Chi non muore…si rilegge

Lettrici e lettori, buona est…onia? Siete stati nei Paesi baltici in vacanza? Just checking. Perché gli auguri di una buona estate non farei in tempo a farveli. Il tempo vola, e infatti mi ha sorvolato a tutta velocità lasciandomi capelli al vento. Quali capelli mi chiederete? Mi riservo la facoltà di non rispondere.

Chiedo venia per i pochissimi articoli scritti e pubblicati durante l’ultimo anno. Vicissitudini, peripezie, tragedie, stravolgimenti di prospettiva, piccole rivoluzioni di vita. Il classico insomma, per chi mi conosce personalmente ed è al corrente di quante me ne capitano. Altro che romanzi, film e serie tv…
“L’apocalisse è quello che c’è già” cantava un quarto di secolo fa il buon Giolindo (e sempre sto Giolindo, oh? Yep my friends, deal with it – lol). Siamo ben oltre le allegorie di Vespuccio infatti.
Siamo ben oltre i suoi paradossi in tutti i sensi e a tutte le latitudini, in realtà. Ve ne siete accorti? Ah no? In tal caso open your eyes, open your mind (proud like a god, don’t pretend to be blind. Trapped in yourself, break out instead. Beat the machine that works in your head).

Perché vi scrivo proprio oggi? Solo per farvi sapere che sono ancora vivo. Per ora, quantomeno. Tutto qui.

Cosa ho visto e/o ascoltato di rilevante e degno di nota ultimamente?
Difficile rispondere. Dovrei prender nota di tutto, con la memoria a groviera che mi ritrovo. E considerando, soprattutto, le tantissime cose che faccio – film e serie che guardo, album che ascolto (meno del solito, ma per fortuna compenso con tantissimi concerti e concertini però) e libri che leggo (anche qui siamo al di sotto della mia media personale, lo ammetto. Il motivo è che sono in costante e frenetico movimento).
Perciò scriverò di pugno tutto ciò che mi viene in mente al momento. Ci saranno delle lacune, ma pazienza. Paciencia-innocencia diceva un Topo Manager di mia conoscenza.

Certamente degno di nota è il nuovo film di Ken Loach, The old oak, che mi è piaciuto molto. Impegnato, intelligente, onesto, profondo ma al tempo stesso anche leggero. Il solito inimitabile Ken, insomma.
Del resto non posso che testimoniare un vuoto fragoroso nelle uscite cinematografiche, imho. Perfino i film di cui avevo sentito “belle cose” mi hanno quasi sempre deluso durante l’ultimo anno passato in sala.
Attendo con fiducia il nuovo di Nolan, Oppenheimer, uscito proprio in questi giorni. La mia fiducia in lui è totale e la mia stima per Cillian Murphy enorme.

Un po’ meglio è andata con le serie tv. Sto recuperando le stagioni in arretrato della pluripremiata Succession (interpretazioni notevoli che dipingono personaggi odiosi e realisticamente spregevoli 100% made in USA) e mi sono perdutamente appassionato a Yellowstone, che non avevo ancora visto (una delle serie più belle degli ultimi anni, secondo me. Bravi tutti gli attori e con una Kelly Reilly che è semplicemente divina, da oscar).
Non male la stagione conclusiva di Mayans MC, ma rimaniamo distanti anni luce dalla bellezza della “serie madre” Sons of Anarchy.
Pollice alzato anche per The last king of the cross, serie australiana solida e avvincente.
Non mi è dispiaciuta nemmeno The last of us, da molti immeritatamente criticata a mio parere.

Per quanto riguarda uscite discografiche e concerti spero di riuscire a scrivere un pezzo ad hoc prossimamente. Stay tuned, quindi.
Per quanto concerne i libri invece…posso uscirmene con un no comment?
Tante delusioni. Periodo sfortunato. L’unico libro di un certo peso – in tutti i sensi – è stato Scemi di guerra di Travaglio. Molto interessante, ma decisamente non si tratta di un romanzo.

