Volver, un saluto a Venezia

Tornare.
A distanza di pochi anni da quando l’ho lasciata, fermandomi per alcuni giorni a Venezia
mi sono incamminato lungo il sentiero della memoria.
Ho riavvolto il nastro del periodo in cui vi sono arrivato e ci ho vissuto, e ho ripercorso l’evoluzione del mio rapporto con la Serenissima in cinque fasi.
Perché tornare spesso contribuisce a rielaborare, a focalizzare, a comprendere più nitidamente.

La prima fase fu – naturalmente, direi – l’INCANTO, ovvero il rapimento dovuto alla bellezza della città (che avevo già visitato più d’una volta, ma sempre da bambino).

La seconda fase fu lo SMARRIMENTO, dovuto allo scontro-incontro con una città dalle dinamiche profondamente diverse rispetto alle altre città d’Italia (e forse del mondo).
A Venezia tutto funziona diversamente, spesso apparentemente al di là della logica.

La terza fu l’ASTIO, dovuto alla costante sensazione che la città mi respingesse, rendendo complicate anche le cose più semplici. E mostrandosi, quantomeno all’apparenza, disegnata e gestita più su misura dei turisti che delle persone che decidono di fermarsi a viverci.

La quarta fu l’ACCETTAZIONE, ovvero la resa spontanea e sincera allo spirito e alla bellezza della città, che prendono il sopravvento su tutti gli altri aspetti non appena si riesce ad adattarsi alla sua diversità.

photo by phil_wallace_marino

La quinta fu l’INNAMORAMENTO, inevitabile, con accezione mitologica anche fatale. Ineluttabile quando Venezia diventa parte di te con la propria anima romantica e malinconica, profonda ed esistenziale, al di là del tempo e dello spazio.
Una forza magnetica della quale percepisci spesso il richiamo quando le sei lontano.
E non puoi far altro che tornare, anche se solo per la durata di un respiro.
Volver.

Phil

Anime fiammeggianti, monadi, CCCP e io

Pensieri randagi in una serata di fine estate

Avrete notato che approfondisco spesso e volentieri tematiche annesse e connesse ai CCCP o alla loro evoluzione, i CSI.
Di mezzo, in pratica, ci sono sempre Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni.
Il motivo non può essere, e non è infatti, solamente legato alla loro musica (che amo comunque in modi difficili da esprimere a parole).
Sono inevitabilmente e palesemente coinvolte affinità estetiche, intellettuali e poetiche.
Con tutte le contraddizioni, le ortodossie e gli anticonformismi tout court e contre tous del caso.
Del loro lato politico non me ne sono mai curato, invece. In primis perchè hanno espresso in altri modi e in ulteriori forme concetti e critiche molto più potenti di gran parte degli schieramenti politici esistenti. In secondo luogo perchè essi stessi, in realtà, si sono spinti molto oltre posizioni politiche già ai tempi in cui venivano considerati – da chi non ne coglieva fino in fondo provocazioni e sfide – schierati CON qualcuno o qualcosa invece che CONTRO molti personaggi, tanti sistemi, numerose dinamiche.
Se c’è infatti una parola che li descrive meglio è proprio la suddetta preposizione/avverbio: contro. Contro chi? Sarebbe meglio chiedersi contro cosa, ma finirei di scriverne a dicembre…dell’anno prossimo!
Un “contro” mai distruttivo ad ogni modo, bensì costruttivo, in quanto spinta a riflettere.
Una spinta a volte dolce e altre fastidiosa, dolorosa. Gioiosa e triste come due facce della stessa medaglia. Com’è la vita stessa, com’è senza desiderio di nascondersi il punk.
Ma sto divagando.

