C’era una volta…a Yellowstone

Quella con Kevin Kostner è la serie tv più bella degli ultimi anni?

Premessa
Ultimo aggiornamento: agosto 2023. “Per tutti i numi!”, come direbbero in un qualsiasi film anni ’80. Un’assenza molto lunga. Di nuovo.
Come mai? Difficile rispondere, più che altro perché si tratta di un intreccio di ragioni indipendenti ma convergenti. Ne scelgo due, non proprio random.
La prima, ovvia come la degenerazione cerebrale di Joe Biden, è stata la scarsità di tempo a disposizione. O meglio, la ridistribuzione del poco tempo libero in attività più urgenti.

La seconda è una sorta di allergia crescente, a tratti dirompente, nei confronti del brusìo social, il quale -se possibile- è ancor più in degenerazione delle cellule neurali del presidentissimo americano. Certo questo è un blog, tecnicamente quindi non fa parte della sfera “soscial”. Eppure non vi sfugge completamente per via dell’ombra sempre più larga di questi ultimi.
E la prima reazione di fronte a un cianciare sempre più vacuo, qualunquista e biliare è stato…il silenzio, il distacco. Anche perché – e questo è un fattore decisivo – con i social media e tutte le altre forme di comunicazione ci lavoro, quotidianamente. Quindi se non posso rifugiarmi in un Tibet silenzioso di giorno…lo faccio almeno di sera. Con la conseguenza di non aver tempo e voglia di far visita alla qui presente Isola.
E’ un periodo montanaro, insomma, non me ne vogliate.

Basta chiacchiere, parliamo di serie tv


Ok, adesso che ho rispettato la prima regola di questo blog, ovvero “Non c’è trippa per SEO”, posso concentrarmi sul topic di questo articolo.
Non me ne volere nemmeno tu, amica SEO, ma passiamo già troppo tempo insieme in ufficio, al di fuori di esso ho bisogno di altre frequentazioni. Più spontanee, libere e autentiche.
Grazie per la comprensione.
L’argomento dell’articolo è: ma quanto è bella Yellowstone?!
Mi ricollego a quanto accennato già lo scorso agosto, ma questa volta con la conoscenza totale della serie, avendone visto nel frattempo tutte le puntate uscite (finora) e anche tutti gli spin off realizzati.
E confermo/ripeto la domanda (che domanda non è, ma forte e chiara affermazione): quanto è bella Yellowstone?!

Yellowstone: un western contemporaneo con drammi familiari shakespeariani


La serie tv americana è salita rapidamente in cima alle mie preferenze all time – certamente nella top ten – perché: 1) girata benissimo, 2) scritta benissimo e 3) recitata benissimo.
Come mai ho scelto di essere così ripetitivo nel linguaggio? Scelta simbolica. Il motivo è che Yellowstone si ripete di stagione in stagione senza cali né cadute, mantenendo una qualità globale davvero impressionante.
In breve, per chi non ne ha mai sentito parlare: Yellowstone è una serie tv statunitense creata da Taylor Sheridan e John Linson e trasmessa in Italia da Paramount +.
Si tratta di un western contemporaneo che narra le vicende della famiglia Dutton, proprietaria di un immenso – e meraviglioso – ranch nello Stato del Montana. Il titolo della serie prende il nome del parco naturale di cui il ranch fa parte, lo Yellowstone (che esiste davvero ed è una meta turistica visitatissima).

Kostner torna a brillare dopo anni di ombra

Suddivisa in cinque stagioni, la serie terminerà proprio quest’anno, con gli ultimi episodi finalmente in fase di realizzazione dopo lo stop forzato causato dal lunghissimo sciopero che ha interessato il mondo della produzione cinematografica.
Protagonista iconico è Kevin Kostner, che veste i panni di John Dutton, padre-padrone del ranch e possibile terminale dell’albero genealogico di generazioni di cowboy.
Assolutamente perfetto in un ruolo cucitogli su misura, Kostner ha la voce ideale e il physique du rôle per interpretare un personaggio esule di un mondo che si avvicina al proprio declino in favore di una società e una cultura sfrenatamente capitaliste.
Il nostro Kevin indossa in maniera credibile e solida una maschera con le sembianze di una medaglia a due facce, che vede da un lato la conservazione di valori condivisibili come il rispetto della natura, del duro lavoro e di uno stile di vita semplice e in sintonia con la Terra e i suoi ritmi, e dall’altro le risacche di un tradizionalismo patriarcale, aggressivo e tipicamente “redneck”, o sudista se preferite.

Il mio giudizio sulla serie non è in alcun modo legato a diatribe politiche o filosofiche – che sarebbero comunque meno semplici del previsto in alcune aree tematiche – ma esclusivamente al valore artistico, cinematografico, espressivo.
Quella di Yellowstone è infatti una storia magnificamente raccontata, incisiva, emozionante, avvincente, decisamente memorabile.

