Babylon, una cavalcata cinefila frenetica e travolgente

Chazelle ci regala un’epopea sul cinema anni ’20 che ricorderemo

Il nuovo film di Damien Chazelle è un portentoso cavallo imbizzarrito.
Un cavallo di razza, istrionico, colorato e con i polmoni d’acciaio che lo fanno correre per tre ore piene senza sosta né cali di intensità. Chapeau, amici miei.
Siamo solo a gennaio ma credo di aver appena visto uno di quelli che si riveleranno Film dell’anno.

Non è la prima volta che un regista azzarda un’epopea sul cinema stesso e sulla sua storia. Anzi, è recentissima l’ultima dichiarazione d’amore dedicata al grande schermo – è quella di Spielberg, che con The Fabelmans ha realizzato un gran bel film raccontando la propria storia personale. Altre tre ore di pregevole fattura.
Con Babylon, però, siamo a un livello superiore, imho. Basterebbe anche solo il finale, che paragonerei a una cavalcata rock’n’roll di fine concerto negli anni ’70. Tutto torna.

Come sempre non mi calo nelle profondità di un’analisi tecnica dell’opera filmica, sia perché non sono – né vorrei mai essere – un critico cinematografico, sia perché non è nella natura stessa di questo blog.
Non posso però esimermi dal puntare i riflettori su un cast meraviglioso, che può contare su Brad Pitt, Margot Robbie, Diego Calva, Tobey Maguire, Jean Smart e tanti altri comprimari di valore. C’è perfino Flea dei Red Hot Chili Peppers, che con il cinema non c’entra niente ma che non sfigura affatto.
Tutti in formissima, tutti ispirati, tutti traboccanti della stessa energia che pervade la pellicola dall’inizio alla fine.

Babylon è un film del 2022 scritto e diretto da Damien Chazelle

Perfette le musiche, accecanti i colori e la fotografia, incalzante il ritmo delle sequenze.
Il regista americano ha realizzato un piccolo capolavoro secondo me.
Avevamo già capito che Chazelle avesse talento da vendere guardando Whiplash e La La Land (ma anche First Man, che a me non era per niente dispiaciuto).
Se n’erano accorti anche a Hollywood, non a caso trasformandolo nel 2017 nel più giovane regista di sempre a vincere un Premio Oscar.

Questo è uno di quei film che guardare in lingua originale non è una scelta ma un obbligo morale. Non sono un integralista delle V.O. né tantomeno un talebano che si lancia in una guerra santa al doppiaggio, ma in questo caso il valore aggiunto della versione originale raggiunge proporzioni tali da renderlo, secondo me, non solo caldamente consigliato ma addirittura obbligatorio.
Anche solo per poter ammirare Margot Robbie, divina e forse alla sua migliore performance di sempre.
Vorreste proprio ascoltarla recitare, fidatevi. Fatelo, se potete.

Concludendo, come riassumere l’esperienza in sala in tre righe?
Fino a metà della sua durata Babylon sembra “solo” un film estremamente divertente ed esilarante, ma poi rivela pian piano una propria profondità narrativa che colpisce il cuore di chi ama e conosce il cinema sin da bambino.
Il finale, gli ultimissimi minuti, poi, sono secondo me quelli che lo relegano nell’Olimpo delle pellicole memorabili.

Phil

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Elvis, un film sull’amore per la musica

Sarò breve: se amate la musica correte in sala a vedere Elvis, il nuovo film di Baz Luhrmann.

Premetto di non essere un fan sfegatato nè di Presley, per quanto ne riconosca il ruolo fondamentale e seminale per generazioni di creatori e ascoltatori di rock e derivati,
nè del regista australiano, per quanto adori un paio dei suoi film.
Quindi perchè tutto questo calore? Perchè la pellicola ne è pervasa!
Pur essendo il cantante di Tupelo il protagonista, ad avere un ruolo ancor più centrale è la musica stessa. Ve ne accorgerete.

