Chi non muore…si rilegge

Lettrici e lettori, buona est…onia? Siete stati nei Paesi baltici in vacanza? Just checking. Perché gli auguri di una buona estate non farei in tempo a farveli. Il tempo vola, e infatti mi ha sorvolato a tutta velocità lasciandomi capelli al vento. Quali capelli mi chiederete? Mi riservo la facoltà di non rispondere.

Chiedo venia per i pochissimi articoli scritti e pubblicati durante l’ultimo anno. Vicissitudini, peripezie, tragedie, stravolgimenti di prospettiva, piccole rivoluzioni di vita. Il classico insomma, per chi mi conosce personalmente ed è al corrente di quante me ne capitano. Altro che romanzi, film e serie tv…
“L’apocalisse è quello che c’è già” cantava un quarto di secolo fa il buon Giolindo (e sempre sto Giolindo, oh? Yep my friends, deal with it – lol). Siamo ben oltre le allegorie di Vespuccio infatti.
Siamo ben oltre i suoi paradossi in tutti i sensi e a tutte le latitudini, in realtà. Ve ne siete accorti? Ah no? In tal caso open your eyes, open your mind (proud like a god, don’t pretend to be blind. Trapped in yourself, break out instead. Beat the machine that works in your head).

Perché vi scrivo proprio oggi? Solo per farvi sapere che sono ancora vivo. Per ora, quantomeno. Tutto qui.

Cosa ho visto e/o ascoltato di rilevante e degno di nota ultimamente?
Difficile rispondere. Dovrei prender nota di tutto, con la memoria a groviera che mi ritrovo. E considerando, soprattutto, le tantissime cose che faccio – film e serie che guardo, album che ascolto (meno del solito, ma per fortuna compenso con tantissimi concerti e concertini però) e libri che leggo (anche qui siamo al di sotto della mia media personale, lo ammetto. Il motivo è che sono in costante e frenetico movimento).
Perciò scriverò di pugno tutto ciò che mi viene in mente al momento. Ci saranno delle lacune, ma pazienza. Paciencia-innocencia diceva un Topo Manager di mia conoscenza.

Certamente degno di nota è il nuovo film di Ken Loach, The old oak, che mi è piaciuto molto. Impegnato, intelligente, onesto, profondo ma al tempo stesso anche leggero. Il solito inimitabile Ken, insomma.
Del resto non posso che testimoniare un vuoto fragoroso nelle uscite cinematografiche, imho. Perfino i film di cui avevo sentito “belle cose” mi hanno quasi sempre deluso durante l’ultimo anno passato in sala.
Attendo con fiducia il nuovo di Nolan, Oppenheimer, uscito proprio in questi giorni. La mia fiducia in lui è totale e la mia stima per Cillian Murphy enorme.

Un po’ meglio è andata con le serie tv. Sto recuperando le stagioni in arretrato della pluripremiata Succession (interpretazioni notevoli che dipingono personaggi odiosi e realisticamente spregevoli 100% made in USA) e mi sono perdutamente appassionato a Yellowstone, che non avevo ancora visto (una delle serie più belle degli ultimi anni, secondo me. Bravi tutti gli attori e con una Kelly Reilly che è semplicemente divina, da oscar).
Non male la stagione conclusiva di Mayans MC, ma rimaniamo distanti anni luce dalla bellezza della “serie madre” Sons of Anarchy.
Pollice alzato anche per The last king of the cross, serie australiana solida e avvincente.
Non mi è dispiaciuta nemmeno The last of us, da molti immeritatamente criticata a mio parere.

Per quanto riguarda uscite discografiche e concerti spero di riuscire a scrivere un pezzo ad hoc prossimamente. Stay tuned, quindi.
Per quanto concerne i libri invece…posso uscirmene con un no comment?
Tante delusioni. Periodo sfortunato. L’unico libro di un certo peso – in tutti i sensi – è stato Scemi di guerra di Travaglio. Molto interessante, ma decisamente non si tratta di un romanzo.

Come avrete intuito dalla scrittura di rigo in rigo sempre più accelerata e sintetica…I’m running out of time. Perciò vi saluto e vi do appuntamento al prossimo articolo, previsto per dicembre. Del 2026.
No, dai, scherzo. Dopo tutto questo blog non è Berzerk (battuta ad appannaggio esclusivo dei lettori del compianto Kentaro Miura, sorry).

