Ozark, il lago più bello da visitare in provincia di Netflix

Aspettando i nuovi episodi della fantastica serie tv con Jason Bateman

In occasione del suo compleanno (cinquantadue anni oggi) vi parlo della serie tv di cui Jason Bateman è assoluto protagonista: Ozark. C’è chi dice che sia una delle migliori in circolazione, e poi c’è chi non la conosce. Non credo possano esserci altre posizioni sull’argomento.
Scherzi a parte, la “creatura televisiva” targata Netflix giunta alla terza stagione (attendiamo trepidanti la quarta) si è imposta subito all’attenzione degli appassionati di serie tv per una solidità inattaccabile nella scrittura, una fotografia mozzafiato anche quando cupa e tetra e…un cast eccezionale, lasciatemelo dire.
Alla sua guida, come ricordavo poc’anzi, c’è senz’altro un Bateman ai limiti della perfezione in un ruolo che sembra cucito appositamente per lui. Un po’ come Walter White era il perfetto Mr Hyde di Bryan Cranston nel capolavoro di Breaking Bad. Wow che paragoni, mi direte.
Beh se non siamo proprio a quei livelli…poco ci manca.

Ozark è una serie televisiva americana di genere
crime-drama in palinsesto su Netflix dal 2017

Forse Ozark non ha il suo Jesse Pinkman, ma in compenso possiede un coro di co-protagonisti capaci di creare un’alchimia vincente e avvincente di tensione nonchè di piacere visivo e montagne russe emotive. Una su tutti Laura Linney, partner in crime di livello decisamente alto e in profonda simbiosi con il proprio alter ego maschile.
Gli antagonisti – soprattutto quelli redneck, inquietanti e incisivi – non lo sono da meno. Diamante e mascotte, poi, secondo me è Julia Garner, giovanissima attrice dal talento cristallino che avevo già apprezzato nella meravigliosa The Americans. In Ozark la biondina all’apparenza delicata ma dallo sguardo ardito spicca il volo e fa il salto di qualità che la inserisce di diritto nell’élite della futura Hollywood. Che brava!

Insomma, se non conoscete ancora questa fighissima serie tv, vi invito a porre rimedio al più presto. Se al contrario già la seguite e apprezzate, immagino che vi unirete a me nel fare idealmente i migliori auguri di compleanno al vecchio Jason, che come il buon vino migliora vistosamente proprio con l’avanzare degli anni.

Phil

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Gangs of London trasuda adrenalina e sangue

La serie televisiva britannica è un’orgia di proiettili e botte da orbi

E’ possibile pensare, anzi esclamare, allo stesso tempo “ma che figata!” e “maremma che peccato però…”?
Beh sì, a quanto pare sì. Me l’ha insegnato questa nuova serie tv targata Sky.
Gangs of London, crime drama che più britannico non si può, è una produzione con i fiocchi, diciamolo subito. Volendo possiamo anche allargarci e definirla con i contro-fiocchi!
Una delle più grosse di sempre, no doubt.
E in effetti mostra innumerevoli pregi. Cominciamo da questi, ovvero con la prima delle due espressioni di meraviglia con le quali ho iniziato il post.
Fotografia? Top. Regia? Alti livelli. Ritmi? Forsennati. Atmosfere: cupe, violente, memorabili. Combattimenti: più che violenti e decisamente altrettanto memorabili. Sotto questo aspetto mi ha ricordato Banshee, una delle serie più cazzute e testosteroniche mai realizzate.
In tutto c’è una cura dei dettagli visivi e dinamici che definirei maniacale.
Il cast, con alcuni elementi già abbastanza noti – vedi Joe Cole (uno dei fratelli Shelby in Peaky Blinders), Michelle Fairley (Lady Stark in Game of Thrones), Colm Meaney (Star Trek, The damned United) -, fa bene il proprio lavoro ed è coerente con l’alto profilo dell’opera inglese.
L’intreccio, in definitiva, è arzigogolato e in costante progresso. I colpi di scena, quindi, si susseguono – anche con qualche esagerazione da un certo punto in poi – fino al termine.

Gangs of London è una serie televisiva britannica del 2020 creata da Gareth Evans

Insomma, staremmo parlando della serie dell’anno, se non fosse che…la scrittura non mi ha pienamente convinto. Anzi. E qui arriviamo alla maremma di inizio articolo. Maremma puramente figurativa, perchè si resta sempre sul suolo UK. Non spaventatevi, non appaiono all’improvviso nè Pieraccioni nè Ceccherini.
Dico questo perchè ci ho visto un potenziale enorme ma banalmente sprecato. Immolato ai fini di una sete eccessiva di consensi e popolarità. I quali sarebbero anche coerenti con il palese sforzo economico fatto per tirar su una produzione di tali proporzioni, eh.
Ma si è deciso di puntare a una tipologia di pubblico troppo frugale e acritica, e quindi molto poco cinefila. Non offendetevi se vi sentirete coinvolti, ma per come l’ho vista io la serie sembra indirizzata a un pubblico appassionato de L’onore e il rispetto o de La casa di carta piuttosto che a quello di un Breaking bad o dei Soprano. Affamato di azione e intreccio, ma poco attento alla coerenza interna o alla credibilità delle dinamiche di causa-effetto e di verosimiglianza. Già perchè se parlassimo di una serie fantasy, un drago me lo aspetterei. In una di genere fantascientifico, un alieno o una macchina del tempo non mi sorprenderebbero. Ma in un crime drama che punta parecchio sul realismo…ci sono diversi passaggi “piuttosto vistosi” che non hanno molto senso. E il loro Sherlock nazionale mi darebbe ragione. Agatha Christie, pure. Giusto Mr Bean potrebbe sollevare qualche dubbio, ma lui è belloccio e non si può avere tutto dalla vita.

