Therapy? Una terapia sublime ma quasi dimenticata

Riascoltando Troublegum, uno degli album più belli degli anni ’90

Ebbene sì, l’ho appena detto e me ne assumo la responsabilità. E vi spiegherò il perchè. Ma andiamoci per gradi.

Nel 1994 usciva Troublegum, un album che – imho – sarebbe diventato una pietra miliare dell’intera decade. Quattordici brani, uno più bello dell’altro, che incarnavano perfettamente lo spirito del tempo e ne rispecchiavano fedelmente le sonorità.

I Therapy?, un trio indie-rock proveniente dal Nord Irlanda, a metà dei 90s si erano già affermati nella scena underground mondiale ritagliandosi una fetta di estimatori e fan più che nutrita. Anche le riviste del settore, che in quel periodo storico erano ancora in grado di far valere la propria voce nel decretare l’ascesa oppure la caduta di una band, ne avevano riconosciuto qualità e ne seguivano i passi. L’album del ’94, e il successivo Infernal Love del ’95, lanciarono i tre ragazzi di Larne nell’Olimpo del rock sporco e incazzato che in quegli anni incendiava il globo con dischi che sarebbero diventati immortali. Un successo decisamente meritato, ma relativamente breve.

Dopo una decade in cui furono spesso presenti sulle copertine dei magazine musicali, collezionando con altrettanta frequenza recensioni esaltanti, la loro stella inspiegabilmente si eclissò. La proposta musicale di Cairns e soci non si era appannata, nè l’avrebbe fatto successivamente, ma il moniker Therapy? fu praticamente cancellato, o quantomeno declassato, dall’arena virtuale in cui si discuteva del lato selvaggio del rock.
I fan della prima ora non li abbandonarono mai, nè il trio nordirlandese abbandonò mai loro – semplicemente “passarono di moda”. La chiave del mistero, forse, risiede proprio nel concetto effimero e superficiale del termine stesso “moda”.


Per nostra fortuna il terzetto di cowboy dall’aria triste se n’è sempre fregato di tutto ciò che era stato loro ingiustamente tolto in termine di appeal, riconoscimenti e clamore. Totalmente dediti alla musica e al loro amore per essa, i tre (che sono rimasti tali nel numero pur avendo avuto qualche cambio di line-up) hanno continuato a sfornare album di qualità e ad imbarcarsi in concerti e tournée senza mai fermarsi. Lo stesso non si può dire di band di maggior successo che si sono però sgretolate al sole delle prime difficoltà, o dei primi insuccessi, o delle prime overdose. No, i tre cazzutissimi nordirlandesi sono ancora lì fuori che “ci prendono a calci in culo” ogni volta che salgono su un palco, e ci regalano emozioni ad ogni ingresso in sala di registrazione.

Adesso torno indietro al 1994 però, quando Andy Cairns (voce e chitarra), Fyfe Ewing (batteria) e Michael McKeegan (basso) sfornarono un concentrato di perfezione che sarebbe rimasto, forse per sempre, nell’immaginario di chi ha avuto la fortuna di ascoltarlo: Troublegum.

Troublegum - 1994 - Therapy?


In quegli anni di album indimenticabili ne uscivano davvero tanti (che nostalgia!). Essere appassionato di musica negli anni ’90 era come andare a Disneyland per la prima volta: ci si perdeva nell’eccitazione e nello stupore ovunque si volgesse la sguardo, circondati da dischi della madonna piovuti da ogni dove, e l’imbarazzo della scelta era costante. Una controindicazione di essere immersi in così tanta bellezza, però, è che si finisce per trascurare o sottovalutare cosa non si dovrebbe. E così accadde probabilmente a quest’album, nonostante di successo ne ebbe tanto. Ma non abbastanza. Tornando indietro con una mente più lucida, e forse anche più consapevole, mi rendo conto di come dischi ad esso inferiori siano stati acclamati ed osannati molto più di Troublegum. Colpevolmente di più. E mi ci metto in mezzo anch’io in qualche modo. Io che all’epoca comprai il compact disc e lo apprezzai davvero tanto. Ma non ne compresi la perfezione, la genialità, l’unicità. Tanti anni dopo, non meno di venti, mi sono reso conto di non aver dato ai Therapy? ciò che era dei Therapy?: il riconoscimento di aver intagliato una gemma dal bagliore inoffuscabile. Ed eccomi qui, nel mio piccolo, a rimediare buttando giù queste righe e condividendole con voi.

Come minimo penserete che sto esagerando, se non conoscete bene il disco in questione. Oppure che sono un fan sfegatato della band, e quindi poco obiettivo per vocazione, ma non lo sono affatto. Non sono neanche ebbro né la Marshall Records (quella degli amplificatori, nonchè la loro attuale etichetta) mi ha pagato una mazzetta.
E invece niente di tutto ciò, ho semplicemente avuto un’epifania riascoltando il disco. Ancora e ancora. In loop da giorni ormai, ed ad ogni ascolto confesso che il suo spessore continua a crescere nella mia mente, e nel mio cuore.
Mi era ripromesso di parlare analiticamente di ognuna delle tracce quando ho iniziato a scrivere questo post. Inutile dire che le mie intenzioni sono deragliate. Ma sapere che c’è? Meglio così! Ascoltatele una ad una, a volume ovviamente alto (altrimenti di che stiamo parlando? E’ rock e va sparato a cannone!), e imparate ad amarle da soli.
Quattordici tracce una più bella dell’altra. Le mie preferite? Oltre ad una delle cover più belle di sempre (Isolation dei Joy Division) sicuramente Knives, Hellbelly, Turn e Unrequited. E Femtex. E Brainsaw. Vabbè, in realtà le vorrei nominare tutte, quindi mi fermo qui.