Kelly Reilly all’apice della sua carriera


Co-protagonista e mattatrice assoluta è l’attrice britannica Kelly Reilly, che nello show veste i panni di Beth, la figlia di John Dutton, in grado di costruire e modellare un personaggio forte e carismatico tanto quanto discutibile ed enigmatico. La Reilly è di una bravura mostruosa e risulta terribilmente convincente nel disegnare una personalità con mille sfumature ma anche graniticamente coerente con se stessa. La amerete o la odierete, ma di certo la ricorderete.

Un altro elemento apprezzabilissimo di questa serie tv è la lente sempre doppia nell’inquadrare personaggi e vicende, una prospettiva che permette di evitare l’adozione di un punto di vista monolitico e miope.
Al contrario, ogni ruolo – principale o secondario – viene mostrato sotto luci e ombre, virtù e vizi, meriti e colpe, forza e debolezza, innocenza e colpa. Non ci sono santi o villain assoluti, solo i prodotti e/o le conseguenze di un sistema educativo, valoriale e societario che le ha plasmate, congiuntamente al DNA, all’indole singolare e a un vissuto specifico e personalissimo. Con il risultato finale – facendo un balzo olimpionico in avanti – di far innamorare un anti-americano come il sottoscritto di una creazione che trasuda americanità in ogni suo pixel. Mia grande fortuna, poi, ovviamente, è l’integrità della mia imparzialità di giudizio no matter what.

Un intero cast di successo


Faccio un brevissimo passo indietro, privilegio garantito dall’essere su un blog e scrivere a penna libera – senza dover per forza editare e perfezionare il testo – per menzionare un altro personaggio incredibile di cui mi ricordo adesso: Rip Wheeler, interpretato da Cole Hauser. Parte in sordina, con un ruolo secondario, ma cresce nel corso delle stagioni arricchendosi incredibilmente con tante sfumature e diventando sempre più centrale e carismatico. Che bellezza.

Gli spin-off

Potrei continuare a parlare per ore di questa serie, ma l’articolo esonderebbe se non in un romanzo…quantomeno in un trattato, ed è meglio evitare. Magari tornerò a parlare dell’argomento allargando il focus sugli spin-off della serie, che per ora sono tre (i titoli: 1883, 1923 e Bass Reeves) ma che sono destinati a diventare addirittura sei. Quelli finora realizzati posso definirli tutti belli, seppure non all’altezza della serie-madre (e te credo!). Però apprezzabili, davvero, soprattutto 1883 che racconta gli inizi dell’epopea della famiglia Dutton.

Ma per ora vi saluto. Lo faccio impegnandomi a non metterci di nuovo cinque mesi per tornare a scrivere e consigliandovi caldamente di vedere questa fantastica serie tv.

Phil

Mad Men, amore a primo slogan

La storia della pubblicità (e di una nazione) in una serie tv ai limiti della perfezione

Con Mad Men mi è accaduto qualcosa che non provavo da tempo: una famelica e inarrestabile voglia di divorare l’intera serie in un sol boccone. Impresa ardua, anzi impossibile, considerato che parliamo di 92 episodi spalmati in 7 stagioni.

Data la bellezza della creazione di Matthew Weiner (già co-autore e co-produttore de
I Soprano) mi sono imposto una visione cadenzata, per prolungarne il piacere nel tempo e per assimilarla e gustarla al meglio, con dovizia di particolari.
E’ stata un’ottima idea, poichè il binge watching – che comprendo ma non supporto in alcun modo in quanto eccessivamente compulsivo – subito dopo il piacere dell’abbuffata mi avrebbe lasciato un’eredità emotiva e intellettuale molto più melliflua.

Mad Men è una serie tv creata da Matthew Weiner, prodotta dalla Lionsgate Television e
trasmessa dalla AMC tra il 2007 e il 2015.

Al contrario mi trovo adesso, subito dopo aver visto l’ultimo episodio, in una condizione di orfanezza: i personaggi di Mad Men sono entrati così in profondità nella mia vita quotidiana e nel mio immaginario cinefilo che ne sento concretamente la mancanza.
Il che, malinconia a parte, la dice lunga sul valore di quanto Weiner e soci hanno realizzato tra il 2007 e il 2015. Un capolavoro, in poche parole.
Mad Men ha fatto incetta di premi e nomination nel corso degli anni (fatico a contarli), e non a caso. La bellezza di questa serie tv passa dal cast alla sceneggiatura, dalla fotografia alla regia, dal valore storiografico ai contenuti culturali, dall’iconografia alle musiche.

Mad Men è diventata molto rapidamente una delle mie serie televisive preferite di sempre e, bisogna ammetterlo, un’onesta parte del merito spetta a Don Draper, il protagonista.
Un personaggio nel bene e nel male carismatico come pochi altri, ben scritto, descritto e sviluppato, e divinamente interpretato da Jon Hamm.

