The third day: cronaca di una “delusione-tv”

La nuova serie con Jude Law, ahimè, davvero non mi ha convinto

Solitamente, ve ne sarete accorti, preferisco parlare delle cose belle piuttosto che di quelle dal retrogusto biliare. In poche parole ritengo sia un miglior impiego di tempo quello di dare dritte strategiche, spunti di riflessione creativi o semplicemente condividere la gioia della visione di un bel film, della lettura di un libro interessante o dell’ascolto di un album meritevole.
Non oggi però. Sento di dover parlare, magari per smaltirne i postumi della delusione, di una serie tv che mi lasciato dell’amaro in bocca. Forse le aspettative erano troppo elevate, ma fatto sta che The third day proprio non mi ha convinto.
Per carità, non si tratta di un prodotto malriuscito in toto e che relego nella black list delle castronerie da dimenticare a braccia conserte. No, la mini-serie targata HBO ha anche dei pregi, e sarebbe sbagliato fingere di non vederli. Anzi, comincio proprio da questi.
Fotografia, costumi, musiche, location, cast: tutti elementi di prim’ordine.

La fotografia soprattutto, madonna che incisività: il lavoro del trio Benjamin Kračun, Ole Birkeland e David Chizallet ammalia e risucchia lo spettatore con un vigore siderale nello scenario della piccola isola britannica in cui si svolgono gli eventi. Meraviglia! La location, Osea Island, fa venire una tremenda voglia di andare a visitarla almeno una volta nella vita.

Le musiche sono sinistre e inquietanti, la riproduzione di simboli antichi è curata e il cast, beh, il cast vanta un certo Jude Law su tutti, signore e signori – calamita del mio interesse per la serie molto prima che andasse in onda (sono diventato un suo grande estimatore dopo averlo ammirato in The Young Pope). Non solo lui, però: Katherine Waterstone, Naomie Harris, Mark Lewis Jones, Patrick George Considine & company recitano più che bene la propria parte.

Quindi cosa c’è che non va?
Perchè ritrovarsi a parlare di delusione a valle di simili pregi e virtù?

The Third Day è una mini-serie tv anglo-americana del 2020 creata da Felix Barrett e Dennis Kelly per HBO e Sky Atlantic

La sceneggiatura, ecco qual è la nota stonata dell’intera serie. La scrittura dei personaggi è un grosso tasto dolente che manda tutto…a quel paese.
Fondamenta scricchiolanti non possono che portare a un crollo dell’intera struttura, per quanto questa sia esteticamente elegante e accattivante nelle forme.
Oltre a un ritmo da encefalogramma piatto, che ha qualche sussulto giusto nel finale, e che induce al sonno spesso e volentieri quando non irrita e indispone…a farmi calare litri di proverbiale latte alle ginocchia sono state le dinamiche di azione e interazione dei protagonisti. Dinamiche insensate e al di fuori di qualsiasi logica, interna o esterna che sia.
I personaggi fanno scelte immotivate una dopo l’altra, e non sono coerenti nemmeno alla propria instabilità emotiva o alle proprie turbe psichiche. Non c’è ombra di istinto di sopravvivenza nè di relazioni di causa ed effetto nei loro processi decisionali.

Sebbene la storia, il plot, sia di per sè interessante e gravido di premesse e potenzialità, queste ultime sono state sprecate alla grande. Lo spettatore, immerso in un’interessante e plumbea atmosfera onirica ed esoterica, non trova pace se guarda la serie con le sinapsi attive poichè si ritrova costantemente davanti personaggi che fanno scelte idiote una dopo l’altra. Boh.
Un titolo più coerente sarebbe stato forse The Third Lobotomy. Maremma sassone, maremma. E vabbè.
Faccio fatica a credere che sia una serie HBO, che non ne sbaglia una nemmeno sotto l’effetto di sortilegi avversi nè se vittima di anatemi. Eppure…
Deduco che si tratti della celeberrima eccezione che conferma la regola.

Alright then. Mi sa che l’effetto lobotomico del terzo giorno che ha intontito Jude Law and friends durante tutte le sei puntate inizia ad ottenebrare anche la mia mente…perciò mi fermo qui. E vado a farmi un caffè.
See ya all pals.

Phil

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Westworld: la grande bellezza

Una circostanza fortunata quella di battezzare il blog parlando di una delle più belle serie tv degli ultimi dieci o quindici anni. Circostanza di cui approfitto ben volentieri, soddisfatto ed emozionato come sono dopo aver appena terminato la terza (meravigliosa) stagione.

