Chi non muore…si rilegge

Lettrici e lettori, buona est…onia? Siete stati nei Paesi baltici in vacanza? Just checking. Perché gli auguri di una buona estate non farei in tempo a farveli. Il tempo vola, e infatti mi ha sorvolato a tutta velocità lasciandomi capelli al vento. Quali capelli mi chiederete? Mi riservo la facoltà di non rispondere.

Chiedo venia per i pochissimi articoli scritti e pubblicati durante l’ultimo anno. Vicissitudini, peripezie, tragedie, stravolgimenti di prospettiva, piccole rivoluzioni di vita. Il classico insomma, per chi mi conosce personalmente ed è al corrente di quante me ne capitano. Altro che romanzi, film e serie tv…
“L’apocalisse è quello che c’è già” cantava un quarto di secolo fa il buon Giolindo (e sempre sto Giolindo, oh? Yep my friends, deal with it – lol). Siamo ben oltre le allegorie di Vespuccio infatti.
Siamo ben oltre i suoi paradossi in tutti i sensi e a tutte le latitudini, in realtà. Ve ne siete accorti? Ah no? In tal caso open your eyes, open your mind (proud like a god, don’t pretend to be blind. Trapped in yourself, break out instead. Beat the machine that works in your head).

Perché vi scrivo proprio oggi? Solo per farvi sapere che sono ancora vivo. Per ora, quantomeno. Tutto qui.

Cosa ho visto e/o ascoltato di rilevante e degno di nota ultimamente?
Difficile rispondere. Dovrei prender nota di tutto, con la memoria a groviera che mi ritrovo. E considerando, soprattutto, le tantissime cose che faccio – film e serie che guardo, album che ascolto (meno del solito, ma per fortuna compenso con tantissimi concerti e concertini però) e libri che leggo (anche qui siamo al di sotto della mia media personale, lo ammetto. Il motivo è che sono in costante e frenetico movimento).
Perciò scriverò di pugno tutto ciò che mi viene in mente al momento. Ci saranno delle lacune, ma pazienza. Paciencia-innocencia diceva un Topo Manager di mia conoscenza.

Certamente degno di nota è il nuovo film di Ken Loach, The old oak, che mi è piaciuto molto. Impegnato, intelligente, onesto, profondo ma al tempo stesso anche leggero. Il solito inimitabile Ken, insomma.
Del resto non posso che testimoniare un vuoto fragoroso nelle uscite cinematografiche, imho. Perfino i film di cui avevo sentito “belle cose” mi hanno quasi sempre deluso durante l’ultimo anno passato in sala.
Attendo con fiducia il nuovo di Nolan, Oppenheimer, uscito proprio in questi giorni. La mia fiducia in lui è totale e la mia stima per Cillian Murphy enorme.

Un po’ meglio è andata con le serie tv. Sto recuperando le stagioni in arretrato della pluripremiata Succession (interpretazioni notevoli che dipingono personaggi odiosi e realisticamente spregevoli 100% made in USA) e mi sono perdutamente appassionato a Yellowstone, che non avevo ancora visto (una delle serie più belle degli ultimi anni, secondo me. Bravi tutti gli attori e con una Kelly Reilly che è semplicemente divina, da oscar).
Non male la stagione conclusiva di Mayans MC, ma rimaniamo distanti anni luce dalla bellezza della “serie madre” Sons of Anarchy.
Pollice alzato anche per The last king of the cross, serie australiana solida e avvincente.
Non mi è dispiaciuta nemmeno The last of us, da molti immeritatamente criticata a mio parere.

Per quanto riguarda uscite discografiche e concerti spero di riuscire a scrivere un pezzo ad hoc prossimamente. Stay tuned, quindi.
Per quanto concerne i libri invece…posso uscirmene con un no comment?
Tante delusioni. Periodo sfortunato. L’unico libro di un certo peso – in tutti i sensi – è stato Scemi di guerra di Travaglio. Molto interessante, ma decisamente non si tratta di un romanzo.

Come avrete intuito dalla scrittura di rigo in rigo sempre più accelerata e sintetica…I’m running out of time. Perciò vi saluto e vi do appuntamento al prossimo articolo, previsto per dicembre. Del 2026.
No, dai, scherzo. Dopo tutto questo blog non è Berzerk (battuta ad appannaggio esclusivo dei lettori del compianto Kentaro Miura, sorry).

