Però mi sembra di notare che anche attrici ormai navigate, ma ancora relativamente giovani e quindi appartenenti al cinema dei nostri giorni piuttosto che a quello delle scorse decadi, come Charlotte Gainsbourg o Maggie Gyllenhaal (entrambe dalla bellezza molto soggettiva ma dal talento piuttosto oggettivo, soprattutto la newyorchese) di recente stiano ricevendo copioni più importanti rispetto a prima. E sotto i riflettori ritengo che stiano interpretando ruoli sempre più spesso da protagonisti.
Stesso discorso per un’Octavia Spencer. E Viola Davis? Pure. Noomi Rapace?
Sarà una mia impressione ma un tempo solamente un vulcano di bravura come Tilda Swinton sarebbe emersa nonostante un sex appeal discutibile o inesistente. E anche senza prendere un passaporto e volare negli States, in Italia quante Anna Magnani abbiamo avuto? Io ricordo moooolte più attrici belle ma scarse che in gamba ma poco vistose.

Spero di avere ragione. Perchè di attrici appariscenti e attraenti ce ne sono un’infinità, ma di talentuose e geniali nella recitazione…molte di meno. Perciò è giusto che gli scettri, i troni e i ruoli più rappresentativi e significativi vadano a loro. Così come accade per gli uomini.
Il tempo dirà, d’altronde.

Phil

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Hollywood, una canzone (davvero speciale) di Nick Cave

Il mio brano preferito dal suo ultimo disco Ghosteen

Può una canzone essere al tempo stesso anche una preghiera, una confessione, un pianto amaro e un silenzioso grido di speranza?
Se a scriverla è Nick Cave sì, suppongo di sì. Anzi, c’è poco da supporre: questo brano ne è la prova e la manifestazione in parole e musica.

Hollywood, l’ultima canzone dell’ultimo (solo in ordine cronologico) album dell’iconico cantautore australiano, è l’incarnazione di un gorgo di emozioni vibranti ma silenziose. Pura introspezione, sofferta ma disperatamente gravida di speranza, ci trasporta nella sua casa sulle colline, non lontano da Malibu.

Ci introduce nella sua complicata relazione con un felino che gli morde una mano mentre supplica protezione con l’altra. Una canzone personalissima, percepisco, attraverso la quale Nick espia la colpevolezza di non riuscire a tirarsi fuori del tutto da questa dolorosa dipendenza di salvataggio e carneficina emozionale. E’ un peso del quale è stato però costretto a liberarsi e che continua a tormentarlo a posteriori.
E al contempo ulula egli stesso alla fiera che lo attira verso questo sacrificio sull’altare dell’annullamento, respingendola verso la gabbia della quale l’aveva salvata. Perché non si può sottrarre al giogo alcuna creatura che abbia confuso la propria libertà con la prigionia, e che nel circo della realtà azzanna la mano che le procura nutrimento e guarigione.

A ghosteen photograph of Nick Cave

Non si può salvare chi non desidera essere salvato. Un po’ come nella caverna di Platone – dove le ombre sostituiscono la carne, le ossa e i fluidi corporei – il felino che tormenta Cave si nutre di auto-inganni e di sentimenti di sofferenza, mentre lascia a marcire amore, tenerezza e il tepore volubile della sua tana naturale. E tutto brucia, alle sue/loro spalle. L’intera collina è in fiamme. Il loro passato ne è consumato. E nemmeno il loro futuro, quasi fosse un figlio (che Cave ha perso per davvero, tra l’altro), è risparmiato dalle cupe vampe, né tanto meno viene soccorso da alcuna creatura divina (Buddha).

Insomma un intero post – per giunta metaforico quanto un trip da mescalina e a tratti ermetico come uno scarabocchio impressionista – per un singola canzone? Sì, perché non è un brano qualsiasi. Tutt’altro. E’ una storia a sé, è una novella, è una pagina di diario senza fondo.

Hollywood, quattordici minuti di passeggiata selvaggia e introspettiva nelle emozioni del poeta post-punk dal viso indisponente. Sarà che ho percorso un sentiero davvero molto simile a quello dell’australiano (a parte il tratto fisico verso le colline di Los Angeles, dove i dollari non mi hanno mai condotto) ma ho assaporato e introiettato ogni singolo verso di questa canzone come non capitava da molto tempo…
Grande, unico Nick! Ti voglio bene.

Phil

Ode a Christian Bale

Dite che non ne merita una, forse?

