Malinverno, un’avventura onirica tra lapidi e libri

Il romanzo di Dara è un’opera originale e acuta che
vi invito a leggere

Mi sono avventurato tra le pagine di Malinverno e per le strade di Timpamara, paesello a cavallo tra il mondo della fantasia e quello della realtà del sud Italia, su suggerimento di una mia amica (grazie per la dritta, A.). Che dire? Sono contento di averlo fatto.
Inizialmente non nascondo di aver avuto qualche dubbio, se non altro per una questione di gusto personale quanto allo stile (molto classicista, mentre al di là di sporadiche eccezioni tutto ciò che è stato scritto dal ‘900 in poi lo preferisco asciutto, spigoloso e tagliente).
Ma il romanzo era palesemente ben scritto e brillantemente concepito e così ho vinto le mie (flebili) resistenze e proseguito con la lettura. Ne è valsa decisamente la pena.

Come è mia abitudine non farò una recensione, anche e soprattutto perchè non le amo.
Ma proprio per niente. Mi limito a consigliarne la lettura (dopo che vi sarete debitamente informati, e questo è a carico vostro – uccidiamo la pigrizia contemporanea generata dalla stitica comunicazione dei social) e a condividere delle brevi impressioni monodose.
Già, la lettura di quest’opera si è rivelata un po’ una droga per me, portandomi ad avanzare tra le sue pagine con una velocità maggiore di quella che purtroppo contraddistingue il mio rapporto attuale con i libri (amo leggere mentre sono in movimento, su larga o piccola scala che sia, e l’attuale stasi “limbica” dovuta alla pandemia tiene a freno la mia indole di lettore nomade).

Malinverno è un romanzo del 2020 (Feltrinelli Editore) di Domenico Dara


In molti hanno paragonato il nuovo romanzo dello scrittore calabrese Domenico Dara,
classe ’71 di Catanzaro, a Cent’anni di solitudine. Con la dovuta deferenza, naturalmente.
Immagino per via del suo costante rimando al mondo onirico, e per la sua vena esistenzialista e poetica. Nonostante per certi versi io ritenga che il parallelismo sia azzeccato, ho percepito un retrogusto ben differente nella sua narrazione. Un retrogusto più dolce, seppur nella tristezza. In Marquez invece si viene travolti dall’inesorabile drammaticità della condizione umana. La magia di Macondo è spietata nel suo romanticismo, mentre quella che avvolge la triste Timpamara, località dove le vicende del signor Malinverno hanno luogo, è avvolta dal candore della speranza e della riconciliazione con l’ineffabilità dell’universo.
O perlomeno questo è ciò che ho percepito io. Lungi dall’essere un’interpretazione univoca nè tantomeno una “spiegazione” (non commetterei mai un simile crimine ai danni dell’autore, ignorandone i trascorsi e l’approccio alla vita), che sia chiaro.

Malinverno trasuda un profondo amore per i libri e per la letteratura classica, ed è scandito da un’inclinazione estetica e tematica alla poesia cimiteriale. Un’avventura esistenziale e romantica dai marcati toni meridionali che non annoia mai, brilla nella propria semplicità e che regala significative riflessioni sulla condizione umana racchiuse in piccole gemme memorabili.
Leggetelo e supportate la narrativa italiana. Dara ne è un validissimo esponente. E da scrittore meridionale, per di più nomade come mi pare di capire che sia anche il buon Domenico, l’orgoglio e la felicità nel constatarne il successo, è anche doppio.

Phil

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