Curiosità: il titolo è un gioco di parole che rimescola la parola Adman, termine che indica
un professionista della pubblicità, il significato letterale “Uomini Matti”, inteso in senso ironico,
e Madison Avenue, distretto newyorchese dove avevano sede le principali
agenzie di comunicazione negli anni ’60

Affiancato, sorretto ed edulcorato da un cast ai limiti della perfezione, Jon Hamm ha guidato magistralmente una piccola grande epopea della storia della pubblicità moderna, partendo quasi dai suoi albori e descrivendone l’ascesa nella sfera dell’arte, perchè di questo si tratta. La serie mi sta particolarmente a cuore anche perchè, lo ammetto, è totalmente incentrata sulla mia professione, nonchè sul mio ruolo lavorativo. O quantomeno di com’era al principio, quando alla sua base la componente creativa era dominante.

Da un lato è emozionante, quindi, mentre da un altro atterrisce, se si pensa a quanto la comunicazione, cambiando, si sia involuta in forme e tonalità che catturano l’occhio sovrastimolato, distratto e pigro del cittadino/consumatore contemporaneo.
Chiudo qui il mio excursus sulla comunicazione d’oggi poichè scoperchia un vaso di Pandora che sarebbe difficile richiudere o pensare di esaurire in poche righe senza il rischio di risultare banale o di mostrare il fianco a misunderstanding quasi inevitabili.

Torniamo a Mad Men, quindi. Lo faccio mettendo a nudo un’altra delle mie debolezze nei suoi confronti: non mi era mai capitato prima d’ora di innamorarmi di così tanti personaggi femminili in una sola serie televisiva.
Il direttore del casting è il rivale che non vorrei mai avere, poichè a quanto pare ha i miei stessi gusti. Gusti che ha trasfuso nel personaggio di Draper, passando per mogli, ex-mogli e amanti. In particolare January Jones e Jessica Parè, tanto belle quanto brave, se non perfette nei ruoli loro assegnati.
Che dire di Christina Hendricks ed Elizabeth Moss (The Handmaid’s Tale) ?
I ruoli che interpretano sembrano cuciti su misura per loro, e vederle all’opera è ammaliante. Bravissima anche la giovanissima Kernan Shipka e la mia cara Maggie Siff, indimenticabile interprete in Sons of Anarchy.
Perchè parlo solo di donne? Meravigliosi anche i co-protagonisti, e perfino le comparse, di sesso maschile (soprattutto John Slattery e Vincent Kartheiser) ma a brillare lungo il corso delle sette stagioni, oltre al mattatore assoluto Hamm, è proprio la componente femminile del cast.

Coerente, solido, sensato, brillante nell’allusione conclusiva: il finale di Mad Men corre – ma va? – anch’esso lungo i binari della perfezione. Chapeau.

Avevo sentito spesso parlare di questa serie tv in passato, ma chissà per quale arcano motivo non mi ero mai deciso a guardarla. Quando l’ho fatto, negli ultimi mesi, è stato amore a prima vista. Uno di quegli amori che non si dimenticano e che, finendo, ti spezzano il cuore. Come farà il cinefilo che è in me senza Mad Men? Mi innamorerò di altre serie – o almeno spero – ma resterò sempre e comunque vedovo di Draper & friends.

Phil

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Cinema, serie tv e musica: i miei up & down di inizio estate

Il tempo corre, corre, corre.
Vero.
Anche vero, però, è che “Chi ha il tempo? Chi ha il tempo? Ma se non ce lo prendiamo mai il tempo, quando mai lo avremo il tempo?” come diceva il saggio Merovingio in Matrix Reloaded.

Perciò rieccomi qui al vostro servizio, anche se once again in formato “pillole”.

Ecco cosa ho visto e/o ascoltato con piacere e con soddisfazione ultimamente:

  • Esterno Notte (film interessante, intenso – non vedo l’ora di vedere la seconda parte)
  • Top Gun Maverick (un sequel cinematografico sensato, senza troppe pretese, godibilissimo)

  • Bosch Legacy, prima stagione (serie tv, uno spin-off che approvo, tosto come sempre – sentivo già la mancanza del detective Bosch)

  • Ozark, stagione conclusiva (serie tv, solida e magistralmente interpretata – uno dei pochi prodotti targati Netflix che trovo ancora decente)
  • Doctor Strange nel Multiverso della follia (uno dei pochi punti fermi sul grande schermo a firma della Marvel )
  • Lamparos y sus componentes e Big Mountain County (piacevolissime sorprese, sperimentate on stage, della musica made in Italy)

Ecco invece cosa mi ha deluso e/o convinto poco tra le uscite più recenti:

  • Stranger Things stagione 4 (grande delusione, è diventata così infantile che fatico a seguirla – l’ennesima conferma che Netflix è in caduta libera)
  • Fear the walking dead & The walking dead “la serie madre”, stagioni appena concluse (allungare il brodo all’infinito non gli restituisce il sapore perduto)
  • Rammstein – Zeit (nonostante la classe cristallina della band teutonica un album moscio, poco ispirato secondo me, al di sotto dei loro standard – occasione persa)
  • Eddie Vedder – Earthling (è sempre emozionante ascoltare la sua voce, una delle più belle in circolazione secondo me. Il suo disco solista, però, mi suona troppo monotono. Sorry Ed!)