Non sono un grande estimatore della mistica, ma al tempo stesso – ed ecco affiorare le contraddizioni dell’essere umano, nessuno escluso – non riesco a negare del tutto la coincidenza/fatalità che ha visto i CCCP e il sottoscritto nascere quasi in contemporanea.
Non solo nello stesso anno, ma anche nella stessa stagione: in un autunno a Berlino, quando Ferretti e Zamboni si sono conosciuti ed è nata l’alchimia, la simbiosi, la stella danzante, la promessa di una distorsione che avrebbe scosso e percosso migliaia di persone con sentimenti e pensieri molto poco allineati a un’egemonia culturale d’oltreoceano che stava corrodendo, consumando e comprando l’anima di un intero continente, mentre ne faceva a pezzi altri.
Sì, così come l’avete appena letto, tutto d’un fiato.
Un’invasione che ci ha trovati pavidi, fragili, distratti, pigri, e facilmente corruttibili.
Non meno colpevoli quindi, in quanto complici.
Si sono disgregati i CCCP e il muro di Berlino prima, i CSI e la controffensiva all’invasione totale del consumismo poi. A resistere siamo rimasti come monadi – sapientemente distanziate da un super-organismo autosufficiente che non ha più nemmeno bisogno dei propri creatori – in un deserto digitale alienante, allucinante, annichilente.
Siamo rimasti fuochi isolati in un buio sempre più profondo. Eppur ancora ardenti.

Non posso sapere, nè pretendo di farlo, cosa il buon Giovanni volesse davvero dire con le – bellissime – parole che seguiranno, ma riesco facilmente a “vedere” le immagini che disegnano nella mia mente e gli echi che giungono al mio cuore.
E, a modo mio, le recepisco, le introietto. Sono in qualche modo mie in quanto parlano di me, seppure a pronunciarle sia stato qualcuno a me estraneo, che non ho mai conosciuto (di persona!).
Perchè si sa, le parole possono prendere vita propria e inseguire l’evoluzione scritta nel proprio dna semantico ed emozionale. Non tutte le parole naturalmente, solo alcune.
Quelle che, come faccio adesso, sentiamo la necessità di dover condividere, anche solo per prolungarne la vita.
E per raggiungere invisibilmente e immaterialmente le altre anime monadi fiammeggianti, ovunque esse siano.
Lascio la parola al buon Giovanni.
Buona fine dell’estate,
Phil

Ci sono molti fuochi,
ci sono fuochi che mangiano e fuochi che bevono.
C’è un fuoco che respinge il fuoco
e uno che lo attira,
c’è un fuoco che genera e un fuoco che consuma,
c’è un fuoco che illumina e uno che confonde.

Ci sono anime determinate dal fuoco, a loro tocca bruciare e tante sono le

possibilità del bruciare quante le anime che bruciano.
Diverse in tutto e a loro volta cumulabili in grandi famiglie.

Braci e tizzoni covano nella cenere, sono riconoscibili solo al contatto diretto.
Bisogna toccarli, smuoverli, stringerli, aggiungere dell’altro per rendersene 
conto e non è facile. Possono far male, molto male, inaspettato.


I fuochi fatui si illuminano un attimo, non hanno consistenza.
Uno scoppio di volontà e tutto finisce
adatti ad un mondo virtuale occupano per un attimo il luogo dell’apparenza. 
Belli, possibili, inutili, in forte crescita.
Possono solo confondere, per un attimo. Basta un sorriso a farli svanire
.

Le anime fiammeggianti sono visibili sempre,
anche da lontano, anche se distratti.
Si possono evitare.
Non nascondono la loro essenza, come potrebbero?
A guardarle da lontano riempiono gli occhi,
a starle a sentire palpitano e scoppiano.
Troppo vicine fanno male, scottare è la loro natura.
Possono far bene, molto bene.
Scaldano, illuminano, consolano, ma
bisogna essere predisposti, ardere.
Oppure stare alla larga.
Consultare l’Autorità.
Arruolarsi nei Vigili del Fuoco.

Giovanni Lindo Ferretti

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Ottimismo e nichilismo secondo Welsh, Boyle e me

Warning: post prolisso, molesto e onesto.

