Truth be told: una serie tv all star

Podcast con delitto

Ecco una serie tv perfetta per la vostra cena: Truth be told.
Ok, ma…cosa vorrà dire una serie per cena? vi starete forse chiedendo.
Apple Tv+ ha creato un prodotto che ben si adatta alla consumazione di un rilassante pasto di fine giornata, secondo me. Continua a risultarvi criptico? Tutto l’opposto del drama tv series a stelle e strisce in questione, allora, che invece fila liscio come l’olio (voi non esagerate con il condimento però) e intrattiene senza centrifugarvi le meningi.
Ecco perchè penso che sia perfetto per essere consumato a cena, magari dopo una stressante giornata di lavoro oppure una pesante sessione di studio o in palestra.

Il ritmo è quello giusto per tenervi sull’attenti ma senza palpitazioni accelerate (e quindi senza rischiare di farvi andare la cotoletta di traverso). I dialoghi non sono nè banali ma nemmeno cervellotici (masticherete col sorriso, in pratica). La trama è solida nella sua semplicità e nella sua onesta non-pretenziosità (niente scherzi insomma, e niente minacce di insonnia da attività neuronale bombastica). Il cast infine…beh è quello decisamente di alto livello (come un tiramisù artigianale a Venezia).

“Truth be told” è una serie tv americana prodotta da Apple TV+ e basata sul romanzo “Are you sleeping” di Kathleen Barber

Probabilmente il pregio maggiore della serie è proprio quest’ultimo, ed è un elemento non da poco se si parla di Aaron Paul e Octavia Spencer, per esempio. A far compagnia a Mr Breaking Bad Junior e alla vincitrice di Oscar e Golden Globe c’è la bella, brava e famosa Lizzy Caplan (già protagonista della serie Masters of sex insieme a Michael Sheen). Attori di serie A, insomma. Ma non finisce qui: a completare il puzzle ci sono Elizabeth Perkins (Weeds), Brett Cullen (troppi film e serie tra i quali sceglierne uno da menzionare), Annabella Sciorra (anche lei l’avrete vista un po’ ovunque, di recente nelle serie Marvel comunque) e Ron Cephas Jones (This is us, Luke Cage). Davvero una bella crew, e davvero interessante guardarli interagire tra loro.
Per quanto riguarda la trama invece, beh lo sapete: non voglio essere responsabile di un vostro eventuale impigrimento, perciò mi limito a ricordarvi che…Wikipedia rules.

Come lasciavo intuire sin dall’incipit dell’articolo, non si tratta di una serie monumentale, indimenticabile e che vi rapirà il cuore. Però probabilmente, come ha fatto con me, vi accompagnerà lungo il ponte che collega una giornata tosta faccia a faccia con la realtà a una serata tranquilla e disintossicante nel reame della fiction. E’ importante anche questo, ragazzi. A volte si sente la necessità di qualcosa di stimolante per la fantasia e di sfidante per le sinapsi, altre volte una passeggiata nell’intrigo di un mistero casalingo a portata di dessert. Se vi capita di leggere questo articolo in una serata in cui siete di umore easy, guardate il primo episodio di Truth be told e potreste aver voglia di andare avanti con gli altri sette.
Fatemi sapere. E buona cena.

Phil

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The 9th life of Louis Drax

Non solo i gatti hanno nove vite: questo film ne è la conferma

The 9th life of Louis Drax: un film che ho rivisto con piacere!
Confesso immediatamente un episodio da smemorato cronico: quando l’ho scelto, ero ignaro di averlo già visto (anni prima, al cinema). Poi tutto mi è tornato immediatamente alla mente. Ho ricordato di averlo apprezzato la prima volta, e la seconda visione non ha fatto che confermare le prime impressioni.

Anzi, avere l’opportunità stavolta di “gustarmelo” (a volte il mio inglese ha dei veri e propri sussulti – vorrei tanto usare enjoy adesso) in lingua originale è stato un valore aggiunto enorme. Un motivo su tutti: Aiden Longworth, il protagonista, che è di una bravura entusiasmante.

The 9th Life of Louis Drax , un film di Alexandre Aja (2016)



Coincidenze e combinazioni poi, ultimamente m imbatto di continuo in alcuni elementi: protagonisti in erba (per fortuna sempre di talento) e…mister Aaron Paul e miss Sarah Gadon. Ricorrenze delle quali sono contento, devo dire.
In prima istanza perchè ho avuto l’occasione di essere testimone, in tempo reale, dei primi passi compiuti dagli attoroni di domani (è cristallino che lo diventeranno. Se così non sarà, beh non avranno mani a sufficienza da mangiarsi, viste le capacità).
In seconda istanza perché Aaron Paul mi era mancato dopo la fine di Breaking Bad, e ritrovarmelo davanti spesso e volentieri ha evocato ricordi felici. In questo film, poi, credo che ci regali una delle sue migliori interpretazioni.
Sarah Gadon, invece, oltre ad essere anche lei molto, molto brava è di una bellezza disarmante. Una bellezza diabolica direi, per via di quel mix unico di candore e malizia che incarna la tentazione secondo tradizione letteraria. Uno sguardo che ammalia e attira verso la perdizione. Non a caso, le danno sempre ruoli piuttosto ambigui, se non letali.