Come avrete intuito dalla scrittura di rigo in rigo sempre più accelerata e sintetica…I’m running out of time. Perciò vi saluto e vi do appuntamento al prossimo articolo, previsto per dicembre. Del 2026.
No, dai, scherzo. Dopo tutto questo blog non è Berzerk (battuta ad appannaggio esclusivo dei lettori del compianto Kentaro Miura, sorry).

A presto, insomma. Ad maiora.
Phil

Majakovskij, in memoria di un immenso poeta

Il 14 aprile 1930 Vladimir  Vladimirovič Majakovskij decideva di affrontare un viaggio
senza ritorno.
Prendeva commiato così, con questa lettera:

“A tutti. Se muoio, non incolpate nessuno.
E, per favore, niente pettegolezzi. Il defunto non li poteva sopportare.
Mamma, sorelle, compagni, perdonatemi.
Non è una soluzione (non la consiglio a nessuno), ma io non ho altra scelta.
Lilja, amami. Compagno governo, la mia famiglia è Lilja Brik, la mamma,
le mie sorelle e Veronika Vitol’dovna Polonskaja.
Se farai in modo che abbiano un’esistenza decorosa, ti ringrazio.
[…]
Come si dice, l’incidente è chiuso.
La barca dell’amore si è spezzata contro il quotidiano.
La vita e io siamo pari.
Inutile elencare offese, dolori, torti reciproci.
Voi che restate siate felici.”

Perfino nei saluti le sue parole brillavano di una bellezza, di una profondità e
di una onestà uniche.

In memoriam,
Phil

Vladimir Vladimirovič Majakovskij 
(7 luglio 1893 – 14 aprile 1930)

Ottimismo e nichilismo secondo Welsh, Boyle e me

Warning: post prolisso, molesto e onesto.

Non so se, as the years went by, ve ne siete accorti: le persone più ottimiste (e dico ottimiste per davvero, concretamente, e non per una forma di hippismo cheap “alla spada de foco maniera” o per una vocazione zen da biscotti della fortuna) spesso sono le più ciniche (nell’accezione colta) e nichiliste.

Perché?
Elementare buon vecchio Watson: una volta compresi e accettati l’abisso dell’esistenza umana e le minuscole dimensioni dell’Uomo nei meccanismi dell’universo…si fa un balzo in avanti e si accetta la vita nella sua pienezza tanto quanto nella sua limitatezza, e i rischi come conditio sine qua non per qualsiasi possibilità di raggiungimento di felicità e maturazione interiore. Il tutto passando per l’accettazione delle dinamiche del tempo, delle paure e della morte.

Tutto sto preambolo del cazzo per cosa poi? Ma niente, perché mi emoziona la bravura di Irvine Welsh, meravigliosamente traslata sullo schermo da Danny Boyle, nello spennellare i colori amari della modernità sulla tavolozza della vita.

Il monologo nel video qui sotto è la naturale evoluzione di quello super iconico di Trainspotting volume Uno, e ne è anche la negazione.
La conclusione – quel sorriso sornione, contraddittorio e “umano troppo umano” di Mark – è uno schiaffo di onestà che rivela come siamo noi oggi, con molte fibre del nostra identità in metastasi avanzata di consumismo e capitalismo. Ma tant’è. Choose life.

Phil

La fine del mondo e il paese delle meraviglie

Un viaggio a ritroso fino agli esordi letterari di Haruki Murakami

Ma “questo” si interessa solo a Murakami? Ammetto che sarebbe quasi lecito se ve lo chiedeste, perchè se non erro questa è la terza volta che scrivo di lui. Il motivo c’è ed è chiaro come un’alba giapponese: Haruki-San è uno dei miei autori contemporanei preferiti.
Stavolta sarò breve, lo prometto. Mi è tornato in mente uno dei suoi libri che ho letto prima di fondare l’isola della Fenice, del quale quindi non ho mai avuto occasione di parlare.
Mi riferisco ad una delle sue primissime opere, ovvero La fine del mondo e il paese delle meraviglie, datata 1985. La successiva, giusto per darvi un’idea, fu Norwegian Wood.

