Margini, un film punk sulla provincia

Un film sulla provincia e sul punk. Una commedia, commedia amara.
Sotto un certo punto di vista mi ha ricordato il mio romanzo.
Cos’hanno in comune?
Non molto, ma una cosa di sicuro: la provincia!
Anche se il film è meno caustico del libro (e va bene così).

Uscendo dalla sala ho ascoltato il commento di un gruppo di irriducibili punkettoni.
Non avevano capito quasi niente dello spirito e del sottotesto della pellicola.
Nemmeno il finale, che nel suo minimalismo io ho trovato di un realismo assordante, perfetto.
Non è colpa loro però, che anzi qualche tiepido commento positivo l’hanno anche dato nonostante la loro posizione da ultrà musicali.

Margini è un film italiano del 2022 diretto da Niccolò Falsetti


È che si tratta di un mondo così lontano da essere incomprensibile per loro.
La provincia è una dimensione a sè stante, con un linguaggio tutto suo, dinamiche peculiarissime e una malinconia, una deserticità stoica che può risultare ermetica a chi ne è estraneo.

Immagino che anche leggendo il mio libro, qualcuno nato e cresciuto in città possa aver avuto difficoltà a comprenderlo fino in fondo.
Mi sono chiesto: un limite del romanzo, così come del film?
No, l’universalità non può e non deve essere un fine univoco, una meta obbligata.
Anche perchè quella è una prerogativa molto pop.
Mentre romanzo e film, in modi profondamente diversi l’uno dall’altro, hanno un’attitudine ruvidamente punk.
Insomma “bella così”, come si dice a Copenhagen.

Phil

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Cinema, serie tv e musica: i miei up & down di inizio estate

Il tempo corre, corre, corre.
Vero.
Anche vero, però, è che “Chi ha il tempo? Chi ha il tempo? Ma se non ce lo prendiamo mai il tempo, quando mai lo avremo il tempo?” come diceva il saggio Merovingio in Matrix Reloaded.

Perciò rieccomi qui al vostro servizio, anche se once again in formato “pillole”.

Ecco cosa ho visto e/o ascoltato con piacere e con soddisfazione ultimamente:

  • Esterno Notte (film interessante, intenso – non vedo l’ora di vedere la seconda parte)
  • Top Gun Maverick (un sequel cinematografico sensato, senza troppe pretese, godibilissimo)

  • Bosch Legacy, prima stagione (serie tv, uno spin-off che approvo, tosto come sempre – sentivo già la mancanza del detective Bosch)

  • Ozark, stagione conclusiva (serie tv, solida e magistralmente interpretata – uno dei pochi prodotti targati Netflix che trovo ancora decente)
  • Doctor Strange nel Multiverso della follia (uno dei pochi punti fermi sul grande schermo a firma della Marvel )
  • Lamparos y sus componentes e Big Mountain County (piacevolissime sorprese, sperimentate on stage, della musica made in Italy)

Ecco invece cosa mi ha deluso e/o convinto poco tra le uscite più recenti:

  • Stranger Things stagione 4 (grande delusione, è diventata così infantile che fatico a seguirla – l’ennesima conferma che Netflix è in caduta libera)
  • Fear the walking dead & The walking dead “la serie madre”, stagioni appena concluse (allungare il brodo all’infinito non gli restituisce il sapore perduto)
  • Rammstein – Zeit (nonostante la classe cristallina della band teutonica un album moscio, poco ispirato secondo me, al di sotto dei loro standard – occasione persa)
  • Eddie Vedder – Earthling (è sempre emozionante ascoltare la sua voce, una delle più belle in circolazione secondo me. Il suo disco solista, però, mi suona troppo monotono. Sorry Ed!)

Passo e chiudo.
A presto boys and girls, l’orologio fa tic toc e mi tocca scappare.
So long!

Phil

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Ennio, la colonna sonora della nostra vita

Nei cinema il tributo di Tornatore a uno dei geni del ‘900

Interrompo brevemente il mio periodo di pausa dal blog per consigliarvi, caldamente, di andare al cinema a guardare il film-documentario che Giuseppe Tornatore ha realizzato in memoria di Ennio Morricone.

