L’uomo nell’alto castello, un mio grande amore “seriale”

Una pulsante vena malinconica mi riporta al capolavoro degli Amazon Studios

Vi capita mai di sentire la mancanza dei personaggi di un film o di una serie tv ai quali vi eravate sinceramente affezionati? Certo che vi capita. Se avete il cuore cinefilo e un animo che non sia arido, non serve essere un professore di algebra per averne la certezza matematica.
In questi giorni torno spesso con la memoria a ripercorrere i passi dell’Uomo nell’alto castello, secondo me uno dei più grandi capolavori che la televisione abbia creato da quando esistono le cosiddette serie.

Tratta dal romanzo La svastica sul sole, opera pubblicata nel ’62 e firmata dal maestro assoluto della fantascienza Philip K. Dick (l’immenso Isaac Asimov mi perdoni l’ardire),
The man in the High Castle attraversa svariati generi letterari e porta sullo schermo un’affascinante realtà ucronica. Adesso, mi direte, che Savonarola significa “ucronico”?
Di base semplicemente alternativo, oppure alternativamente possibile. L’aggettivo risponde a una delle domande più tipiche che ogni essere umano minimamente pensante si sia mai posto: cosa sarebbe accaduto se…?

In questo caso, come sarebbe oggi il mondo se la seconda guerra mondiale l’avessero vinta Germania e Giappone?
Il romanzo di Roth esplora con mirabile e plausibile fantasia lo scenario geopolitico e sociale degli Stati Uniti – e del mondo intero – che si sarebbe sviluppato negli anni ’60 se vent’anni prima gli yankee le avessero prese invece di averle date, per usare un gergo da attaccabrighe (consono alla mentalità a stelle e strisce, direi).

L’uomo nell’alto castello (The Man in the High Castle) è una serie tv statunitense
prodotta da Amazon Studios e basata su un romanzo di Philip K. Dick


L’intero territorio americano risulta così diviso in due aree di influenza, gestite dittatorialmente da Terzo Reich tedesco e Impero giapponese. Una sorta di storia capovolta rispetto a quanto accadde alla Germania nel dopoguerra con la creazione di RFT e DDR (Germania ovest ed est, campo da gioco privilegiato della Guerra Fredda in Europa).
Ma basta parlare di storia, io la amo profondamente ma a voi potrebbe risultare noiosa.
E considerato che questo è un articolo a carattere cinefilo, avreste ragione voi.

E anche perchè la serie tv in questione è tutt’altro che noiosa. Anzi, la definirei a dir poco avvincente. La scrittura è probabilmente la sua qualità più aurea, splendente, accattivante.
Se apprezzate generi quali lo spionaggio, la fantascienza e il thriller storico, non potrete che essere risucchiati dalla trama di LNAC (abbrevio per iniziali) e sviluppare quasi una dipendenza.
Ma questo è solamente l’ingrediente principale, essenziale. Aggiungetene altri, quali una fotografia di grandissimo gusto e di elevato tasso d’originalità e un cast semplicemente perfetto, e otterrete quella che forse è la ricetta definitiva di una serie tv indimenticabile.

E ve ne innamorerete, come è accaduto a me. A quel punto sentirete la mancanza della bella e coraggiosa Juliana Crain, dello spietato e machiavellico obergruppenfuhrer John Smith, dell’indecifrabile e inflessibile ispettore Kido, del mistico e nobile ministro Tagomi, del buffo lacchè Robert Childan, così come di tanti altri azzeccatissimi personaggi più o meno secondari.

D’altronde quando c’è di mezzo la fantasia visionaria di Mr Dick, raramente riportandola sul piccolo o sul grande schermo ne vien fuori qualcosa che non sia memorabile.
Le sue opere sono argilla magica che sembra fatta apposta per diventare contenitore cinematografico. Blade runner, Atto di forza, Minority report, A scanner darkly sono tutti film basati sui suoi romanzi. Incalcolabile, invece, il numero di pellicole che all’autore di Chicago hanno fatto riferimenti, porto tributi e preso ispirazione. Per citarne alcuni, The truman show, Terminator, Matrix, Inception.
Last but not least, ci tengo a sottolineare che The man in the High Castle è una produzione Amazon Studios. Lunga vita agli Amazon Studios, fornaci di capolavori dall’ardente fiamma cinefila.

