Army of the Dead, che delusione epica!

Zack Snyder con il suo nuovo film scivola
su trecento bucce di banana

Sarò telegrafico: per me si tratta del film più banale mai girato da Zack Snyder.
Miseriaccia, che delusione!
Dopo un inizio che lascia davvero ben sperare…la pellicola crolla rumorosamente a causa di una sceneggiatura da terza media e di dialoghi a dir poco cheap.

L’apocalisse zombie del cineasta americano inciampa senza sosta in incoerenze che oscillano tra il plateale e addirittura l’abissale, insomma.
I giorni felici ed entusiasmanti di Re Leonida e dei suoi 300 iconici guerrieri spartani, così come la genialità narrativa e visiva di Watchmen, sembrano lontani anni luce purtroppo.

Army of the Dead è un film del 2021 del regista
americano Zack Snyder


Per carità, dei brevi momenti felici e godibili ci sono pure eh.
E impegnandosi a spegnere il cervello si possono apprezzare ritmi grind ed esplosioni di sangue, che sono le armi da sempre meglio padroneggiate dal regista di Green Bay.
Però considerate le aspettative – e soprattutto l’attesa di sette anni dal suo ultimo film –
non posso che indirizzare vigorosamente il mio pollice verso il basso nel giudicare questa pellicola.

Last but not least, non mi stupisce che si tratti di un prodotto targato Netflix, i cui standard ormai sono bassi come le acque di uno stagno in Arizona. Maremma arida, maremma.

Perdonatemi la causticità odierna, ragazzi. Sarà certamente a causa di tutta quella decomposizione zombie che stavolta mi sarei volentieri risparmiato ( – linguaccia).

Phil

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The Boxer, una storia di guantoni e bombe tutta europea

Daniel Day-Lewis e la città di Belfast i protagonisti di un gran bel film di Jim Sheridan

C’è chi sostiene che Daniel Day-Lewis sia il miglior attore di tutti i tempi e c’è chi non capisce niente di cinema.
Scherzo, mes amis, scherzo. Credo che sia impossibile stabilire che sia il più grande di sempre. Probabilmente sarebbe un’impresa anche solo restringere la cerchia a dieci nomi. Inutile provarci, ad ogni modo. Di fatto, però, l’attore inglese ha mostrato durante la propria lunga e ricca carriera di possedere doti attoriali brillanti, cristalline, stupefacenti.
E il fatto che sia mostruosamente bravo è confermato da un palmares di premi e riconoscimenti da far invidia a qualsiasi gigante di Hollywood.
Tre premi oscar come Miglior attore protagonista (per Il mio piede sinistro, Il petroliere e Lincoln) parlano in maniera più inequivocabile e autorevole di mille oratori di professione.
E lasciatemi dire che ne avrebbe meritati almeno un altro paio (in Gangs of New York e soprattutto Nel nome del padre).
Insomma, de che stamo a parla’?!, direbbero all’Accademia della Crusca.

The Boxer è un film del 1997 diretto dal regista Jim Sheridan

Oggi però non sono qui a scrivere per decantare le lodi del fuoriclasse londinese, bensì per consigliarvi la visione di uno dei suoi film che per qualche strana, sciocca e bislacca ragione non ha ricevuto l’attenzione e l’eco che avrebbe meritato. Spero, con questi aggettivi vintage e desueti, di aver reso chiara l’idea di come non riesca a farmene una ragione. Perdindirindina.

Mi riferisco a The Boxer, pellicola del 1997 a firma del regista irlandese Jim Sheridan. In realtà al momento dell’uscita il film non passò inosservato – aprì il 48° Festival di Berlino e fu poi candidato ai Golden Globe nelle categorie Miglior film, Miglior regista e Miglior attore protagonista – ma la sua fama ebbe vita breve.
Eppure di motivi per i quali avrebbe meritato la consacrazione a piccolo cult me ne vengono in mente diversi.
Due su tutti: l’originalità della storia e l’interesse storico.