Per quanto ho avuto modo di sbirciare navigando tra i vari forum, questo non è uno dei suoi romanzi più celebri. Forse perchè ne ha scritti di troppo belli successivamente, forse perchè per certi versi è uno dei più astratti e arditi. Secondo me, invece, se di Murakami apprezzate l’estro e l’indipendenza – talvolta marcatamente anarchica – stilistica e dei contenuti,
La fine del mondo e il paese delle meraviglie è addirittura da considerarsi un must. Decisamente un must read, amici miei.

La fine del mondo e il paese delle meraviglie è un romanzo del 1985
dello scrittore giapponese Haruki Murakami

Come di consueto non mi dilungo in trama e analisi approfondite – per le quali ci sono già infinite pagine e schede in ogni angolo del world wide web – ma mi limito ad accennarvi che si tratta di due storie apparentemente parallele (che quindi non dovrebbero mai incrociarsi,
ma che invece lo fanno egregiamente già a metà libro) nelle quali in modo molto diverso, quasi parlasse due linguaggi differenti, Murakami lascia sgorgare selvaggiamente
la propria fantasia.

Già, la fantasia dello scrittore nipponico è a parer mio la vera protagonista di questo romanzo. Il buon Haruki lascia che la propria fervida e rigogliosa immaginazione voli libera come un uccello mitologico che non deve dar conto a noi semplici mortali dei colori sovrannaturali e poco plausibili del proprio piumaggio. Colori accecanti e tenerissimi.
Vi consiglio questo romanzo perchè si tratta di un pellegrinaggio nell’esistenza umana visto attraverso una lente di ingrandimento originale e unica, poetica e magica. Come solo Murakami sa compierne, insomma.

Phil

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Malinverno, un’avventura onirica tra lapidi e libri

Il romanzo di Dara è un’opera originale e acuta che
vi invito a leggere

Mi sono avventurato tra le pagine di Malinverno e per le strade di Timpamara, paesello a cavallo tra il mondo della fantasia e quello della realtà del sud Italia, su suggerimento di una mia amica (grazie per la dritta, A.). Che dire? Sono contento di averlo fatto.
Inizialmente non nascondo di aver avuto qualche dubbio, se non altro per una questione di gusto personale quanto allo stile (molto classicista, mentre al di là di sporadiche eccezioni tutto ciò che è stato scritto dal ‘900 in poi lo preferisco asciutto, spigoloso e tagliente).
Ma il romanzo era palesemente ben scritto e brillantemente concepito e così ho vinto le mie (flebili) resistenze e proseguito con la lettura. Ne è valsa decisamente la pena.

Come è mia abitudine non farò una recensione, anche e soprattutto perchè non le amo.
Ma proprio per niente. Mi limito a consigliarne la lettura (dopo che vi sarete debitamente informati, e questo è a carico vostro – uccidiamo la pigrizia contemporanea generata dalla stitica comunicazione dei social) e a condividere delle brevi impressioni monodose.
Già, la lettura di quest’opera si è rivelata un po’ una droga per me, portandomi ad avanzare tra le sue pagine con una velocità maggiore di quella che purtroppo contraddistingue il mio rapporto attuale con i libri (amo leggere mentre sono in movimento, su larga o piccola scala che sia, e l’attuale stasi “limbica” dovuta alla pandemia tiene a freno la mia indole di lettore nomade).

Malinverno è un romanzo del 2020 (Feltrinelli Editore) di Domenico Dara


In molti hanno paragonato il nuovo romanzo dello scrittore calabrese Domenico Dara,
classe ’71 di Catanzaro, a Cent’anni di solitudine. Con la dovuta deferenza, naturalmente.
Immagino per via del suo costante rimando al mondo onirico, e per la sua vena esistenzialista e poetica. Nonostante per certi versi io ritenga che il parallelismo sia azzeccato, ho percepito un retrogusto ben differente nella sua narrazione. Un retrogusto più dolce, seppur nella tristezza. In Marquez invece si viene travolti dall’inesorabile drammaticità della condizione umana. La magia di Macondo è spietata nel suo romanticismo, mentre quella che avvolge la triste Timpamara, località dove le vicende del signor Malinverno hanno luogo, è avvolta dal candore della speranza e della riconciliazione con l’ineffabilità dell’universo.
O perlomeno questo è ciò che ho percepito io. Lungi dall’essere un’interpretazione univoca nè tantomeno una “spiegazione” (non commetterei mai un simile crimine ai danni dell’autore, ignorandone i trascorsi e l’approccio alla vita), che sia chiaro.