Non so se, as the years went by, ve ne siete accorti: le persone più ottimiste (e dico ottimiste per davvero, concretamente, e non per una forma di hippismo cheap “alla spada de foco maniera” o per una vocazione zen da biscotti della fortuna) spesso sono le più ciniche (nell’accezione colta) e nichiliste.

Perché?
Elementare buon vecchio Watson: una volta compresi e accettati l’abisso dell’esistenza umana e le minuscole dimensioni dell’Uomo nei meccanismi dell’universo…si fa un balzo in avanti e si accetta la vita nella sua pienezza tanto quanto nella sua limitatezza, e i rischi come conditio sine qua non per qualsiasi possibilità di raggiungimento di felicità e maturazione interiore. Il tutto passando per l’accettazione delle dinamiche del tempo, delle paure e della morte.

Tutto sto preambolo del cazzo per cosa poi? Ma niente, perché mi emoziona la bravura di Irvine Welsh, meravigliosamente traslata sullo schermo da Danny Boyle, nello spennellare i colori amari della modernità sulla tavolozza della vita.

Il monologo nel video qui sotto è la naturale evoluzione di quello super iconico di Trainspotting volume Uno, e ne è anche la negazione.
La conclusione – quel sorriso sornione, contraddittorio e “umano troppo umano” di Mark – è uno schiaffo di onestà che rivela come siamo noi oggi, con molte fibre del nostra identità in metastasi avanzata di consumismo e capitalismo. Ma tant’è. Choose life.

Phil

Primavera romana

In queste giornate primaverili millenni di storia tornano a risplendere.
E anche la città forse più decaduta al mondo torna a irradiare la propria antica forza vitale. Tornano visibili i solchi lasciati dai giganti e svaniscono le orme delle comparse.
Il fantasma eterno che anima la città eterna si reincarna, stagionalmente, ogni anno.
Ed è bellissimo.

Phil

Of time and men

The most complicated relationship for humans is the one with time, I reckon.
Some are aware of it, mostly are not. Still so it goes.
I myself struggled all my life fighting time, trying to ride it or to be in peace with it – depending on the period or on the circumstance. Then I learnt: all that was inappropriate, or even useless.
I saw that the only way I could deal with it reasonably is being one thing with it.
Like a sailor in the open ocean, becoming one with its blue tumultuous vastity and its dark quiet depths.
This is probably the only way to survive it at the same time with being aware of the journey, aware of yourself and aware of what’s around as well as behind and ahead. Sort of aware, ‘cause we are just humans after all.
How to do that? Only looking at oneself in the mirror, through the mirror and through oneself. Honestly, sincerely, bravely. Without shelter, without filter, without illusion. Naked, shelterless. Ready to take the blame, the shame, the absurd, the insanity, the pain, the nonsense.
Facing it all, escaping nothing.
This is the only way to be present to yourself, which is the main step. The most meaningful one. To be real in the stream of time.
To be fully alive.
To be a person instead of a pale ghost, of an empty shell, of a vainly smiling puppet.

Photo by @phil_wallace_marino


Sadly I so rarely see that all around me, miles or thousands of miles around.
What I mostly seize is people alterating their only reality through the filter of religion, magic, politics, cultural identity, social media identity, whatever kind of fake identity.
Because they don’t bear the weight of their truth, of their limits, of their fragile imperfect nature ultimately. It’s so foolish, yet so human.
Running away or hiding only leads to an eternal return of the same wrong choices, the same wrong mistakes, the same wrong pains, the same dead end streets, the same denial of the freedom of one’s soul, the same absence in the stream of time.
Those will be autumn leaves forever going with the wind.
I have no solution to that ‘cause there is no one and only answer.
And even if there was, I couldn’t have it since I’m just a simple sailor in the ocean of time.
What I can do is, when I shortly approach the land, just sharing the song of my journey, if there are ears willing to hear its melody.
Then I must resume my navigation, ‘cause there is no rest for the wicked. Where wicked simply stands for us humans.