In un cinema saturo di storie che riguardano pugili – quasi tutte americane e all’americana, e talvolta, per carità, assolutamente iconiche come per Rocky e Toro Scatenato, o i più recenti Cinderella Man e Million Dollar Baby – prima della pellicola di Sheridan davvero ne mancava una dal sapore e dall’estetica meramente europei.
The Boxer, a dire il vero, rappresenta molto di più di questo: inserisce la narrazione sportiva all’interno di un contesto socio-politico di una portata storica esplosiva. Le vicende umane dei protagonisti sono calate mirabilmente nella Belfast dilaniata dalla guerriglia civile tra protestanti e cattolici e dal sanguinoso conflitto a suon di bombe e arresti indiscriminati tra IRA e governo britannico.
Nell’opera di Sheridan c’è un meraviglioso equilibrio tra finzione romanzata di taglio sportivo e crudo realismo storico dal piglio quasi giornalistico.

Daniel Day-Lewis poi, come sua abitudine senza strafare ma con grandi cuore e umiltà, porta sulle proprie spalle il bandolo di una matassa incendiaria che per quanto oggi sia stata cancellata dagli onori e dai disonori della cronaca, è ancora marchiata a sangue nella memoria di un intero popolo.
I’m not a killer, Maggie, but this place makes me want to kill.”
(Daniel Day-Lewis nei panni di Danny Flynn)

Vi consiglio sinceramente di guardare The Boxer e possibilmente di farlo in lingua originale. Credo proprio che vi entrerà nel cuore.

Phil

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Bob Odenkirk: oltre a Saul Goodman c’è di più!

Adoro Bob Odenkirk. Che peccato che abbia spiccato il volo così tardi. D’altro canto menomale che l’abbia fatto, perchè altrimenti noi cinefili ci saremmo persi un grande prestigiatore del piccolo e del grande schermo! Meglio tardi che mai, insomma.
Per alcuni appassionati di serie tv Bob potrebbe essere solamente l’avvocato disonesto di Walter White e Jesse Pinkman in Breaking Bad. Simpatico, divertente, ma that’s it.
In tanti, invece, l’avranno “seguito” nel brillante spin-off Better Call Saul, di cui è assoluto e ammaliante protagonista.

Gli archeologi del cinema, ovvero coloro i quali si appassionano e vanno a scavare nei meandri della carriera di un attore prima che le luci della ribalta l’abbiano illuminata, non avranno difficoltà a trovare pellicole in cui Odenkirk aveva già dato mostra delle proprie abilità. E a loro di certo non serve questo articolo.
Perciò lo indirizzo a chi ha una motivazione un po’ meno forte nell’andare ad avventurarsi in ricerche cinefile e che magari si concentra piuttosto sul presente. In tal caso, se state leggendo, potreste davvero volere vedere il suo ultimo lavoro, Nobody
(in italiano tradotto con Io sono nessuno).

Nobody (Io sono nessuno) è un film del 2021 diretto da Il’ja Najšuller


Perchè? Beh perchè è talmente improbabile e astratto immaginarsi l’attore americano in una pellicola sparatutto e picchiaduro che…non si può non rimanere sorpresi, piacevolmente sorpresi, nel constatare che gli riesce alla grande. Nonostante non ne abbia il tipico physique du rôle e anche minor esperienza nell’approcciarsi a ruoli del genere, Odenkirk indossa le vesti del duro con una naturalezza incredibile, a conferma delle sue capacità camaleontiche e attoriali di alto profilo.

Il film non è niente di rivoluzionario, sia ben chiaro. Anzi, è una sorta di remake di John Wick, per certi versi. Ma onestamente io l’ho perfino preferito alle pellicole del celebre franchise incentrato sul mio amatissimo Keanu Reeves. Ne ho apprezzato lo spirito goliardico e senza pretese, e al tempo stesso la grande cura per i dettagli e il buon gusto con il quale si è costruita la storia.
Poi vabbè, la partecipazione, anche se minore, di Christopher Lloyd e RZA di certo ha contribuito ad accrescere la simpatia per la pellicola del regista russo semi-esordiente Il’ja Najšuller.