Passo e chiudo.
A presto boys and girls, l’orologio fa tic toc e mi tocca scappare.
So long!

Phil

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Warrior, il ritorno spirituale di Bruce Lee

Una serie televisiva che…spacca!

E fu così che Bruce Lee, leggenda delle arti marziali, tornò a vivere a decenni dalla sua morte. La serie tv Warrior, giunta alla sua seconda fortunata stagione, ne è il reale testamento morale e creativo. Già perché lo script originario porta la firma proprio dell’indimenticato Bruce
(a coordinare le riprese è stata niente meno che Shannon Lee, sua figlia).
E credo che la compianta icona del Jeet Kune Do ne sarebbe stata soddisfatta e orgogliosa.

Il prodotto targato Cinemax (in Italia in onda su Sky Atlantic, ndr), infatti, è stato realizzato con grande meticolosità e attenzione nei dettagli, sia a livello di sceneggiatura che di ambientazione storica e caratterizzazione dei personaggi.
I ritmi, poi, sono spesso indiavolati e adrenalinici, come sarebbe piaciuto a lui, ma non per tutta la durata di una puntata. Le pause, sempre ben cadenzate, esaltano infatti le repentine accelerazioni che non risparmiano mai lame affilate e denti che saltano a destra e manca.

Warrior è una serie tv statunitense basata sull’idea originale di Bruce Lee e portata sugli schermi di Cinemax
da Jonathan Tropper e Justin Lin.

Già, l’utilizzo delle arti marziali è sempre impeccabile e coreograficamente ammirabile, stupefacente, bello da vedere. Così come gli attori scelti, frutto di un casting sapiente, che sono sempre credibili e visivamente coerenti coi personaggi che interpretano.

Ulteriore punto a favore della serie è il fatto che non sia mera superficie oppure spettacolo circense, ma che riproponga, seppur senza sfociare in un eccesso di profondità filosofica che le sarebbe improprio, il dramma dell’emigrazione disperata e le difficoltà di integrazione e di incontro multi-razziale a valle di una politica sfrenatamente ipocrita e meschina, proprio come nel mondo reale.
In Warrior tutti sono eroi e al tempo stesso anti-eroi. Cinesi di una tong (termine autoctono per indicare una gang) e cinesi di quella rivale, immigrati irlandesi e politici americani “della prima ora”, mongoli oppure messicani e africani (nella seconda stagione): tutti combattono per sopravvivere in una società spietata che non regala niente a nessuno.
E al contempo cercano di prevalere sugli altri, assetati di rivalsa e di potere.
Un microcosmo in costume di quella che è ancora oggi la società americana, in pratica.

Conferma definitiva di quanto la serie sia stata realizzata con gusto e capacità: perfino la sigla conclusiva in modernissimo rap cinese risulta essere azzeccatissima e gradevole (e lo dice uno che il rap non lo digerisce affatto).
A Cesare quel che di Cesare, insomma, e a Bruce quel che di Bruce: Warrior è una realtà sorprendente e godibilissima, che spero avrà a disposizione altre stagioni per potersi evolvere e toccare un proprio apice.
Le basi sono solide, a Jonathan Tropper e Justin Lin (gli eredi morali nonché architetti cinefili) il compito di costruirvi un tempio che sia all’altezza della leggenda di colui che l’ha progettato.

Phil

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Shameless, la fine dell’epopea più dissacrante della tv

Dopo undici esilaranti stagioni termina una delle serie più brillanti di sempre


Make South Side dangerous again“, comincia così l’undicesima e ultima stagione di una delle serie tv di punta dello storico canale americano Showtime.
Uno slogan destinato a diventare leggenda televisiva e a restare vividamente impresso nella memoria dei suoi fan. Uno slogan che non poteva che appartenere a una delle serie più brillanti di sempre. La più politicamente scorretta e onesta mai realizzata, probabilmente.

Fatico a credere che dopo tutti questi anni le mie scorribande cinefile tra le strade popolari di Chicago in compagnia della famiglia Gallagher debbano terminare. Sono incredulo al punto di riuscire a scriverne con grande difficoltà (ma tanta passione e altrettanto slancio). Per quanto folle possa sembrare, avevo stabilito un legame con quella banda di matti dei protagonisti. Sregolati, imprevedibili, schietti, cazzuti, divertenti, fallibili, onesti nella loro umanità senza compromessi nè edulcorazioni.

Grazie a Shameless il concetto di realismo ha spiccato un balzo semantico e iconografico nel mondo della televisione. Una valanga di risate accompagnate da una costante e spietata critica della società americana, sotto forma di tagliente sarcasmo e di caustica ironia, come non ne erano mai state realizzate prima e difficilmente ne saranno create in futuro.