Del resto il biopic di Luhrmann esplora più che la vita dell’icona rockabilly la sua ascesa (insieme alla caduta) in maniera congiunta e inseparabile al rapporto – di cui si sono scritti tonnellate di articoli, gossip e denunce – con il manager Tom Parker, detto “il Colonnello”.
Il tutto non mancando mai di descrivere il contesto e lo spirito dei tempi, tanto a livello culturale quanto socio-politico. Senza mai appesantire però.

Già, perchè di Elvis ci è arrivata un’immagine un po’ sbiadita, quella della star eccessiva e sfarzosa, eccentrica e un po’ ridicolosamente imitata. Presley però è stato anche un grande innovatore a livello musicale, e un ribelle che in varie occasioni si è fatto portavoce del popolo.

Inizialmente il film mi ha fatto sorridere, per via di alcune scelte stilistiche del regista,
ma una volta entrato nel mood ne ho compreso gli intenti. E nel finale confesso di essermi anche commosso.
Fuori dalla sala alcune persone, comunque soddisfatte, dicevano di essere rimaste a tratti attonite, a causa della velocità e del ritmo travolgente del film, e altre di essersi quasi “sballate” per via di un effetto caleidoscopico di cui la pellicola è intrisa. Nulla da eccepire, tutto vero. Tutto coerente con lo spirito travolgente, sincero e maledetto del rock’n’roll.

Fantastiche le interpretazioni di Austin Butler nei panni di Presley e di Tom Hanks in quelli del Colonnello.

Due ore e quaranta (eh già) della mia vita decisamente ben impiegate, insomma.
E per una volta mi trovo anche in accordo con la platea di Cannes, visto che all’anteprima dell’edizione 2022 del festival francese il film ha ricevuto una standing ovation di 12 minuti.

Viva Las Vegas!
O forse no, visto l’epilogo.
Di sicuro, però, evviva Elvis Presley, the King.

Phil

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Cinema, serie tv e musica: i miei up & down di inizio estate

Il tempo corre, corre, corre.
Vero.
Anche vero, però, è che “Chi ha il tempo? Chi ha il tempo? Ma se non ce lo prendiamo mai il tempo, quando mai lo avremo il tempo?” come diceva il saggio Merovingio in Matrix Reloaded.

Perciò rieccomi qui al vostro servizio, anche se once again in formato “pillole”.

Ecco cosa ho visto e/o ascoltato con piacere e con soddisfazione ultimamente:

  • Esterno Notte (film interessante, intenso – non vedo l’ora di vedere la seconda parte)
  • Top Gun Maverick (un sequel cinematografico sensato, senza troppe pretese, godibilissimo)

  • Bosch Legacy, prima stagione (serie tv, uno spin-off che approvo, tosto come sempre – sentivo già la mancanza del detective Bosch)

  • Ozark, stagione conclusiva (serie tv, solida e magistralmente interpretata – uno dei pochi prodotti targati Netflix che trovo ancora decente)
  • Doctor Strange nel Multiverso della follia (uno dei pochi punti fermi sul grande schermo a firma della Marvel )
  • Lamparos y sus componentes e Big Mountain County (piacevolissime sorprese, sperimentate on stage, della musica made in Italy)

Ecco invece cosa mi ha deluso e/o convinto poco tra le uscite più recenti:

  • Stranger Things stagione 4 (grande delusione, è diventata così infantile che fatico a seguirla – l’ennesima conferma che Netflix è in caduta libera)
  • Fear the walking dead & The walking dead “la serie madre”, stagioni appena concluse (allungare il brodo all’infinito non gli restituisce il sapore perduto)
  • Rammstein – Zeit (nonostante la classe cristallina della band teutonica un album moscio, poco ispirato secondo me, al di sotto dei loro standard – occasione persa)
  • Eddie Vedder – Earthling (è sempre emozionante ascoltare la sua voce, una delle più belle in circolazione secondo me. Il suo disco solista, però, mi suona troppo monotono. Sorry Ed!)