Insomma, se Jo Squillo e Sabrina Salerno fossero state del settore, nel decantare le lodi di Bob Odenkirk avrebbero probabilmente cantato che sì, oltre a Saul Goodman c’è di più.
Molto di più.

Phil

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Shameless, la fine dell’epopea più dissacrante della tv

Dopo undici esilaranti stagioni termina una delle serie più brillanti di sempre


Make South Side dangerous again“, comincia così l’undicesima e ultima stagione di una delle serie tv di punta dello storico canale americano Showtime.
Uno slogan destinato a diventare leggenda televisiva e a restare vividamente impresso nella memoria dei suoi fan. Uno slogan che non poteva che appartenere a una delle serie più brillanti di sempre. La più politicamente scorretta e onesta mai realizzata, probabilmente.

Fatico a credere che dopo tutti questi anni le mie scorribande cinefile tra le strade popolari di Chicago in compagnia della famiglia Gallagher debbano terminare. Sono incredulo al punto di riuscire a scriverne con grande difficoltà (ma tanta passione e altrettanto slancio). Per quanto folle possa sembrare, avevo stabilito un legame con quella banda di matti dei protagonisti. Sregolati, imprevedibili, schietti, cazzuti, divertenti, fallibili, onesti nella loro umanità senza compromessi nè edulcorazioni.

Grazie a Shameless il concetto di realismo ha spiccato un balzo semantico e iconografico nel mondo della televisione. Una valanga di risate accompagnate da una costante e spietata critica della società americana, sotto forma di tagliente sarcasmo e di caustica ironia, come non ne erano mai state realizzate prima e difficilmente ne saranno create in futuro.

Shameless è una serie tv americana trasmessa sul canale Showtime dal 2011.
È basata sull’omonima serie inglese del 2004 ed è stata sviluppata
per il pubblico statunitense da John Wells


Gli aggettivi che mi vengono in mente quando mi imbatto nel logo o nel nome della serie sono brillante, sagace, dissacrante, esplosiva. Un mix semplicemente perfetto (se non perfetto poco ci manca) di personaggi indimenticabili e storie raccontate come avrebbe fatto la penna del più maledetto degli scrittori beat, poeti vagabondi e permanentemente ebbri d’alcol e di vita.
Senza freni, senza schermi protettivi, senza cinture di sicurezza, senza pregiudizi, senza buonismi dell’ultim’ora nè moralismi di facciata. Già, Shameless è una costante sberla
in pieno viso.

E nell’ultima stagione, per la verità la più triste e malinconica di tutte, i suoi ideatori non risparmiano davvero nessuno dalla loro feroce critica sociale.
John Wells (the main man behind the camera) e i Suoi frantumano l’intero sistema fallato e fallace del dibattito etico a stelle e strisce, basato sul posticcio ring mediatico in cui una sterile ipocrisia progressista si scontra con l’ignoranza stagnante del suo frangente opposto. Una lotta insignificante che nasconde le metastasi sfrenate del tumore capitalista che ingurgita un intero sistema-società, senza fare distinzione di classe ma emarginando e alienando sempre più irrimediabilmente la fasce più deboli della popolazione (che sono la maggioranza, porca la miseriaccia).
E si sa, l’America fa strada…e il resto del mondo la segue. Perciò presto tutto ciò riguarderà anche noi. Già ci riguarda, in realtà. Con conseguenze più profonde di quanto possiamo immaginare.

Il bello di Shameless è che tutte queste scomode verità ci vengono raccontate in maniera assolutamente divertente, esuberante, sincera, quasi romantica e di conseguenza…indimenticabile.
Una delle mie tre serie tv preferite di sempre, chiacchiere non ce ne vogliono.

Undici anni insieme, cazzo. Mi mancherete da morire Gallaghers & friends.

Phil

P.S. Lo confesso, mi è scappata la proverbiale lacrima sul finire dell’ultimo episodio. E non me ne vergogno. Anzi, farò di tutto per ricordarla. Thank you so much, you shameless guys!