Shameless è una serie tv americana trasmessa sul canale Showtime dal 2011.
È basata sull’omonima serie inglese del 2004 ed è stata sviluppata
per il pubblico statunitense da John Wells


Gli aggettivi che mi vengono in mente quando mi imbatto nel logo o nel nome della serie sono brillante, sagace, dissacrante, esplosiva. Un mix semplicemente perfetto (se non perfetto poco ci manca) di personaggi indimenticabili e storie raccontate come avrebbe fatto la penna del più maledetto degli scrittori beat, poeti vagabondi e permanentemente ebbri d’alcol e di vita.
Senza freni, senza schermi protettivi, senza cinture di sicurezza, senza pregiudizi, senza buonismi dell’ultim’ora nè moralismi di facciata. Già, Shameless è una costante sberla
in pieno viso.

E nell’ultima stagione, per la verità la più triste e malinconica di tutte, i suoi ideatori non risparmiano davvero nessuno dalla loro feroce critica sociale.
John Wells (the main man behind the camera) e i Suoi frantumano l’intero sistema fallato e fallace del dibattito etico a stelle e strisce, basato sul posticcio ring mediatico in cui una sterile ipocrisia progressista si scontra con l’ignoranza stagnante del suo frangente opposto. Una lotta insignificante che nasconde le metastasi sfrenate del tumore capitalista che ingurgita un intero sistema-società, senza fare distinzione di classe ma emarginando e alienando sempre più irrimediabilmente la fasce più deboli della popolazione (che sono la maggioranza, porca la miseriaccia).
E si sa, l’America fa strada…e il resto del mondo la segue. Perciò presto tutto ciò riguarderà anche noi. Già ci riguarda, in realtà. Con conseguenze più profonde di quanto possiamo immaginare.

Il bello di Shameless è che tutte queste scomode verità ci vengono raccontate in maniera assolutamente divertente, esuberante, sincera, quasi romantica e di conseguenza…indimenticabile.
Una delle mie tre serie tv preferite di sempre, chiacchiere non ce ne vogliono.

Undici anni insieme, cazzo. Mi mancherete da morire Gallaghers & friends.

Phil

P.S. Lo confesso, mi è scappata la proverbiale lacrima sul finire dell’ultimo episodio. E non me ne vergogno. Anzi, farò di tutto per ricordarla. Thank you so much, you shameless guys!

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Cobra Kai, il grande ritorno delle icone del karate

La serie sequel di Karate Kid resuscita gli anni ’80 con passione e grinta

Una serie tv per ragazzi che piacerà anche – o forse soprattutto – agli adulti.
Quantomeno a quelli che sono cresciuti “a pane e Karate Kid”. A coloro che mettono la cera e tolgono la cera di continuo, nei propri ricordi e nel proprio immaginario, in onore al mitico maestro Miyagi.
Questa volta, però, il protagonista è il cattivo Johnny Lawrence, alla ricerca di redenzione e rivalsa dopo una vita andata a rotoli a causa di un cattivo sensei, di tante scelte sbagliate e di una cocente, sonora sconfitta nella finale del torneo All Valley quando era ancora un adolescente.

Lawrence, però, non è affatto l’unico protagonista di questa bella mini-serie giunta già alla terza stagione. Uno dei suoi grandi pregi, infatti, è la sinfonia corale dei vari personaggi che si incontrano e scontrano di continuo, nonchè la visuale multi-prospettica delle vicende raccontate.
Oltre a quello del biondo ribelle viene seguito e mostrato anche il punto di vista di Daniel LaRusso, quello dei rispettivi figli, quello dei nuovi e vecchi studenti e maestri, e non manca nemmeno quello della società stessa, attraverso i cambiamenti intercorsi dal tempo dei tornei di karate che avevano visto il Cobra Kai e il one man dojo di Miyagi come grandi rivali e assoluti protagonisti.

Cobra Kai è una serie tv sequel/spin-off della saga The Karate Kid.
Creata per YouTube Premium nel 2018, successivamente è stata acquisita da Netflix

Ci sono intrighi, flashback, umorismo, continui camei e citazioni della cultura e dell’immaginario anni ’80 e…naturalmente tanto, tanto karate.
Ulteriore pregio, che merita menzione a sè, è la colonna sonora. Secondo me, la migliore di sempre, ovvero da quando esistono le serie televisive.
Sarò diventato matto? Starò esagerando? Maddechè, come dicono a Copenhagen!!!
Una colonna sonora rock così “colta”, ricercata, bombastica e vibrante non si era davvero mai vista prima, amici miei! W.AS.P., Twisted Sister, Poison, Ratt, Motley Crue, Queen, AC/DC, Airborne, Whitesnake, Roxette, Cream e…chi più ne ha, più ne metta!

Uno spettacolo per le orecchie che pompa gioia, adrenalina e nostalgia nel cuore di chi ha amato gli anni ’80 e i ’90, insomma.
Vera chicca, l’apparizione di Dee Snider nella terza stagione, che con la sua musica compie un piccolo miracolo. E vabbè, sù, me lo perdonerete questo minuscolo e colpevole spoiler.
Non ne faccio mai, e questo non ho resistito a tenerlo per me. Perchè…I wanna rooooooock!

Buona visione a tutti. E ricordate: «La paura non esiste in questo dojo».