“L’universo non avrà mai fine, perché proprio quando sembra che l’oscurità abbia distrutto ogni cosa, e appare davvero trascendente, i nuovi semi della luce rinascono dall’abisso. Questa è la Vita. Quando il seme cade, cade nel terreno, nel suolo. E al di sotto, fuori dalla vista, sboccia alla vita.”

Concludo tornando all’Uomo nell’Alto Castello, per menzionarne il finale.
E che finale, ragazzi… Uno dei più belli, significativi, commoventi, soddisfacenti e coerenti che siano mai stati scritti per una serie tv. Il presente articolo suona alle vostre orecchie un tantino apologetico o esaltato? Come dicono elegantemente da Cannes a Bordeaux, sti cazzi.
Nutro un’immensa stima e un enorme affetto nei confronti di quest’opera d’arte cinematografica, e sono contento che vi arrivino vibranti.

Phil

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Una serie pazzerella, intelligente e…spassosa!

Vi regalo una chicca che allevierà l’attuale deprimente lockdown

Ogni tanto ripenso a questa serie, vista qualche anno fa, con una certa nostalgia.
E una certa amarezza dovuta al fatto che è stata ingiustamente cancellata dopo una sola brillante stagione. E, dulcis in fundo, con una certa smemoratezza riferita al titolo!
Non a caso non l’avete ancora letto, hehe. Sì, lo so, adesso che lo scoprirete penserete che non è poi così difficile da ricordare, ma fatto sta che ogni qual volta ne parlo con gran fervore e voglio consigliarne la visione a qualcuno…il titolo mi sfugge sempre. Maremma scordaiola, maremma.
Quindi il presente articolo, oltre a farle giustizia in quanto colpevolmente sottovalutata dal grande pubblico, serve come promemoria a me stesso e a tutti coloro che, durante una chiacchierata a quattr’occhi, mi hanno visto scervellarmi senza successo su come cappero si chiama quella fighissima serie là

Si chiama Braindead, è una commedia satirica infarcita di elementi thriller e fantascientifici, è stata creata dai coniugi King (Robert e Michelle, autori anche di The good wife) e trasmessa dalla CBS nel 2015. Nota non da poco, la protagonista è la bella e brava Mary Elizabeth Winstead. A farle compagnia, tra gli altri, Danny Pino e un esilarante Tony Shalhoub.
Ecco, adesso sapete tutto.

BrainDead – Alieni a Washington è una serie tv americana del 2016 creata da R. e M. King

BrainDead è una serie divertentissima (a tratti mi ha davvero fatto sbellicare) ma anche decisamente originale (e fantasiosa) nell’approccio e soprattutto intelligente.
Sottile e tagliente nel suo umorismo spesso tra le righe, sbeffeggia la politica americana,
i suoi ingranaggi e i suoi attori con una lena coinvolgente e un occhio furbo e brillante. Dissacrante e satirica bipartisan, non fa sconti a nessuno. Palesi, e da crepare dalle risate,
i rifermenti non molto celati a presidenti e vicepresidenti recenti e passati.

Non mi stupisce, alla fin dei conti, che sia stata cassata dopo una sola stagione nonostante fosse un prodotto televisivo di assoluta qualità ma anche di leggera e agevole fruizione (quindi adatto a diversi target di pubblico): probabilmente era solo troppo scomoda.
A qualche eminente politico yankee deve aver fatto storcere il naso, e a qualcun altro deve causato fastidiosi pruriti nelle parti basse posteriori (ciò che l’alta società francese chiamerebbe finemente rodimento di culo).

Che peccato, amici miei. Una cosa che voi potete fare per fortuna c’è, però. Guardarla, scaricarla, o quantomeno provarla. D’altronde non se ne vedono spesso di serie in cui degli insetti alieni mangiano il cervello di politici americani diventandone poi i piloti. Ne vedrete di stranezze e assurdità, ma mai banali nè fini a se stesse.
Fatevi sotto, vi piacerà. C’mon pals, let’s fight the aliens and let’s fight the damn’ politicians!

