I Pearl Jam invecchiano bene

Riflessioni post Gigaton

Il potere della musica, quando a crearla sono musicisti di talento cristallino.
La capacità che ha la musica di sorprenderti, quando a farla è gente che ce l’ha nel sangue.


Perchè dico questo? Perchè neanche il tempo di finire il post che devo ricominciarlo da capo. Modificandolo sostanzialmente.
Avevo iniziato con un’idea, finisco invece con un’altra. In realtà le due sono collegate, ma ne riscrivo il senso.
Avevo ascoltato Gigaton svariate volte prima di decidere di mettere nero su bianco le mie impressioni, e il giudizio era positivo – sicuramente positivo – ma con qualche riserva. Più d’una. Poi, riascoltandolo per l’ennesima volta proprio mentre scrivevo…l’ho “percepito” più in profondità che in precedenza.
Leggendolo – sono sicuro – risulterà meno assurdo di quanto è stato per me sperimentarlo. Ma poco importa.

Nel post partivo con alcune considerazioni sul nuovo disco per poi andare indietro sfiorando i precedenti. Perciò riparto da qualcosa che avevo già scritto, che taglio e incollo qui a seguire, per poi integrarlo. Sorry if it’s messy, but it’s meant to be!

L’impressione che ho avuto “da un po’ di album a questa parte” è che i nostri di Seattle abbiano perso qualcosa in ispirazione, oppure in feeling interno alla band. I loro lavori non sono mai brutti o banali, ma al tempo stesso non me la sento nemmeno di tirare in ballo quegli stessi aggettivi pieni di entusiasmo che mi pendevano dalle labbra ad inizio carriera. Li definirei carini, o piacevoli all’ascolto piuttosto. Questo nel mediare tra canzoni di fatto belle ed altre che è difficile ricordare dopo aver terminato la tracklist.

Bene, adesso mi correggo in tempo reale invece. Confermo l’opinione sui predecessori, ma muto il mio giudizio su Gigaton: lo ritengo un gran bel album! Ispirato, sfaccettato e di qualità nella “geografia” delle emozioni.
Probabilmente in precedenza l’avevo ascoltato sempre nei momenti meno opportuni. Faccio ammenda in pubblico, lo devo a Vedder e soci. Ci farò pure una figura da schiappa o da ascoltatore superficiale – entrambe caratteristiche che non mi appartengono affatto in realtà – ma voglio essere schietto e onesto al riguardo. Poi chi la musica la “percepisce” a profondità viscerali, e la mastica da sempre, comprenderà (perchè l’ha certamente vissuto in prima persona).
L’importante, e la fortuna, è accorgersene prima o poi. E a me è appena accaduto, quindi rendo grazie alla divinità della musica – una delle poche nelle quali credo con non troppe remore – per questo piccolo, minuscolo e reiterato miracolo. Come celebrarlo se non condividendo alcune fugaci impressioni sui brani di Gigaton? Here we go – un modo come un altro per dire ‘namo!

Pearl Jam, made in Seattle – spesso in camicie di flanella a quadri dal 1990

Who ever said, ovvero l’opener, immancabilmente azzeccata e tosta in stile Seattle (certo non quanto lo erano le opener degli esordi, ma quelli erano gli anni ’90!).
Superblood wolfmoon, secondo brano solido, grintoso e catchy: insomma sanno ancora come aprire un album gli attempati ragazzoni!
Poi c’è Dance of the clairvoyants, che mostra il lato più moderno e se vogliamo atipico del combo americano…e che è uno dei brani che più rimangono impressi nella memoria, forse proprio per la particolarità dell’approccio e delle sonorità!
Segue Quick escape, una di quelle che inizialmente avevo sottovalutato e che invece alla fine dei giochi non sfigura affatto.
Poi arriva Alright, forse la mia preferita, o forse no. Curiosa la prima impressione che ho avuto, forse legata al testo: mi sembra l’epilogo – maturo e “aggiornato” all’età e all’esperienza dei PJ – dell’immortale Black. Non so voi, ma io ci vedo un filo conduttore tra le due canzoni. Ci vedo davvero maturità, consapevolezza e accettazione nei rapporti, laddove nell’indimenticabile traccia su Ten c’erano profonda tristezza e rabbia.
Seven o’clock, una delle loro tipiche song che sembrano raccontarti una storia così quotidiana che sembra appartenere a te stesso o a un tuo amico. Familiare.

Dopo di che, ti rendi conto che sei già a metà album e non hai ascoltato che belle canzoni.
E considerando l’opacità creativa che c’è in giro nell’attuale panorama discografico, è tanta roba.
Giusto perchè Vedder & friends amano contraddirmi, seguono quelli che secondo me sono tre riempitivi. Scherzi a parte, si tratta di brani che si lasciano ascoltare con piacere, soprattutto i primi due rockeggianti come “piacciono a noi”. Semplicemente sono un gradino sotto la memorabilità dei precedenti. Ma direi che è fisiologico, e non disturba. Soprattutto perchè a seguire c’è Comes then goes, un pezzo malinconicamente introspettivo alla Pearl Jam. Uno di quelli che porta il marchio di fabbrica “Marmellata della zia Pearl” bene impresso sin dai primi istanti.
Retrograde è un po’ retrograda, quindi glisso. (pernacchia invisibile per voi appena accennata). Pezzo lento gradevole, comunque.
Last track, River cross: semplicemente un intimo saluto del quintetto ai loro fan, un arrivederci in tour che avrebbe dovuto concretizzarsi dal vivo la scorsa primavera ma che è stato poi rinviato a causa della pandemia Covid19.

Concludo con quella che nelle mie intenzioni iniziali sarebbe stata addirittura la premessa. Giusto per essere coerente con lo stravolgimento continuo che è stato scrivere questo pezzo. Non avrà senso per voi, ma lo ha per me. Il post sarebbe dovuto iniziare così:
“io sono senza alcun dubbio un loro estimatore. Certo da ragazzino lo ero maggiormente, ma lo sono ancora. Soprattutto di Eddie Vedder: la sua voce…penso che sia una delle più belle al mondo. Una delle più emozionanti di sempre. Profonda ed espressiva in una maniera semplicemente unica. In pochi sanno toccare le corde della mia anima come ne è capace la sua…”

Dissident, Phil

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