Ottimismo e nichilismo secondo Welsh, Boyle e me

Warning: post prolisso, molesto e onesto.

Non so se, as the years went by, ve ne siete accorti: le persone più ottimiste (e dico ottimiste per davvero, concretamente, e non per una forma di hippismo cheap “alla spada de foco maniera” o per una vocazione zen da biscotti della fortuna) spesso sono le più ciniche (nell’accezione colta) e nichiliste.

Perché?
Elementare buon vecchio Watson: una volta compresi e accettati l’abisso dell’esistenza umana e le minuscole dimensioni dell’Uomo nei meccanismi dell’universo…si fa un balzo in avanti e si accetta la vita nella sua pienezza tanto quanto nella sua limitatezza, e i rischi come conditio sine qua non per qualsiasi possibilità di raggiungimento di felicità e maturazione interiore. Il tutto passando per l’accettazione delle dinamiche del tempo, delle paure e della morte.

Tutto sto preambolo del cazzo per cosa poi? Ma niente, perché mi emoziona la bravura di Irvine Welsh, meravigliosamente traslata sullo schermo da Danny Boyle, nello spennellare i colori amari della modernità sulla tavolozza della vita.

Il monologo nel video qui sotto è la naturale evoluzione di quello super iconico di Trainspotting volume Uno, e ne è anche la negazione.
La conclusione – quel sorriso sornione, contraddittorio e “umano troppo umano” di Mark – è uno schiaffo di onestà che rivela come siamo noi oggi, con molte fibre del nostra identità in metastasi avanzata di consumismo e capitalismo. Ma tant’è. Choose life.

Phil

Primavera romana

In queste giornate primaverili millenni di storia tornano a risplendere.
E anche la città forse più decaduta al mondo torna a irradiare la propria antica forza vitale. Tornano visibili i solchi lasciati dai giganti e svaniscono le orme delle comparse.
Il fantasma eterno che anima la città eterna si reincarna, stagionalmente, ogni anno.
Ed è bellissimo.

Phil

Ennio, la colonna sonora della nostra vita

Nei cinema il tributo di Tornatore a uno dei geni del ‘900

Interrompo brevemente il mio periodo di pausa dal blog per consigliarvi, caldamente, di andare al cinema a guardare il film-documentario che Giuseppe Tornatore ha realizzato in memoria di Ennio Morricone.

Ok, nel mio caso i presupposti per un gradimento elevato c’erano tutti: il cinema che racconta la musica, ovvero il matrimonio perfetto tra le mie due grandi passioni.
La bellezza di Ennio, però, va molto oltre queste premesse. Non si tratta solamente di affinità elettive ma di un’opera filmica realizzata con immenso amore, profonda gratitudine e sconfinata ammirazione. Il lungometraggio ne è denso dall’inizio alla fine, e lo trasmette con candore e onestà.

Morricone ha scritto le colonne sonore di tanti, ma davvero tanti capolavori della storia del cinema. Così numerosi che sarebbe sciocco iniziare a citarli. E sarebbe futile, poichè sono impressi nella memoria collettiva non solo di noi italiani ma di chiunque abbia respirato anche solo minimamente cinema in ogni continente del globo.
Il Maestro è un patrimonio dell’umanità, e uno dei geni del ventesimo secolo.

Creatività, estro, coraggio, integrità artistica, visione, amore per il proprio lavoro, generosità, disponibilità e umiltà sono solo alcuni dei valori umani che E.M. possedeva.
La capacità di parlare a milioni, miliardi di esseri umani attraverso un linguaggio universale probabilmente ne è la sintesi.

Il docu-film di Tornatore racconta numerosi aneddoti interessanti e spesso divertenti, quasi sempre anche emozionanti, e ripercorre la carriera del compianto compositore con semplicità e con un enorme calore umano. Senza mai esondare nella venerazione leziosa e nella faziosità, anzi con notevole obiettività e con rigore narrativo.