The 9th life of Louis Drax piace perché cela il mistero di fondo – anche più d’uno in realtà – senza forzarne l’occultamento prima, né accelerarne la rivelazione poi. La narrazione ha il ritmo giusto fino alla fine, sospesa tra il reale e l’onirico. A tratti si intravede perfino il tocco fantastico e fiabesco dell’immaginario di Tim Burton. A tratti eh, non vi gasate troppo.
Non è di certo uno dei film topici del decennio, ma mi sento tranquillamente di consigliarne la visione perché intrattiene senza appesantire (nemmeno nei momenti tragici), coinvolge, sa far sorridere e anche emozionare.

Phil

Xavier Dolan incontra John F. Donovan

Alcune riflessioni a partire dal lavoro più criticato del regista canadese

Che dire di Dolan? Ha il dono del racconto. E cosa sarebbe questo dono? Guardate un suo film e lo capirete senza bisogno di scervellarvi troppo. Oltretutto è un’espressione che non sono sicuro esista.


Qualche indizio? Mettete il buon Xavier dietro una cinepresa e riuscirà facilmente in ciò che i capi-tribù fanno con la propria gente attorno ad un fuoco: ammutolire tutti ed ipnotizzarli con le proprie storie. Reali o fantastiche che siano. Nel caso del regista canadese, perlopiù la prima categoria.
E dov’è che brilla maggiormente il suo talento? Nel farti immedesimare in vicende a te lontane, nel farti scivolare con naturalezza nelle vite di personaggi di un’altra dimensione culturale rispetto alla tua.
Oppure al contrario è capacissimo di portare sullo schermo esattamente le tue pulsioni, i tuoi dubbi, le tue speranze o le tue paure. A seconda del film.


Ci sono registi che sono maestri dell’illusione, oppure del tormento piuttosto che dell’angoscia. Ce ne sono altri che padroneggiano l’arte dell’intrattenere facendo ridere o svuotando la mente dello spettatore, così come ci sono quelli che riescono sempre a sorprenderti o ad eccitarti, magari anche a risvegliare la tua coscienza.
Alcuni sanno prenderti per mano, altri sanno prenderti a calci in culo. Certo detta così sembra che si tratti di un intero reggimento di cineasti top class. In realtà non sono poi così tanti queli davvero bravi.

Xavier Dolan – regista, sceneggiatore, attore, costumista, produttore cinematografico canadese classe ’89


Xavien Dolan, giovincello di talento classe ’89, possiede invece il potere tribale, o di tradizione barda, di trasportarti nelle sue narrazioni. Che siano interessanti o meno, ti coinvolge senza che te ne accorgi. E’ per questo che continuo ad usare la seconda persona: è la forma linguistica che meglio rispecchia il suo modo di fare cinema.


Questo post nasce dai miei sentimenti post-visione di “La mia vita con John F. Donovan”, considerato dalla critica il peggior film di Dolan. Lo è davvero? Forse, potrebbe essere. D’altronde non è facile riuscire in una simile impresa, considerando che il giovane canadese di film brutti difficilmente ne fa. Non ne è capace, probabilmente.
Io fatico, in effetti, a considerare questo come un brutto film. Ammetto che mi sono calato nella narrazione con ritardo rispetto alle sue pellicole precedenti, però poi “la magia” è comunque accaduta. Mi sono immerso nella metrica, ho nuotato tra le vicende dei protagonisti e insieme a loro.
Perfino Kit Harrington è sembrato più bravo di quanto ne si abbia solitamente l’impressione (non a caso: “Jon Snow, you know nothing”). Di sicuro ha contribuito in maniera decisiva l’interpretazione della giovane, brillante promessa Jacob Trembley (bravissimo, maremma!).


Insomma, se davvero questo fosse il peggior Dolan possibile…beh preparo lo champagne per quando darà il meglio di sé maturando: sarà una pioggia di stelle cadenti!

P.S. Nel caso non abbiate mai visto nessuno dei suoi film, il mio consiglio è di buttarvi su Mommy oppure sul successivo E’ solo la fine del mondo. In entrambi i casi, mi raccomando però: allacciate le cinture di sicurezza emotive prima della visione.


Phil

Westworld: la grande bellezza

Una circostanza fortunata quella di battezzare il blog parlando di una delle più belle serie tv degli ultimi dieci o quindici anni. Circostanza di cui approfitto ben volentieri, soddisfatto ed emozionato come sono dopo aver appena terminato la terza (meravigliosa) stagione.