A presto, insomma. Ad maiora.
Phil

Anime fiammeggianti, monadi, CCCP e io

Pensieri randagi in una serata di fine estate

Avrete notato che approfondisco spesso e volentieri tematiche annesse e connesse ai CCCP o alla loro evoluzione, i CSI.
Di mezzo, in pratica, ci sono sempre Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni.
Il motivo non può essere, e non è infatti, solamente legato alla loro musica (che amo comunque in modi difficili da esprimere a parole).
Sono inevitabilmente e palesemente coinvolte affinità estetiche, intellettuali e poetiche.
Con tutte le contraddizioni, le ortodossie e gli anticonformismi tout court e contre tous del caso.
Del loro lato politico non me ne sono mai curato, invece. In primis perchè hanno espresso in altri modi e in ulteriori forme concetti e critiche molto più potenti di gran parte degli schieramenti politici esistenti. In secondo luogo perchè essi stessi, in realtà, si sono spinti molto oltre posizioni politiche già ai tempi in cui venivano considerati – da chi non ne coglieva fino in fondo provocazioni e sfide – schierati CON qualcuno o qualcosa invece che CONTRO molti personaggi, tanti sistemi, numerose dinamiche.
Se c’è infatti una parola che li descrive meglio è proprio la suddetta preposizione/avverbio: contro. Contro chi? Sarebbe meglio chiedersi contro cosa, ma finirei di scriverne a dicembre…dell’anno prossimo!
Un “contro” mai distruttivo ad ogni modo, bensì costruttivo, in quanto spinta a riflettere.
Una spinta a volte dolce e altre fastidiosa, dolorosa. Gioiosa e triste come due facce della stessa medaglia. Com’è la vita stessa, com’è senza desiderio di nascondersi il punk.
Ma sto divagando.

Non sono un grande estimatore della mistica, ma al tempo stesso – ed ecco affiorare le contraddizioni dell’essere umano, nessuno escluso – non riesco a negare del tutto la coincidenza/fatalità che ha visto i CCCP e il sottoscritto nascere quasi in contemporanea.
Non solo nello stesso anno, ma anche nella stessa stagione: in un autunno a Berlino, quando Ferretti e Zamboni si sono conosciuti ed è nata l’alchimia, la simbiosi, la stella danzante, la promessa di una distorsione che avrebbe scosso e percosso migliaia di persone con sentimenti e pensieri molto poco allineati a un’egemonia culturale d’oltreoceano che stava corrodendo, consumando e comprando l’anima di un intero continente, mentre ne faceva a pezzi altri.
Sì, così come l’avete appena letto, tutto d’un fiato.
Un’invasione che ci ha trovati pavidi, fragili, distratti, pigri, e facilmente corruttibili.
Non meno colpevoli quindi, in quanto complici.
Si sono disgregati i CCCP e il muro di Berlino prima, i CSI e la controffensiva all’invasione totale del consumismo poi. A resistere siamo rimasti come monadi – sapientemente distanziate da un super-organismo autosufficiente che non ha più nemmeno bisogno dei propri creatori – in un deserto digitale alienante, allucinante, annichilente.
Siamo rimasti fuochi isolati in un buio sempre più profondo. Eppur ancora ardenti.

Non posso sapere, nè pretendo di farlo, cosa il buon Giovanni volesse davvero dire con le – bellissime – parole che seguiranno, ma riesco facilmente a “vedere” le immagini che disegnano nella mia mente e gli echi che giungono al mio cuore.
E, a modo mio, le recepisco, le introietto. Sono in qualche modo mie in quanto parlano di me, seppure a pronunciarle sia stato qualcuno a me estraneo, che non ho mai conosciuto (di persona!).
Perchè si sa, le parole possono prendere vita propria e inseguire l’evoluzione scritta nel proprio dna semantico ed emozionale. Non tutte le parole naturalmente, solo alcune.
Quelle che, come faccio adesso, sentiamo la necessità di dover condividere, anche solo per prolungarne la vita.
E per raggiungere invisibilmente e immaterialmente le altre anime monadi fiammeggianti, ovunque esse siano.
Lascio la parola al buon Giovanni.
Buona fine dell’estate,
Phil

Ci sono molti fuochi,
ci sono fuochi che mangiano e fuochi che bevono.
C’è un fuoco che respinge il fuoco
e uno che lo attira,
c’è un fuoco che genera e un fuoco che consuma,
c’è un fuoco che illumina e uno che confonde.

Ci sono anime determinate dal fuoco, a loro tocca bruciare e tante sono le

possibilità del bruciare quante le anime che bruciano.
Diverse in tutto e a loro volta cumulabili in grandi famiglie.

Braci e tizzoni covano nella cenere, sono riconoscibili solo al contatto diretto.
Bisogna toccarli, smuoverli, stringerli, aggiungere dell’altro per rendersene 
conto e non è facile. Possono far male, molto male, inaspettato.


I fuochi fatui si illuminano un attimo, non hanno consistenza.
Uno scoppio di volontà e tutto finisce
adatti ad un mondo virtuale occupano per un attimo il luogo dell’apparenza. 
Belli, possibili, inutili, in forte crescita.
Possono solo confondere, per un attimo. Basta un sorriso a farli svanire
.

Le anime fiammeggianti sono visibili sempre,
anche da lontano, anche se distratti.
Si possono evitare.
Non nascondono la loro essenza, come potrebbero?
A guardarle da lontano riempiono gli occhi,
a starle a sentire palpitano e scoppiano.
Troppo vicine fanno male, scottare è la loro natura.
Possono far bene, molto bene.
Scaldano, illuminano, consolano, ma
bisogna essere predisposti, ardere.
Oppure stare alla larga.
Consultare l’Autorità.
Arruolarsi nei Vigili del Fuoco.

Giovanni Lindo Ferretti

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Elvis, un film sull’amore per la musica

Sarò breve: se amate la musica correte in sala a vedere Elvis, il nuovo film di Baz Luhrmann.