Ennio racconta di noi, di generazioni di noi, poichè siamo ciò che abbiamo vissuto, ciò che abbiamo provato, ciò che ha contribuito a formarci come cittadini di questo mondo.
Siamo le lenti attraverso le quali ne abbiamo ricostruito il senso, siamo le colonne sonore che hanno accompagnato queste immagini e questi significati verso le profondità della nostra coscienza e attraverso le fibre, pulsanti, del nostro cuore.

Ennio è un atto d’amore e un segno di riconoscenza. Entrambi dovuti, entrambi graditi. Andate a vederlo.

Phil

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“Buon anno, ragazze e ragazzi” (cit.)

Care lettrici, cari lettori,

riapprodo sull’isola della Fenice appositamente per augurarvi un buon anno nuovo.

Sono stato via per molto tempo, lo so, e me ne dispiace.
Sono stato alcune settimane all’estero prima, e poi all’improvviso mi sono ritrovato alle prese con un trasferimento non previsto (o meglio, differente da quello pianificato) e conseguentemente con più di un trasloco. Il tutto accompagnato – naturalmente direi, trattandosi di me – da svariate disavventure (tutte felicemente e sudatamente superate, grazie per averlo moralmente chiesto).

Questi avvenimenti mi hanno tenuto lontano dall’isola, e in realtà forse continueranno a tenermici a little bit longer. Nel frattempo ho comunque cercato di rimanere sfuggevolmente sempre attivo quantomeno sulla pagina Facebook del blog, sulla quale posso pubblicare contenuti molto più rapidamente e in formato “pillola” come si suol dire. Perciò potete continuare a seguirmi lì, se vi va.

Ci tenevo ad aggiornarvi, ecco tutto. E, come dicevo, ad augurarvi un felice 2022.

Ad maiora. E a presto.
Phil

P.S. se volete ascoltare la canzone citata nel titolo, here you go: Buon anno ragazzi

Of time and men

The most complicated relationship for humans is the one with time, I reckon.
Some are aware of it, mostly are not. Still so it goes.
I myself struggled all my life fighting time, trying to ride it or to be in peace with it – depending on the period or on the circumstance. Then I learnt: all that was inappropriate, or even useless.
I saw that the only way I could deal with it reasonably is being one thing with it.
Like a sailor in the open ocean, becoming one with its blue tumultuous vastity and its dark quiet depths.
This is probably the only way to survive it at the same time with being aware of the journey, aware of yourself and aware of what’s around as well as behind and ahead. Sort of aware, ‘cause we are just humans after all.
How to do that? Only looking at oneself in the mirror, through the mirror and through oneself. Honestly, sincerely, bravely. Without shelter, without filter, without illusion. Naked, shelterless. Ready to take the blame, the shame, the absurd, the insanity, the pain, the nonsense.
Facing it all, escaping nothing.
This is the only way to be present to yourself, which is the main step. The most meaningful one. To be real in the stream of time.
To be fully alive.
To be a person instead of a pale ghost, of an empty shell, of a vainly smiling puppet.

Photo by @phil_wallace_marino


Sadly I so rarely see that all around me, miles or thousands of miles around.
What I mostly seize is people alterating their only reality through the filter of religion, magic, politics, cultural identity, social media identity, whatever kind of fake identity.
Because they don’t bear the weight of their truth, of their limits, of their fragile imperfect nature ultimately. It’s so foolish, yet so human.
Running away or hiding only leads to an eternal return of the same wrong choices, the same wrong mistakes, the same wrong pains, the same dead end streets, the same denial of the freedom of one’s soul, the same absence in the stream of time.
Those will be autumn leaves forever going with the wind.
I have no solution to that ‘cause there is no one and only answer.
And even if there was, I couldn’t have it since I’m just a simple sailor in the ocean of time.
What I can do is, when I shortly approach the land, just sharing the song of my journey, if there are ears willing to hear its melody.
Then I must resume my navigation, ‘cause there is no rest for the wicked. Where wicked simply stands for us humans.

Ad maiora,
Phil Marino

P.S.
In the end, by the way, whatever past and future might be or mean, we only exist now,
in the present.

