Auf wiedersehen, Dark. Mi mancherai!

Cala il sipario su una delle serie tv più belle degli ultimi anni

Avevo detto che ne avrei scritto, e lo farò. Brevemente però, perchè l’emozione è ancora intensa.
Si è appena concluso l’intrecciato ciclo temporale di Dark, con la terza ed ultima stagione. Tanta roba, ragazzi.
Per quanto mi riguarda la serie tedesca è una delle più belle mai create sul suolo europeo.
E si colloca di diritto nell’Olimpo delle più brillanti ed originali a livello mondiale.
Merito di una coerenza e di una solidità a mio parere inattaccabili, nonostante gli azzardi di sceneggiatura e i voli pindarici di fantasia. Nonostante le rischiose ellissi nella trama e il meta-racconto che diventa meta-meta-racconto.
Nonostante le esplorazioni interdimensionali questa serie tv mette in scena davvero tanto della reale, realissima condizione umana. L’ineluttabilità della sua natura circoscritta ed il suo sforzo impossibile verso l’immortalità. Spirito, corpo, sentimenti, limiti, infinito, azzardo, sconfitta, rinascita. L’eterno ritorno. Il ciclo della vita. L’amore, la morte.

Dark è una serie tv tedesca del 2017, di genere thriller-fantascientifico, creata da Baran bo Odar e Jantje Friese


Ho avuto la fortuna di scoprire Dark non appena è misteriosamente e silenziosamente apparsa sul catalogo Netflix, circa tre anni fa, quando ancora non ne parlava nessuno.
Poi è rapidamente, e meritatamente, diventata un cult.
Sì, lo so, è un po’ narcisistico rimarcarlo, ma questa dinamica di scoperta in modalità talent scout si è ripetuta un numero considerevole di volte (nonostante io non abbia mai vissuto a Winden). Perciò spero che mi perdonerete questa piccola autocelebrazione. Ecco, fatto, finito.
Le premesse che preannunciavano quanto avrei amato questa sci-fi series c’erano tutte sin dall’inizio: dalle citazioni di Matrix a quelle dei Kreator, dalle atmosfere lynchane agli intrecci nolaniani. Il culmine lo si è raggiunto con il finale, però, che considero uno dei più belli, soddisfacenti e significativi di sempre (imho). Carico di simbolismo, di esistenzialismo, di romanticismo, di accettazione. Così come d’incanto visivo, respiro narrativo e plateau emozionale. E qui mi fermo con le parole, lasciando che sia l’immaginazione a continuare ad elaborare il tutto e a lanciarlo verso la costellazione neurale della memoria a lungo, lunghissimo termine. Chapeau.

Phil

N.B. Per commentare vai alla pagina del post (cliccando sul titolo )

Black lives matter

Spike Lee ce lo ricorda (ancora una volta) con il suo nuovo film
Da 5 bloods

Il signore e la signora Netflix, coppia immaginaria, hanno davvero un notevole intuito, o quantomeno una grossa fortuna, quando si tratta di scegliere il periodo o il momento in cui far uscire un loro prodotto.
La data di release della terza ed ultima stagione di Dark ne è un elegante esempio, se sapete di cosa sto parlando. Altrimenti non importa in questa sede, perchè non ho intenzione di parlare della meravigliosa serie tedesca. Non ancora.
In questo caso mi riferisco al nuovo lavoro di Spike Lee. Proprio mentre riecheggia a tutte le latitudini il motto black lives matter ecco una pellicola che lo grida dall’inizio alla fine.
A onor del vero si può dire che ogni opera del cineasta americano ne è pregna fino al midollo, in maniera più o meno esplicita.
Nel caso di Da 5 bloods non potrebbe essere più esplicita, e a vari livelli!

Da 5 Bloods – Come fratelli  è un film del 2020 diretto da Spike Lee


Il buon Spike ha avuto a disposizione un budget palesemente irrisorio per questa sua ultima fatica. Nondimeno, da buon purosangue e talentuoso regista quale è sempre stato, è riuscito a realizzare un film coinvolgente, stilisticamente solido e godibilissimo. Nonostante le sue due ore e mezza piene. Come solo i grandi autori sanno fare.
Allo zio Spike non sono mai nemmeno mancate originalità e coraggio, e così mentre tutti gli altri registi tornano ciclicamente in Vietnam in pieno periodo bellico, lui lo fa invece nei nostri giorni. E ci manda in missione non il fior fiore della gioventù yankee immolata negli anni ’70 ma una cricca di sessantenni reduci di colore pieni di acciacchi e rimorsi. Li catapulta nuovamente nella giungla un tempo popolata dai vietcong in cerca dei resti di un amato commilitone, di lingotti d’oro andati perduti e di redenzione da una guerra che non è mai stata la loro.

Impeccabile e d’impatto sia l’interpretazione individuale che l’alchimia corale dei protagonisti Delroy Lindo, Clarke Peters, Norm Lewis e Isiah Whitlock Jr.
Molto bravi anche il fantasma Chadwick Boseman, l‘accollato Jonathan Majors e la guest star Jean Reno.
I monologhi sparsi qua e là sono vecchia scuola, così come i piani sequenza e i salti in avanti e indietro, tra narrazione e meta-narrazione.
La padronanza con la quale Spike Lee gestisce i pochi dollari a disposizione gli permette di mettere sù uno spettacolo davvero niente male, che intrattiene gli occhi mentre bussa incessantemente alla mente e alla coscienza dello spettatore.
Come al solito, come sempre, ben fatto Mister Lee. Te possino, non ne sbagli uno! Onore a te.


Black lives matter.
Phil

N.B. Per commentare vai alla pagina del post (cliccando sul titolo )

error: Content is protected !!