Passo e chiudo.
A presto boys and girls, l’orologio fa tic toc e mi tocca scappare.
So long!

Phil

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Ottimismo e nichilismo secondo Welsh, Boyle e me

Warning: post prolisso, molesto e onesto.

Non so se, as the years went by, ve ne siete accorti: le persone più ottimiste (e dico ottimiste per davvero, concretamente, e non per una forma di hippismo cheap “alla spada de foco maniera” o per una vocazione zen da biscotti della fortuna) spesso sono le più ciniche (nell’accezione colta) e nichiliste.

Perché?
Elementare buon vecchio Watson: una volta compresi e accettati l’abisso dell’esistenza umana e le minuscole dimensioni dell’Uomo nei meccanismi dell’universo…si fa un balzo in avanti e si accetta la vita nella sua pienezza tanto quanto nella sua limitatezza, e i rischi come conditio sine qua non per qualsiasi possibilità di raggiungimento di felicità e maturazione interiore. Il tutto passando per l’accettazione delle dinamiche del tempo, delle paure e della morte.

Tutto sto preambolo del cazzo per cosa poi? Ma niente, perché mi emoziona la bravura di Irvine Welsh, meravigliosamente traslata sullo schermo da Danny Boyle, nello spennellare i colori amari della modernità sulla tavolozza della vita.

Il monologo nel video qui sotto è la naturale evoluzione di quello super iconico di Trainspotting volume Uno, e ne è anche la negazione.
La conclusione – quel sorriso sornione, contraddittorio e “umano troppo umano” di Mark – è uno schiaffo di onestà che rivela come siamo noi oggi, con molte fibre del nostra identità in metastasi avanzata di consumismo e capitalismo. Ma tant’è. Choose life.

Phil

Last Flag Flying: quanta bellezza nella semplicità!

Quattro anni fa Linklater ha realizzato questa perla rimasta
sul fondo del mare

Il bello dei grandi attori è che staresti lì ad ascoltarli per ore, ti basterebbe solo quello. Ti basta. Se ami davvero il cinema, questo è uno degli assunti di base.
Può non succedere quasi nulla sullo schermo ma tu sei comunque incollato alla sedia a fissarlo, gustando ogni singola smorfia dei suoi protagonisti.
Se poi a girare è Linklater, la poesia e la bellezza sono nascosti dietro la semplicità più manifesta e disarmante. È uno scrittore senza penna Mr Richard, prima ancora di essere un regista, secondo me.

Beccarti un Bryan Cranston chiacchierone poi, è un enorme piacere. Specialmente se parte di un terzetto che annovera anche Steve Carell che fa il serio e Laurence Fishburne che fa il reverendo. Tutti e tre veterani del Vietnam alle prese con il proprio passato e con l’insensatezza della guerra, di tutte le guerre, in qualsiasi periodo storico.

Last Flag Flying è un film del 2017 co-sceneggiato e diretto da Richard Linklater,
ed è l’adattamento cinematografico del romanzo omonimo di Darryl Ponicsan


Last Flag Flying è un road trip movie molto pacato, lineare, onesto, introspettivo, riflessivo, emozionato ed emozionante (come solo Linklater è capace di realizzarne). Alterna momenti di grande ilarità, scanditi da risate coinvolgenti e sincere, a momenti di triste esistenzialismo. Nel frattempo, mai una virgola fuori posto nè un’imprecazione che sia futile o gratuita.
Tutto è bilanciato alla perfezione.

Che narratore Sir Richard, ragazzi. Nonostante abbia una gran bella reputazione, resto dell’idea che il regista americano sia sempre stato enormemente e colpevolmente sottovalutato. Forse perchè a lui non è mai interessato apparire o strafare, ma solo raccontare. Raccontare la vita.
Quanto gli voglio bene.

Se deciderete di guardare questo film, fatemi un unico favore, please: gustatevelo in lingua originale. Nelle interpretazioni del terzetto (ma anche in quelle di un paio di comparse, vedrete!) c’è tutto il bello della recitazione, tutta la sua arte. Davvero.