Ad maiora,
Phil Marino

P.S.
In the end, by the way, whatever past and future might be or mean, we only exist now,
in the present.

The social dilemma, ovvero come Matrix diventa realtà

Avete visto il documentario? Non ancora? Beh, rimediate.

The social dilemma è un documentario realizzato da Jeff Orlowski per Netflix, e pubblicato sulla stessa piattaforma streaming, che racconta cosa c’è dietro i meccanismi dei social media e quali sono le pericolose conseguenze delle loro costanti evoluzioni e integralizzazioni.
Fake news, polarizzazioni politiche, propaganda estremista religiosa e anti-umanista, coltivazione dell’ignoranza sistemica e proselitismo nei confronti del dio-consumo.
Veniamo costantemente condizionati alla banalizzazione di fenomeni dei quali siamo protagonista, cavie e vittime. Siamo sempre più sordi alla campana di Hemingway che suona per noi e che invece confondiamo con la suoneria di una notifica dello smartphone.
Fatalismo? Catastrofismo? Sempre più spesso ci ridiamo su. E questa è la conferma che gli strumenti di controllo sono sempre più vicini alla perfezione.
Cosa c’è di meglio per un padrone che il proprio servo sorrida al suono della frusta mentre scambia quest’ultima per una carezza amorevole?

Alcune testate (siti/pagine/blogger/forum) l’hanno definito grossolano. Non mi stupisce, potrebbero essere proprio quelli che beneficiano delle disfunzionalità morali e civili che i social network utilizzano per riprodurre le proprie dinamiche e guadagnarci lautamente. Oppure, cosa molto più probabile, non ne hanno colto il messaggio fondamentale.
A me, però, The social dilemma non è sembrato affatto approssimativo: le dinamiche spiegate e raccontate da alcuni dei protagonisti o ex protagonisti della socialità digitale sono reali ed effettive.
La grossolanità, semmai, c’è in alcune fasi del racconto. Mi riferisco alla parte recitata che è inevitabilmente farsesca per una ragione ovvia ed evidente: far arrivare il messaggio a chi non è abituato al lessico dell’argomento e ai suoi ingranaggi. Ovvero ampliare il pubblico al quale è rivolto, per intrattenere e tenere lo spettatore “sintonizzato” e interessato invece che farlo “scappar via” annoiato.


Però se parliamo dei concetti espressi e soprattutto delle dinamiche spiegate (seppur in maniere concisa e semplificata, altrimenti le capirebbero solamente gli addetti ai lavori),
c’è ben poco da confutare. Sono quelli che Facebook, Twitter, Instagram, Tik Tok, Google and company mettono in campo massivamente per mantenere in vita e potenziare il sempre più potente (e incontrollabile) kraken che hanno creato, e per ottenere profitti di miliardi di dollari.

E’ come spiegare a un alieno il gioco del calcio. Dirgli che si tratta di prendere a calci un pallone fino a insaccarlo in una porta, da soli o con l’ausilio di compagni di squadra, e senza l’ausilio delle mani…sarà pur semplicistico ma è altrettanto concreto.
E’ uno sport con tante regole, sfumature e peculiarità, ma di base il funzionamento è quello appena descritto.
Così in The social dilemma, centinaia di precisazioni tecniche non vengono nemmeno sfiorate, a beneficio di chi non le comprenderebbe, ma in nessun modo forviano lo spettatore allontanandolo dalla comprensione basilare dell’argomento trattato.
Se vi state chiedendo come si alimenta il fenomeno delle fake news, delle polarizzazioni politiche e sociali, della distrazione di massa in un’infinita gamma di implicazioni nefaste per la società contemporanea…beh questo documentario targato Netflix – con mente aperta e spirito critico, naturalmente – dovreste proprio guardarlo.

