Streets of fire e l’estetica cinematografica anni ’80

Una fiaba rock’n’roll di Walter Hill

L’inizio di Streets of fire, pellicola del 1984 diretta da Walter Hill, è uno dei più adrenalinici, roboanti e visivamente d’impatto che io ricordi. I primi cinque-dieci minuti sono una vera e propria tempesta e concentrato di anni ’80, cadenzati con grandissimo stile e a ritmo di rock’n’roll.
Con premesse simili, Strade di fuoco (titolo italiano) sarebbe potuto essere uno dei film più memorabili del proprio decennio di riferimento. E invece…no.

Complice una scrittura di qualità tutt’altro che eccelsa – parliamo di livelli di banalità e ingenuità nella sceneggiatura che mi hanno fatto pensare alle fiction di Canale 5 e a La casa di carta (igienica) su Netflix – il film finisce per essere un semplice prodotto di intrattenimento medio-basso da guardare a mente un po’ spenta e tanto rilassata. Una modalità di intrattenimento che di per sè, spesso, ci sta tutta, magari dopo una giornataccia per esempio. Io per primo, a volte, cerco esattamente qualcosa del genere per distrarmi dalla frenesia o dalle imprecazioni della vita quotidiana.
In questo caso, tuttavia, la forte sensazione che si ha è quella di una grossa occasione mancata. Perdindirindina.

Il regista, non so se ci avete fatto caso, è quello de I guerrieri della notte, film fantastico e indiscutibilmente cult! E in tanti dettagli, in molteplici chicche e quasi sempre nell’occhio della telecamera questo si intuisce anche. Però poi…la consapevolezza di star consumando una ciambella riuscita senza buco, e anche povera di zuccheri, prende il sopravvento. Sigh.

Streets of fire (Strade di fuoco) è un film del 1984 di Walter Hill

Una volta spento il televisore, rimangono nella memoria alcune scene davvero fighe, il volto pericoloso e psicopatico di un giovane Willem Dafoe acchittato in pelle e latex, e una colonna sonora con i fiocchi (e te credo, in quegli anni!).
E il finale, dai, non è niente male pure quello, per quanto abbastanza clichè (ma niente in confronto al resto del film, soprattutto con riferimento ai dialoghi che sembrano scritti da un Magalli che vuole spacciarsi per Bukowski).

Nonostante la delusione per una pellicola poco riuscita, però, mi sono spinto con l’immaginazione e con la memoria a riflettere sull’intero movimento cinematografico di quel periodo.
Per estetica, senso del ritmo, energia e sonorità sono arrivato alla conclusione che il cinema degli anni ’80 non ha rivali, secondo me, quanto a riconoscibilità e potenza visiva.
Facendo riflessioni più analitiche, o anche una semplice “conta” dei film realizzati, dovrei concludere che il mio preferito è il cinema anni ’90. Però, a livello emotivo e pensando alle iperboli immaginative che molto spesso è riuscito a creare con un’abbondante dose di magia cinefila, quello degli eighties vola forse più in alto di tutti.
E’ un uccello mitologico che congiunge noi mortali spettatori all’immortalità della settima arte, con una personalità e un piumaggio inconfondibili, accecanti, carismatici, irresistibili. Perfino quando trasuda kitsch.

Mi torna in mente una vecchia canzone dei Litfiba, proprio di quel periodo, che recita così: “Una parte di me per sempre resterà qui, mentre la mia anima vola sul fronte est”.
Ecco, il mio cuore e i miei sogni di bambino probabilmente sono rimasti lì, legati al cinema degli anni ’80, mentre io crescendo sono dovuto andare avanti, verso est.

Phil

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