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Cobra Kai, il grande ritorno delle icone del karate

La serie sequel di Karate Kid resuscita gli anni ’80 con passione e grinta

Una serie tv per ragazzi che piacerà anche – o forse soprattutto – agli adulti.
Quantomeno a quelli che sono cresciuti “a pane e Karate Kid”. A coloro che mettono la cera e tolgono la cera di continuo, nei propri ricordi e nel proprio immaginario, in onore al mitico maestro Miyagi.
Questa volta, però, il protagonista è il cattivo Johnny Lawrence, alla ricerca di redenzione e rivalsa dopo una vita andata a rotoli a causa di un cattivo sensei, di tante scelte sbagliate e di una cocente, sonora sconfitta nella finale del torneo All Valley quando era ancora un adolescente.

Lawrence, però, non è affatto l’unico protagonista di questa bella mini-serie giunta già alla terza stagione. Uno dei suoi grandi pregi, infatti, è la sinfonia corale dei vari personaggi che si incontrano e scontrano di continuo, nonchè la visuale multi-prospettica delle vicende raccontate.
Oltre a quello del biondo ribelle viene seguito e mostrato anche il punto di vista di Daniel LaRusso, quello dei rispettivi figli, quello dei nuovi e vecchi studenti e maestri, e non manca nemmeno quello della società stessa, attraverso i cambiamenti intercorsi dal tempo dei tornei di karate che avevano visto il Cobra Kai e il one man dojo di Miyagi come grandi rivali e assoluti protagonisti.

Cobra Kai è una serie tv sequel/spin-off della saga The Karate Kid.
Creata per YouTube Premium nel 2018, successivamente è stata acquisita da Netflix

Ci sono intrighi, flashback, umorismo, continui camei e citazioni della cultura e dell’immaginario anni ’80 e…naturalmente tanto, tanto karate.
Ulteriore pregio, che merita menzione a sè, è la colonna sonora. Secondo me, la migliore di sempre, ovvero da quando esistono le serie televisive.
Sarò diventato matto? Starò esagerando? Maddechè, come dicono a Copenhagen!!!
Una colonna sonora rock così “colta”, ricercata, bombastica e vibrante non si era davvero mai vista prima, amici miei! W.AS.P., Twisted Sister, Poison, Ratt, Motley Crue, Queen, AC/DC, Airborne, Whitesnake, Roxette, Cream e…chi più ne ha, più ne metta!

Uno spettacolo per le orecchie che pompa gioia, adrenalina e nostalgia nel cuore di chi ha amato gli anni ’80 e i ’90, insomma.
Vera chicca, l’apparizione di Dee Snider nella terza stagione, che con la sua musica compie un piccolo miracolo. E vabbè, sù, me lo perdonerete questo minuscolo e colpevole spoiler.
Non ne faccio mai, e questo non ho resistito a tenerlo per me. Perchè…I wanna rooooooock!

Buona visione a tutti. E ricordate: «La paura non esiste in questo dojo».

Phil

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Sono poche le certezze per un cinefilo. Fargo è una di queste

La serie tv fa centro per la quarta volta consecutiva

La serie televisiva statunitense, giunta alla sua quarta stagione, merita di buon grado uno dei titoli più lunghi utilizzati finora su questa piattaforma. La legge quasi marziale del SEO
(che è più rigida ed efferata di quella del taglione) mi imporrebbe di evitarne di così prolissi, ma lo spirito di questo blog è puramente anarchico nei confronti di qualsiasi regola che non sia pura e semplice comunicazione sincera, libera e out of the box.
Era da tempo che volevo ridipingere con colori luminosi e accesi questo cartello di benvenuto sull’isola della Fenice. E la serie prodotta dai fratelli Coen, da sempre ribelli gentiluomini del cinema americano, è evidentemente l’occasione giusta per farlo.