Sì, vabbè, ci mancherebbe che mi metta a scrivere poesie. Oppure odi ad un attore. Eppure…a quest’uomo voglio troppo bene, cinefilamente parlando, per non dedicargli queste righe d’ammirazione.

Da anni, in tanti non fanno che esaltarne le peripezie dietetiche – che lo portano sull’orlo della bulimia (vedi Vice) piuttosto che dell’anoressia (vedi L’uomo senza sonno) a seconda delle esigenze di copione, oppure si accaniscono a schernirlo per i comportamenti borderline nella vita privata, per le clamorose gaffe e per gli eccessi.
Beh riguardo alle prime, cosa dire? Che forza di volontà…e che follia probabilmente! Di sicuro la si può chiamare abnegazione, ed è ammirevole.


Riguardo alla seconda categoria di commenti invece – al di là della considerazione da farsi rigorosamente in latino aulico, cioè saranno pure cazzi sua, no? – mi tornano in mente personaggi celebri per prodezze simili che però restano nell’Olimpo delle rispettive categorie: da Mickey Rourke (ce l’ha scritto/scavato sul viso) a Johnny Depp (o pensavate che fosse un santo?) restando a Hollywood, oppure da Vedder (re assoluto delle figuracce per anni e anni, eppure una delle voci più belle al mondo) ad Ozzy Osbourne (campione mondiale di stravaganze agghiaccianti).
Beh lo stesso vale per Christian Bale: sarà uno dei tizi più strani che potrete incontrare su un set cinematografico, ma sarà – ed è! – anche uno dei più talentuosi. Ed espressivi. E carismatici. Ed emozionanti!


Ma perchè sto parlando di lui proprio adesso? Ieri ho recuperato una pellicola che mi era sfuggita di mano quando era uscita nelle sale: Ford v. Ferrari (nella versione italiana tradotto “I sette nani a nanna a casa di Nanni”. Ops, no, ma sarebbe potuto essere vista la fantasia tricolore in questi casi. Stranamente in questo caso ne hanno usata meno del solito ed ecco “La Mans ’66 – La grande sfida”).
Film davvero appassionante, grazie ad un ritmo serrato che non permette alla noia di avvicinarsi allo spettatore nemmeno di striscio, e grazie all’affiatamento spontaneo e funzionale di Matt Damon e Mr Bale.

Christian Bale è Ken Miles, pilota automobilistico britannico


Guardavo il volto stavolta ossuto e spigoloso del buon Christian, con le sue espressioni che oscillavano tra l’ingenuità fanciullesca e una cazzimma luciferina, e gustavo ogni singola parola pronunciata con un accento britannico marcato con elegante sbruffonaggine. già, e pensavo: che meraviglioso attore, che maschera! Non che avessi dubbi, ma è sempre così piacevole averne la conferma ogni benedetta volta.

Personalmente lo ritengo tra i dieci più bravi attori della sua generazione. E considerando che alcuni mostri sacri della vecchia scuola si sono un po’ rincoglioniti con l’età (sono constatazioni che non fanno piacere ad un cinefilo ma che in alcuni casi sono innegabili) lo inserisco nella top ten generale di quelli che calcano ancora i set! Imho, ça va sans dire.

Concludo con qualche piccola dritta. Ecco alcuni titoli che dovreste recuperare nel caso vi siate persi alcune delle sue più recenti interpretazioni (perchè eravate prigionieri delle macchine di Skynet oppure perchè vi aveva rapito Bane, o magari perchè vi nascondevate da un Patrick Bateman della porta accanto oppure eravate fatti di Prozium):

  • Vice – L’uomo nell’ombra (filmone!! Uno dei più belli degli ultimi due anni, per quanto mi riguarda. Bale stratosferico!).
  • La grande scommessa (che batterista, lol!)
  • Hostiles (che baffi! E che Rosamund Pike…)
  • American Hustle (a proposito di trasformismo!)

Io intanto cerco di recuperare una mia lacuna, forse addirittura l’unica della sua filmografia (me ne sono accorto adesso, maremma boscaiola!): The Promise. E vabbè oh, i rapimenti alieni non capitano solo a voi. Oppure mi sarà sfuggito a causa di un gioco di prestigio di quel mattacchione di Hugh Jackman, da sempre invidioso delle illusioni alla Houdini delle quali solo il buon vecchio Bale è capace!
Vabbè, ci riaggiorniamo. Bye folks!

Phil

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