Phil

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Sono poche le certezze per un cinefilo. Fargo è una di queste

La serie tv fa centro per la quarta volta consecutiva

La serie televisiva statunitense, giunta alla sua quarta stagione, merita di buon grado uno dei titoli più lunghi utilizzati finora su questa piattaforma. La legge quasi marziale del SEO
(che è più rigida ed efferata di quella del taglione) mi imporrebbe di evitarne di così prolissi, ma lo spirito di questo blog è puramente anarchico nei confronti di qualsiasi regola che non sia pura e semplice comunicazione sincera, libera e out of the box.
Era da tempo che volevo ridipingere con colori luminosi e accesi questo cartello di benvenuto sull’isola della Fenice. E la serie prodotta dai fratelli Coen, da sempre ribelli gentiluomini del cinema americano, è evidentemente l’occasione giusta per farlo.

Ma bando alle ciance adesso. Quattro stagioni, quattro strike. Se stessimo parlando di bowling, saremmo al cospetto di un campionato mondiale. Sì perchè Fargo riesce nella favolosa, stupefacente e ardita impresa di attestarsi sempre ai massimi livelli della categoria Serie tv nonostante in ogni singola stagione cambino attori, personaggi, location, storie, stile, taglio. Praticamente tutto.
L’unico trait d’union è la ridente (sì, ma di risa decisamente amare) località di Fargo, che in maniera più o meno diretta (appena accennata nel caso della nuova stagione, ndr) collega con dei fili invisibili le sanguinarie e paradossali vicende dei vari personaggi.
Un’impresa davvero non da poco, ladies and gentlemen. Ci hanno provato in tanti, ci sono riusciti in pochi. Quantomeno mantenendo la corda del violino creativo sempre tesa e le note che essa crea sempre “dolci” e memorabili.

Fargo è una serie tv antologica americana ispirata all’omonimo
film dei fratelli Coen e co-prodotta dagli stessi


Niente trama, come è tradizione sul mio blog. Mi limito a dire, a beneficio di chi non sa niente al riguardo, che Fargo è una serie tv che danza sempre in due scarpe: quella dei gangster movie dal taglio noir e quella della black comedy dal sapore pulp.
Con una coreografia fatta di fiumi di sangue, dialoghi spiazzanti e quasi sempre fighi, volti surreali, vicende grottesche e personaggi che lo sono ancor di più, intrecci solidi e stratificati, atmosfere dilatate e rarefatte.
Fargo colpisce al cuore e diverte, ipnotizza ma alleviando la vita. E’ truce eppure leggera, semplice in apparenza ma ponderata nei minimi dettagli in profondità.

Uno dei punti forti della quarta stagione è il suo marcatissimo timbro italiano. Gangster e mafia, sai quale grande novità, mi direte voi. E vi sbagliereste, perchè una grossa novità c’è eccome.
I ruoli di criminali immigrati dal Belpaese non sono stati affidati come al solito ad attori italo-americani con un accento molto più yankee che tricolore, e nemmeno ad attori hollywoodiani senza alcun sangue italico e con una pronuncia che somiglia molto più all’uzbeko che all’italiano. Esattamente come il tipico mafioso russo dei film made in USA, che porta sullo schermo una lingua incomprensibile a qualsiasi spettatore che russo lo è per davvero.
E lo stesso accade agli scienziati svedesi, ai gerarchi tedeschi o ai ninja giapponesi. Se non sempre, molto spesso.

I fratelli Cohen, invece, sono venuti a reclutare direttamente a casa nostra, e io questo l’ho apprezzato tantissimo. Hanno saputo farlo con grande criterio poi, devo dire, portando con sè sul set di Fargo Salvatore Esposito (ovvero Genny Savastano di Gomorra), Francesco Acquaroli (il grande capo Samurai di Suburra), Gaetano Bruno (consumato attore di cinema, bravissimo qui nel ruolo dello spietato sicario) e Tommaso Ragno (1992, Il miracolo).
A completare il cast corale, davvero eccelso, a mio avviso spiccano (e restano impressi) Chris Rock, Jason Schwartzman, Jessie Buckley e Karen Aldridge. Non me ne vogliano tutti gli altri attori e attrici perfetti nei rispettivi ruoli.

E vabbè, s’è fatta na certa, come dicono in Minnesota. Ok ma come lo concludi un pezzo su una serie così ben architettata, ben diretta, ben recitata e ben confezionata?
Con la canzone che apre l’episodio conclusivo, magari, opera del divino Johnny Cash!
What is a man!

Phil

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L’uomo nell’alto castello, un mio grande amore “seriale”

Una pulsante vena malinconica mi riporta al capolavoro degli Amazon Studios

Vi capita mai di sentire la mancanza dei personaggi di un film o di una serie tv ai quali vi eravate sinceramente affezionati? Certo che vi capita. Se avete il cuore cinefilo e un animo che non sia arido, non serve essere un professore di algebra per averne la certezza matematica.
In questi giorni torno spesso con la memoria a ripercorrere i passi dell’Uomo nell’alto castello, secondo me uno dei più grandi capolavori che la televisione abbia creato da quando esistono le cosiddette serie.