Ma bando alle ciance adesso. Quattro stagioni, quattro strike. Se stessimo parlando di bowling, saremmo al cospetto di un campionato mondiale. Sì perchè Fargo riesce nella favolosa, stupefacente e ardita impresa di attestarsi sempre ai massimi livelli della categoria Serie tv nonostante in ogni singola stagione cambino attori, personaggi, location, storie, stile, taglio. Praticamente tutto.
L’unico trait d’union è la ridente (sì, ma di risa decisamente amare) località di Fargo, che in maniera più o meno diretta (appena accennata nel caso della nuova stagione, ndr) collega con dei fili invisibili le sanguinarie e paradossali vicende dei vari personaggi.
Un’impresa davvero non da poco, ladies and gentlemen. Ci hanno provato in tanti, ci sono riusciti in pochi. Quantomeno mantenendo la corda del violino creativo sempre tesa e le note che essa crea sempre “dolci” e memorabili.

Fargo è una serie tv antologica americana ispirata all’omonimo
film dei fratelli Coen e co-prodotta dagli stessi


Niente trama, come è tradizione sul mio blog. Mi limito a dire, a beneficio di chi non sa niente al riguardo, che Fargo è una serie tv che danza sempre in due scarpe: quella dei gangster movie dal taglio noir e quella della black comedy dal sapore pulp.
Con una coreografia fatta di fiumi di sangue, dialoghi spiazzanti e quasi sempre fighi, volti surreali, vicende grottesche e personaggi che lo sono ancor di più, intrecci solidi e stratificati, atmosfere dilatate e rarefatte.
Fargo colpisce al cuore e diverte, ipnotizza ma alleviando la vita. E’ truce eppure leggera, semplice in apparenza ma ponderata nei minimi dettagli in profondità.

Uno dei punti forti della quarta stagione è il suo marcatissimo timbro italiano. Gangster e mafia, sai quale grande novità, mi direte voi. E vi sbagliereste, perchè una grossa novità c’è eccome.
I ruoli di criminali immigrati dal Belpaese non sono stati affidati come al solito ad attori italo-americani con un accento molto più yankee che tricolore, e nemmeno ad attori hollywoodiani senza alcun sangue italico e con una pronuncia che somiglia molto più all’uzbeko che all’italiano. Esattamente come il tipico mafioso russo dei film made in USA, che porta sullo schermo una lingua incomprensibile a qualsiasi spettatore che russo lo è per davvero.
E lo stesso accade agli scienziati svedesi, ai gerarchi tedeschi o ai ninja giapponesi. Se non sempre, molto spesso.

I fratelli Cohen, invece, sono venuti a reclutare direttamente a casa nostra, e io questo l’ho apprezzato tantissimo. Hanno saputo farlo con grande criterio poi, devo dire, portando con sè sul set di Fargo Salvatore Esposito (ovvero Genny Savastano di Gomorra), Francesco Acquaroli (il grande capo Samurai di Suburra), Gaetano Bruno (consumato attore di cinema, bravissimo qui nel ruolo dello spietato sicario) e Tommaso Ragno (1992, Il miracolo).
A completare il cast corale, davvero eccelso, a mio avviso spiccano (e restano impressi) Chris Rock, Jason Schwartzman, Jessie Buckley e Karen Aldridge. Non me ne vogliano tutti gli altri attori e attrici perfetti nei rispettivi ruoli.

E vabbè, s’è fatta na certa, come dicono in Minnesota. Ok ma come lo concludi un pezzo su una serie così ben architettata, ben diretta, ben recitata e ben confezionata?
Con la canzone che apre l’episodio conclusivo, magari, opera del divino Johnny Cash!
What is a man!

Phil

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Last Flag Flying: quanta bellezza nella semplicità!

Quattro anni fa Linklater ha realizzato questa perla rimasta
sul fondo del mare

Il bello dei grandi attori è che staresti lì ad ascoltarli per ore, ti basterebbe solo quello. Ti basta. Se ami davvero il cinema, questo è uno degli assunti di base.
Può non succedere quasi nulla sullo schermo ma tu sei comunque incollato alla sedia a fissarlo, gustando ogni singola smorfia dei suoi protagonisti.
Se poi a girare è Linklater, la poesia e la bellezza sono nascosti dietro la semplicità più manifesta e disarmante. È uno scrittore senza penna Mr Richard, prima ancora di essere un regista, secondo me.