Phil

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See: un’avventura low tech in un futuro distopico

Un’originale serie tv di cappa e spada che mi sento di consigliarvi

Rieccomi qui a parlare di serie tv. Una serie targata Apple stavolta.
Ma come, gli eredi Steve Jobs adesso hanno le mani in pasta anche nella cucina/fucina del piccolo schermo? Ebbene sì, con mia grande sorpresa si sono lanciati anche loro nella mischia. Con un prodotto niente male, devo ammettere.
Mi riferisco a See, una serie di genere fantascientifico-distopico con il possente Jason Momoa come protagonista. Scelta azzeccata questa: ogni qual volta l’ambientazione della fiction è epica e selvaggia come in Trono di Spade (indimenticabile il suo personaggio Khal Drogo) oppure violenta e pericolosa (come in Aquaman, forse il suo ruolo più celebre seppur non un granchè entusiasmante imho) il gigante hawaiano si sente palesemente a proprio agio e non sfigura mai.
Anche il resto del cast si comporta egregiamente sotto la direzione del regista Francis Lawrence (lo ricorderete dietro alla cinepresa in Hunger Games) e con lo script del grandissimo Steven Knight (lo sceneggiatore di Peaky Blinders, Taboo, Locke, la Promessa dell’Assassino). In particolare l’attrice olandese Sylvia Hoeks, credibilissima regina sweet but psycho, e Christian Camargo, compianto (ma non troppo, quel matto) fratello di Dexter Morgan (ecco, lui sì che mi manca tantissimo invece).

See è una serie televisiva made in USA del 2019 prodotta da Apple TV+, ideata da Steven Knight e diretta da Francis Lawrence

Non ho ancora fatto menzione di alcun elemento riguardante la trama, perciò ne faccio cenno adesso.
In un futuro distopico – ma ipoteticamente realissimo, in quanto non ci sono né mostri né alieni e nemmeno super-poteri o avveniristiche invenzioni hi-tech – l’intera popolazione mondiale, ridotta all’osso da un virus più che letale (che sia un cugino del Covid19? Brutta razza!), è diventata cieca.
Ribellione del pianeta Terra che, sfruttato e violentato impunemente dal genere umano per secoli, dopo averne decimato la presenza sul proprio suolo ne ha modificato geneticamente le capacità sensorie inibendone la vista.
La conseguenza è il ritorno ad un primitivo stadio di mera autosufficienza, lontano dalle tecnologie inquinanti e genocide che avevano appestato il pianeta portandolo sull’orlo del precipizio. C’è tanto simbolismo e ci sono altrettanti spunti di riflessione dietro le quinte di questa piacevolissima serie avventurosa.
Non mancano l’azione e il sangue, inevitabili in un ritorno ad un passato primitivo del genere umano, così come non mancano paesaggi mozzafiato ed il ritorno culturale alla dimensione del mito e della superstizione religiosa, proprio come ai tempi del buio medioevo, se non addirittura precedenti.

Otto puntate ben realizzate, dalla trama solida e ben equilibrate tra dialoghi e azione. Non siamo davanti alla serie tv del decennio, e forse nemmeno dell’anno, ma se vi trovate in un momento di indecisione riguardo a quale avventura seriale affrontare durante l’estate, mi sento di consigliarvi di scommettere qualche scatola di pop corn e qualche serata davanti allo schermo guardando See. Se vi piace il genere, naturalmente.
Let me know, in case.  

Phil

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Auf wiedersehen, Dark. Mi mancherai!