Premetto di non essere un fan sfegatato nè di Presley, per quanto ne riconosca il ruolo fondamentale e seminale per generazioni di creatori e ascoltatori di rock e derivati,
nè del regista australiano, per quanto adori un paio dei suoi film.
Quindi perchè tutto questo calore? Perchè la pellicola ne è pervasa!
Pur essendo il cantante di Tupelo il protagonista, ad avere un ruolo ancor più centrale è la musica stessa. Ve ne accorgerete.

Del resto il biopic di Luhrmann esplora più che la vita dell’icona rockabilly la sua ascesa (insieme alla caduta) in maniera congiunta e inseparabile al rapporto – di cui si sono scritti tonnellate di articoli, gossip e denunce – con il manager Tom Parker, detto “il Colonnello”.
Il tutto non mancando mai di descrivere il contesto e lo spirito dei tempi, tanto a livello culturale quanto socio-politico. Senza mai appesantire però.

Già, perchè di Elvis ci è arrivata un’immagine un po’ sbiadita, quella della star eccessiva e sfarzosa, eccentrica e un po’ ridicolosamente imitata. Presley però è stato anche un grande innovatore a livello musicale, e un ribelle che in varie occasioni si è fatto portavoce del popolo.

Inizialmente il film mi ha fatto sorridere, per via di alcune scelte stilistiche del regista,
ma una volta entrato nel mood ne ho compreso gli intenti. E nel finale confesso di essermi anche commosso.
Fuori dalla sala alcune persone, comunque soddisfatte, dicevano di essere rimaste a tratti attonite, a causa della velocità e del ritmo travolgente del film, e altre di essersi quasi “sballate” per via di un effetto caleidoscopico di cui la pellicola è intrisa. Nulla da eccepire, tutto vero. Tutto coerente con lo spirito travolgente, sincero e maledetto del rock’n’roll.

Fantastiche le interpretazioni di Austin Butler nei panni di Presley e di Tom Hanks in quelli del Colonnello.

Due ore e quaranta (eh già) della mia vita decisamente ben impiegate, insomma.
E per una volta mi trovo anche in accordo con la platea di Cannes, visto che all’anteprima dell’edizione 2022 del festival francese il film ha ricevuto una standing ovation di 12 minuti.

Viva Las Vegas!
O forse no, visto l’epilogo.
Di sicuro, però, evviva Elvis Presley, the King.

Phil

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Cinema, serie tv e musica: i miei up & down di inizio estate

Il tempo corre, corre, corre.
Vero.
Anche vero, però, è che “Chi ha il tempo? Chi ha il tempo? Ma se non ce lo prendiamo mai il tempo, quando mai lo avremo il tempo?” come diceva il saggio Merovingio in Matrix Reloaded.

Perciò rieccomi qui al vostro servizio, anche se once again in formato “pillole”.

Ecco cosa ho visto e/o ascoltato con piacere e con soddisfazione ultimamente:

  • Esterno Notte (film interessante, intenso – non vedo l’ora di vedere la seconda parte)
  • Top Gun Maverick (un sequel cinematografico sensato, senza troppe pretese, godibilissimo)

  • Bosch Legacy, prima stagione (serie tv, uno spin-off che approvo, tosto come sempre – sentivo già la mancanza del detective Bosch)

  • Ozark, stagione conclusiva (serie tv, solida e magistralmente interpretata – uno dei pochi prodotti targati Netflix che trovo ancora decente)
  • Doctor Strange nel Multiverso della follia (uno dei pochi punti fermi sul grande schermo a firma della Marvel )
  • Lamparos y sus componentes e Big Mountain County (piacevolissime sorprese, sperimentate on stage, della musica made in Italy)

Ecco invece cosa mi ha deluso e/o convinto poco tra le uscite più recenti:

  • Stranger Things stagione 4 (grande delusione, è diventata così infantile che fatico a seguirla – l’ennesima conferma che Netflix è in caduta libera)
  • Fear the walking dead & The walking dead “la serie madre”, stagioni appena concluse (allungare il brodo all’infinito non gli restituisce il sapore perduto)
  • Rammstein – Zeit (nonostante la classe cristallina della band teutonica un album moscio, poco ispirato secondo me, al di sotto dei loro standard – occasione persa)
  • Eddie Vedder – Earthling (è sempre emozionante ascoltare la sua voce, una delle più belle in circolazione secondo me. Il suo disco solista, però, mi suona troppo monotono. Sorry Ed!)

Passo e chiudo.
A presto boys and girls, l’orologio fa tic toc e mi tocca scappare.
So long!

Phil

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Ennio, la colonna sonora della nostra vita

Nei cinema il tributo di Tornatore a uno dei geni del ‘900

Interrompo brevemente il mio periodo di pausa dal blog per consigliarvi, caldamente, di andare al cinema a guardare il film-documentario che Giuseppe Tornatore ha realizzato in memoria di Ennio Morricone.

Ok, nel mio caso i presupposti per un gradimento elevato c’erano tutti: il cinema che racconta la musica, ovvero il matrimonio perfetto tra le mie due grandi passioni.
La bellezza di Ennio, però, va molto oltre queste premesse. Non si tratta solamente di affinità elettive ma di un’opera filmica realizzata con immenso amore, profonda gratitudine e sconfinata ammirazione. Il lungometraggio ne è denso dall’inizio alla fine, e lo trasmette con candore e onestà.