Beccarti un Bryan Cranston chiacchierone poi, è un enorme piacere. Specialmente se parte di un terzetto che annovera anche Steve Carell che fa il serio e Laurence Fishburne che fa il reverendo. Tutti e tre veterani del Vietnam alle prese con il proprio passato e con l’insensatezza della guerra, di tutte le guerre, in qualsiasi periodo storico.

Last Flag Flying è un film del 2017 co-sceneggiato e diretto da Richard Linklater,
ed è l’adattamento cinematografico del romanzo omonimo di Darryl Ponicsan


Last Flag Flying è un road trip movie molto pacato, lineare, onesto, introspettivo, riflessivo, emozionato ed emozionante (come solo Linklater è capace di realizzarne). Alterna momenti di grande ilarità, scanditi da risate coinvolgenti e sincere, a momenti di triste esistenzialismo. Nel frattempo, mai una virgola fuori posto nè un’imprecazione che sia futile o gratuita.
Tutto è bilanciato alla perfezione.

Che narratore Sir Richard, ragazzi. Nonostante abbia una gran bella reputazione, resto dell’idea che il regista americano sia sempre stato enormemente e colpevolmente sottovalutato. Forse perchè a lui non è mai interessato apparire o strafare, ma solo raccontare. Raccontare la vita.
Quanto gli voglio bene.

Se deciderete di guardare questo film, fatemi un unico favore, please: gustatevelo in lingua originale. Nelle interpretazioni del terzetto (ma anche in quelle di un paio di comparse, vedrete!) c’è tutto il bello della recitazione, tutta la sua arte. Davvero.

Phil

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Nomadland, ovvero l’eloquenza del silenzio

Qualsiasi sottotitolo sarebbe superfluo. Incluso questo

Nomadland è uno di quei film dei quali vorresti dire tante cose, eppure nel momento in cui sei in procinto di farlo qualsiasi parola resta soffocata. Le impressioni che lo riguardano restano intrappolate tra le labbra forse perchè obbligano a trattenere il respiro.
Perchè sono tante, sono intense, sono profonde, intrise di tristezza ma anche di libertà.

La pellicola americana della regista cinese Chloé Zhao non ha intenti sensazionalistici nè l’ambizione di spiccare per memorabilità, non si propone come magnete che attragga consensi nè prova in alcun modo a strafare. Tutto l’opposto. Nomadland racconta una storia di vita che ne racchiude infinite altre, e il tono è quello sincero, disincantato e franco di una confessione che si farebbe a un prete ateo.
L’opera della Zhao non vuole convincere nessuno, non pretende di dimostrare niente e non sussurra parole di vanità o di radicalismo chic per fare l’occhiolino ad alcuna giuria di critici.

Se poi collateralmente diventa IL film principe della 77ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e dei Golden Globe award 2021 è solo perchè ai giudici selezionati non restava altro che prendere atto del valore artistico, e dello spessore esistenziale e letterario, di un film che tratto da un romanzo (Nomadland: un racconto d’inchiesta, di Jessica Bruder) è esso stesso narrativa audiovisiva.

Nomadland è un film americano del 2020,
di genere drammatico, scritto e diretto da Chloé Zhao

Leone d’oro a Venezia e premio come Miglior film drammatico e per la Miglior regia ai Globe, il film costruito sulla condottiera silenziosa Frances McDormand (favolosa, incisiva, perfetta) secondo me continuerà ad accumulare riconoscimenti. Tutti meritati.
In realtà già ad oggi, marzo 2021, se andate a curiosare su Internet vi accorgerete che questi solo i premi più prestigiosi che ha collezionato, perchè del resto si tratta di una lista già lunghissima (Toronto, Chicago, San Diego, New York – il film ha trionfato in qualsiasi festival a cui abbia preso parte).

In un cinema come quello odierno, polarizzato tra rumorosi ed esplosivi sensazionalismi ameregani da un lato e irritanti quanto sterili avanguardie hipster dall’altro, Nomadland se ne infischia di tutto e di tutti e torna al principio cardine del medium cinematografico:
l’intento di raccontare attraverso la potenza visiva delle immagini la condizione umana, tra sogni e dolori, tra illusioni e disincanto. E lo fa in silenzio, con umiltà, con semplicità, con sensibilità.