Malinverno trasuda un profondo amore per i libri e per la letteratura classica, ed è scandito da un’inclinazione estetica e tematica alla poesia cimiteriale. Un’avventura esistenziale e romantica dai marcati toni meridionali che non annoia mai, brilla nella propria semplicità e che regala significative riflessioni sulla condizione umana racchiuse in piccole gemme memorabili.
Leggetelo e supportate la narrativa italiana. Dara ne è un validissimo esponente. E da scrittore meridionale, per di più nomade come mi pare di capire che sia anche il buon Domenico, l’orgoglio e la felicità nel constatarne il successo, è anche doppio.

Phil

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Mezzora insieme a William Blake

Un fugace momento di poesia

Ogni tanto mi piace inserire tra i vari articoli di cinema e musica, in maniera del tutto estemporanea, una poesia. Una parentesi di bellezza che come un fiore che cresce nel cemento mi rinfreschi la vista mentre scorro la pagina leggendo di serie tv, di una vecchia canzone o del nuovo romanzo dello zio Chuck.

Una poesia che adoro, e alla quale non aggiungo nulla. Nè commenti, nè interpretazioni e in questo caso nemmeno una traduzione. Auguries of Innocence è troppo bella nella sua lingua madre, quella di William Blake. Il poeta londinese, tra i miei preferiti in assoluto, iniziò a scriverla nei primi anni dell’800 e non è noto quando l’abbia terminata.

Centotrentadue versi di sublime incanto e di profonda riflessione esistenziale.
Ho letto diverse riflessioni e analisi critiche che la riguardano, ma onestamente nessuna di esse mi ha pienamente convinto. Specialmente riguardo alla quartine più celebri. Ma poco importa. Se conoscete la lingua, lasciatevi inebriare dal modo in cui Sir Blake la modella e ne tesse una melodia ultraterrena.
Phil

Auguries of Innocence

To see a world in a grain of sand
And a heaven in a wild flower,
Hold infinity in the palm of your hand,
And eternity in an hour.

A robin redbreast in a cage
Puts all heaven in a rage.

A dove-house fill’d with doves and pigeons
Shudders hell thro’ all its regions.
A dog starv’d at his master’s gate
Predicts the ruin of the state.

A horse misused upon the road
Calls to heaven for human blood.
Each outcry of the hunted hare
A fibre from the brain does tear.

A skylark wounded in the wing,
A cherubim does cease to sing.
The game-cock clipt and arm’d for fight
Does the rising sun affright.

Every wolf’s and lion’s howl
Raises from hell a human soul.

The wild deer, wand’ring here and there,
Keeps the human soul from care.
The lamb misus’d breeds public strife,
And yet forgives the butcher’s knife.

The bat that flits at close of eve
Has left the brain that won’t believe.
The owl that calls upon the night
Speaks the unbeliever’s fright.

He who shall hurt the little wren
Shall never be belov’d by men.
He who the ox to wrath has mov’d
Shall never be by woman lov’d.

The wanton boy that kills the fly
Shall feel the spider’s enmity.
He who torments the chafer’s sprite
Weaves a bower in endless night.

The caterpillar on the leaf
Repeats to thee thy mother’s grief.
Kill not the moth nor butterfly,
For the last judgement draweth nigh.

He who shall train the horse to war
Shall never pass the polar bar.
The beggar’s dog and widow’s cat,
Feed them and thou wilt grow fat.

The gnat that sings his summer’s song
Poison gets from slander’s tongue.
The poison of the snake and newt
Is the sweat of envy’s foot.

The poison of the honey bee
Is the artist’s jealousy.

The prince’s robes and beggar’s rags
Are toadstools on the miser’s bags.
A truth that’s told with bad intent
Beats all the lies you can invent.

It is right it should be so;
Man was made for joy and woe;
And when this we rightly know,
Thro’ the world we safely go.

Joy and woe are woven fine,
A clothing for the soul divine.
Under every grief and pine
Runs a joy with silken twine.