Morricone ha scritto le colonne sonore di tanti, ma davvero tanti capolavori della storia del cinema. Così numerosi che sarebbe sciocco iniziare a citarli. E sarebbe futile, poichè sono impressi nella memoria collettiva non solo di noi italiani ma di chiunque abbia respirato anche solo minimamente cinema in ogni continente del globo.
Il Maestro è un patrimonio dell’umanità, e uno dei geni del ventesimo secolo.

Creatività, estro, coraggio, integrità artistica, visione, amore per il proprio lavoro, generosità, disponibilità e umiltà sono solo alcuni dei valori umani che E.M. possedeva.
La capacità di parlare a milioni, miliardi di esseri umani attraverso un linguaggio universale probabilmente ne è la sintesi.

Il docu-film di Tornatore racconta numerosi aneddoti interessanti e spesso divertenti, quasi sempre anche emozionanti, e ripercorre la carriera del compianto compositore con semplicità e con un enorme calore umano. Senza mai esondare nella venerazione leziosa e nella faziosità, anzi con notevole obiettività e con rigore narrativo.

Ennio racconta di noi, di generazioni di noi, poichè siamo ciò che abbiamo vissuto, ciò che abbiamo provato, ciò che ha contribuito a formarci come cittadini di questo mondo.
Siamo le lenti attraverso le quali ne abbiamo ricostruito il senso, siamo le colonne sonore che hanno accompagnato queste immagini e questi significati verso le profondità della nostra coscienza e attraverso le fibre, pulsanti, del nostro cuore.

Ennio è un atto d’amore e un segno di riconoscenza. Entrambi dovuti, entrambi graditi. Andate a vederlo.

Phil

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Una serata (indimenticabile) con il Consorzio Suonatori Indipendenti

La mia riflessione a cuore aperto su un concerto unico e irripetibile

Il concerto che in data 5 ottobre 1996 i C.S.I. tennero in memoria di Beppe Fenoglio è,
per quanto mi riguarda, qualcosa di trascendente e trascendentale.
In realtà si tratta di molto più che un semplice live, poichè l’evento fu preziosamente arricchito da testimonianze dirette dei familiari del drammaturgo partigiano e di brani scritti dallo stesso autore e recitati da coloro che salirono sul palco della chiesa di San Domenico ad Alba (presenti nella versione video/vhs della release, ndr).
Ciò che di unico e irripetibile avvenne quella sera nel paesello piemontese è stato pubblicato due anni più tardi come album dal vivo dei C.S.I. con il titolo “La terra, la guerra, una questione privata”.
E, come parte della magia che pervase quell’insolito e improvvisato auditorium, la registrazione trasmette perfettamente le vibrazioni irripetibili che Giovanni Lindo Ferretti
e la sua famiglia musicale generarono suonando parte del loro repertorio artistico.

“La terra, la guerra, una questione privata” è un album dal vivo del Consorzio Suonatori
Indipendenti. E’ stato registrato nell’ottobre del 1996 e pubblicato a gennaio del 1998

Ho parlato di trascendenza poichè quello che giunge alle mie orecchie è la celebrazione di un rituale – profano – estatico e mistico come non ne esistono in alcuna conclamata religione.
Mi stupra il cuore e mi ingravida la mente quasi sempre. Ma perchè parlo di coercizione?
Perchè ciò avviene spesso contro la mia volontà. A volte vorrei semplicemente ascoltare musica, a cuor leggero come direbbe oggi Ferretti, e invece l’ascolto mi pervade, mi percuote dall’interno, mi scuote, mi rende gravido di pensieri, percezioni e comprensione.
C’è poco a questo mondo che riesce in questo, almeno per quanto riguarda il sottoscritto.

Non soltanto io sono rimasto candidamente esterrefatto e commosso però, e a conferma di ciò basterebbe ascoltare ciò che il cantante Giovanni Lindo affermò all’epoca della release: «Picchia duro. Riascoltata un anno dopo la registrazione della serata ci ha turbato. Abbiamo deciso di fermarla, trasformarla in un disco. Un disco eccessivo che non si può tenere nascosto né si può consumare a cuore leggero. Difficile da gestire. Non è un disco live, nemmeno un concerto, è una serata in onore e a memoria di Beppe Fenoglio.
Un luogo, un pubblico, un contesto irripetibile»

Che dire ripensandoci?
Semplicemente questo: infinita gratitudine e immenso amore per questi figli dell’Emilia (paranoica ma meravigliosa)!

Phil

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2020: when the music’s over

Cronaca di un anno musicale ai limiti del tracollo

E se così non è stato, poco ci è mancato. Niente concerti, niente festival, poche release in ambito discografico.
Un anno che ci ha annichilito con un silenzio assordante. O perlomeno questa è la sensazione che ha avuto, immagino, gran parte di noi appassionati di musica.
Per gli eventi dal vivo, si spera, dovremo resistere e pazientare fino al 2021. Me lo auguro di tutto cuore, perchè l’astinenza da live non è seconda nemmeno a quella da stupefacenti, presumo. Brucia nelle vene e inaridisce l’anima.

