Hollywood, una canzone (davvero speciale) di Nick Cave

Il mio brano preferito dal suo ultimo disco Ghosteen

Può una canzone essere al tempo stesso anche una preghiera, una confessione, un pianto amaro e un silenzioso grido di speranza?
Se a scriverla è Nick Cave sì, suppongo di sì. Anzi, c’è poco da supporre: questo brano ne è la prova e la manifestazione in parole e musica.

Hollywood, l’ultima canzone dell’ultimo (solo in ordine cronologico) album dell’iconico cantautore australiano, è l’incarnazione di un gorgo di emozioni vibranti ma silenziose. Pura introspezione, sofferta ma disperatamente gravida di speranza, ci trasporta nella sua casa sulle colline, non lontano da Malibu.

Ci introduce nella sua complicata relazione con un felino che gli morde una mano mentre supplica protezione con l’altra. Una canzone personalissima, percepisco, attraverso la quale Nick espia la colpevolezza di non riuscire a tirarsi fuori del tutto da questa dolorosa dipendenza di salvataggio e carneficina emozionale. E’ un peso del quale è stato però costretto a liberarsi e che continua a tormentarlo a posteriori.
E al contempo ulula egli stesso alla fiera che lo attira verso questo sacrificio sull’altare dell’annullamento, respingendola verso la gabbia della quale l’aveva salvata. Perché non si può sottrarre al giogo alcuna creatura che abbia confuso la propria libertà con la prigionia, e che nel circo della realtà azzanna la mano che le procura nutrimento e guarigione.

A ghosteen photograph of Nick Cave

Non si può salvare chi non desidera essere salvato. Un po’ come nella caverna di Platone – dove le ombre sostituiscono la carne, le ossa e i fluidi corporei – il felino che tormenta Cave si nutre di auto-inganni e di sentimenti di sofferenza, mentre lascia a marcire amore, tenerezza e il tepore volubile della sua tana naturale. E tutto brucia, alle sue/loro spalle. L’intera collina è in fiamme. Il loro passato ne è consumato. E nemmeno il loro futuro, quasi fosse un figlio (che Cave ha perso per davvero, tra l’altro), è risparmiato dalle cupe vampe, né tanto meno viene soccorso da alcuna creatura divina (Buddha).

Insomma un intero post – per giunta metaforico quanto un trip da mescalina e a tratti ermetico come uno scarabocchio impressionista – per un singola canzone? Sì, perché non è un brano qualsiasi. Tutt’altro. E’ una storia a sé, è una novella, è una pagina di diario senza fondo.

Hollywood, quattordici minuti di passeggiata selvaggia e introspettiva nelle emozioni del poeta post-punk dal viso indisponente. Sarà che ho percorso un sentiero davvero molto simile a quello dell’australiano (a parte il tratto fisico verso le colline di Los Angeles, dove i dollari non mi hanno mai condotto) ma ho assaporato e introiettato ogni singolo verso di questa canzone come non capitava da molto tempo…
Grande, unico Nick! Ti voglio bene.

Phil

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