Phil

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Hesher…è stato a Roma!

Cronaca di una serata apocalittica insieme a Joseph Gordon-Levitt

In tv probabilmente l’avrebbero chiamata “operazione nostalgia”. Ma questo è un blog, e non c’è spazio nè per operazioni chirurgiche alla Dottor House nè tantomeno per missioni segrete alla James Bond.
Un filo di malinconia, ripensando a episodi come questo, emerge dai meandri della memoria e viene ad abbracciarmi, è vero. Ma non è la protagonista di questo brevissimo aneddoto che vorrei condividere con voi. Il vero protagonista è invece Joseph Gordon-Levitt, l’attore americano con il quale condivido anno e giorno (non mese però) di nascita.
Yeah, mega spoiler per chi finora non sapeva niente di me. Un attore che adoro e che mi ha emozionato e fatto divertire in svariate occasioni cinefile.
Bene, oggi è il suo compleanno (per il mio ci vorranno altri otto mesi invece) e ho deciso di fargli gli auguri (perchè ovviamente lui “mi legge” sempre eh!) ripercorrendo la trama di un episodio divertente che ci ha connessi lungo l’asse Roma-Los Angeles. Metaforicamente,
of course.

Ma iniziamo con gli auguri, l’educazione prima di tutto. E dunque: buon fottuto compleanno, carissimo Hesher! Ok, alcuni di voi lo conosceranno come Joseph Gordon-Levitt…ma per me resterà sempre Hesher! Why? Because Hesher was here! There, actually. Ma non impantaniamoci con gli avverbi. D’altronde il titolo originale è semplicemente Hesher, mentre in Italia che è stato allungato in Hesher è stato qui. Prolissi noi italiani. Guardate me infatti… Scherzavo, “non vi allargate”. Pernacchia e a capo.

Hesher è stato qui (Hesher) è un film americano del 2010 diretto da Spencer Susser

Ricordo nitidamente la freddissima sera in cui vidi questo film al cinema. C’era appena stata una delle nevicate più copiose che Roma ricordi, e l’intera città era paralizzata dal ghiaccio da diversi giorni. Letteralmente paralizzata, in quanto si trattava di un evento più unico che raro (quantomeno in quelle proporzioni antartiche).
Io mi avventurai ugualmente verso il cinema Quattro Fontane (se non erro) attraversando uno scenario quasi apocalittico per la Capitale, fatto di strade semi-deserte adornate da macchine scivolate fuori strada e ferme ai bordi con le quattro luci accese. Un silenzio asfittico, e un concerto luminoso di fanali intermittenti.
E ovunque un unico interminabile manto bianco.

Arrivato al botteghino, la maschera di sala avvertiva gli spettatori, prima che questi comprassero il biglietto, che all’interno il riscaldamento non era acceso a causa di un guasto e che quindi l’esperienza sarebbe potuta essere un tantino spartana, per usare un eufemismo. Alcuni desistettero all’istante e se ne tornarono a casa mentre altri decisero ugualmente di avventurarsi in sala. Dei pochi coraggiosi, almeno la metà abbandonò il cinema a fine primo tempo, per sopraggiunta ipotermia immagino.

Io non sentivo alcun freddo, invece. Perché sono uno yeti oppure Superman?
Naaa, tutto merito di un film dannatamente figo e divertente, e soprattutto di una colonna sonora ardente quanto le fiamme dell’inferno! Dall’inizio alla fine, titoli di coda inclusi.
Tornai a casa delirante di entusiasmo ed eccitazione. E incolume, per fortuna.
Che serata surreale e indimenticabile. Che figata. Mi viene la pelle d’oca anche adesso, dopo dieci anni, solo a ricordare il frame finale della pellicola, con Motorbreath sparata a tutto volume nella sala deserta e congelata. Congelata nel tempo e nello spazio della memoria.
Phil

