Il caso Pantani – L’omicidio di un campione

Un film che squarcia il velo di bugie e ipocrisia che avvolge il compianto pirata

Un film dovuto, oltre che bello, a mio parere. Per restituire un briciolo del tanto che gli è stato tolto. Il pirata Pantani, prima osannato e poi demolito per un illecito, morale e legale, che non aveva mai commesso. Poi dileggiato e crocifisso per le conseguenze della depressione (la tossicodipendenza degli ultimi anni di vita) nella quale era caduto proprio per essere stato tradito dallo sport stesso. Infine dimenticato, o quasi.
Quando anni dopo sono iniziate a emergere evidenze di tante delle porcate che gli erano state fatte, Pantani era ancora conosciuto ma non più sufficientemente interessante per i media. E così tanta gente non ha mai scoperto che il ciclista di Cesena non si era mai dopato. E che, con tutta probabilità, è morto di overdose indotta. Che è stato ammazzato, insomma.

Il caso Pantani – L’omicidio di un campione è un film di genere drammatico del 2020, diretto da Domenico Ciolfi

Pantani è stato un campione assoluto, un eroe sportivo di tutti. Anche di chi, come me, non è mai stato appassionato di ciclismo (neanche lontanamente). La sua grinta, però, era comunque di ispirazione per un intero popolo. Se non addirittura per il mondo intero, a livello sportivo.
Il pirata era una forza della natura. Ma era anche un essere umano. Dopo essere stato tradito, buggerato, fregato (come ripeteva sempre lui), vilmente affondato dai soldi della camorra e mai difeso né protetto dal sistema che aveva beneficiato della sua gloria e di tutta la pubblicità, è caduto nel baratro della droga, ed è sprofondato nell’abisso della depressione. Una tenebra fitta e silenziosa che attraverso amicizie e frequentazioni sbagliate l’hanno risucchiato nella gola infernale che poi gli ha dato una morte infame.
Il film tutto questo non lo nasconde, né lo nega. Uno dei suoi maggiori pregi è, secondo me, proprio il realismo di cui è infarcito dall’inizio alla fine. Mi aspettavo una versione romanzata ed edulcorata della vicenda Pantani, ma così non è stato. La pellicola è onesta e diretta tanto nel tessere le lodi del campione quanto nel raccontarne la caduta, lo sfacelo e l’abbandono. Marco era una roccia, ma una serie di malefatte e bugie che lo hanno travolto, hanno finito per frantumarlo. Questo film vuole restituirgli, post mortem, proprio un po’ di quella giustizia che aveva invano cercato di ottenere in vita.

Pregevole e coraggiosa anche la scelta del regista Domenico Ciolfi di avvalersi di ben tre attori (Marco Palvetti, Brenno Placido e Fabrizio Rongione) per interpretare Pantani, quasi a volerne osservare le differenti fasi psicologiche, i diversi percorsi di vita intrapresi, i lati introspettivi e le prospettive contrastanti dalle quali gli stesso ha osservato le proprie vicende. Un po’ come nel film “Io non sono qui”, ispirato alla vita di Bob Dylan. Ma, con grande umiltà, senza pretese artistiche simili. Il risultato è pregevole e premia l’ardire dell’autore. Infatti le due ore e mezza della sua durata, che prima di entrare in sala mi erano sembrate eccessive, non mi sono pesate affatto.

Purtroppo il film è transitato nella sale cinematografiche per soli tre giorni, mentre avrebbe meritato maggior esposizione e maggior fortuna. Quando uscirà in dvd oppure in streaming su Netflix piuttosto che su Amazon, quando lo trasmetterà la Rai o Sky, vi consiglio caldamente di guardarlo. Che il ciclismo vi interessi o meno. E’ un frammento di storia italiana, che travalica i confini dello sport. E’ la nostra storia.

Lunga vita ai pirati, anche a quelli che non ci sono più.
Ciao Marco!

Phil

N.B. Per commentare vai alla pagina del post (cliccando sul titolo )

error: Content is protected !!