The babe is more than swaddling bands;
Throughout all these human lands;
Tools were made and born were hands,
Every farmer understands.
Every tear from every eye
Becomes a babe in eternity;

This is caught by females bright,
And return’d to its own delight.
The bleat, the bark, bellow, and roar,
Are waves that beat on heaven’s shore.

The babe that weeps the rod beneath
Writes revenge in realms of death.
The beggar’s rags, fluttering in air,
Does to rags the heavens tear.

The soldier, arm’d with sword and gun,
Palsied strikes the summer’s sun.
The poor man’s farthing is worth more
Than all the gold on Afric’s shore.

One mite wrung from the lab’rer’s hands
Shall buy and sell the miser’s lands;
Or, if protected from on high,
Does that whole nation sell and buy.

He who mocks the infant’s faith
Shall be mock’d in age and death.
He who shall teach the child to doubt
The rotting grave shall ne’er get out.

He who respects the infant’s faith
Triumphs over hell and death.
The child’s toys and the old man’s reasons
Are the fruits of the two seasons.

The questioner, who sits so sly,
Shall never know how to reply.
He who replies to words of doubt
Doth put the light of knowledge out.

The strongest poison ever known
Came from Caesar’s laurel crown.
Nought can deform the human race
Like to the armour’s iron brace.

When gold and gems adorn the plow,
To peaceful arts shall envy bow.
A riddle, or the cricket’s cry,
Is to doubt a fit reply.

The emmet’s inch and eagle’s mile
Make lame philosophy to smile.
He who doubts from what he sees
Will ne’er believe, do what you please.

If the sun and moon should doubt,
They’d immediately go out.
To be in a passion you good may do,
But no good if a passion is in you.

The whore and gambler, by the state
Licensed, build that nation’s fate.
The harlot’s cry from street to street
Shall weave old England’s winding-sheet.

The winner’s shout, the loser’s curse,
Dance before dead England’s hearse.

Every night and every morn
Some to misery are born,
Every morn and every night
Some are born to sweet delight.

Some are born to sweet delight,
Some are born to endless night.

We are led to believe a lie
When we see not thro’ the eye,
Which was born in a night to perish in a night,
When the soul slept in beams of light.

God appears, and God is light,
To those poor souls who dwell in night;
But does a human form display
To those who dwell in realms of day.

William Blake

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Chuck Palahniuk e il suo libro di Talbott

Il Giorno dell’Aggiustamento è arrivato?

Per rispondere alla domanda del sottotitolo, ripensando ai fatti recentemente accaduti alla Casa Bianca, con protagonisti Trump da una parte e il Carnevale in maschera e armi dall’altra, parrebbe di sì. O quantomeno sembrerebbe che ci sia stata una sorta di prova generale, oppure un primo passo di avvicinamento al giorno del giudizio in cui alcuni di noi perderanno l’orecchio sinistro.
Non sarebbe la prima volta che il geniale scrittore di Portland descrive il futuro.
Descrive, non indovina. C’è è poco da indovinare infatti, le storie che egli inventa nascono da una profonda comprensione della realtà circostante e da una brillante diagnosi dei sintomi in essa presenti. Quasi sempre sintomi di una malattia che interessa non solo la società americana ma l’intera razza umana.

Ma torniamo a noi. Il libro di Talbott, ultima (solo in senso cronologico, mi auguro) fatica letteraria di Chuck Palahniuk, l’avete letto?
Per me è sempre complesso, per certi versi, parlare di lui in quanto è il mio autore contemporaneo preferito. Sono legato a gran parte della sua bibliografia da sentimenti di sconfinata stima ed esondante amore. Con presupposti simili è inevitabile essere sensibilmente esposto, perlopiù emotivamente, ad ogni sua minima sbandata così come a ogni possibile – o inevitabile – calo creativo. E così è stato in qualche modo avvilente imbattermi in alcuni dei suoi recenti flop. Certo nessuno di essi ha scalfito l’immensa stima che nutro nei suoi confronti, anche perchè è dannatamente umano percorrere un sentiero di scarsa ispirazione o di “stanchezza” narrativa. Soprattutto se in precedenza si è stati autori di svariati capolavori. Come nel caso dello zio Chuck.