Living and dying, laughing and crying
Once you have seen it you’ll never be the same
Life in the fast lane is just how it seems
Hard and it’s heavy and dirty and mean

Motorbreath, it’s how I live my life
I can’t take it any other way
Motorbreath, the sign of living fast
It is going to take your breath away

(Motorbreath – Metallica)

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Streets of fire e l’estetica cinematografica anni ’80

Una fiaba rock’n’roll di Walter Hill

L’inizio di Streets of fire, pellicola del 1984 diretta da Walter Hill, è uno dei più adrenalinici, roboanti e visivamente d’impatto che io ricordi. I primi cinque-dieci minuti sono una vera e propria tempesta e concentrato di anni ’80, cadenzati con grandissimo stile e a ritmo di rock’n’roll.
Con premesse simili, Strade di fuoco (titolo italiano) sarebbe potuto essere uno dei film più memorabili del proprio decennio di riferimento. E invece…no.

Complice una scrittura di qualità tutt’altro che eccelsa – parliamo di livelli di banalità e ingenuità nella sceneggiatura che mi hanno fatto pensare alle fiction di Canale 5 e a La casa di carta (igienica) su Netflix – il film finisce per essere un semplice prodotto di intrattenimento medio-basso da guardare a mente un po’ spenta e tanto rilassata. Una modalità di intrattenimento che di per sè, spesso, ci sta tutta, magari dopo una giornataccia per esempio. Io per primo, a volte, cerco esattamente qualcosa del genere per distrarmi dalla frenesia o dalle imprecazioni della vita quotidiana.
In questo caso, tuttavia, la forte sensazione che si ha è quella di una grossa occasione mancata. Perdindirindina.

Il regista, non so se ci avete fatto caso, è quello de I guerrieri della notte, film fantastico e indiscutibilmente cult! E in tanti dettagli, in molteplici chicche e quasi sempre nell’occhio della telecamera questo si intuisce anche. Però poi…la consapevolezza di star consumando una ciambella riuscita senza buco, e anche povera di zuccheri, prende il sopravvento. Sigh.

Streets of fire (Strade di fuoco) è un film del 1984 di Walter Hill

Una volta spento il televisore, rimangono nella memoria alcune scene davvero fighe, il volto pericoloso e psicopatico di un giovane Willem Dafoe acchittato in pelle e latex, e una colonna sonora con i fiocchi (e te credo, in quegli anni!).
E il finale, dai, non è niente male pure quello, per quanto abbastanza clichè (ma niente in confronto al resto del film, soprattutto con riferimento ai dialoghi che sembrano scritti da un Magalli che vuole spacciarsi per Bukowski).

Nonostante la delusione per una pellicola poco riuscita, però, mi sono spinto con l’immaginazione e con la memoria a riflettere sull’intero movimento cinematografico di quel periodo.
Per estetica, senso del ritmo, energia e sonorità sono arrivato alla conclusione che il cinema degli anni ’80 non ha rivali, secondo me, quanto a riconoscibilità e potenza visiva.
Facendo riflessioni più analitiche, o anche una semplice “conta” dei film realizzati, dovrei concludere che il mio preferito è il cinema anni ’90. Però, a livello emotivo e pensando alle iperboli immaginative che molto spesso è riuscito a creare con un’abbondante dose di magia cinefila, quello degli eighties vola forse più in alto di tutti.
E’ un uccello mitologico che congiunge noi mortali spettatori all’immortalità della settima arte, con una personalità e un piumaggio inconfondibili, accecanti, carismatici, irresistibili. Perfino quando trasuda kitsch.

Mi torna in mente una vecchia canzone dei Litfiba, proprio di quel periodo, che recita così: “Una parte di me per sempre resterà qui, mentre la mia anima vola sul fronte est”.
Ecco, il mio cuore e i miei sogni di bambino probabilmente sono rimasti lì, legati al cinema degli anni ’80, mentre io crescendo sono dovuto andare avanti, verso est.