E’ chiaro che al suddetto colosso dello streaming mondiale farebbe piacere che impiegassimo il tempo risparmiato connettendoci meno ai social media guardando i loro contenuti, per incrementare il loro profitto, ma d’altronde la divinità per eccellenza della nostra epoca è proprio il Denaro. Oggi elegantemente mistificato con il termine scientifico
di Profitto appunto.
Ciò non toglie che non ascolterete menzogne e inganni in The Social Dilemma.
Il rischio globale che ci avvicina tutti pericolosamente alla trama assurda e paradossale del film Idiocracy è concreto, reale e imminente. Anzi, è già in atto e ne siamo tutti parte.

Gli autori del documentario sono ottimisti circa la possibilità di deviare questo tsunami invisibile e annichilente, io un po’ meno. Ciò che è certo, però, è che se ne dovrebbe parlare MOLTO di più. Parlare non risolve un gran che, ma è quantomeno un primo minuscolo passo sul percorso di reazione che dobbiamo necessariamente intraprendere.
E’ una questione di vita o di morte che ci riguarda in quanto specie, e prima ce ne renderemo conto prima avremo una chance se non di vincere quantomeno di combattere e soccombere provandoci. Per cosa? Per le libertà basilari che riguardano la mente, il cuore e lo spirito.
Per restare umani.
Lontano da ogni forma di complottismo, estremismo e catastrofismo io parlo solo di comprensione e consapevolezza di un virus mille volte più letale, invisibile e contagioso di qualsiasi altra pandemia che il genere umano abbia affrontato e superato.
Un virus subdolo che inconsciamente ma anche apertamente accogliamo nella nostra vita ogni singolo giorno, centinaia di volte al giorno.

Riassumo il documentario in una sua frase che cita il film sul quale ho incentrato la mia prima tesi di laurea ai tempi dell’università:
“Come fai a svegliarti da Matrix se non sai di essere dentro Matrix?”

Phil

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Salvador: il cinema al servizio dell’uomo

Riflessioni su uno dei capolavori di Oliver Stone

Ah, la vecchia scuola! Basta rivedere un film come questo per avere la conferma che la vecchia scuola darà sempre una pista alla nuova. Senza se e senza ma.
Non si tratta di una prospettiva conservatrice o morbosamente old fashion, tutt’altro. Parliamo di una manifesta superiorità. Per solidità, stile, contenuti, spessore e per un valore immune al logorio del tempo e dello spazio.
Pellicole come Salvador, così come altre realizzate dai vari maestri di cinema della portata del buon Stone, restano d’attualità anche trent’anni dopo. Le rivedi e ti accorgi, con ammirazione e palpitazioni sempre serrate, che non perdono colore, significato nè tantomeno efficacia. Efficacia nel prendere a schiaffi la coscienza dello spettatore così come nell’intrattenerlo con intelligenza.
Fruibilità e pensiero critico fusi mirabilmente in due ore di girato.

Un’opera come questa andrebbe integrata nei programmi scolastici e somministrata alle nuove generazioni conferendole la medesima autorità culturale e civica di un manuale di studio di storia contemporanea o di geografia.
Ciò che accadde – per davvero! – nel piccolo stato centramericano era già accaduto in precedenza e si è ripetuto numerose volte dopo. Meccanismi di sangue e potere che hanno devastato gli equilibri mondiali, dinamiche che sono parte integrante del dna morale della razza umana e che hanno mietuto milioni di vittime attingendo da svariate generazioni.
Morte e repressioni alle quali siamo sempre più abituati, e dalle quali siamo sempre più distratti.