Che dire del Libro di Talbott? Che in esso ho rivisto a tratti il Palahniuk degli anni migliori.
La sua capacità di comprensione e di critica della società contemporanee è tra le più chirurgiche e illuminate nelle quali possa capitare di imbattersi sugli scaffali di una libreria, in una sala cinematografica o in una conferenza geopolitica o culturale di profilo internazionale. E non esagero in questo.
Ho visto lampi di genio e bagliori della sua satira più tagliente e cinica, tra le pagine di Adjustment day (titolo originale dell’opera). Così come li ho visti poi ricadere nell’ombra di altrettante pagine di penombra e stasi, nelle quali ho intravisto l’inclinazione a ripetere se stesso che già appariva evidente nei precedenti lavori.
Sorprendentemente è stato il finale a deludermi maggiormente. Già, proprio quello che è sempre stato il suo forte, la sua arma speciale, il suo numero di prestigio più scioccante ed estatico. Neanche l’ombra di tutto ciò nella conclusione del romanzo. Na bella botta, come si dice a Manchester, per un fan sfegatato come me. Ma l’ho accettata.

Mi sono fatto bastare i lampi di genio di cui parlavo prima, disseminati qua e là, perchè mi hanno fatto sorridere come pochi altri autori al mondo sono capaci di fare. E perchè la mia vena ottimista li vede come premesse di un suo futuro o addirittura imminente grande ritorno. So che è nelle sue corde, sbattere nuovamente noi alle corde del ring e metterci KO con la sua devastante creatività e la sua vulcanica intelligenza. Un KO dopo il quale si è quasi sempre delle persone più consapevoli e libere, se non addirittura migliori in senso più ampio.
Ad maiora, zio Chuck.

Con inflessibili stima e affetto,
Phil

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cOLLA

Ho forse commesso un errore di battitura nel titolo?
No, è sballato di proposito. E’ sballato tanto quanto i protagonisti del romanzo di Irvine Welsh e non meno di chiunque ne abbia appena terminato la lettura. Anche quando si tratta di una
ri-lettura.
Anzi, riavventurarsi a distanza di tanti anni tra le pagine di una delle opere più famose – e più toste – del celebre scrittore scozzese forse ne intensifica addirittura l’effetto-schiaffo.


Col passare del tempo, infatti, il flusso di vita nel quale Welsh risucchia la persona dall’altro capo del libro non risulta meno burrascoso e acido della prima volta. Piuttosto travolge con maggior impeto, colpisce più in profondità per via di una maggiore consapevolezza ed esplode nel cuore con rinnovate malinconia e amarezza.
Rispecchiate nei percorsi di crescita individuale del gruppo di amici protagonista di Colla, che Irvine descrive con potente realismo e devastante franchezza, ci sono i nostri.
Riflessi nelle avventure grottesche, libidinose, sbagliate, umane, inspiegabili, irrinunciabili, ci sono quelle di tanti dei miei coetanei, alcune delle mie, quelle di almeno un paio di generazioni.

Colla (Glue nella versione originale del 2001) è il quarto romanzo dello scrittore scozzese Irvine Welsh

C’è chi cresce troppo velocemente e chi non lo fa mai, chi muore troppo giovane e chi invecchia precocemente, chi resta fedele a se stesso e chi si perde nel processo di maturazione.
Ci sono scontri e incomprensioni generazionali, amicizie che si infrangono senza alcuna (apparente) spiegazione ma che restano invisibilmente cementate nei decenni da una colla esistenziale salda come granito.
C’è il mondo che cambia, si evolve e si ripiega su stesso. Il tempo che vola via come un boomerang per poi tornare all’improvviso tra le mani di chi lo ha sfidato, oppure gli si infrange sul muso. Quando non scompare al di là di un cancello inaccessibile.


Si ride tanto nel romanzo di Welsh, perchè il suo umorismo britannico (ma non definitelo mai così se parlate con uno scozzese) è infallibilmente gagliardo e istrionico. Ci si commuove anche tanto perchè in pochi riescono a guardare indietro lungo i percorsi della memoria e della nostalgia con un’abilità e una franchezza così disarmanti. Il suo lessico è sempre lercio ma con note di poesia intimista, minimalista ma fantasioso allo stesso tempo, rauco, acido, spinoso, volgare e spietato perchè quasi sempre lo è anche la vita, che si sia creature privilegiate o sfortunate.