Everyone should be sometime…a taxi driver

Un film impegnato ma che scorre con leggerezza

Sicuramente meno famoso del film di Scorsese, ma probabilmente non meno importante.
La pellicola del 2017 di Jang Hoon non può contare su un iconico De Niro nè sulle atmosfere di una decadente New York post-Vietnam…ma ha dalla sua una vicenda storica di enorme importanza – la violenta e sanguinosa rivolta popolare che infiammò la Corea del Sud contro la dittatura che opprimeva il Paese a inizio anni ’80 – e una regia davvero solida.

A taxi driver è un film del 2017 diretto da Jang Hoon

Il film racconta in maniera attenta ed evocativa – e a tratti, per quanto possibile, umanamente leggera – un frammento della storia del novecento che noi tutti dovremmo conoscere meglio. Perchè è parte della nostra storia recente, e quindi parte di noi.

Phil

P.S. quanto amo il cinema coreano!

Una serata (indimenticabile) con il Consorzio Suonatori Indipendenti

La mia riflessione a cuore aperto su un concerto unico e irripetibile

Il concerto che in data 5 ottobre 1996 i C.S.I. tennero in memoria di Beppe Fenoglio è,
per quanto mi riguarda, qualcosa di trascendente e trascendentale.
In realtà si tratta di molto più che un semplice live, poichè l’evento fu preziosamente arricchito da testimonianze dirette dei familiari del drammaturgo partigiano e di brani scritti dallo stesso autore e recitati da coloro che salirono sul palco della chiesa di San Domenico ad Alba (presenti nella versione video/vhs della release, ndr).
Ciò che di unico e irripetibile avvenne quella sera nel paesello piemontese è stato pubblicato due anni più tardi come album dal vivo dei C.S.I. con il titolo “La terra, la guerra, una questione privata”.
E, come parte della magia che pervase quell’insolito e improvvisato auditorium, la registrazione trasmette perfettamente le vibrazioni irripetibili che Giovanni Lindo Ferretti
e la sua famiglia musicale generarono suonando parte del loro repertorio artistico.

“La terra, la guerra, una questione privata” è un album dal vivo del Consorzio Suonatori
Indipendenti. E’ stato registrato nell’ottobre del 1996 e pubblicato a gennaio del 1998

Ho parlato di trascendenza poichè quello che giunge alle mie orecchie è la celebrazione di un rituale – profano – estatico e mistico come non ne esistono in alcuna conclamata religione.
Mi stupra il cuore e mi ingravida la mente quasi sempre. Ma perchè parlo di coercizione?
Perchè ciò avviene spesso contro la mia volontà. A volte vorrei semplicemente ascoltare musica, a cuor leggero come direbbe oggi Ferretti, e invece l’ascolto mi pervade, mi percuote dall’interno, mi scuote, mi rende gravido di pensieri, percezioni e comprensione.
C’è poco a questo mondo che riesce in questo, almeno per quanto riguarda il sottoscritto.

Non soltanto io sono rimasto candidamente esterrefatto e commosso però, e a conferma di ciò basterebbe ascoltare ciò che il cantante Giovanni Lindo affermò all’epoca della release: «Picchia duro. Riascoltata un anno dopo la registrazione della serata ci ha turbato. Abbiamo deciso di fermarla, trasformarla in un disco. Un disco eccessivo che non si può tenere nascosto né si può consumare a cuore leggero. Difficile da gestire. Non è un disco live, nemmeno un concerto, è una serata in onore e a memoria di Beppe Fenoglio.
Un luogo, un pubblico, un contesto irripetibile»

Che dire ripensandoci?
Semplicemente questo: infinita gratitudine e immenso amore per questi figli dell’Emilia (paranoica ma meravigliosa)!

Phil

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Flashback, un film che attraversa il muro del nuovo millennio nelle due direzioni

L’opera di MacBride è un ritorno, stilisticamente notevole,
ai trip anni ’90

Flashback, conosciuto anche col titolo The Education of Fredrick Fitzell, è un film che potrei definire figliol prodigo degli anni ’90.
Ci rivedo i voli pindarici, che alcuni chiamerebbero illusioni e altri allucinazioni, di David Lynch, di Strange days e di Requiem for a dream. Ma questo soltanto in termini cinefili, perché in realtà ci vedo un’intera epoca, o meglio l’epica di un’intera epoca. E dovrete perdonarmi il gioco di parole perché è davvero fulgente questa mia visione.