Cala il sipario su una delle serie tv più belle degli ultimi anni

Avevo detto che ne avrei scritto, e lo farò. Brevemente però, perchè l’emozione è ancora intensa.
Si è appena concluso l’intrecciato ciclo temporale di Dark, con la terza ed ultima stagione. Tanta roba, ragazzi.
Per quanto mi riguarda la serie tedesca è una delle più belle mai create sul suolo europeo.
E si colloca di diritto nell’Olimpo delle più brillanti ed originali a livello mondiale.
Merito di una coerenza e di una solidità a mio parere inattaccabili, nonostante gli azzardi di sceneggiatura e i voli pindarici di fantasia. Nonostante le rischiose ellissi nella trama e il meta-racconto che diventa meta-meta-racconto.
Nonostante le esplorazioni interdimensionali questa serie tv mette in scena davvero tanto della reale, realissima condizione umana. L’ineluttabilità della sua natura circoscritta ed il suo sforzo impossibile verso l’immortalità. Spirito, corpo, sentimenti, limiti, infinito, azzardo, sconfitta, rinascita. L’eterno ritorno. Il ciclo della vita. L’amore, la morte.

Dark è una serie tv tedesca del 2017, di genere thriller-fantascientifico, creata da Baran bo Odar e Jantje Friese


Ho avuto la fortuna di scoprire Dark non appena è misteriosamente e silenziosamente apparsa sul catalogo Netflix, circa tre anni fa, quando ancora non ne parlava nessuno.
Poi è rapidamente, e meritatamente, diventata un cult.
Sì, lo so, è un po’ narcisistico rimarcarlo, ma questa dinamica di scoperta in modalità talent scout si è ripetuta un numero considerevole di volte (nonostante io non abbia mai vissuto a Winden). Perciò spero che mi perdonerete questa piccola autocelebrazione. Ecco, fatto, finito.
Le premesse che preannunciavano quanto avrei amato questa sci-fi series c’erano tutte sin dall’inizio: dalle citazioni di Matrix a quelle dei Kreator, dalle atmosfere lynchane agli intrecci nolaniani. Il culmine lo si è raggiunto con il finale, però, che considero uno dei più belli, soddisfacenti e significativi di sempre (imho). Carico di simbolismo, di esistenzialismo, di romanticismo, di accettazione. Così come d’incanto visivo, respiro narrativo e plateau emozionale. E qui mi fermo con le parole, lasciando che sia l’immaginazione a continuare ad elaborare il tutto e a lanciarlo verso la costellazione neurale della memoria a lungo, lunghissimo termine. Chapeau.

Phil

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Upload: la serie tv del mese!

Nonché tra le mie preferite dall’inizio dell’anno

Vado dritto al sodo: Upload è la serie più convincente che ho visto ultimamente (dall’inizio dell’anno ad oggi, in pratica). Una delle due più interessanti in realtà, insieme a Modern Love. E indovinate un po’? Entrambe sono targate Amazon. Ma su questo punto tornerò più tardi.

Non faccio recensioni né schede tecniche, per le quali vi rimando a Wikipedia o ai siti ufficiali delle singole tv series. Perciò mi limito brevemente a dirvi che si tratta di una mini-serie di dieci puntate, della durata di venticinque-trenta minuti per episodio.
Questo lo specifico perché oberati come sarete da serie che attendono da tempo di esser viste, e da altre appena uscite che stuzzicano la vostra curiosità…mi rendo conto che è un bel casino destreggiarsi. Lo so perché sono impantanato anch’io allo stesso modo.

Perciò vi può tornare utile sapere che Upload, in termini di tempo che vorrete dedicargli, non è impegnativa  come un pranzo di nozze (tipo una Grey’s Anatomy con i suoi 24 episodi a stagione) ma piuttosto come un sandwich da pausa pranzo. Un sandwich gourmet, però. Perché intrattiene, fa sorridere, fa anche pensare, e perché “accanisce”. Con quest’ultimo termine, per chi non ne fosse pratico, non intendo che fa abbaiare oppure rincorrere gatti o palline vaganti, ma che coinvolge e che fa compulsivamente premere il tasto “next episode” del telecomando virtuale. Soprattutto a partire dal terzo o quarto episodio, quando ci si è ben calati nella storia.