Quanto alle uscite discografiche, invece, qualche flebile bagliore a illuminarci il cuore c’è stato in questo buio e terribile 2020 pandemico. Così ho provato a stilare una personalissima top five. Non sono pronto a scommettere su una sua totale oggettività, perchè si sa che nel deserto una modesta sorgente d’acqua può sembrare un oceano agli occhi di un pellegrino che muore di sete. Ma tant’è. E dell’oggettività, talvolta, non sappiamo che farcene.
In un’annata di sconforto, soprattutto, qualsiasi fonte di gioia, speranza e vibrazioni vitali è salvifica. Ci aiuta a tenere su il morale e a guardare al futuro con ottimismo e, come dicono a Napoli, con una indispensabile cazzimma.

Al primo posto ci metto il nuovo album di Bruce Springsteen. Per varie ragioni. In pochi sanno parlare con franchezza e onestà al cuore degli ascoltatori come sa fare il Boss. In pochi sanno infondere coraggio pur nella tristezza come è capace di fare lui. E Letter to you, al di là delle qualità umane e artistiche del suo autore, è un album davvero ispirato e ben suonato.
Evviva il rock, evviva il suo Boss.

La medaglia d’argento la assegno ad Ohms dei Deftones. Una scelta che forse sorprenderà chi conosce i miei gusti, in quanto l‘alternative e il nu-metal non sono mai stati generi dai quali ho attinto con maggior frequenza nel corso degli anni. Ma in tutta onestà, quest’album mi è piaciuto subito ed è stato una delle poche belle sorprese della prima ondata pandemica. Quando il lockdown era totale o quasi, e l’atmosfera all around era funerea, questo disco solido e dalle sonorità 90s mi ha infuso grande tranquillità.

In terza posizione mi sembra che meritino di esserci gli Enslaved. La storica band norvegese ha pubblicato un album estremamente creativo (ma questa è l’ultima delle novità quando si parla di Grutle e Ivar) e ispirato, in cui melodie nordiche si fondono con bellicosità vichinghe e black metal come non avveniva da tempo. Utgard è stata la colonna sonora delle mie prime corse e passeggiate tra i boschi quando hanno tolto i sigilli agli arresti domiciliari anti-covid. Daje!

La medaglia di legno alle olimpiadi del coronavirus va invece a Carnivore dei Body Count. Quanta rabbia abbiamo accumulato e dovuto reprimere in questo anno di paura e restrizioni? Beh, tanta. Il disco della crew capitanata da Ice-T ne è pregno. Il loro rap-metal è stata una degna valvola di sfogo in numerose giornate nere. Vera chicca il b-side dell’album, interamente strumentale, dove emerge il loro furioso groove meravigliosamente thrash
(non me ne voglia il gangsta di Newark).

In quinta ed ultima posizione, maremma boscaiola, ci metto il nuovo album degli AcDc.
Non senza remore, lo ammetto. Picchiatemi (o provateci) se volete, ma una forte sensazione di monotonia mi ha colpito ogni volta che l’ho ascoltato. Sistematicamente dopo qualche traccia finivo per distrarmi. Però…però parliamo sempre degli AcDc, ragazzi. Non credo che abbiamo mai sbagliato un disco, gli australiani re dell’hard rock. E Power Up non fa eccezione. Non mancano nè la potenza, nè la carica elettrica, nè le vibrazioni che hanno reso i sydneysider e il loro sound assolutamente inconfondibili dal 1973. Quindi un po’ di genuino piattume a questi cazzutissimi vecchietti glielo perdoniamo volentieri. Anche perchè, suggeriranno alcuni, una sana dose di monolitismo fa parte del loro trademark da sempre, ed è praticamente una stringa del loro dna. Amen, quindi. Anzi, power up!

A completare idealmente una possibile top ten, invece – al netto di una memoria che potrebbe ingannarmi mentre scrivo questo articolo, portandomi a dimenticare colpevolmente qualche valida release (ma non sarei più io, altrimenti) – c’è sicuramente Gigaton dei Pearl Jam, album con diverse perle di pregevole marmellata rock, tanto per cominciare.
C’è anche Titans of creation dei Testament, altra band che non sbaglia un album nemmeno sotto minaccia nucleare.
Restando in ambito thrash, impossibile tralasciare il nuovissimo Genesis XIX dei Sodom, che finora ho avuto modo di ascoltare solo un paio di volte ma…che promette fuoco e fiamme, per dirla con il Corvo (una bella bomba di disco, parrebbe!).
Poco da aggiungere a questi tre pezzi da novanta della musica tosta internazionale (sebbene in modi e con intensità molto differenti tra loro).

Dulcis in fundo, due vere e proprie scoperte (almeno per me).
Dalla terra d’Albione, i Countless Skies con il loro Glow, un ispiratissimo album a cavallo tra il black metal sinfonico e il death-metal melodico di scuola svedese. Lontani dalle derive commerciali di entrambi i generi, la band originaria di Hertfordshire, East England, ha tirato fuori dal cilindro un’opera maestosa ma intimista, romantica e al contempo grintosa, per lunghi tratti di stampo operistico ma mai noiosa (che suona quasi come una novità scioccante, dopo “secoli” di operette metal trite e ritrite). Gioiellino.