Ok, nel mio caso i presupposti per un gradimento elevato c’erano tutti: il cinema che racconta la musica, ovvero il matrimonio perfetto tra le mie due grandi passioni.
La bellezza di Ennio, però, va molto oltre queste premesse. Non si tratta solamente di affinità elettive ma di un’opera filmica realizzata con immenso amore, profonda gratitudine e sconfinata ammirazione. Il lungometraggio ne è denso dall’inizio alla fine, e lo trasmette con candore e onestà.

Morricone ha scritto le colonne sonore di tanti, ma davvero tanti capolavori della storia del cinema. Così numerosi che sarebbe sciocco iniziare a citarli. E sarebbe futile, poichè sono impressi nella memoria collettiva non solo di noi italiani ma di chiunque abbia respirato anche solo minimamente cinema in ogni continente del globo.
Il Maestro è un patrimonio dell’umanità, e uno dei geni del ventesimo secolo.

Creatività, estro, coraggio, integrità artistica, visione, amore per il proprio lavoro, generosità, disponibilità e umiltà sono solo alcuni dei valori umani che E.M. possedeva.
La capacità di parlare a milioni, miliardi di esseri umani attraverso un linguaggio universale probabilmente ne è la sintesi.

Il docu-film di Tornatore racconta numerosi aneddoti interessanti e spesso divertenti, quasi sempre anche emozionanti, e ripercorre la carriera del compianto compositore con semplicità e con un enorme calore umano. Senza mai esondare nella venerazione leziosa e nella faziosità, anzi con notevole obiettività e con rigore narrativo.

Ennio racconta di noi, di generazioni di noi, poichè siamo ciò che abbiamo vissuto, ciò che abbiamo provato, ciò che ha contribuito a formarci come cittadini di questo mondo.
Siamo le lenti attraverso le quali ne abbiamo ricostruito il senso, siamo le colonne sonore che hanno accompagnato queste immagini e questi significati verso le profondità della nostra coscienza e attraverso le fibre, pulsanti, del nostro cuore.

Ennio è un atto d’amore e un segno di riconoscenza. Entrambi dovuti, entrambi graditi. Andate a vederlo.

Phil

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Last Flag Flying: quanta bellezza nella semplicità!

Quattro anni fa Linklater ha realizzato questa perla rimasta
sul fondo del mare

Il bello dei grandi attori è che staresti lì ad ascoltarli per ore, ti basterebbe solo quello. Ti basta. Se ami davvero il cinema, questo è uno degli assunti di base.
Può non succedere quasi nulla sullo schermo ma tu sei comunque incollato alla sedia a fissarlo, gustando ogni singola smorfia dei suoi protagonisti.
Se poi a girare è Linklater, la poesia e la bellezza sono nascosti dietro la semplicità più manifesta e disarmante. È uno scrittore senza penna Mr Richard, prima ancora di essere un regista, secondo me.

Beccarti un Bryan Cranston chiacchierone poi, è un enorme piacere. Specialmente se parte di un terzetto che annovera anche Steve Carell che fa il serio e Laurence Fishburne che fa il reverendo. Tutti e tre veterani del Vietnam alle prese con il proprio passato e con l’insensatezza della guerra, di tutte le guerre, in qualsiasi periodo storico.

Last Flag Flying è un film del 2017 co-sceneggiato e diretto da Richard Linklater,
ed è l’adattamento cinematografico del romanzo omonimo di Darryl Ponicsan


Last Flag Flying è un road trip movie molto pacato, lineare, onesto, introspettivo, riflessivo, emozionato ed emozionante (come solo Linklater è capace di realizzarne). Alterna momenti di grande ilarità, scanditi da risate coinvolgenti e sincere, a momenti di triste esistenzialismo. Nel frattempo, mai una virgola fuori posto nè un’imprecazione che sia futile o gratuita.
Tutto è bilanciato alla perfezione.

Che narratore Sir Richard, ragazzi. Nonostante abbia una gran bella reputazione, resto dell’idea che il regista americano sia sempre stato enormemente e colpevolmente sottovalutato. Forse perchè a lui non è mai interessato apparire o strafare, ma solo raccontare. Raccontare la vita.
Quanto gli voglio bene.