Upload è una (mini)serie televisiva americana di genere fantascienza/commedia creata da Greg Daniels

Come definire questa serie? Un bel problemino. Non mi riferisco al genere, forse perché almeno per quanto mi riguarda non è mai un discrimine (guardo di tutto, non ho preclusioni). Voglio dire piuttosto in che modo rispondere alla domanda “che tipo di serie è?”.
Un interrogativo tanto generico, se non si è avvezzi al pianeta serial, quanto significativo se siete dei fruitori abituali (in tal caso sapete benissimo a cosa mi riferisco).
Ci sono serie tv che gergalmente definiamo semplicemente fighe. Un gergo che non ha sinonimi altrettanto pregnanti nel linguaggio più elegante, perciò non lo definirei nemmeno più gergo. Sono quelle che vi incollano alla sedia e rapiscono tutta la vostra attenzione. Vi fanno immedesimare ed emozionare come nient’altro al mondo. Vi risucchiano, creano dipendenza. Vabbè, ci siamo capiti.
Ce ne sono altre che si lasciano guardare con piacere a cervello spento. Sono leggere, poco impegnative e aiutano a rilassarsi dopo una giornata pesante. A volte sono comiche, altre un po’ violente. Ma “senza impegno”, ed è per questo che sono perfette in alcuni momenti.
Ce ne sono altre che fanno ridere a crepapelle e influiscono positivamente sul nostro umore. Altre ancora ci fanno riflettere ed emozionare profondamente. Alcune addirittura ampliano o amplificano la nostra immaginazione.

A quale di queste appartiene Upload quindi? A nessuna, o forse un pochino a tutte. Non è la serie del decennio eh, intendiamoci subito: non lo è di sicuro! Però intrattiene divertendo e crea anche un leggero senso di dipendenza/accanimento. Fa sorridere spesso e nel frattempo fa anche riflettere. Stuzzica l’immaginazione, a volte in maniera originale mentre altre volte in modi che abbiamo già visto e rivisto, ma lo fa sempre con suo tocco specifico, lievemente incantato. Diventa immediatamente familiare. Sto scrivendo questo post prima ancora di guardare l’episodio conclusivo, ma già so che non vedrò letteralmente l’ora di vedere la stagione successiva. E questo dice davvero tanto. Concludendo: non finirà nella top ten delle mie serie preferite all-time, ma si tratta senza alcun dubbio di una delle sorprese più piacevoli dall’inizio di questo tormentato 2020!

Le ultime due righe le dedico al punto lasciato in sospeso ad inizio post. Mi sembra che Amazon stia decisamente surclassando Netflix. O l’ha già fatto. Impensabile fino a un paio d’anni fa, forse. Anche perché Netflix aveva cominciato con il proverbiale botto. Poi ha iniziato a cassare i suoi prodotti uno dopo l’altro, in alcuni casi davvero inspiegabilmente (nell’etere ci sono ancora alcune mie bestemmie che ululano vendetta). E a mandarne in onda di davvero grigi e banali. Amazon invece…niente, mi limiterò ad elencare alcuni dei loro prodotti e le conseguenze traetele da soli: oltre ai già citati Upload e Modern Love, Bosch, Watchmen, The Boys, L’uomo nell’alto Castello (madonna che spettacolo!!!), American Gods… Maremma boscaiola!!

E vabbè, torneremo ad aggiornaci presto sull’argomento. Nel frattempo, buona visione!
E iniziate a prendere posizione: sareste favorevoli al vostro Upload, oppure decisamente contrari?

Phil

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Westworld: la grande bellezza

Una circostanza fortunata quella di battezzare il blog parlando di una delle più belle serie tv degli ultimi dieci o quindici anni. Circostanza di cui approfitto ben volentieri, soddisfatto ed emozionato come sono dopo aver appena terminato la terza (meravigliosa) stagione.

A presentarvi la serie non servo certo io, la quasi onnisciente Signorina Wikipedia lo saprà far molto meglio di me e con maggior dovizia di dettagli e curiosità.
Perciò, nel caso non la conosciate già, mi limito a dire che si tratta di una serie televisiva americana di genere western-fantascientifico (ebbene sì, sono riusciti a ibridare due generi all’apparenza estranei l’uno all’altro, e l’hanno fatto con risultati sorprendenti!) creata da Jonathan Nolan (il fratello altrettanto geniale del regista Christopher Nolan) e da sua moglie Lisa Joy.
Ah, un particolare non da poco: l’hanno realizzata per la HBO, ovvero IL canale televisivo per eccellenza quando si parla di tv series. Mai sentito parlare di True Detective, The Wire, I Soprano, Il Trono di Spade? Tutti capolavori appartenenti a questa fighissima emittente a stelle e strisce. In realtà questa è solo una piccola parte di un meraviglioso e ricco catalogo che vi consiglio di andare a…sbranare con gli occhi!