Invisibile ma roboante, l’anelito di un periodo storico di rottura sanguinante rispetto alle tre decadi precedenti, e di preparazione al salto nel vuoto degli anni 2000. C’erano tanto pensiero, tanto sentimento, tanta azione. Un condensato di idealismo struggente e realismo deflagrante. Si combatteva, nel cuore di chi era in grado di percepirlo, lo scontro dello spirito di un millennio contro il muro del suo vertiginoso annichilimento. Un muro in frantumi che preparava allo sconfinamento di un futuro a folli velocità. I rottami sono tutti attorno a noi, anche se per la maggior parte di noi è troppo presto per notarli.

C’è anche questo nascosto sotto la pelle dell’ultima opera del regista e scrittore Christopher MacBride. Ma tranquilli, tutti questi discorsi cervellotici potete anche risparmiarveli godendovi semplicemente il film – alla fin dei conti è una pellicola ed è volta all’intrattenimento, perciò l’esperimento della sua funzione saggistica è facoltativo.

Flashback, conosciuto anche come The Education of Fredrick Fitzell, è un
film del 2020 scritto e diretto da Christopher MacBride e distribuito nei
cinema e sulle piattaforme streaming USA nel 2021

Flashback, che d’ora in avanti sia nelle mie chiacchiere cinefile che nei miei monologhi interiori chiamerò sempre e solo The Education of Fredrick Fitzell (mi piace di più e lo trovo più consono), è un bel film ma non certamente un capolavoro intergenerazionale, questo va detto. Pas mal, comunque, visto che di appartenenti a tale meravigliosa categoria non ne sfornano quasi mai di nuovi.
Però se apprezzate i film non lineari – espressione neutra per indicare quelli che io definisco trip mentali – nonché l’estetica avanguardista dei 90s, credo proprio che la pellicola in questione vi piacerà e non poco.
Il tempo di abituarvi alla botta, e viaggerete molto piacevolmente. Io l’ho fatto, e la pellicola di MacBride è risultata una delle sorprese cinematografiche più piacevoli di questo 2021.

Enjoy,
Phil

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Warrior, il ritorno spirituale di Bruce Lee

Una serie televisiva che…spacca!

E fu così che Bruce Lee, leggenda delle arti marziali, tornò a vivere a decenni dalla sua morte. La serie tv Warrior, giunta alla sua seconda fortunata stagione, ne è il reale testamento morale e creativo. Già perché lo script originario porta la firma proprio dell’indimenticato Bruce
(a coordinare le riprese è stata niente meno che Shannon Lee, sua figlia).
E credo che la compianta icona del Jeet Kune Do ne sarebbe stata soddisfatta e orgogliosa.

Il prodotto targato Cinemax (in Italia in onda su Sky Atlantic, ndr), infatti, è stato realizzato con grande meticolosità e attenzione nei dettagli, sia a livello di sceneggiatura che di ambientazione storica e caratterizzazione dei personaggi.
I ritmi, poi, sono spesso indiavolati e adrenalinici, come sarebbe piaciuto a lui, ma non per tutta la durata di una puntata. Le pause, sempre ben cadenzate, esaltano infatti le repentine accelerazioni che non risparmiano mai lame affilate e denti che saltano a destra e manca.

Warrior è una serie tv statunitense basata sull’idea originale di Bruce Lee e portata sugli schermi di Cinemax
da Jonathan Tropper e Justin Lin.

Già, l’utilizzo delle arti marziali è sempre impeccabile e coreograficamente ammirabile, stupefacente, bello da vedere. Così come gli attori scelti, frutto di un casting sapiente, che sono sempre credibili e visivamente coerenti coi personaggi che interpretano.

