Chuck Palahniuk e il suo libro di Talbott

Il Giorno dell’Aggiustamento è arrivato?

Per rispondere alla domanda del sottotitolo, ripensando ai fatti recentemente accaduti alla Casa Bianca, con protagonisti Trump da una parte e il Carnevale in maschera e armi dall’altra, parrebbe di sì. O quantomeno sembrerebbe che ci sia stata una sorta di prova generale, oppure un primo passo di avvicinamento al giorno del giudizio in cui alcuni di noi perderanno l’orecchio sinistro.
Non sarebbe la prima volta che il geniale scrittore di Portland descrive il futuro.
Descrive, non indovina. C’è è poco da indovinare infatti, le storie che egli inventa nascono da una profonda comprensione della realtà circostante e da una brillante diagnosi dei sintomi in essa presenti. Quasi sempre sintomi di una malattia che interessa non solo la società americana ma l’intera razza umana.

Ma torniamo a noi. Il libro di Talbott, ultima (solo in senso cronologico, mi auguro) fatica letteraria di Chuck Palahniuk, l’avete letto?
Per me è sempre complesso, per certi versi, parlare di lui in quanto è il mio autore contemporaneo preferito. Sono legato a gran parte della sua bibliografia da sentimenti di sconfinata stima ed esondante amore. Con presupposti simili è inevitabile essere sensibilmente esposto, perlopiù emotivamente, ad ogni sua minima sbandata così come a ogni possibile – o inevitabile – calo creativo. E così è stato in qualche modo avvilente imbattermi in alcuni dei suoi recenti flop. Certo nessuno di essi ha scalfito l’immensa stima che nutro nei suoi confronti, anche perchè è dannatamente umano percorrere un sentiero di scarsa ispirazione o di “stanchezza” narrativa. Soprattutto se in precedenza si è stati autori di svariati capolavori. Come nel caso dello zio Chuck.


Che dire del Libro di Talbott? Che in esso ho rivisto a tratti il Palahniuk degli anni migliori.
La sua capacità di comprensione e di critica della società contemporanee è tra le più chirurgiche e illuminate nelle quali possa capitare di imbattersi sugli scaffali di una libreria, in una sala cinematografica o in una conferenza geopolitica o culturale di profilo internazionale. E non esagero in questo.
Ho visto lampi di genio e bagliori della sua satira più tagliente e cinica, tra le pagine di Adjustment day (titolo originale dell’opera). Così come li ho visti poi ricadere nell’ombra di altrettante pagine di penombra e stasi, nelle quali ho intravisto l’inclinazione a ripetere se stesso che già appariva evidente nei precedenti lavori.
Sorprendentemente è stato il finale a deludermi maggiormente. Già, proprio quello che è sempre stato il suo forte, la sua arma speciale, il suo numero di prestigio più scioccante ed estatico. Neanche l’ombra di tutto ciò nella conclusione del romanzo. Na bella botta, come si dice a Manchester, per un fan sfegatato come me. Ma l’ho accettata.

Mi sono fatto bastare i lampi di genio di cui parlavo prima, disseminati qua e là, perchè mi hanno fatto sorridere come pochi altri autori al mondo sono capaci di fare. E perchè la mia vena ottimista li vede come premesse di un suo futuro o addirittura imminente grande ritorno. So che è nelle sue corde, sbattere nuovamente noi alle corde del ring e metterci KO con la sua devastante creatività e la sua vulcanica intelligenza. Un KO dopo il quale si è quasi sempre delle persone più consapevoli e libere, se non addirittura migliori in senso più ampio.
Ad maiora, zio Chuck.

Con inflessibili stima e affetto,
Phil

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