A presentarvi la serie non servo certo io, la quasi onnisciente Signorina Wikipedia lo saprà far molto meglio di me e con maggior dovizia di dettagli e curiosità.
Perciò, nel caso non la conosciate già, mi limito a dire che si tratta di una serie televisiva americana di genere western-fantascientifico (ebbene sì, sono riusciti a ibridare due generi all’apparenza estranei l’uno all’altro, e l’hanno fatto con risultati sorprendenti!) creata da Jonathan Nolan (il fratello altrettanto geniale del regista Christopher Nolan) e da sua moglie Lisa Joy.
Ah, un particolare non da poco: l’hanno realizzata per la HBO, ovvero IL canale televisivo per eccellenza quando si parla di tv series. Mai sentito parlare di True Detective, The Wire, I Soprano, Il Trono di Spade? Tutti capolavori appartenenti a questa fighissima emittente a stelle e strisce. In realtà questa è solo una piccola parte di un meraviglioso e ricco catalogo che vi consiglio di andare a…sbranare con gli occhi!

Westworld stagione tre
“Some people choose to see the ugliness in this world. The disarray. I choose to see the beauty. To believe there is an order to our days, a purpose.” (Dolores)

Ma torniamo a noi, torniamo a Westworld. Narrazione, impatto visivo, sonorità, atmosfere, ricchezza nello sviluppo dei personaggi: la creatura di Nolan e consorte continua a viaggiare su livelli alti, davvero alti. E riuscire a mantenerli per tre stagioni non era affatto semplice nè scontato, come avrete notato se il mondo delle serie tv non vi è nuovo. Soprattutto nel caso di trame complesse e multidimensionali come questa: è più facile inciampare nel banale nel tentativo di cavalcare il successo e aumentare l’audience, oppure andare fuori strada imboccando la via del nonsense cercando di stupire a tutti i costi. Ebbene no, nonostante gli intrecci diventino sempre più misteriosi e imprevedibili, Westworld continua ad inchiodare lo spettatore alla sedia deliziandolo con fantasie robotiche sublimi e intrattenendolo con dinamiche violente davvero molto umane.

Westworld raccoglie l’eredità di film come Matrix e Blade Runner con umiltà e la rilancia con classe rappresentandone un aggiornamento, un’evoluzione come minimo 6.0.
Con il passare degli episodi si rivela una progenie spuria che si arricchisce del patrimonio cine-genetico di opere quali Strange Days e Inception (non a caso).
Affascina, e atterrisce. Emoziona e raggela il sangue allo stesso tempo.


Ad interpretarne lo spirito cyborg – tutto sangue e micro-chip, calde viscere emozionali e freddi codici binari, istinto primordiale e calcolo computazionale – una bellissima e come sempre bravissima Evan Rachel Wood. Secondo me nessun’altra sarebbe riuscita a superare la malizia e il candore robotici che avevano reso Sean Young (la Rachael nel capolavoro anni ’80 di Ridley Scott) un’icona immortale del cinema fantascientifico.
Lei, imho, questa mission impossible l’ha compiuta invece. Non mi credete? Ammiratela nei panni di Dolores Abernathy e mentre la vedrete protagonista di un’evoluzione narrativa esponenzialmente intrigante, vi avrà già sedotto e anche un po’ intimidito. La ragazzina prodigio di Thirteen è diventata donna ed ha confermato il suo talento. Il delicato fiore oscuro che in età giovanile faceva coppia fissa con Marilyn Manson è sbocciata ed è diventata una cazzuta campionessa di taekwondo e un’attrice altrettanto micidiale.

Che bello, poi, in questa terza stagione poter tornare a godersi il faccione di Aaron Paul (il Jesse Pinkman di Breaking Bad) e quello di Vincent Cassel (se c’è bisogno che ve lo presenti vi serve forse anche un esorcista, oppure uno psicologo) che finalmente tornano a ricoprire ruoli importanti. Negli ultimi anni – tra copioni secondari, crisi d’identità e di natura mistica – se n’erano parzialmente perse le tracce.
Ed Harris una conferma che è quasi banale andare a citare: il suo grugno da tosto e risoluto figlio di una brava donna è una garanzia di cui è inutile andare a discutere.

Conclusione della favola? Non ce n’è ancora una, per fortuna! Notizia di un paio di settimane fa: la HBO ha annunciato di aver rinnovato la serie anche per una quarta stagione. Una delle poche belle notizie “ai tempi del Covid19”.

Conclusione del post? Semplice e scontata: godetevi questa terza stagione se non l’avete ancora fatto, oppure procuratevi un silos intero di pop corn se vi tocca recuperare Westworld sin dalla prima: credetemi, la fame verrà mangiando.

Phil

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