Ulteriore punto a favore della serie è il fatto che non sia mera superficie oppure spettacolo circense, ma che riproponga, seppur senza sfociare in un eccesso di profondità filosofica che le sarebbe improprio, il dramma dell’emigrazione disperata e le difficoltà di integrazione e di incontro multi-razziale a valle di una politica sfrenatamente ipocrita e meschina, proprio come nel mondo reale.
In Warrior tutti sono eroi e al tempo stesso anti-eroi. Cinesi di una tong (termine autoctono per indicare una gang) e cinesi di quella rivale, immigrati irlandesi e politici americani “della prima ora”, mongoli oppure messicani e africani (nella seconda stagione): tutti combattono per sopravvivere in una società spietata che non regala niente a nessuno.
E al contempo cercano di prevalere sugli altri, assetati di rivalsa e di potere.
Un microcosmo in costume di quella che è ancora oggi la società americana, in pratica.

Conferma definitiva di quanto la serie sia stata realizzata con gusto e capacità: perfino la sigla conclusiva in modernissimo rap cinese risulta essere azzeccatissima e gradevole (e lo dice uno che il rap non lo digerisce affatto).
A Cesare quel che di Cesare, insomma, e a Bruce quel che di Bruce: Warrior è una realtà sorprendente e godibilissima, che spero avrà a disposizione altre stagioni per potersi evolvere e toccare un proprio apice.
Le basi sono solide, a Jonathan Tropper e Justin Lin (gli eredi morali nonché architetti cinefili) il compito di costruirvi un tempio che sia all’altezza della leggenda di colui che l’ha progettato.

Phil

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La fine del mondo e il paese delle meraviglie

Un viaggio a ritroso fino agli esordi letterari di Haruki Murakami

Ma “questo” si interessa solo a Murakami? Ammetto che sarebbe quasi lecito se ve lo chiedeste, perchè se non erro questa è la terza volta che scrivo di lui. Il motivo c’è ed è chiaro come un’alba giapponese: Haruki-San è uno dei miei autori contemporanei preferiti.
Stavolta sarò breve, lo prometto. Mi è tornato in mente uno dei suoi libri che ho letto prima di fondare l’isola della Fenice, del quale quindi non ho mai avuto occasione di parlare.
Mi riferisco ad una delle sue primissime opere, ovvero La fine del mondo e il paese delle meraviglie, datata 1985. La successiva, giusto per darvi un’idea, fu Norwegian Wood.

Per quanto ho avuto modo di sbirciare navigando tra i vari forum, questo non è uno dei suoi romanzi più celebri. Forse perchè ne ha scritti di troppo belli successivamente, forse perchè per certi versi è uno dei più astratti e arditi. Secondo me, invece, se di Murakami apprezzate l’estro e l’indipendenza – talvolta marcatamente anarchica – stilistica e dei contenuti,
La fine del mondo e il paese delle meraviglie è addirittura da considerarsi un must. Decisamente un must read, amici miei.

La fine del mondo e il paese delle meraviglie è un romanzo del 1985
dello scrittore giapponese Haruki Murakami

Come di consueto non mi dilungo in trama e analisi approfondite – per le quali ci sono già infinite pagine e schede in ogni angolo del world wide web – ma mi limito ad accennarvi che si tratta di due storie apparentemente parallele (che quindi non dovrebbero mai incrociarsi,
ma che invece lo fanno egregiamente già a metà libro) nelle quali in modo molto diverso, quasi parlasse due linguaggi differenti, Murakami lascia sgorgare selvaggiamente
la propria fantasia.

Già, la fantasia dello scrittore nipponico è a parer mio la vera protagonista di questo romanzo. Il buon Haruki lascia che la propria fervida e rigogliosa immaginazione voli libera come un uccello mitologico che non deve dar conto a noi semplici mortali dei colori sovrannaturali e poco plausibili del proprio piumaggio. Colori accecanti e tenerissimi.
Vi consiglio questo romanzo perchè si tratta di un pellegrinaggio nell’esistenza umana visto attraverso una lente di ingrandimento originale e unica, poetica e magica. Come solo Murakami sa compierne, insomma.

Phil

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