A presentarvi la serie non servo certo io, la quasi onnisciente Signorina Wikipedia lo saprà far molto meglio di me e con maggior dovizia di dettagli e curiosità.
Perciò, nel caso non la conosciate già, mi limito a dire che si tratta di una serie televisiva americana di genere western-fantascientifico (ebbene sì, sono riusciti a ibridare due generi all’apparenza estranei l’uno all’altro, e l’hanno fatto con risultati sorprendenti!) creata da Jonathan Nolan (il fratello altrettanto geniale del regista Christopher Nolan) e da sua moglie Lisa Joy.
Ah, un particolare non da poco: l’hanno realizzata per la HBO, ovvero IL canale televisivo per eccellenza quando si parla di tv series. Mai sentito parlare di True Detective, The Wire, I Soprano, Il Trono di Spade? Tutti capolavori appartenenti a questa fighissima emittente a stelle e strisce. In realtà questa è solo una piccola parte di un meraviglioso e ricco catalogo che vi consiglio di andare a…sbranare con gli occhi!

Westworld stagione tre
“Some people choose to see the ugliness in this world. The disarray. I choose to see the beauty. To believe there is an order to our days, a purpose.” (Dolores)

Ma torniamo a noi, torniamo a Westworld. Narrazione, impatto visivo, sonorità, atmosfere, ricchezza nello sviluppo dei personaggi: la creatura di Nolan e consorte continua a viaggiare su livelli alti, davvero alti. E riuscire a mantenerli per tre stagioni non era affatto semplice nè scontato, come avrete notato se il mondo delle serie tv non vi è nuovo. Soprattutto nel caso di trame complesse e multidimensionali come questa: è più facile inciampare nel banale nel tentativo di cavalcare il successo e aumentare l’audience, oppure andare fuori strada imboccando la via del nonsense cercando di stupire a tutti i costi. Ebbene no, nonostante gli intrecci diventino sempre più misteriosi e imprevedibili, Westworld continua ad inchiodare lo spettatore alla sedia deliziandolo con fantasie robotiche sublimi e intrattenendolo con dinamiche violente davvero molto umane.

Westworld raccoglie l’eredità di film come Matrix e Blade Runner con umiltà e la rilancia con classe rappresentandone un aggiornamento, un’evoluzione come minimo 6.0.
Con il passare degli episodi si rivela una progenie spuria che si arricchisce del patrimonio cine-genetico di opere quali Strange Days e Inception (non a caso).
Affascina, e atterrisce. Emoziona e raggela il sangue allo stesso tempo.


Ad interpretarne lo spirito cyborg – tutto sangue e micro-chip, calde viscere emozionali e freddi codici binari, istinto primordiale e calcolo computazionale – una bellissima e come sempre bravissima Evan Rachel Wood. Secondo me nessun’altra sarebbe riuscita a superare la malizia e il candore robotici che avevano reso Sean Young (la Rachael nel capolavoro anni ’80 di Ridley Scott) un’icona immortale del cinema fantascientifico.
Lei, imho, questa mission impossible l’ha compiuta invece. Non mi credete? Ammiratela nei panni di Dolores Abernathy e mentre la vedrete protagonista di un’evoluzione narrativa esponenzialmente intrigante, vi avrà già sedotto e anche un po’ intimidito. La ragazzina prodigio di Thirteen è diventata donna ed ha confermato il suo talento. Il delicato fiore oscuro che in età giovanile faceva coppia fissa con Marilyn Manson è sbocciata ed è diventata una cazzuta campionessa di taekwondo e un’attrice altrettanto micidiale.

Che bello, poi, in questa terza stagione poter tornare a godersi il faccione di Aaron Paul (il Jesse Pinkman di Breaking Bad) e quello di Vincent Cassel (se c’è bisogno che ve lo presenti vi serve forse anche un esorcista, oppure uno psicologo) che finalmente tornano a ricoprire ruoli importanti. Negli ultimi anni – tra copioni secondari, crisi d’identità e di natura mistica – se n’erano parzialmente perse le tracce.
Ed Harris una conferma che è quasi banale andare a citare: il suo grugno da tosto e risoluto figlio di una brava donna è una garanzia di cui è inutile andare a discutere.

Conclusione della favola? Non ce n’è ancora una, per fortuna! Notizia di un paio di settimane fa: la HBO ha annunciato di aver rinnovato la serie anche per una quarta stagione. Una delle poche belle notizie “ai tempi del Covid19”.

Conclusione del post? Semplice e scontata: godetevi questa terza stagione se non l’avete ancora fatto, oppure procuratevi un silos intero di pop corn se vi tocca recuperare Westworld sin dalla prima: credetemi, la fame verrà mangiando.

Phil

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