Se deciderete di guardare questo film, fatemi un unico favore, please: gustatevelo in lingua originale. Nelle interpretazioni del terzetto (ma anche in quelle di un paio di comparse, vedrete!) c’è tutto il bello della recitazione, tutta la sua arte. Davvero.

Phil

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Un film intenso e spietato (quanto una religione)

Una storia di violento e stoico integralismo cristiano

The Devil All the Time (in italiano tradotto con uno scialbo Le strade del male) è un film che ti accarezza le guance con la carta vetrata e ti sussurra dolci preghiere al cianuro.
Un’epopea di fondamentalismo religioso nell’America di provincia, ignorante e bigotta.

Un drammone che ripercorre alberi genealogici e strade rurali di due paesi che sembrano due Vespuccio a stelle e strisce. Con un tocco di psicopatia aggiuntiva, così, a gradire.
Non è un caso, forse, che il film sia uscito lo scorso undici settembre, data della prima presentazione ufficiale del (mio) libro. Buffe coincidenze.

The Devil All the Time (Le strade del male) è un film del 2020 diretto da Antonio Campos e ispirato all’omonimo romanzo di Donald R. Pollock


Cast di grande qualità: Tom Holland, Mia Wasikowska, Robert Pattinson, Bill Skarsgård, Eliza Scanlen e Harry Melling. I loro percorsi si incrociano in modo tristemente perfetto lungo tutta la durata della pellicola. Davvero degli abili tessitori di trame i fratelli Campos (Paulo e Antonio, che è anche il regista).

Tratto dall’omonimo romanzo del 2011 di Donald Ray Pollock.
A tratti devastante, ma sempre solido.
Un bel film, ma di certo non per tutti i gusti. Per i miei, decisamente sì.
Consigliato ai ferventi credenti (hehehe), lo trovate su Netflix.

Phil

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Una commedia…Irresistibile!

Ok, non propriamente una commedia, nonostante il tono sia tra l’ironico e il satirico dall’inizio alla fine. Ma credo che non la si possa che inquadrare così. Oppure commedia politica? Ma chissene, amici miei. Ciò che conta che è che si tratta di un film davvero piacevole e interessante da guardare.
Adoro le opere che brillano per il semplice fatto di essere state scritte bene. Niente effetti speciali nè misteri o creature dallo spazio, nè tanto meno un ritmo indiavolato e neppure un taglio surreale o criptico da cineasta avanguardista. Niente di tutto ciò. Quella di Irresistible è una storia semplice (almeno in apparenza) e raccontata in maniera leggera e coinvolgente. Recitata altrettanto egregiamente poi, in special modo dal protagonista Steve Carell, una maschera sempre sul pezzo.

Irresistible è un film del 2020 scritto e diretto da Jon Stewart


Oltre a questi pregi, la pellicola di Jon Stewart – poliedrico one man show della televisione americana (oltre ad essere regista è anche conduttore, comico, attore, produttore, scrittore e commentatore tv) – possiede quello di essere impegnata. Culturalmente e politicamente. E assolutamente d’attualità. Tanto per gli americani quanto per noi italiani, in quanto condividiamo con i cugini d’oltreoceano l’inclinazione per la truffa e il malaffare, soprattutto in tema di fondi elettorali. Non sono io a dirlo ma le inchieste e i tribunali.
Il film porta sul grande schermo, anche in questo caso in maniera estremamente semplice e diretta, alcuni dei meccanismi di occultamento e di re-indirizzamento poco trasparente (per usare un eufemismo) dei proventi delle ricchissime raccolte fondi che finanziano la politica americana. Certo da noi le modalità di finanziamento ai partiti avvengono secondo modalità molto differenti, almeno al momento della raccolta, ma la cronaca giudiziaria degli ultimi decenni mostra come spesso il denaro della politica confluisca nei conti bancari e nelle tasche dei privati, in modi altrettanto sofisticati di quelli a stelle e strisce. Ma torno a parlare di cinema adesso, che è meglio.