Ho straparlato, andando molto oltre le mie intenzioni iniziali. Ma questo film mi è rimasto dentro, immagino che fosse inevitabile lasciarmi prendere un attimino la mano.
E sono contento di averlo fatto, in ultima istanza.
Phil

“Dedicated to the ones who had to depart.
See you down the road. “

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Malinverno, un’avventura onirica tra lapidi e libri

Il romanzo di Dara è un’opera originale e acuta che
vi invito a leggere

Mi sono avventurato tra le pagine di Malinverno e per le strade di Timpamara, paesello a cavallo tra il mondo della fantasia e quello della realtà del sud Italia, su suggerimento di una mia amica (grazie per la dritta, A.). Che dire? Sono contento di averlo fatto.
Inizialmente non nascondo di aver avuto qualche dubbio, se non altro per una questione di gusto personale quanto allo stile (molto classicista, mentre al di là di sporadiche eccezioni tutto ciò che è stato scritto dal ‘900 in poi lo preferisco asciutto, spigoloso e tagliente).
Ma il romanzo era palesemente ben scritto e brillantemente concepito e così ho vinto le mie (flebili) resistenze e proseguito con la lettura. Ne è valsa decisamente la pena.

Come è mia abitudine non farò una recensione, anche e soprattutto perchè non le amo.
Ma proprio per niente. Mi limito a consigliarne la lettura (dopo che vi sarete debitamente informati, e questo è a carico vostro – uccidiamo la pigrizia contemporanea generata dalla stitica comunicazione dei social) e a condividere delle brevi impressioni monodose.
Già, la lettura di quest’opera si è rivelata un po’ una droga per me, portandomi ad avanzare tra le sue pagine con una velocità maggiore di quella che purtroppo contraddistingue il mio rapporto attuale con i libri (amo leggere mentre sono in movimento, su larga o piccola scala che sia, e l’attuale stasi “limbica” dovuta alla pandemia tiene a freno la mia indole di lettore nomade).

Malinverno è un romanzo del 2020 (Feltrinelli Editore) di Domenico Dara


In molti hanno paragonato il nuovo romanzo dello scrittore calabrese Domenico Dara,
classe ’71 di Catanzaro, a Cent’anni di solitudine. Con la dovuta deferenza, naturalmente.
Immagino per via del suo costante rimando al mondo onirico, e per la sua vena esistenzialista e poetica. Nonostante per certi versi io ritenga che il parallelismo sia azzeccato, ho percepito un retrogusto ben differente nella sua narrazione. Un retrogusto più dolce, seppur nella tristezza. In Marquez invece si viene travolti dall’inesorabile drammaticità della condizione umana. La magia di Macondo è spietata nel suo romanticismo, mentre quella che avvolge la triste Timpamara, località dove le vicende del signor Malinverno hanno luogo, è avvolta dal candore della speranza e della riconciliazione con l’ineffabilità dell’universo.
O perlomeno questo è ciò che ho percepito io. Lungi dall’essere un’interpretazione univoca nè tantomeno una “spiegazione” (non commetterei mai un simile crimine ai danni dell’autore, ignorandone i trascorsi e l’approccio alla vita), che sia chiaro.

Malinverno trasuda un profondo amore per i libri e per la letteratura classica, ed è scandito da un’inclinazione estetica e tematica alla poesia cimiteriale. Un’avventura esistenziale e romantica dai marcati toni meridionali che non annoia mai, brilla nella propria semplicità e che regala significative riflessioni sulla condizione umana racchiuse in piccole gemme memorabili.
Leggetelo e supportate la narrativa italiana. Dara ne è un validissimo esponente. E da scrittore meridionale, per di più nomade come mi pare di capire che sia anche il buon Domenico, l’orgoglio e la felicità nel constatarne il successo, è anche doppio.

Phil

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Hesher…è stato a Roma!