Non è da meno Necromancy dei Persuader: che spettacolo! Si resta nel nord Europa, virando verso la Svezia e gli inconsueti sentieri (a dir poco, per quanto mi riguarda) del power metal (ok in realtà è un power-thrash, e tra un attimo capirete a cosa mi riferisco). Questo album mi ha riportato immediatamente con l’immaginazione, e le sonorità, ai Blind Guardian di una volta. Strizzando l’occhio anche ai Nevermore, che non guasta. Il disco possiede una grinta, una freschezza e un dinamismo davvero d’altri tempi. Nonostante, come dicevo pocanzi, si tratti di una ramificazione musicale che mastico molto poco da anni e anni, ascoltando Necromancy non mi sono annoiato nemmeno per un minuto. Granitico,

Il mio bilancio musicale del 2020 si chiude qua. Tra stelle e stalle, eccellenze e demeriti, edulcorazioni e mancanze, provocazioni e scommesse. Non che mi sia mai interessato realmente fare una classifica, nè stabilire gerarchie di importanza o merito.
Semplicemente mi andava di mettere nero su bianco alcune riflessioni, se non altro per aiutare me stesso a mettere un po’ d’ordine tra questi 365 confusionari e nebulosi giorni. Magari tirando fuori qualche coniglio dal cilindro e fornirvi in assist alcune dritte interessanti.

Sperando che il 2020 termini effettivamente il 31 dicembre e che le calamità delle quali è infetto non si propaghino come petrolio nell’oceano, di ondata in ondata pandemica, fino al prossimo anno. E sperando che un giorno, di questo maledetto periodo, potremo permetterci di ricordare solamente questi bei dischi. Ad maiora.

Phil

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Le canzoni che ho amato grazie al cinema

Quando il grande schermo fa da Cupido

Cinema di nuovo chiusi e musica ancora al bando. La tristezza che queste sfortunate circostanze mi hanno regalato (un regalo che mai avrei desiderato) mi ha portato a viaggiare, con la memoria e con l’immaginazione, lungo il ponte che collega questi miei due grandi amori. Un ponte lungo, affascinante, robusto e ricco di aneddoti.

Ascoltavo e apprezzavo Dylan da quando ero ragazzino, ma della canzone The times they are a changin’ me ne sono innamorato molto più tardi, grazie alla colonna sonora di Watchmen, meraviglioso film di Zack Snyder. Vi dirò di più, è diventata la mia preferita tra quelle del bardo Bob. Memorabile e intelligente il testo, fantastica l’interpretazione del cantautore americano, ed entusiasmante e originale il film del regista di 300. Un matrimonio perfetto. Tutta la colonna sonora, a dire il vero, è una sinfonia perfetta per accompagnare le incendiarie immagini della pellicola. Ma il brano di Dylan è rimasto incastonato nel mio cuore e nella mia memoria in maniera indelebile.
“Come gather ‘round, people
Wherever you roam
And admit that the waters
Around you have grown
And accept it that soon
You’ll be drenched to the bone
If your time to you is worth savin’
And you better start swimmin’
Or you’ll sink like a stone
For the times they are a-changin'”

E’ capitato anche a voi qualcosa di simile nel vostro personale triangolo amoroso con musica e cinema?
A me svariate volte, in occasioni tra le più disparate. Questa riflessione mi ha dato lo spunto per provare a ricordarne alcune.

Sinnerman, di Nina Simone, pezzo che ho poi finito per amare alla follia, l’ho scoperto grazie a Miami Vice di Michael Mann. Un film che a molti non è piaciuto, mentre io l’ho adorato – e così visto e rivisto – in particolar modo per le atmosfere che il grande regista di Chicago è riuscito a disegnare con la cinepresa, e per l’interpretazione di Colin Farrell, uno dei miei attori preferiti. Ma non escludo che il brano della Simone (nonostante sia in versione remix in questo caso) abbia contribuito a creare l’incantesimo che mi ha legato al film.
“Oh, sinnerman, where you gonna run to?
Sinnerman where you gonna run to?
Where you gonna run to?
All on that day”

Vado poi indietro nel tempo e mi ricordo di Burn, dei Cure. Anche in questo caso conoscevo già la band, sebbene non fosse ancora particolarmente nelle mie corde, ma fu grazie al film
Il Corvo che me ne innamorai. Quella maledetta canzone (nel senso buono del termine) e quel maledetto film (nel suo senso più sfortunato, Brandon Lee riposi in pace), che binomio perfetto! Che estasi, che disintegrazione spirituale! Che rinascita, dalle fiamme! Musica e schermo si fondono in una delle scene più memorabili della storia del cinema, per quanto mi riguarda. Naturalmente poi ho approfondito nella conoscenza della band e ho scoperto una miriade di belle canzoni. Grazie al cinema, quindi. Eravamo nemmeno a metà degli anni ’90.
“Still every night I burn
Every night I scream your name
Every night I burn
Every night the dream’s the same”

Torniamo al presente, in maniera del tutto random. Dell’esistenza di Luigi Tenco ero a conoscenza sin dall’infanzia – mia madre aveva diverse musicassette originali del cantautore piemontese – ma non mi ero mai approcciato alla sua musica con particolare interesse nè curiosità. Non so perchè. Poi un paio d’anni fa sono andato al cinema a vedere il film
Fabrizio De André – Principe libero e…ho riscoperto Tenco! La sua voce mi ha colpito in modo particolare. Insieme alla sua storia, e alla vicenda della sua morte. Ciao, amore ciao è una delle più struggenti e poetiche lettere d’addio che siano mai state cantate, a mio parere. Dolorosamente sublime.
“Saltare cent’anni in un giorno solo
Dai carri dei campi
Agli aerei nel cielo
E non capirci niente e aver voglia di tornare da te”