Non mi vengono in mente così tanti autori che riescono a cogliere e rappresentare lo spirito del trentennio conclusivo del ‘900 occidentale, quello della gente comune almeno, tanto mirabilmente quanto Irvine Welsh.
In pochi sono capaci di farlo senza raccontarsi e raccontarci frottole, edulcorazioni, stronzate in salsa barbecue e pillole indorate. Lo scrittore scozzese è la colla che tiene insieme la nostra età adulta e i frammenti del nostro passato. In alcuni momenti ricordarsi della sua esistenza è a metà strada tra il salvifico e l’essenziale.

Phil

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Murakami, un estraneo che sa qualcosa di me

Imbattersi in frammenti di sè e del proprio destino,
scritti da uno sconosciuto a migliaia di chilometri di distanza.
Distanza non solo fisica ma anche culturale, esistenziale. 

Estratto da: Kafka sulla spiaggia di Haruki Murakami.

Magie della letteratura.
Forme d’amore universali, al di là del tempo e dello spazio.

Ci ripensavo proprio oggi. 
Grazie Haruki. 

Phil

Kafka sulla spiaggia, un romanzo magico

Murakami Haruki e una mia prima volta

Il bello di ricredersi.
Ma cosa ne sanno i vedenti ciechi, gli stolti e gli integralisti?

Mi ero approcciato a quest’opera di Murakami non con il miglior auspicio, diciamo. Inizialmente la lettura non mi aveva coinvolto né entusiasmato, ed ero davvero scettico circa la possibilità o la probabilità che sarei arrivato alla fine del romanzo. E invece, strada facendo, tutto è cambiato. E’ successo qualcosa.
Non so se chiamarla illuminazione o folgoramento, oppure semplicemente innamoramento. Ma è accaduto per davvero. Al tempo stesso anche quasi per magia, come spesso accade tra le pagine dei romanzi visionari scritti dall’autore giapponese.

Come sopra, così sotto recita un vecchio adagio. Adattandolo alle esperienze che ci regala il buon Haruki, diverrebbe come dentro così fuori. Perchè la sua mistica deborda sempre. Se ne salva solamente chi ne è immune per natura e sensibilità personale. Altrimenti si è spacciati, essa ti possiede. E finanche quando abbandona le membra, un germoglio, un seme o una radice della sua poetica esistenziale rimane comunque radicato nell’anima del lettore con cui condivide le affinità elettive.

Kafka sulla spiaggia (海辺のカフカ) è un romanzo del 2002 dello scrittore giapponese Haruki Murakami

Dicevo prima che qualcosa, a un certo punto dell’avventura di lettura, è successo. Cosa di preciso, è difficile a dirsi. Ma è altresì certamente legato ad uno dei suoi incantesimi narrativi.

Murakami, dopo un’introduzione lenta e ipnotica, all’improvviso cambia marcia e ti risucchia all’interno di un’esplosione di fantasia, di riflessioni esistenziali che ondeggiano tra l’onirico e il surreale. Una volta risucchiato l’inconscio nella sua dimensione, lo scrittore giapponese ti tiene stretto nel nucleo di questo vortice, saldo lungo il percorso di questo affascinante viaggio. Ma non pensatelo come eccessivamente cervellotico o pesante, perché è tutt’altro. Anzi è leggero, soffuso, piacevole, suscita sorrisi e talvolta incanta.

Kafka sulla spiaggia è stata davvero, davvero una bella sorpresa. Forse perchè la lettura era iniziata non esattamente sotto la stella più luminosa, mentre poi è terminata folgorante come l’esplosione di una supernova. Quest’opera per quanto mi riguarda è superiore al molto più famoso e decantato Norwegian Wood, tanto per capirci.

Vi è mai capitato di abbracciare un libro? A me sì, con Kafka sulla spiaggia, subito dopo averlo terminato. Una prima volta che ricorderò.
Capolavoro.

Phil

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