Cronaca di una serata apocalittica insieme a Joseph Gordon-Levitt

In tv probabilmente l’avrebbero chiamata “operazione nostalgia”. Ma questo è un blog, e non c’è spazio nè per operazioni chirurgiche alla Dottor House nè tantomeno per missioni segrete alla James Bond.
Un filo di malinconia, ripensando a episodi come questo, emerge dai meandri della memoria e viene ad abbracciarmi, è vero. Ma non è la protagonista di questo brevissimo aneddoto che vorrei condividere con voi. Il vero protagonista è invece Joseph Gordon-Levitt, l’attore americano con il quale condivido anno e giorno (non mese però) di nascita.
Yeah, mega spoiler per chi finora non sapeva niente di me. Un attore che adoro e che mi ha emozionato e fatto divertire in svariate occasioni cinefile.
Bene, oggi è il suo compleanno (per il mio ci vorranno altri otto mesi invece) e ho deciso di fargli gli auguri (perchè ovviamente lui “mi legge” sempre eh!) ripercorrendo la trama di un episodio divertente che ci ha connessi lungo l’asse Roma-Los Angeles. Metaforicamente,
of course.

Ma iniziamo con gli auguri, l’educazione prima di tutto. E dunque: buon fottuto compleanno, carissimo Hesher! Ok, alcuni di voi lo conosceranno come Joseph Gordon-Levitt…ma per me resterà sempre Hesher! Why? Because Hesher was here! There, actually. Ma non impantaniamoci con gli avverbi. D’altronde il titolo originale è semplicemente Hesher, mentre in Italia che è stato allungato in Hesher è stato qui. Prolissi noi italiani. Guardate me infatti… Scherzavo, “non vi allargate”. Pernacchia e a capo.

Hesher è stato qui (Hesher) è un film americano del 2010 diretto da Spencer Susser

Ricordo nitidamente la freddissima sera in cui vidi questo film al cinema. C’era appena stata una delle nevicate più copiose che Roma ricordi, e l’intera città era paralizzata dal ghiaccio da diversi giorni. Letteralmente paralizzata, in quanto si trattava di un evento più unico che raro (quantomeno in quelle proporzioni antartiche).
Io mi avventurai ugualmente verso il cinema Quattro Fontane (se non erro) attraversando uno scenario quasi apocalittico per la Capitale, fatto di strade semi-deserte adornate da macchine scivolate fuori strada e ferme ai bordi con le quattro luci accese. Un silenzio asfittico, e un concerto luminoso di fanali intermittenti.
E ovunque un unico interminabile manto bianco.

Arrivato al botteghino, la maschera di sala avvertiva gli spettatori, prima che questi comprassero il biglietto, che all’interno il riscaldamento non era acceso a causa di un guasto e che quindi l’esperienza sarebbe potuta essere un tantino spartana, per usare un eufemismo. Alcuni desistettero all’istante e se ne tornarono a casa mentre altri decisero ugualmente di avventurarsi in sala. Dei pochi coraggiosi, almeno la metà abbandonò il cinema a fine primo tempo, per sopraggiunta ipotermia immagino.

Io non sentivo alcun freddo, invece. Perché sono uno yeti oppure Superman?
Naaa, tutto merito di un film dannatamente figo e divertente, e soprattutto di una colonna sonora ardente quanto le fiamme dell’inferno! Dall’inizio alla fine, titoli di coda inclusi.
Tornai a casa delirante di entusiasmo ed eccitazione. E incolume, per fortuna.
Che serata surreale e indimenticabile. Che figata. Mi viene la pelle d’oca anche adesso, dopo dieci anni, solo a ricordare il frame finale della pellicola, con Motorbreath sparata a tutto volume nella sala deserta e congelata. Congelata nel tempo e nello spazio della memoria.
Phil

Living and dying, laughing and crying
Once you have seen it you’ll never be the same
Life in the fast lane is just how it seems
Hard and it’s heavy and dirty and mean

Motorbreath, it’s how I live my life
I can’t take it any other way
Motorbreath, the sign of living fast
It is going to take your breath away

(Motorbreath – Metallica)

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