In conclusione Irresistible è secondo me un film ben realizzato, godibile, interessante e d’attualità. Io vi consiglio di dargli una chance e catapultarvi nell’America rurale del Wisconsin insieme a Mr Carell, e seguirlo nella battaglia tra democratici e repubblicani guidati rispettivamente da Chris Cooper (Il Ladro di Orchidee, American Beauty) e Brent Sexton (The Killing, Bosch). Molto brava anche Rose Byrne, nei panni dell’algida e ignorante stratega conservatrice Faith Brewster.

“This system, the way we elect people, it’s terrifying. And exhausting. And I think it’s driving us all insane” (Diana Hastings).

Phil

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Babyteeth e la sottile linea tra dramma e candore

Una storia difficile raccontata con semplicità in uno dei film più belli visti quest’anno

Un film che si è lasciato guardare con attenzione e leggerezza, nonostante la serietà dell’argomento trattato e la complessità psicologica dell’intreccio. E a dispetto di un ritmo mai forsennato non mi sono distratto un attimo, cosa che – ahimè – accade sempre più raramente.
Babyteeth mi ha colpito e fatto pensare. Mi ha emozionato e rattristato. Mi ha lasciato nell’animo gli stessi segni di un incontro casuale ma significativo con un estraneo con il quale si entra immediatamente e inaspettatamente in sintonia. Un estraneo con un vissuto complesso e difficile, simile ma al contempo estremamente diverso dal nostro.

Babyteeth è un film australiano del 2019 diretto da Shannon Murphy e basato sull’omonima opera teatrale di Rita Kalnejais

Come sapete non è mia abitudine dilungarmi in trame e descrizioni, e non lo farò nemmeno stavolta. Posso però riassumere il tema del film con una domanda aperta, che magari stimolerà in voi curiosità e anche una certa creatività nel rispondervi prima ancora di averlo visto. Se così fosse, interpretatelo come un semaforo verde: la pellicola fa per voi.
Come immaginereste la nascita di un rapporto tra un’adolescente ammalata di cancro e un giovane tossicodipendente che vive di espedienti?
Entrambi vivendo alla giornata seppur per motivi opposti, tutti e due con rapporti familiari inevitabilmente atipici e difficilmente inquadrabili da chi non ne condivide la drammatica quotidianità.

Non aspettatevi un drammone che vi spezzi le gambe o che vi ottunda il diaframma bloccandovi il respiro. No, il taglio che la regista (Shannon Murphy, esordiente, complimenti a lei!) dà alla storia è di tutt’altra prospettiva. E’ infatti ironico, tenero, spontaneo, poetico, intimista.
Il dramma, troppo grande e corrosivo per essere nascosto, è inquadrato senza pedagogismi né demagogia. Senza giudizi né morale. Senza condanne né assoluzioni. Senza risposte. Solo un’unica, profonda domanda alla quale ognuno di noi può rispondere in modo personale e secondo la propria sensibilità.
Bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, è sempre e solo una nostra scelta. E Babyteeth la rispetta in pieno.
Andare avanti e lottare o fermarsi e respirare? Cosa lasciarci dietro o cosa vorremmo avere dinnanzi a noi? Cosa è più importante? Cosa lo è davvero?
At the end of the day, chi siamo?

Dopo tante domande concludo con un’affermazione, decisa e a cuor leggero: che brava Eliza Scanlen! Non che gli altri protagonisti e co- non lo siano, eh. Toby Wallace specialmente. Però la giovanissima attrice australiana, che avevo già apprezzato molto nella serie tv Sharp Objects, è semplicemente splendida! Il futuro è suo.

You birds are crazy.

Phil

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Hollywood e la rivincita della sostanza sulla forma

Dalla Stone alla Moss, una piccola rivoluzione rosa nel cinema americano

Ieri ho visto Shirley, un film drammatico dalle tinte rarefatte e oniriche, con una punta di gotico e dei momenti affini al thriller. La pellicola è pregevole, sebbene non indimenticabile.
A bucare lo schermo, però, è Elisabeth Moss. Come al solito, come sempre ultimamente.
Per onestà di racconto anche Michael Stuhlbarg e Odessa Young se la cavano egregiamente. Ma la bionda ancella, divenuta popolare grazie alla originale e validissima serie tv The Handmaid’s Tale, è una spanna sopra tutti gli altri. Che talento che ha la trentottenne losangelina! Oramai l’ho vista già in parecchi film (tra ruoli primari e secondari) e per quanto ne abbia memoria non ha mai fatto cilecca. Non solo, non ha mai interpretato un qualsivoglia personaggio in una maniera che definirei diversamente da impeccabile. Esagero?