Westworld stagione tre
“Some people choose to see the ugliness in this world. The disarray. I choose to see the beauty. To believe there is an order to our days, a purpose.” (Dolores)

Ma torniamo a noi, torniamo a Westworld. Narrazione, impatto visivo, sonorità, atmosfere, ricchezza nello sviluppo dei personaggi: la creatura di Nolan e consorte continua a viaggiare su livelli alti, davvero alti. E riuscire a mantenerli per tre stagioni non era affatto semplice nè scontato, come avrete notato se il mondo delle serie tv non vi è nuovo. Soprattutto nel caso di trame complesse e multidimensionali come questa: è più facile inciampare nel banale nel tentativo di cavalcare il successo e aumentare l’audience, oppure andare fuori strada imboccando la via del nonsense cercando di stupire a tutti i costi. Ebbene no, nonostante gli intrecci diventino sempre più misteriosi e imprevedibili, Westworld continua ad inchiodare lo spettatore alla sedia deliziandolo con fantasie robotiche sublimi e intrattenendolo con dinamiche violente davvero molto umane.

Westworld raccoglie l’eredità di film come Matrix e Blade Runner con umiltà e la rilancia con classe rappresentandone un aggiornamento, un’evoluzione come minimo 6.0.
Con il passare degli episodi si rivela una progenie spuria che si arricchisce del patrimonio cine-genetico di opere quali Strange Days e Inception (non a caso).
Affascina, e atterrisce. Emoziona e raggela il sangue allo stesso tempo.


Ad interpretarne lo spirito cyborg – tutto sangue e micro-chip, calde viscere emozionali e freddi codici binari, istinto primordiale e calcolo computazionale – una bellissima e come sempre bravissima Evan Rachel Wood. Secondo me nessun’altra sarebbe riuscita a superare la malizia e il candore robotici che avevano reso Sean Young (la Rachael nel capolavoro anni ’80 di Ridley Scott) un’icona immortale del cinema fantascientifico.
Lei, imho, questa mission impossible l’ha compiuta invece. Non mi credete? Ammiratela nei panni di Dolores Abernathy e mentre la vedrete protagonista di un’evoluzione narrativa esponenzialmente intrigante, vi avrà già sedotto e anche un po’ intimidito. La ragazzina prodigio di Thirteen è diventata donna ed ha confermato il suo talento. Il delicato fiore oscuro che in età giovanile faceva coppia fissa con Marilyn Manson è sbocciata ed è diventata una cazzuta campionessa di taekwondo e un’attrice altrettanto micidiale.

Che bello, poi, in questa terza stagione poter tornare a godersi il faccione di Aaron Paul (il Jesse Pinkman di Breaking Bad) e quello di Vincent Cassel (se c’è bisogno che ve lo presenti vi serve forse anche un esorcista, oppure uno psicologo) che finalmente tornano a ricoprire ruoli importanti. Negli ultimi anni – tra copioni secondari, crisi d’identità e di natura mistica – se n’erano parzialmente perse le tracce.
Ed Harris una conferma che è quasi banale andare a citare: il suo grugno da tosto e risoluto figlio di una brava donna è una garanzia di cui è inutile andare a discutere.

Conclusione della favola? Non ce n’è ancora una, per fortuna! Notizia di un paio di settimane fa: la HBO ha annunciato di aver rinnovato la serie anche per una quarta stagione. Una delle poche belle notizie “ai tempi del Covid19”.

Conclusione del post? Semplice e scontata: godetevi questa terza stagione se non l’avete ancora fatto, oppure procuratevi un silos intero di pop corn se vi tocca recuperare Westworld sin dalla prima: credetemi, la fame verrà mangiando.

Phil

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