Chi se le dimentica le note di Where’s my mind? dei Pixies quando in Fight Club Edward Norton tiene per mano Helena Bonham Carter mentre tutti i grattacieli intorno crollano? La band di Boston l’ho scoperta così, grazie al cinema. Che meraviglia è quella scena? Una simbiosi che sembra creata da Madre Natura per quanto è perfetta! E invece no, è opera di quel genio di Fincher. Un’apocalisse romantica. E io di apocalissi qualcosa ne so.
“Mi hai conosciuto in un momento molto particolare della mia vita”

Era la metà degli anni ’90 e la musica del diavolo mi aveva rapito l’anima. The heavier the better, l’amavo dura e cruda. Poi ebbi la fortuna di vedere Trainspotting al cinema e conobbi Iggy Pop, del quale avevo letto sulle riviste di settore ma non avevo avuto modo di approfondire. Non c’erano Internet nè Youtube, e nessuno tra i miei amici ascoltava la sua musica nè possedeva i suoi album, perciò nessuna chance. Poi ascoltai Lust for Life.
E niente, corsi a comprare un suo disco. Cupido fece da tramite.
Grazie allo stesso film conobbi anche gli Underworld, e quando vado in da club Born slippy resta uno dei miei pezzi preferiti sui quali ballare. “Drive boy dog boy, dirty numb angel boy…”

Vabbè, più scrivo e più me ne tornano in mente. E realizzo che questo articolo potrebbe non terminare mai. Prima di dare origine a un loop temporale che ci risucchierebbe tutti in una dimensione parallela, mi fermo. Lascio la parola a voi, qui o sulla pagina Facebook della Fenice, se vi andrà di raccontarmi le vostre esperienze, le vostre scoperte, i vostri innamoramenti cinefil-musicali!

Phil

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Ohms, il grande ritorno dei Deftones

I pionieri dell’alternative metal tornano dopo quattro anni e fanno centro

Ho ascoltato Ohms, il nuovo album dei Deftones, e…mi è piaciuto molto!
L’ho trovato ispirato, sentito ma anche molto “ragionato”. L’alternanza di momenti decisamente intensi ad altri più introspettivi e atmosferici mi ha preso subito, prima ancora di arrivare a metà disco. E nel prosieguo dell’album ha mantenuto le premesse/promesse.
Il combo di Sacramento mi ha fatto una piacevolissima sorpresa in un periodo cupo e complicato. Grazie Chino Moreno (in formissima!) & company: I really appreciate it.

Ohms è il nono album in studio della band statunitense Deftones. Nella foto la cover dell’omonimo singolo di lancio.


Un breve approfondimento. Ammetto che per quanto io li conosca da una vita, praticamente dalla nascita (erano i tempi in cui MTV dava spazio e credito anche all’underground, e li conobbi così!) non sono mai stato un super appassionato dei Deftones. Quindi non saprei, magari il mio giudizio è più “lightminded” di quello che avrà un loro fan sfegatato, e potrei risultare eccessivamente entusiasta. Può essere, ma resta il fatto che oggettivamente Ohms è un album con tutti i crismi. E poi ha un suono, e una produzione, proprio di mio gusto! Cool.

Un altro punto a suo favore, dulcis in fundo, è che Ohms è incredibilmente evocativo. Richiama immediatamente le sonorità di un’epoca andata, di una scena musicale underground di grande valore che è scivolata nell’oblio (oppure che ha semplicemente esaurito le proprie premesse, il proprio collante con il periodo storico di riferimento e con la società dal cui grembo era nata). 
Non saranno più i Deftones di una volta probabilmente, ma mi sembra che abbiano ancora qualcosa da dire. E che sappiano farlo ancora con una certa classe! 
E poi ragazzi, in un’annata come quella attuale, con scarsissime uscite nel mercato discografico (sia a livello numerico che qualitativo), un album come questo è grasso che cola. Nonchè metallo che scintilla.

Phil

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I Pearl Jam invecchiano bene

Riflessioni post Gigaton

Il potere della musica, quando a crearla sono musicisti di talento cristallino.
La capacità che ha la musica di sorprenderti, quando a farla è gente che ce l’ha nel sangue.


Perchè dico questo? Perchè neanche il tempo di finire il post che devo ricominciarlo da capo. Modificandolo sostanzialmente.
Avevo iniziato con un’idea, finisco invece con un’altra. In realtà le due sono collegate, ma ne riscrivo il senso.
Avevo ascoltato Gigaton svariate volte prima di decidere di mettere nero su bianco le mie impressioni, e il giudizio era positivo – sicuramente positivo – ma con qualche riserva. Più d’una. Poi, riascoltandolo per l’ennesima volta proprio mentre scrivevo…l’ho “percepito” più in profondità che in precedenza.
Leggendolo – sono sicuro – risulterà meno assurdo di quanto è stato per me sperimentarlo. Ma poco importa.

