Salvador: il cinema al servizio dell’uomo

Riflessioni su uno dei capolavori di Oliver Stone

Ah, la vecchia scuola! Basta rivedere un film come questo per avere la conferma che la vecchia scuola darà sempre una pista alla nuova. Senza se e senza ma.
Non si tratta di una prospettiva conservatrice o morbosamente old fashion, tutt’altro. Parliamo di una manifesta superiorità. Per solidità, stile, contenuti, spessore e per un valore immune al logorio del tempo e dello spazio.
Pellicole come Salvador, così come altre realizzate dai vari maestri di cinema della portata del buon Stone, restano d’attualità anche trent’anni dopo. Le rivedi e ti accorgi, con ammirazione e palpitazioni sempre serrate, che non perdono colore, significato nè tantomeno efficacia. Efficacia nel prendere a schiaffi la coscienza dello spettatore così come nell’intrattenerlo con intelligenza.
Fruibilità e pensiero critico fusi mirabilmente in due ore di girato.

Un’opera come questa andrebbe integrata nei programmi scolastici e somministrata alle nuove generazioni conferendole la medesima autorità culturale e civica di un manuale di studio di storia contemporanea o di geografia.
Ciò che accadde – per davvero! – nel piccolo stato centramericano era già accaduto in precedenza e si è ripetuto numerose volte dopo. Meccanismi di sangue e potere che hanno devastato gli equilibri mondiali, dinamiche che sono parte integrante del dna morale della razza umana e che hanno mietuto milioni di vittime attingendo da svariate generazioni.
Morte e repressioni alle quali siamo sempre più abituati, e dalle quali siamo sempre più distratti.

Salvador è un film americano del 1986, diretto da Oliver Stone

La mia generazione – come quelle precedenti – perlomeno ha avuto la fortuna di avere meno filtri e meno occasioni di annebbiamento culturale. Le armi di distrazione di massa fornite dai social e dal culto divino dell’estetica e della vacuità, invece, coltivano l’ignoranza e l’abulicità nelle giovani menti contemporanee con una raffinatezza che i governi che sono stati non avevano ancora a disposizione.
Ciò che a malapena raggiungeva la nostra coscienza di individui grazie a giornalismo, cinema, musica e letteratura…oggigiorno arriva – se arriva, ed è un grosso SE – agli occhi, alle orecchie e soprattutto ai cuori dei millennials and co. in maniera radicalmente più distorta, diluita, artefatta, mistificata, blanda.

Disfattismo? Estremizzazione? Sindrome del giovane che diventando adulto ripropone gli stessi schemi dei propri genitori – e così via indietro lungo l’albero genealogico fino ad Adamo ed Eva – secondo i quali i giovani d’oggi sono più superficiali di quelli di allora?
Non in questo caso, stando a quanto vedo ovunque attorno a me. Le maggiori libertà di consumo, di mobilità, di modellamento del proprio ego estetico e comunicativo mi sembra che si accompagnino a una sempre minore libertà di autoconsapevolezza e autodeterminazione in quanto esseri umani. Ci si libera di manette mentre si viene soggiogati da catene invisibili ben più spesse che ci immobilizzano e limitano il nostro agire nella società.

Ok, tutto molto bello (oppure no), ma questo articolo non riguardava un film? Sì, ma non soltanto. Vi basterà guardarlo, o riguardarlo, con gli occhi e la mente bene aperti – e non distratti da un dannato telefono (così per dire, eh) – per ricordarvi magari da dove veniamo, cosa siamo diventati e in cosa ci stiamo trasformando. Pensieri liberi, usate la chiave di lettura che preferite.
Salvador è una di quelle pellicole, in definitiva, che trascendono la propria natura, i propri mezzi e la propria tecnologia e parlano della e alla razza umana, mostrandoci attraverso lo specchio cinematografico l’uomo contemporaneo (o forse l’uomo come è sempre stato).

Concludo con una constatazione strettamente cinefila. Uno dei tanti valori aggiunti del film di Oliver Stone è la coppia di protagonisti, formata da James Woods (non esagero se lo definisco perfetto per il ruolo che interpreta) e James Belushi (nel fulgore e nella pienezza della jamesbelushità).
Insomma, tanta roba davvero, ragazzi.

You gotta get close to get the truth. You get too close, you die.

Phil

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Apocalypse Now: un capolavoro senza età

Il celebre film di Coppola sul grande schermo in versione final cut

Può un rewatch essere più bello ed entusiasmante di una prima visione? Sì.
Con Apocalypse Now, quantomeno, per me lo è stato. Wow.
Premetto che erano almeno quindici anni che non vedevo il capolavoro di Francis Ford Coppola. Praticamente dai tempi in cui i videoregistratori sono andati definitivamente in pensione divenendo obsoleti. Questo perché possiedo una fighissima videocassetta originale che naturalmente non ho poi avuto occasione di rispolverare. Figa quanto vuoi ma priva di quei contenuti speciali che abbondano invece nei dvd special edition e nei blu-ray. Tipo le director’s cut, per esempio.