Phil

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Salvador: il cinema al servizio dell’uomo

Riflessioni su uno dei capolavori di Oliver Stone

Ah, la vecchia scuola! Basta rivedere un film come questo per avere la conferma che la vecchia scuola darà sempre una pista alla nuova. Senza se e senza ma.
Non si tratta di una prospettiva conservatrice o morbosamente old fashion, tutt’altro. Parliamo di una manifesta superiorità. Per solidità, stile, contenuti, spessore e per un valore immune al logorio del tempo e dello spazio.
Pellicole come Salvador, così come altre realizzate dai vari maestri di cinema della portata del buon Stone, restano d’attualità anche trent’anni dopo. Le rivedi e ti accorgi, con ammirazione e palpitazioni sempre serrate, che non perdono colore, significato nè tantomeno efficacia. Efficacia nel prendere a schiaffi la coscienza dello spettatore così come nell’intrattenerlo con intelligenza.
Fruibilità e pensiero critico fusi mirabilmente in due ore di girato.

Un’opera come questa andrebbe integrata nei programmi scolastici e somministrata alle nuove generazioni conferendole la medesima autorità culturale e civica di un manuale di studio di storia contemporanea o di geografia.
Ciò che accadde – per davvero! – nel piccolo stato centramericano era già accaduto in precedenza e si è ripetuto numerose volte dopo. Meccanismi di sangue e potere che hanno devastato gli equilibri mondiali, dinamiche che sono parte integrante del dna morale della razza umana e che hanno mietuto milioni di vittime attingendo da svariate generazioni.
Morte e repressioni alle quali siamo sempre più abituati, e dalle quali siamo sempre più distratti.

Salvador è un film americano del 1986, diretto da Oliver Stone

La mia generazione – come quelle precedenti – perlomeno ha avuto la fortuna di avere meno filtri e meno occasioni di annebbiamento culturale. Le armi di distrazione di massa fornite dai social e dal culto divino dell’estetica e della vacuità, invece, coltivano l’ignoranza e l’abulicità nelle giovani menti contemporanee con una raffinatezza che i governi che sono stati non avevano ancora a disposizione.
Ciò che a malapena raggiungeva la nostra coscienza di individui grazie a giornalismo, cinema, musica e letteratura…oggigiorno arriva – se arriva, ed è un grosso SE – agli occhi, alle orecchie e soprattutto ai cuori dei millennials and co. in maniera radicalmente più distorta, diluita, artefatta, mistificata, blanda.

Disfattismo? Estremizzazione? Sindrome del giovane che diventando adulto ripropone gli stessi schemi dei propri genitori – e così via indietro lungo l’albero genealogico fino ad Adamo ed Eva – secondo i quali i giovani d’oggi sono più superficiali di quelli di allora?
Non in questo caso, stando a quanto vedo ovunque attorno a me. Le maggiori libertà di consumo, di mobilità, di modellamento del proprio ego estetico e comunicativo mi sembra che si accompagnino a una sempre minore libertà di autoconsapevolezza e autodeterminazione in quanto esseri umani. Ci si libera di manette mentre si viene soggiogati da catene invisibili ben più spesse che ci immobilizzano e limitano il nostro agire nella società.

Ok, tutto molto bello (oppure no), ma questo articolo non riguardava un film? Sì, ma non soltanto. Vi basterà guardarlo, o riguardarlo, con gli occhi e la mente bene aperti – e non distratti da un dannato telefono (così per dire, eh) – per ricordarvi magari da dove veniamo, cosa siamo diventati e in cosa ci stiamo trasformando. Pensieri liberi, usate la chiave di lettura che preferite.
Salvador è una di quelle pellicole, in definitiva, che trascendono la propria natura, i propri mezzi e la propria tecnologia e parlano della e alla razza umana, mostrandoci attraverso lo specchio cinematografico l’uomo contemporaneo (o forse l’uomo come è sempre stato).