Vabbè, l’ho buttata sull’ironico, se non in caciara, per cambiare argomento. Gangs of London, ne sono sicuro, al termine di questo folle e cruento 2020 non potrà che salire sul podio delle serie top dell’anno. Sappiatelo, e non fraintendetemi su questo punto. Ne sono convinto. Il rammarico di non aver goduto di una delle serie top addirittura del decennio, però, mi provoca non poco dispiacere onestamente. Perciò mi riferivo ad essa come a una grossa, grassa occasione sprecata. Quando il potenziale è visibilmente enorme, anche le aspettative crescono di pari passo.
Guardatela al più presto ad ogni modo, se non l’avete ancora fatto, perchè è pura adrenalina! C’mon pals!

Phil

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Harry Bosch, il detective più cazzuto di Los Angeles

Bosch: sei stagioni ai massimi livelli del crime drama

Questo post è un regalo su misura per il mio amico Jack. Ero in debito con lui, tra le altre cose, per avermi dato tanti anni fa una super dritta in tema di serie tv: The Shield. Come sdebitarmi di un consiglio-svolta di proporzioni bibliche? Beh con uno di pari valore o quasi: Bosch.
Cosa accomuna le due serie? Innanzitutto il genere: alcuni lo chiamano crime-drama, altri – tra i quali il sottoscritto – semplicemente poliziesco. Cos’altro? Beh una caratteristica fondamentale: sono entrambe nella Top 3 di tutti i tempi nella categoria Distintivi e Pistole. Secondo me, ça va sans dire. (A completare il podio, ovviamente, The Wire.)

Il protagonista lo conoscete di sicuro, quantomeno di vista. Si tratta di quel faccione di cazzo di Titus Welliver, uno di quei volti che non si dimenticano. Di solito gli danno ruoli da cattivo o comunque da tizio poco raccomandabile, e il motivo è palese: la sua espressione tipica sarebbe da inserire in un’enciclopedia visuale sotto la voce “stronzo”.
Al di là di questo, Titus è un attore con i contro-coglioni. Sì, sto usando esattamente lo stesso tipo di linguaggio sporco, diretto e schietto che userebbe il Detective Bosch. Poliziotto che crede nella giustizia ma dai modi risoluti e talvolta violenti. Non si fa problemi a sporcarsi le mani ma non agisce mai senza l’ausilio del proprio cervello da stratega e di un fiuto da vero cane selvatico. No vabbè, a onor del vero a volte sbrocca, ma lo fa sempre per motivi validi. Solido come una roccia, beffardo come un gran figlio di…completate voi la frase tenendo a mente il finale di Il Buono, il brutto, il cattivo.

Hieronymus “Harry” Bosch, detective della omicidi, LAPD

Ce ne sono davvero tante di serie tv con personaggi che, almeno sulla carta, possiedono caratteristiche simili se non addirittura identiche a quelle del nostro Detective. Ma la differenza, signore e signori, è lo stile ed il realismo con i quali Titus Welliver le trasferisce sullo schermo. E’ lui Bosch e Bosch è lui, e chiacchiere non ce ne vogliono. Non sembra un personaggio inventato ma lo sbirro che vorresti avere dalla tua se ti ritrovassi ingiustamente invischiato in qualcosa di torbido. Un vero mastino, insomma.

Lui è la star dello show, ma i suoi compagni di viaggio non sono di una risma inferiore. Sto parlando innanzitutto di Jamie Hector (ve lo ricordate quel cattivone di Marlo Stanfield in The Wire? E’ lui! Tosto come pochi!) e di Lance Reddick (gli danno sempre ruoli da agente speciale o da ufficiale delle forze armate perché diciamocelo: forse nessuno a Hollywood ha una faccia più da sbirro della sua! L’avrete visto in Fringe nei panni di Phillip Broyles, tra le varie). Ami Aquino e Mimi Rogers sono altri volti che avrete visto e rivisto in altre serie o film. E come loro, svariati altri.

Bosch però non è una semplice equazione funzionante di attori. Ci sono trama, sceneggiatura, ritmo, atmosfere, citazioni, suspense, logica, umorismo, e chi più ne ha più ne metta. C’è davvero tutto in questa serie ambientata a Los Angeles, e tutto gira alla perfezione. Di stagione in stagione (hanno appena trasmesso la sesta) si viaggia sul velluto, senza frenate brusche o sbandamenti di stile.
Se vi piace il genere, bussate immediatamente alla porta di Harry Bosch e – tra un omicidio e l’altro – bevete un whiskey e ascoltate jazz insieme a lui.

Phil

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