Elvis, un film sull’amore per la musica

Sarò breve: se amate la musica correte in sala a vedere Elvis, il nuovo film di Baz Luhrmann.

Premetto di non essere un fan sfegatato nè di Presley, per quanto ne riconosca il ruolo fondamentale e seminale per generazioni di creatori e ascoltatori di rock e derivati,
nè del regista australiano, per quanto adori un paio dei suoi film.
Quindi perchè tutto questo calore? Perchè la pellicola ne è pervasa!
Pur essendo il cantante di Tupelo il protagonista, ad avere un ruolo ancor più centrale è la musica stessa. Ve ne accorgerete.

Del resto il biopic di Luhrmann esplora più che la vita dell’icona rockabilly la sua ascesa (insieme alla caduta) in maniera congiunta e inseparabile al rapporto – di cui si sono scritti tonnellate di articoli, gossip e denunce – con il manager Tom Parker, detto “il Colonnello”.
Il tutto non mancando mai di descrivere il contesto e lo spirito dei tempi, tanto a livello culturale quanto socio-politico. Senza mai appesantire però.

Già, perchè di Elvis ci è arrivata un’immagine un po’ sbiadita, quella della star eccessiva e sfarzosa, eccentrica e un po’ ridicolosamente imitata. Presley però è stato anche un grande innovatore a livello musicale, e un ribelle che in varie occasioni si è fatto portavoce del popolo.

Inizialmente il film mi ha fatto sorridere, per via di alcune scelte stilistiche del regista,
ma una volta entrato nel mood ne ho compreso gli intenti. E nel finale confesso di essermi anche commosso.
Fuori dalla sala alcune persone, comunque soddisfatte, dicevano di essere rimaste a tratti attonite, a causa della velocità e del ritmo travolgente del film, e altre di essersi quasi “sballate” per via di un effetto caleidoscopico di cui la pellicola è intrisa. Nulla da eccepire, tutto vero. Tutto coerente con lo spirito travolgente, sincero e maledetto del rock’n’roll.

Fantastiche le interpretazioni di Austin Butler nei panni di Presley e di Tom Hanks in quelli del Colonnello.

Due ore e quaranta (eh già) della mia vita decisamente ben impiegate, insomma.
E per una volta mi trovo anche in accordo con la platea di Cannes, visto che all’anteprima dell’edizione 2022 del festival francese il film ha ricevuto una standing ovation di 12 minuti.

Viva Las Vegas!
O forse no, visto l’epilogo.
Di sicuro, però, evviva Elvis Presley, the King.

Phil

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Les Misérables dei giorni nostri in un intenso film francese

Il disagio e la violenza dei sobborghi parigini in tutte le sue tonalità di blu, bianco e rosso

Menzione speciale per Les Misérables, pellicola francese che si avventura tra le periferie cittadine e i sobborghi multiculturali nei quali imperversano conflitto, degrado e dramma sociale a più strati. 

Il film è diretto da Ladj Ly ed è vincitore del Premio della Giuria al Festival di Cannes del 2019.
Lo stile è crudo e senza fronzoli, visto dalla prospettiva di una pattuglia di polizia che nel mantenere l’ordine finisce per somigliare nei comportamenti a coloro che è chiamata a “tenere in riga”. Una trama sicuramente non innovativa, anzi vista e rivista in più chiavi e da diverse prospettive sia culturali che di genere. Però bisogna ammettere che la storia narrata è davvero solida in tutta la sua semplicità e il film fila liscio come l’olio e si lascia guardare con piacere ed interesse.

I miserabili (Les Misérables) è un film del 2019 diretto da
Ladj Ly e basato sull’omonimo cortometraggio del 2017


Gli spunti di riflessione naturalmente sono tanti, e rilanciano l’interrogativo: dov’è che comincia per davvero un circolo vizioso complesso come quello delle polveriere sociali delle banlieue parigine, per esempio? Che poi non sono così diverse dalle periferie di Londra, Bruxelles, Roma e Milano, New York o Los Angeles. È un problema comune a quasi tutte le latitudini figlio della globalizzazione e di mille sue implicazioni, complicazioni e contraddizioni.
Il film risposte univoche e definitive non ne da, ma lascia spazio alla riflessione e all’autoriflessione con le parole di Victor Hugo dall’opera che presta il nome al film, Les Miserablés:
“Non ci sono cattive erbe né uomini cattivi. Ci sono solo cattivi coltivatori”

Ho apprezzato particolarmente il finale, intenso e dalla valenza simbolica notevole. L’inquadratura ultima specialmente, è un vero e proprio messaggio visivo. Un dardo. Una sfida per le nostre coscienze. Un possibile ponte verso il cambiamento oppure una scure che taglia la testa alle speranze di una giustizia sociale. A noi la scelta, e insieme ad essa l’ultima parola. 

Phil

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