Quanti giri di parole, maremma boscaiola: la Moss è una grande attrice, punto. Già, punto. Professionale, surrealmente dedicata, espressiva. Sembra calarsi nella parte che le viene affidata con una naturalezza disarmante. Ma a pensarci bene si tratta anche di stakanovismo, è palese quanto la Moss sia costantemente focalizzata e concentrata sul proprio lavoro. Non a caso le stanno affidando sempre più spesso ruoli da protagonista e copioni impegnativi.
E questa non è, o non è stata, un’abitudine tipicamente hollywoodiana. Mi riferisco alla scelta di consegnare le chiavi di un film nelle mani di un’attrice non particolarmente bella. E a tratti, la Moss, può facilmente risultare addirittura bruttina.
Ma poco importa se lei piaccia o meno e se sia molto o poco attraente, a contare è il fatto che il suo talento mandi in panchina il suo aspetto fisico. Quando c’è di mezzo Elisabeth la bravura va in primo piano e l’esteriorità finisce nel secondo.
Si tratta di una dinamica tutt’altro che scontata, soprattutto per il cinema a stelle e strisce. Soprattutto per una nazione immaginaria, quella del cinema made in USA, che ha come capitale Los Angeles che dell’aspetto fisico ne ha fatto quasi una ragion di Stato, se non una religione. C’è più botox che ossigeno in California, probabilmente.

Emma Stone (Scottsdale, 6 novembre 1988) e
Elisabeth Moss (Los Angeles, 24 luglio 1982)

E dopo aver visto Emma Stone incoronata regina del grande schermo di questo ultimo periodo, o quantomeno dopo la sua ammissione ai ranghi della nobiltà cinematografica, penso che si possa iniziare a parlare di “nuovo corso”. Un corso che valorizza maggiormente le capacità a discapito di un seno giunonico o di una sensualità amazzonica. Fermatevi un attimo a pensarci: tra gli attori – non mi riferisco alla categoria attoriale, parlo degli uomini – la bruttezza è spesso passata in secondo piano quando veniva controbilanciata da classe e carisma. Ce ne sono sempre stati tanti di attori più bravi che belli, e di chance – e ruoli importanti, e statuette! – ne hanno sempre avuti un discreto numero.
Lo stesso discorso non poteva farsi per il gentil sesso, purtroppo. Rare eccezioni a parte. Eppure Emma Stone in tanti la considerano per niente bella o addirittura bruttina con quegli occhioni da extraterrestre che si ritrova (personalmente la trovo addirittura bellissima, ma confrontandomi con con tanti dei miei amici e conoscenti rilevo un certo stupore sui loro volti quando lo sostengo apertamente) – ma ciò nonostante i produttori di L.A. fanno a gara per coinvolgerla nei propri progetti. Questo perchè è brava, dannatamente brava. E alla fine dei giochi questo non può che contare, anzi deve contare più di qualsiasi altro fattore si vada a considerare. Nell’affidare una parte ad un’attrice così come ad un attore questo dovrebbe essere il parametro di riferimento.

Non so se si tratti realmente di un nuovo corso, come ipotizzavo prima, o di una coincidenza. Staremo a vedere. Però mi sembra di notare che anche attrici ormai navigate, ma ancora relativamente giovani e quindi appartenenti al cinema dei nostri giorni piuttosto che a quello delle scorse decadi, come Charlotte Gainsbourg o Maggie Gyllenhaal (entrambe dalla bellezza molto soggettiva ma dal talento piuttosto oggettivo, soprattutto la newyorchese) di recente stiano ricevendo copioni più importanti rispetto a prima. E sotto i riflettori ritengo che stiano interpretando ruoli sempre più spesso da protagonisti.
Stesso discorso per un’Octavia Spencer. E Viola Davis? Pure. Noomi Rapace?
Sarà una mia impressione ma un tempo solamente un vulcano di bravura come Tilda Swinton sarebbe emersa nonostante un sex appeal discutibile o inesistente. E anche senza prendere un passaporto e volare negli States, in Italia quante Anna Magnani abbiamo avuto? Io ricordo moooolte più attrici belle ma scarse che in gamba ma poco vistose.