Nel post partivo con alcune considerazioni sul nuovo disco per poi andare indietro sfiorando i precedenti. Perciò riparto da qualcosa che avevo già scritto, che taglio e incollo qui a seguire, per poi integrarlo. Sorry if it’s messy, but it’s meant to be!

L’impressione che ho avuto “da un po’ di album a questa parte” è che i nostri di Seattle abbiano perso qualcosa in ispirazione, oppure in feeling interno alla band. I loro lavori non sono mai brutti o banali, ma al tempo stesso non me la sento nemmeno di tirare in ballo quegli stessi aggettivi pieni di entusiasmo che mi pendevano dalle labbra ad inizio carriera. Li definirei carini, o piacevoli all’ascolto piuttosto. Questo nel mediare tra canzoni di fatto belle ed altre che è difficile ricordare dopo aver terminato la tracklist.

Bene, adesso mi correggo in tempo reale invece. Confermo l’opinione sui predecessori, ma muto il mio giudizio su Gigaton: lo ritengo un gran bel album! Ispirato, sfaccettato e di qualità nella “geografia” delle emozioni.
Probabilmente in precedenza l’avevo ascoltato sempre nei momenti meno opportuni. Faccio ammenda in pubblico, lo devo a Vedder e soci. Ci farò pure una figura da schiappa o da ascoltatore superficiale – entrambe caratteristiche che non mi appartengono affatto in realtà – ma voglio essere schietto e onesto al riguardo. Poi chi la musica la “percepisce” a profondità viscerali, e la mastica da sempre, comprenderà (perchè l’ha certamente vissuto in prima persona).
L’importante, e la fortuna, è accorgersene prima o poi. E a me è appena accaduto, quindi rendo grazie alla divinità della musica – una delle poche nelle quali credo con non troppe remore – per questo piccolo, minuscolo e reiterato miracolo. Come celebrarlo se non condividendo alcune fugaci impressioni sui brani di Gigaton? Here we go – un modo come un altro per dire ‘namo!

Pearl Jam, made in Seattle – spesso in camicie di flanella a quadri dal 1990

Who ever said, ovvero l’opener, immancabilmente azzeccata e tosta in stile Seattle (certo non quanto lo erano le opener degli esordi, ma quelli erano gli anni ’90!).
Superblood wolfmoon, secondo brano solido, grintoso e catchy: insomma sanno ancora come aprire un album gli attempati ragazzoni!
Poi c’è Dance of the clairvoyants, che mostra il lato più moderno e se vogliamo atipico del combo americano…e che è uno dei brani che più rimangono impressi nella memoria, forse proprio per la particolarità dell’approccio e delle sonorità!
Segue Quick escape, una di quelle che inizialmente avevo sottovalutato e che invece alla fine dei giochi non sfigura affatto.
Poi arriva Alright, forse la mia preferita, o forse no. Curiosa la prima impressione che ho avuto, forse legata al testo: mi sembra l’epilogo – maturo e “aggiornato” all’età e all’esperienza dei PJ – dell’immortale Black. Non so voi, ma io ci vedo un filo conduttore tra le due canzoni. Ci vedo davvero maturità, consapevolezza e accettazione nei rapporti, laddove nell’indimenticabile traccia su Ten c’erano profonda tristezza e rabbia.
Seven o’clock, una delle loro tipiche song che sembrano raccontarti una storia così quotidiana che sembra appartenere a te stesso o a un tuo amico. Familiare.

Dopo di che, ti rendi conto che sei già a metà album e non hai ascoltato che belle canzoni.
E considerando l’opacità creativa che c’è in giro nell’attuale panorama discografico, è tanta roba.
Giusto perchè Vedder & friends amano contraddirmi, seguono quelli che secondo me sono tre riempitivi. Scherzi a parte, si tratta di brani che si lasciano ascoltare con piacere, soprattutto i primi due rockeggianti come “piacciono a noi”. Semplicemente sono un gradino sotto la memorabilità dei precedenti. Ma direi che è fisiologico, e non disturba. Soprattutto perchè a seguire c’è Comes then goes, un pezzo malinconicamente introspettivo alla Pearl Jam. Uno di quelli che porta il marchio di fabbrica “Marmellata della zia Pearl” bene impresso sin dai primi istanti.
Retrograde è un po’ retrograda, quindi glisso. (pernacchia invisibile per voi appena accennata). Pezzo lento gradevole, comunque.
Last track, River cross: semplicemente un intimo saluto del quintetto ai loro fan, un arrivederci in tour che avrebbe dovuto concretizzarsi dal vivo la scorsa primavera ma che è stato poi rinviato a causa della pandemia Covid19.

Concludo con quella che nelle mie intenzioni iniziali sarebbe stata addirittura la premessa. Giusto per essere coerente con lo stravolgimento continuo che è stato scrivere questo pezzo. Non avrà senso per voi, ma lo ha per me. Il post sarebbe dovuto iniziare così:
“io sono senza alcun dubbio un loro estimatore. Certo da ragazzino lo ero maggiormente, ma lo sono ancora. Soprattutto di Eddie Vedder: la sua voce…penso che sia una delle più belle al mondo. Una delle più emozionanti di sempre. Profonda ed espressiva in una maniera semplicemente unica. In pochi sanno toccare le corde della mia anima come ne è capace la sua…”

Dissident, Phil

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