Concludo con una constatazione strettamente cinefila. Uno dei tanti valori aggiunti del film di Oliver Stone è la coppia di protagonisti, formata da James Woods (non esagero se lo definisco perfetto per il ruolo che interpreta) e James Belushi (nel fulgore e nella pienezza della jamesbelushità).
Insomma, tanta roba davvero, ragazzi.

You gotta get close to get the truth. You get too close, you die.

Phil

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Un film intenso e spietato (quanto una religione)

Una storia di violento e stoico integralismo cristiano

The Devil All the Time (in italiano tradotto con uno scialbo Le strade del male) è un film che ti accarezza le guance con la carta vetrata e ti sussurra dolci preghiere al cianuro.
Un’epopea di fondamentalismo religioso nell’America di provincia, ignorante e bigotta.

Un drammone che ripercorre alberi genealogici e strade rurali di due paesi che sembrano due Vespuccio a stelle e strisce. Con un tocco di psicopatia aggiuntiva, così, a gradire.
Non è un caso, forse, che il film sia uscito lo scorso undici settembre, data della prima presentazione ufficiale del (mio) libro. Buffe coincidenze.

The Devil All the Time (Le strade del male) è un film del 2020 diretto da Antonio Campos e ispirato all’omonimo romanzo di Donald R. Pollock


Cast di grande qualità: Tom Holland, Mia Wasikowska, Robert Pattinson, Bill Skarsgård, Eliza Scanlen e Harry Melling. I loro percorsi si incrociano in modo tristemente perfetto lungo tutta la durata della pellicola. Davvero degli abili tessitori di trame i fratelli Campos (Paulo e Antonio, che è anche il regista).

Tratto dall’omonimo romanzo del 2011 di Donald Ray Pollock.
A tratti devastante, ma sempre solido.
Un bel film, ma di certo non per tutti i gusti. Per i miei, decisamente sì.
Consigliato ai ferventi credenti (hehehe), lo trovate su Netflix.

Phil

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Once upon a time in…lockdown!

Nonostante il lockdown il sabato sera bisogna pur celebrarlo, no?
Così ieri mi son rivisto Once upon a time in…Hollywood.
Felicissima idea. Che filmone con i contro…crismi!

Once upon a time in…Hollywood: il nono film di Quentin Tarantino. Serve dire altro?

Alcune riflessioni random, a briglia sciolta.

In questi tempi di coprifuoco, innanzitutto, avvistare il Bloody Mary abbondante che beve Brad Pitt a inizio pellicola è stato sublimante e frustrante allo stesso tempo. Sete!

Ma ad Al Pacino ormai gli fanno fare sempre l’ebreo? Curioso.

Adoro l’auto-citazionismo di Tarantino. In questo non ha eguali probabilmente.

Margot Robbie è più Sharon Tate di Sharon Tate. Lol.

Con il buon vecchio Brad è come con Trony, non ci sono paragoni: il più figo nei paraggi è sempre lui! Le chiacchiere stanno a zero.

Leonardo, a inizio carriera mi stava sulle scatole. Adesso…è diventato un mostro di bravura e non posso non amarlo. Lo ricorderanno per generazioni.

Quando DiCaprio e Pitt smetteranno di fare film, io smetterò di guardarne. Non voglio pensarci.

La ragazzina, quella ragazzina lì: tra quindici anni sarà la miglior attrice in circolazione. Ci metterei la firma.

Quanto è bella Margaret Qualley? Di un altro pianeta. Alla faccia di chi pensa che gli alieni siano verdi e strambi.

Pensandoci, ci credo che la famiglia Lee ha avuto parecchio da ridire sulla pellicola: Bruce ci fa una figura davvero barbina con tutti quei versi da gallina spennata! Esilarante però.

Dopo essersi trattenuto col sangue quasi per l’intero film, l’epilogo a casa Dalton deve essere stato un po’ come un orgasmo per il buon Quentino da Manduria. Liberazione.

Uno dei finali più azzeccati della sua carriera, tra l’altro. Don’t you agree?

Phil

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