Spero di avere ragione. Perchè di attrici appariscenti e attraenti ce ne sono un’infinità, ma di talentuose e geniali nella recitazione…molte di meno. Perciò è giusto che gli scettri, i troni e i ruoli più rappresentativi e significativi vadano a loro. Così come accade per gli uomini.
Il tempo dirà, d’altronde.

Phil

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Xavier Dolan incontra John F. Donovan

Alcune riflessioni a partire dal lavoro più criticato del regista canadese

Che dire di Dolan? Ha il dono del racconto. E cosa sarebbe questo dono? Guardate un suo film e lo capirete senza bisogno di scervellarvi troppo. Oltretutto è un’espressione che non sono sicuro esista.


Qualche indizio? Mettete il buon Xavier dietro una cinepresa e riuscirà facilmente in ciò che i capi-tribù fanno con la propria gente attorno ad un fuoco: ammutolire tutti ed ipnotizzarli con le proprie storie. Reali o fantastiche che siano. Nel caso del regista canadese, perlopiù la prima categoria.
E dov’è che brilla maggiormente il suo talento? Nel farti immedesimare in vicende a te lontane, nel farti scivolare con naturalezza nelle vite di personaggi di un’altra dimensione culturale rispetto alla tua.
Oppure al contrario è capacissimo di portare sullo schermo esattamente le tue pulsioni, i tuoi dubbi, le tue speranze o le tue paure. A seconda del film.


Ci sono registi che sono maestri dell’illusione, oppure del tormento piuttosto che dell’angoscia. Ce ne sono altri che padroneggiano l’arte dell’intrattenere facendo ridere o svuotando la mente dello spettatore, così come ci sono quelli che riescono sempre a sorprenderti o ad eccitarti, magari anche a risvegliare la tua coscienza.
Alcuni sanno prenderti per mano, altri sanno prenderti a calci in culo. Certo detta così sembra che si tratti di un intero reggimento di cineasti top class. In realtà non sono poi così tanti queli davvero bravi.

Xavier Dolan – regista, sceneggiatore, attore, costumista, produttore cinematografico canadese classe ’89


Xavien Dolan, giovincello di talento classe ’89, possiede invece il potere tribale, o di tradizione barda, di trasportarti nelle sue narrazioni. Che siano interessanti o meno, ti coinvolge senza che te ne accorgi. E’ per questo che continuo ad usare la seconda persona: è la forma linguistica che meglio rispecchia il suo modo di fare cinema.


Questo post nasce dai miei sentimenti post-visione di “La mia vita con John F. Donovan”, considerato dalla critica il peggior film di Dolan. Lo è davvero? Forse, potrebbe essere. D’altronde non è facile riuscire in una simile impresa, considerando che il giovane canadese di film brutti difficilmente ne fa. Non ne è capace, probabilmente.
Io fatico, in effetti, a considerare questo come un brutto film. Ammetto che mi sono calato nella narrazione con ritardo rispetto alle sue pellicole precedenti, però poi “la magia” è comunque accaduta. Mi sono immerso nella metrica, ho nuotato tra le vicende dei protagonisti e insieme a loro.
Perfino Kit Harrington è sembrato più bravo di quanto ne si abbia solitamente l’impressione (non a caso: “Jon Snow, you know nothing”). Di sicuro ha contribuito in maniera decisiva l’interpretazione della giovane, brillante promessa Jacob Trembley (bravissimo, maremma!).


Insomma, se davvero questo fosse il peggior Dolan possibile…beh preparo lo champagne per quando darà il meglio di sé maturando: sarà una pioggia di stelle cadenti!

P.S. Nel caso non abbiate mai visto nessuno dei suoi film, il mio consiglio è di buttarvi su Mommy oppure sul successivo E’ solo la fine del mondo. In entrambi i casi, mi raccomando però: allacciate le cinture di sicurezza emotive prima della visione.


Phil

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