Ecco, pochi giorni fa è proprio la versione estesa che ho avuto modo di vedere. Anzi, che ho avuto la fortuna di vedere, poiché è avvenuto sul grande schermo di un piccolo ed estemporaneo cinema all’aperto (figlio della pazza voglia di pellicole che ci ha portato il Covid19). Le iniziative, quelle belle, insomma.
Difficile stabilire così su due piedi quali fossero esattamente le scene extra dopo così tanti anni dall’ultima visione. Ma poco importa, in realtà. Il risultato è stato comunque di un’ispirazione senza pari. Sono state tre ore di puro godimento e di totale immersione in un film senza tempo né etichette. Già perché Apocalypse Now è secondo me il film di guerra più originale e innovativo di sempre. Sì, l’ho detto.
La fotografia, le atmosfere, la colonna sonora, le maschere teatrali degli attori, i dialoghi, i monologhi, l’approccio artistico così affine alla letteratura e alla poesia…
Madonna ragazzi, che cosa ebbe la genialità e l’ardire di concepire il regista italo-americano!

Apocalypse Now è un film del 1979 diretto da Francis Ford Coppola e liberamente ispirato al romanzo di Joseph Conrad, Cuore di tenebra.


Quanti altri film avrà ispirato? Troppi! E quell’orrore finale…quante canzoni, opere d’arte e romanzi ne sono impregnati? Un numero spiazzante, difficile da mettere da mettere nero su bianco con velleità esaustive.
Quante cose ho notato e delle quali invece non mi ero mai accorto in precedenza! Merito del grande schermo, della versione restaurata o della mia maggiore maturità come spettatore? Chissà. E anche in questo caso, poco importa.
Una su tutte comunque, a titolo di curiosità: la canzone The Horror dei W.A.S.P., gioiellino probabilmente sconosciuto anche a moltissimi degli stessi amanti della musica hard’n’heavy, non è assolutamente pregno di quell’orrore esistenziale e molto umano tanto quanto lo è la guerra?


Che trip che è stato rivedere Apocalypse Now. E che avventura nel tempo e nello spazio delle cinematografia mondiale! Al vento i cappelli, ladies and gentlemen!

Phil

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Black lives matter

Spike Lee ce lo ricorda (ancora una volta) con il suo nuovo film
Da 5 bloods

Il signore e la signora Netflix, coppia immaginaria, hanno davvero un notevole intuito, o quantomeno una grossa fortuna, quando si tratta di scegliere il periodo o il momento in cui far uscire un loro prodotto.
La data di release della terza ed ultima stagione di Dark ne è un elegante esempio, se sapete di cosa sto parlando. Altrimenti non importa in questa sede, perchè non ho intenzione di parlare della meravigliosa serie tedesca. Non ancora.
In questo caso mi riferisco al nuovo lavoro di Spike Lee. Proprio mentre riecheggia a tutte le latitudini il motto black lives matter ecco una pellicola che lo grida dall’inizio alla fine.
A onor del vero si può dire che ogni opera del cineasta americano ne è pregna fino al midollo, in maniera più o meno esplicita.
Nel caso di Da 5 bloods non potrebbe essere più esplicita, e a vari livelli!

Da 5 Bloods – Come fratelli  è un film del 2020 diretto da Spike Lee


Il buon Spike ha avuto a disposizione un budget palesemente irrisorio per questa sua ultima fatica. Nondimeno, da buon purosangue e talentuoso regista quale è sempre stato, è riuscito a realizzare un film coinvolgente, stilisticamente solido e godibilissimo. Nonostante le sue due ore e mezza piene. Come solo i grandi autori sanno fare.
Allo zio Spike non sono mai nemmeno mancate originalità e coraggio, e così mentre tutti gli altri registi tornano ciclicamente in Vietnam in pieno periodo bellico, lui lo fa invece nei nostri giorni. E ci manda in missione non il fior fiore della gioventù yankee immolata negli anni ’70 ma una cricca di sessantenni reduci di colore pieni di acciacchi e rimorsi. Li catapulta nuovamente nella giungla un tempo popolata dai vietcong in cerca dei resti di un amato commilitone, di lingotti d’oro andati perduti e di redenzione da una guerra che non è mai stata la loro.

Impeccabile e d’impatto sia l’interpretazione individuale che l’alchimia corale dei protagonisti Delroy Lindo, Clarke Peters, Norm Lewis e Isiah Whitlock Jr.
Molto bravi anche il fantasma Chadwick Boseman, l‘accollato Jonathan Majors e la guest star Jean Reno.
I monologhi sparsi qua e là sono vecchia scuola, così come i piani sequenza e i salti in avanti e indietro, tra narrazione e meta-narrazione.
La padronanza con la quale Spike Lee gestisce i pochi dollari a disposizione gli permette di mettere sù uno spettacolo davvero niente male, che intrattiene gli occhi mentre bussa incessantemente alla mente e alla coscienza dello spettatore.
Come al solito, come sempre, ben fatto Mister Lee. Te possino, non ne sbagli uno! Onore a te.


Black lives matter.
Phil

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