Salvador è un film americano del 1986, diretto da Oliver Stone

La mia generazione – come quelle precedenti – perlomeno ha avuto la fortuna di avere meno filtri e meno occasioni di annebbiamento culturale. Le armi di distrazione di massa fornite dai social e dal culto divino dell’estetica e della vacuità, invece, coltivano l’ignoranza e l’abulicità nelle giovani menti contemporanee con una raffinatezza che i governi che sono stati non avevano ancora a disposizione.
Ciò che a malapena raggiungeva la nostra coscienza di individui grazie a giornalismo, cinema, musica e letteratura…oggigiorno arriva – se arriva, ed è un grosso SE – agli occhi, alle orecchie e soprattutto ai cuori dei millennials and co. in maniera radicalmente più distorta, diluita, artefatta, mistificata, blanda.

Disfattismo? Estremizzazione? Sindrome del giovane che diventando adulto ripropone gli stessi schemi dei propri genitori – e così via indietro lungo l’albero genealogico fino ad Adamo ed Eva – secondo i quali i giovani d’oggi sono più superficiali di quelli di allora?
Non in questo caso, stando a quanto vedo ovunque attorno a me. Le maggiori libertà di consumo, di mobilità, di modellamento del proprio ego estetico e comunicativo mi sembra che si accompagnino a una sempre minore libertà di autoconsapevolezza e autodeterminazione in quanto esseri umani. Ci si libera di manette mentre si viene soggiogati da catene invisibili ben più spesse che ci immobilizzano e limitano il nostro agire nella società.

Ok, tutto molto bello (oppure no), ma questo articolo non riguardava un film? Sì, ma non soltanto. Vi basterà guardarlo, o riguardarlo, con gli occhi e la mente bene aperti – e non distratti da un dannato telefono (così per dire, eh) – per ricordarvi magari da dove veniamo, cosa siamo diventati e in cosa ci stiamo trasformando. Pensieri liberi, usate la chiave di lettura che preferite.
Salvador è una di quelle pellicole, in definitiva, che trascendono la propria natura, i propri mezzi e la propria tecnologia e parlano della e alla razza umana, mostrandoci attraverso lo specchio cinematografico l’uomo contemporaneo (o forse l’uomo come è sempre stato).

Concludo con una constatazione strettamente cinefila. Uno dei tanti valori aggiunti del film di Oliver Stone è la coppia di protagonisti, formata da James Woods (non esagero se lo definisco perfetto per il ruolo che interpreta) e James Belushi (nel fulgore e nella pienezza della jamesbelushità).
Insomma, tanta roba davvero, ragazzi.

You gotta get close to get the truth. You get too close, you die.

Phil

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Murakami, un estraneo che sa qualcosa di me

Imbattersi in frammenti di sè e del proprio destino,
scritti da uno sconosciuto a migliaia di chilometri di distanza.
Distanza non solo fisica ma anche culturale, esistenziale. 

Estratto da: Kafka sulla spiaggia di Haruki Murakami.

Magie della letteratura.
Forme d’amore universali, al di là del tempo e dello spazio.

Ci ripensavo proprio oggi. 
Grazie Haruki. 

Phil

Amandoti

Post per gli estimatori di Giovanni Lindo Ferretti

Più che un post, una sorta di sondaggio…o di conversazione, se avrete piacere ad interagire.

Vado dritto al punto: quali sono i vostri tre passaggi preferiti di G.L.F.?

Mi riferisco a quegli attimi nei quali, nel corso di una canzone, la voce del buon Lindo tocca le corde della vostra anima in modo particolare. Che si tratti di euforia, tristezza, rabbia, forza, nostalgia – o che non abbia alcun senso – non importa!
Parlo di emozioni, non di concetti né di motivazioni. E parlo di emozioni strettamente collegate con la sua voce, con la sua intonazione, con la sua enfasi.

Non faccio riferimento quindi né a canzoni in quanto tali, né tanto meno ad album e neppure ad alcun testo nella sua forma integrale.
Non mi riferisco nemmeno al Ferretti-pensiero, né alla sua poetica e soprattutto non alla sua visione politica presente o passata.
Focalizzatevi semplicemente su dei singoli momenti, sui frammenti di tempo e di spazio appartenenti al mondo delle sensazioni che vi catturano, e che vi hanno sempre catturato in una morsa di “ferrettismo” che, già lo intuite, durerà per sempre e al di là dell’individuo.