Tratta dal romanzo La svastica sul sole, opera pubblicata nel ’62 e firmata dal maestro assoluto della fantascienza Philip K. Dick (l’immenso Isaac Asimov mi perdoni l’ardire),
The man in the High Castle attraversa svariati generi letterari e porta sullo schermo un’affascinante realtà ucronica. Adesso, mi direte, che Savonarola significa “ucronico”?
Di base semplicemente alternativo, oppure alternativamente possibile. L’aggettivo risponde a una delle domande più tipiche che ogni essere umano minimamente pensante si sia mai posto: cosa sarebbe accaduto se…?

In questo caso, come sarebbe oggi il mondo se la seconda guerra mondiale l’avessero vinta Germania e Giappone?
Il romanzo di Roth esplora con mirabile e plausibile fantasia lo scenario geopolitico e sociale degli Stati Uniti – e del mondo intero – che si sarebbe sviluppato negli anni ’60 se vent’anni prima gli yankee le avessero prese invece di averle date, per usare un gergo da attaccabrighe (consono alla mentalità a stelle e strisce, direi).

L’uomo nell’alto castello (The Man in the High Castle) è una serie tv statunitense
prodotta da Amazon Studios e basata su un romanzo di Philip K. Dick


L’intero territorio americano risulta così diviso in due aree di influenza, gestite dittatorialmente da Terzo Reich tedesco e Impero giapponese. Una sorta di storia capovolta rispetto a quanto accadde alla Germania nel dopoguerra con la creazione di RFT e DDR (Germania ovest ed est, campo da gioco privilegiato della Guerra Fredda in Europa).
Ma basta parlare di storia, io la amo profondamente ma a voi potrebbe risultare noiosa.
E considerato che questo è un articolo a carattere cinefilo, avreste ragione voi.

E anche perchè la serie tv in questione è tutt’altro che noiosa. Anzi, la definirei a dir poco avvincente. La scrittura è probabilmente la sua qualità più aurea, splendente, accattivante.
Se apprezzate generi quali lo spionaggio, la fantascienza e il thriller storico, non potrete che essere risucchiati dalla trama di LNAC (abbrevio per iniziali) e sviluppare quasi una dipendenza.
Ma questo è solamente l’ingrediente principale, essenziale. Aggiungetene altri, quali una fotografia di grandissimo gusto e di elevato tasso d’originalità e un cast semplicemente perfetto, e otterrete quella che forse è la ricetta definitiva di una serie tv indimenticabile.

E ve ne innamorerete, come è accaduto a me. A quel punto sentirete la mancanza della bella e coraggiosa Juliana Crain, dello spietato e machiavellico obergruppenfuhrer John Smith, dell’indecifrabile e inflessibile ispettore Kido, del mistico e nobile ministro Tagomi, del buffo lacchè Robert Childan, così come di tanti altri azzeccatissimi personaggi più o meno secondari.

D’altronde quando c’è di mezzo la fantasia visionaria di Mr Dick, raramente riportandola sul piccolo o sul grande schermo ne vien fuori qualcosa che non sia memorabile.
Le sue opere sono argilla magica che sembra fatta apposta per diventare contenitore cinematografico. Blade runner, Atto di forza, Minority report, A scanner darkly sono tutti film basati sui suoi romanzi. Incalcolabile, invece, il numero di pellicole che all’autore di Chicago hanno fatto riferimenti, porto tributi e preso ispirazione. Per citarne alcuni, The truman show, Terminator, Matrix, Inception.
Last but not least, ci tengo a sottolineare che The man in the High Castle è una produzione Amazon Studios. Lunga vita agli Amazon Studios, fornaci di capolavori dall’ardente fiamma cinefila.

“L’universo non avrà mai fine, perché proprio quando sembra che l’oscurità abbia distrutto ogni cosa, e appare davvero trascendente, i nuovi semi della luce rinascono dall’abisso. Questa è la Vita. Quando il seme cade, cade nel terreno, nel suolo. E al di sotto, fuori dalla vista, sboccia alla vita.”

Concludo tornando all’Uomo nell’Alto Castello, per menzionarne il finale.
E che finale, ragazzi… Uno dei più belli, significativi, commoventi, soddisfacenti e coerenti che siano mai stati scritti per una serie tv. Il presente articolo suona alle vostre orecchie un tantino apologetico o esaltato? Come dicono elegantemente da Cannes a Bordeaux, sti cazzi.
Nutro un’immensa stima e un enorme affetto nei confronti di quest’opera d’arte cinematografica, e sono contento che vi arrivino vibranti.