Poche band sanno fondere sonorità sporche e spigolose a melodie introspettive e malinconiche come hanno fatto i Therapy? su album come Toublegum. Incarnando lo spirito di un periodo storico contraddittorio e fremente di cambiamento. Cavalcando l’angoscia del disincanto degli anni ’80 e timoroso di rabbia per l’imminente avvento dei misteriosi anni 2000. Ascoltare per credere. Altrimenti “mi ci potete mandare” quando volete, sono qua.

Phil

Westworld: la grande bellezza

Una circostanza fortunata quella di battezzare il blog parlando di una delle più belle serie tv degli ultimi dieci o quindici anni. Circostanza di cui approfitto ben volentieri, soddisfatto ed emozionato come sono dopo aver appena terminato la terza (meravigliosa) stagione.

A presentarvi la serie non servo certo io, la quasi onnisciente Signorina Wikipedia lo saprà far molto meglio di me e con maggior dovizia di dettagli e curiosità.
Perciò, nel caso non la conosciate già, mi limito a dire che si tratta di una serie televisiva americana di genere western-fantascientifico (ebbene sì, sono riusciti a ibridare due generi all’apparenza estranei l’uno all’altro, e l’hanno fatto con risultati sorprendenti!) creata da Jonathan Nolan (il fratello altrettanto geniale del regista Christopher Nolan) e da sua moglie Lisa Joy.
Ah, un particolare non da poco: l’hanno realizzata per la HBO, ovvero IL canale televisivo per eccellenza quando si parla di tv series. Mai sentito parlare di True Detective, The Wire, I Soprano, Il Trono di Spade? Tutti capolavori appartenenti a questa fighissima emittente a stelle e strisce. In realtà questa è solo una piccola parte di un meraviglioso e ricco catalogo che vi consiglio di andare a…sbranare con gli occhi!

Westworld stagione tre
“Some people choose to see the ugliness in this world. The disarray. I choose to see the beauty. To believe there is an order to our days, a purpose.” (Dolores)

Ma torniamo a noi, torniamo a Westworld. Narrazione, impatto visivo, sonorità, atmosfere, ricchezza nello sviluppo dei personaggi: la creatura di Nolan e consorte continua a viaggiare su livelli alti, davvero alti. E riuscire a mantenerli per tre stagioni non era affatto semplice nè scontato, come avrete notato se il mondo delle serie tv non vi è nuovo. Soprattutto nel caso di trame complesse e multidimensionali come questa: è più facile inciampare nel banale nel tentativo di cavalcare il successo e aumentare l’audience, oppure andare fuori strada imboccando la via del nonsense cercando di stupire a tutti i costi. Ebbene no, nonostante gli intrecci diventino sempre più misteriosi e imprevedibili, Westworld continua ad inchiodare lo spettatore alla sedia deliziandolo con fantasie robotiche sublimi e intrattenendolo con dinamiche violente davvero molto umane.

Westworld raccoglie l’eredità di film come Matrix e Blade Runner con umiltà e la rilancia con classe rappresentandone un aggiornamento, un’evoluzione come minimo 6.0.
Con il passare degli episodi si rivela una progenie spuria che si arricchisce del patrimonio cine-genetico di opere quali Strange Days e Inception (non a caso).
Affascina, e atterrisce. Emoziona e raggela il sangue allo stesso tempo.


Ad interpretarne lo spirito cyborg – tutto sangue e micro-chip, calde viscere emozionali e freddi codici binari, istinto primordiale e calcolo computazionale – una bellissima e come sempre bravissima Evan Rachel Wood. Secondo me nessun’altra sarebbe riuscita a superare la malizia e il candore robotici che avevano reso Sean Young (la Rachael nel capolavoro anni ’80 di Ridley Scott) un’icona immortale del cinema fantascientifico.
Lei, imho, questa mission impossible l’ha compiuta invece. Non mi credete? Ammiratela nei panni di Dolores Abernathy e mentre la vedrete protagonista di un’evoluzione narrativa esponenzialmente intrigante, vi avrà già sedotto e anche un po’ intimidito. La ragazzina prodigio di Thirteen è diventata donna ed ha confermato il suo talento. Il delicato fiore oscuro che in età giovanile faceva coppia fissa con Marilyn Manson è sbocciata ed è diventata una cazzuta campionessa di taekwondo e un’attrice altrettanto micidiale.

Che bello, poi, in questa terza stagione poter tornare a godersi il faccione di Aaron Paul (il Jesse Pinkman di Breaking Bad) e quello di Vincent Cassel (se c’è bisogno che ve lo presenti vi serve forse anche un esorcista, oppure uno psicologo) che finalmente tornano a ricoprire ruoli importanti. Negli ultimi anni – tra copioni secondari, crisi d’identità e di natura mistica – se n’erano parzialmente perse le tracce.
Ed Harris una conferma che è quasi banale andare a citare: il suo grugno da tosto e risoluto figlio di una brava donna è una garanzia di cui è inutile andare a discutere.

Conclusione della favola? Non ce n’è ancora una, per fortuna! Notizia di un paio di settimane fa: la HBO ha annunciato di aver rinnovato la serie anche per una quarta stagione. Una delle poche belle notizie “ai tempi del Covid19”.

Conclusione del post? Semplice e scontata: godetevi questa terza stagione se non l’avete ancora fatto, oppure procuratevi un silos intero di pop corn se vi tocca recuperare Westworld sin dalla prima: credetemi, la fame verrà mangiando.

Phil

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