Mi riferisco, in poche parole, all’arte e alla dimensione della magia che si propaga attraverso la musica, e in questo caso specifico addirittura attraverso una semplice voce.
Vabbè, o ci stiamo già capendo alla grande, oppure non ci capiremo mai riguardo a questo argomento. Let it be.

Giovanni Lindo Ferretti, nato a Collagna il 9 settembre 1953



Mi rendo conto che ridurre la scelta a tre è limitativo. Ma limitato è anche il tempo che abbiamo a disposizione, e lo spazio. Perciò andiamo avanti.
Ecco i miei:

  • “E trema e vomita la terra
    Si capovolge il cielo con le stelle
    E non c’è modo di fuggire
    E non c’è modo di fuggire mai mai
    Svegliami svegliami….”

    (Svegliami, da “Canzoni, Preghiere, Danze del II Millennio – Sezione Europa”, 1989)
  • Guarda Sophia,
    Guarda la vita che vola via
    […]
    Guarda Sophia,
    Guardala che vola via!
    Facevi ‘a pizza a Pozzuoli e ‘a burina a Roma
    E mmò tu fai la Svizzera abbiti a Nuova York
    Sophia bella Sophia
    Sophia delle altrui brame
    Mmmh… quant’è bello in progress ‘sto cazzo di reame!”

    (Aghia Sofia, da “Epica Etica Etnica Pathos”, 1990)
  • “Grande è la confusione
    Sopra e sotto il cielo
    Osare l’impossibile
    Osare, osare e perdere”

    (Manifesto, da “Socialismo e barbarie”, 1987. Le parole, in questo caso, le ho volutamente modificate, perché ho sempre avuto l’impressione che siano state trascritte male, anche ufficialmente. Prendetemi per matto o per blasfemo, se volete. Se mai avrò l’occasione di chiacchierare con Giovanni, glielo chiederò).

Ammetto che è stato arduo tenere fuori A Tratti (praticamente dall’inizio alla fine), Cupe Vampe (stesso discorso), Memorie di una testa tagliata (idem con patatine, anzi con ćevapčići ) e svariati altri pezzi…ma avevo detto tre, e tre sono stati.
A voi la parola, se vi va.

Phil

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Furore

Siamo tutti Okie, o lo siamo stati, oppure lo saremo. Magari lo è stato qualcuno dei nostri avi, forse lo sarà qualcuno dei nostri discendenti.


E’ la storia degli uomini, di tutti gli uomini.
E’ una storia circolare. Possiamo guardare dall’altra parte, rinnegarla o tacerla: essa comunque tornerà.
Anzi, è sempre presente, anche quando sembra così lontana da noi e dalle nostre vite.
E’ la storia dell’umanità, e non si può sfuggire a qualcosa di cui si fa parte dalla nascita.
Né tanto meno si può sfuggire all’istinto fondamentale ed inalienabile della nostra specie, quello che ci ha accompagnato lungo il percorso dell’evoluzione e che ci mantiene in vita: l’istinto di sopravvivenza.


Cambiano i periodi storici, i protagonisti, i carnefici e le vittime, gli accusatori e gli imputati, i colori e i costumi, le lingue e gli accenti, l’incendio da cui si scappa e la sorgente d’acqua che si vuol raggiungere, ma allo stesso tempo resta tutto dannatamente uguale.
Lo schema si ripete da sempre, e probabilmente continuerà a farlo per sempre.

Che lo spirito di Tom Joad possa restarci vicino, nascosto e dappertutto.
E che possiamo noi riuscire ad ascoltarne i sussurri…

Phil

Da Furore (The Grapes of Wrath) di John Steinbeck, 1939.

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