Phil

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Ozark, il lago più bello da visitare in provincia di Netflix

Aspettando i nuovi episodi della fantastica serie tv con Jason Bateman

In occasione del suo compleanno (cinquantadue anni oggi) vi parlo della serie tv di cui Jason Bateman è assoluto protagonista: Ozark. C’è chi dice che sia una delle migliori in circolazione, e poi c’è chi non la conosce. Non credo possano esserci altre posizioni sull’argomento.
Scherzi a parte, la “creatura televisiva” targata Netflix giunta alla terza stagione (attendiamo trepidanti la quarta) si è imposta subito all’attenzione degli appassionati di serie tv per una solidità inattaccabile nella scrittura, una fotografia mozzafiato anche quando cupa e tetra e…un cast eccezionale, lasciatemelo dire.
Alla sua guida, come ricordavo poc’anzi, c’è senz’altro un Bateman ai limiti della perfezione in un ruolo che sembra cucito appositamente per lui. Un po’ come Walter White era il perfetto Mr Hyde di Bryan Cranston nel capolavoro di Breaking Bad. Wow che paragoni, mi direte.
Beh se non siamo proprio a quei livelli…poco ci manca.

Ozark è una serie televisiva americana di genere
crime-drama in palinsesto su Netflix dal 2017

Forse Ozark non ha il suo Jesse Pinkman, ma in compenso possiede un coro di co-protagonisti capaci di creare un’alchimia vincente e avvincente di tensione nonchè di piacere visivo e montagne russe emotive. Una su tutti Laura Linney, partner in crime di livello decisamente alto e in profonda simbiosi con il proprio alter ego maschile.
Gli antagonisti – soprattutto quelli redneck, inquietanti e incisivi – non lo sono da meno. Diamante e mascotte, poi, secondo me è Julia Garner, giovanissima attrice dal talento cristallino che avevo già apprezzato nella meravigliosa The Americans. In Ozark la biondina all’apparenza delicata ma dallo sguardo ardito spicca il volo e fa il salto di qualità che la inserisce di diritto nell’élite della futura Hollywood. Che brava!

Insomma, se non conoscete ancora questa fighissima serie tv, vi invito a porre rimedio al più presto. Se al contrario già la seguite e apprezzate, immagino che vi unirete a me nel fare idealmente i migliori auguri di compleanno al vecchio Jason, che come il buon vino migliora vistosamente proprio con l’avanzare degli anni.

Phil

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Vikings, l’ultimo viaggio dei norreni

Con la sesta stagione si conclude l’indimenticabile epopea vichinga

Avevo un po’ paura di come sarebbe stato il finale di Vikings, dopo il calo degli ultimi anni.
Ho seguito questa serie dall’inizio, quando era ancora poco più di una scommessa della rete televisiva canadese History. E col tempo, familiarizzando con i personaggi e con le loro vicende, è diventata parte di me. Mi ci sono affezionato davvero tanto.

Floki, Rollo, Lagertha, Ragnar e la sua prole (nonchè i loro avversari): tutte figurine con un posto d’onore nell’album dei miei ricordi cinematografici e anche di vita.
Perciò un finale indegno mi avrebbe un po’ ferito, non lo nego, per quanto possa sembrare sciocco.
Ma così non è stato, per fortuna. Mi ritengo soddisfatto del lavoro e dalle scelte di Michael Hirst, colui che ha portato Ragnar & comrades sul piccolo schermo. Gli sono state mosse parecchie critiche relative alle cronache dei giovani Lothbrok, considerate non a torto meno avvincenti di quelle che avevano reso il capofamiglia un personaggio leggendario.
Ma siamo onesti e obiettivi: venuti meno i pezzi da novanta (dinamica inevitabile, altrimenti staremmo parlando di Beautiful o di una soap opera argentina) secondo me con tutta probabilità è stato fatto quanto di meglio poteva essere pragmaticamente realizzato.

Vikings è una serie tv canadese e irlandese di genere
storico scritta e creata da Michael Hirst


Alcuni sostengono che la serie sarebbe dovuta terminare proprio con la dipartita del vichingo più famoso. Perchè, però? Nella mente del suo creatore la storia che doveva essere raccontata andava oltre, e lui aveva tutto il diritto di portare a compimento l’opera – la meravigliosa opera – che aveva immaginato e poi iniziato a costruire.
Voi sopprimereste i vostri figli solo perchè hanno meno successo di voi o perchè sono meno interessanti di quanto lo eravate voi alla loro età?
La risposta a questa assurda ma palese domanda risponde anche a tante delle critiche banali e superficiali che sono state mosse a Hirst. Anche perchè non parliamo di una serie prolungata all’infinito solo per trarne il massimo profitto, come è stato fatto con molti altri franchise televisivi. Io ci ho visto un approccio molto onesto da parte di autore e produzione.

Ma come si suol dire, le chiacchiere stanno a zero. Inutile dilungarsi oltre.
Molto più interessante tornare sull’argomento del finale di stagione per un ultimo, breve sorso di idromele dal corno dei norreni.
È stato un finale solido, coerente, significativo. Gli ultimi minuti in particolare, li ho trovati addirittura poetici e tremendamente malinconici.
Trasudano amore per la serie e possiedono uno sguardo esistenziale decisamente attuale.
Hail and farewell, dear vikings.
See you in Valhalla.
Skål!

Phil

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