Warrior, il ritorno spirituale di Bruce Lee

Una serie televisiva che…spacca!

E fu così che Bruce Lee, leggenda delle arti marziali, tornò a vivere a decenni dalla sua morte. La serie tv Warrior, giunta alla sua seconda fortunata stagione, ne è il reale testamento morale e creativo. Già perché lo script originario porta la firma proprio dell’indimenticato Bruce
(a coordinare le riprese è stata niente meno che Shannon Lee, sua figlia).
E credo che la compianta icona del Jeet Kune Do ne sarebbe stata soddisfatta e orgogliosa.

Il prodotto targato Cinemax (in Italia in onda su Sky Atlantic, ndr), infatti, è stato realizzato con grande meticolosità e attenzione nei dettagli, sia a livello di sceneggiatura che di ambientazione storica e caratterizzazione dei personaggi.
I ritmi, poi, sono spesso indiavolati e adrenalinici, come sarebbe piaciuto a lui, ma non per tutta la durata di una puntata. Le pause, sempre ben cadenzate, esaltano infatti le repentine accelerazioni che non risparmiano mai lame affilate e denti che saltano a destra e manca.

Warrior è una serie tv statunitense basata sull’idea originale di Bruce Lee e portata sugli schermi di Cinemax
da Jonathan Tropper e Justin Lin.

Già, l’utilizzo delle arti marziali è sempre impeccabile e coreograficamente ammirabile, stupefacente, bello da vedere. Così come gli attori scelti, frutto di un casting sapiente, che sono sempre credibili e visivamente coerenti coi personaggi che interpretano.

Ulteriore punto a favore della serie è il fatto che non sia mera superficie oppure spettacolo circense, ma che riproponga, seppur senza sfociare in un eccesso di profondità filosofica che le sarebbe improprio, il dramma dell’emigrazione disperata e le difficoltà di integrazione e di incontro multi-razziale a valle di una politica sfrenatamente ipocrita e meschina, proprio come nel mondo reale.
In Warrior tutti sono eroi e al tempo stesso anti-eroi. Cinesi di una tong (termine autoctono per indicare una gang) e cinesi di quella rivale, immigrati irlandesi e politici americani “della prima ora”, mongoli oppure messicani e africani (nella seconda stagione): tutti combattono per sopravvivere in una società spietata che non regala niente a nessuno.
E al contempo cercano di prevalere sugli altri, assetati di rivalsa e di potere.
Un microcosmo in costume di quella che è ancora oggi la società americana, in pratica.

Conferma definitiva di quanto la serie sia stata realizzata con gusto e capacità: perfino la sigla conclusiva in modernissimo rap cinese risulta essere azzeccatissima e gradevole (e lo dice uno che il rap non lo digerisce affatto).
A Cesare quel che di Cesare, insomma, e a Bruce quel che di Bruce: Warrior è una realtà sorprendente e godibilissima, che spero avrà a disposizione altre stagioni per potersi evolvere e toccare un proprio apice.
Le basi sono solide, a Jonathan Tropper e Justin Lin (gli eredi morali nonché architetti cinefili) il compito di costruirvi un tempio che sia all’altezza della leggenda di colui che l’ha progettato.

Phil

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Once upon a time in…lockdown!

Nonostante il lockdown il sabato sera bisogna pur celebrarlo, no?
Così ieri mi son rivisto Once upon a time in…Hollywood.
Felicissima idea. Che filmone con i contro…crismi!

Once upon a time in…Hollywood: il nono film di Quentin Tarantino. Serve dire altro?

Alcune riflessioni random, a briglia sciolta.

In questi tempi di coprifuoco, innanzitutto, avvistare il Bloody Mary abbondante che beve Brad Pitt a inizio pellicola è stato sublimante e frustrante allo stesso tempo. Sete!

Ma ad Al Pacino ormai gli fanno fare sempre l’ebreo? Curioso.

Adoro l’auto-citazionismo di Tarantino. In questo non ha eguali probabilmente.

Margot Robbie è più Sharon Tate di Sharon Tate. Lol.

Con il buon vecchio Brad è come con Trony, non ci sono paragoni: il più figo nei paraggi è sempre lui! Le chiacchiere stanno a zero.

Leonardo, a inizio carriera mi stava sulle scatole. Adesso…è diventato un mostro di bravura e non posso non amarlo. Lo ricorderanno per generazioni.

Quando DiCaprio e Pitt smetteranno di fare film, io smetterò di guardarne. Non voglio pensarci.

La ragazzina, quella ragazzina lì: tra quindici anni sarà la miglior attrice in circolazione. Ci metterei la firma.

Quanto è bella Margaret Qualley? Di un altro pianeta. Alla faccia di chi pensa che gli alieni siano verdi e strambi.

Pensandoci, ci credo che la famiglia Lee ha avuto parecchio da ridire sulla pellicola: Bruce ci fa una figura davvero barbina con tutti quei versi da gallina spennata! Esilarante però.

Dopo essersi trattenuto col sangue quasi per l’intero film, l’epilogo a casa Dalton deve essere stato un po’ come un orgasmo per il buon Quentino da Manduria. Liberazione.

Uno dei finali più azzeccati della sua carriera, tra l’altro. Don’t you agree?

Phil

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