A presto, insomma. Ad maiora.
Phil

Volver, un saluto a Venezia

Tornare.
A distanza di pochi anni da quando l’ho lasciata, fermandomi per alcuni giorni a Venezia
mi sono incamminato lungo il sentiero della memoria.
Ho riavvolto il nastro del periodo in cui vi sono arrivato e ci ho vissuto, e ho ripercorso l’evoluzione del mio rapporto con la Serenissima in cinque fasi.
Perché tornare spesso contribuisce a rielaborare, a focalizzare, a comprendere più nitidamente.

La prima fase fu – naturalmente, direi – l’INCANTO, ovvero il rapimento dovuto alla bellezza della città (che avevo già visitato più d’una volta, ma sempre da bambino).

La seconda fase fu lo SMARRIMENTO, dovuto allo scontro-incontro con una città dalle dinamiche profondamente diverse rispetto alle altre città d’Italia (e forse del mondo).
A Venezia tutto funziona diversamente, spesso apparentemente al di là della logica.

La terza fu l’ASTIO, dovuto alla costante sensazione che la città mi respingesse, rendendo complicate anche le cose più semplici. E mostrandosi, quantomeno all’apparenza, disegnata e gestita più su misura dei turisti che delle persone che decidono di fermarsi a viverci.

La quarta fu l’ACCETTAZIONE, ovvero la resa spontanea e sincera allo spirito e alla bellezza della città, che prendono il sopravvento su tutti gli altri aspetti non appena si riesce ad adattarsi alla sua diversità.

photo by phil_wallace_marino

La quinta fu l’INNAMORAMENTO, inevitabile, con accezione mitologica anche fatale. Ineluttabile quando Venezia diventa parte di te con la propria anima romantica e malinconica, profonda ed esistenziale, al di là del tempo e dello spazio.
Una forza magnetica della quale percepisci spesso il richiamo quando le sei lontano.
E non puoi far altro che tornare, anche se solo per la durata di un respiro.
Volver.

Phil

Anime fiammeggianti, monadi, CCCP e io

Pensieri randagi in una serata di fine estate

Avrete notato che approfondisco spesso e volentieri tematiche annesse e connesse ai CCCP o alla loro evoluzione, i CSI.
Di mezzo, in pratica, ci sono sempre Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni.
Il motivo non può essere, e non è infatti, solamente legato alla loro musica (che amo comunque in modi difficili da esprimere a parole).
Sono inevitabilmente e palesemente coinvolte affinità estetiche, intellettuali e poetiche.
Con tutte le contraddizioni, le ortodossie e gli anticonformismi tout court e contre tous del caso.
Del loro lato politico non me ne sono mai curato, invece. In primis perchè hanno espresso in altri modi e in ulteriori forme concetti e critiche molto più potenti di gran parte degli schieramenti politici esistenti. In secondo luogo perchè essi stessi, in realtà, si sono spinti molto oltre posizioni politiche già ai tempi in cui venivano considerati – da chi non ne coglieva fino in fondo provocazioni e sfide – schierati CON qualcuno o qualcosa invece che CONTRO molti personaggi, tanti sistemi, numerose dinamiche.
Se c’è infatti una parola che li descrive meglio è proprio la suddetta preposizione/avverbio: contro. Contro chi? Sarebbe meglio chiedersi contro cosa, ma finirei di scriverne a dicembre…dell’anno prossimo!
Un “contro” mai distruttivo ad ogni modo, bensì costruttivo, in quanto spinta a riflettere.
Una spinta a volte dolce e altre fastidiosa, dolorosa. Gioiosa e triste come due facce della stessa medaglia. Com’è la vita stessa, com’è senza desiderio di nascondersi il punk.
Ma sto divagando.

Non sono un grande estimatore della mistica, ma al tempo stesso – ed ecco affiorare le contraddizioni dell’essere umano, nessuno escluso – non riesco a negare del tutto la coincidenza/fatalità che ha visto i CCCP e il sottoscritto nascere quasi in contemporanea.
Non solo nello stesso anno, ma anche nella stessa stagione: in un autunno a Berlino, quando Ferretti e Zamboni si sono conosciuti ed è nata l’alchimia, la simbiosi, la stella danzante, la promessa di una distorsione che avrebbe scosso e percosso migliaia di persone con sentimenti e pensieri molto poco allineati a un’egemonia culturale d’oltreoceano che stava corrodendo, consumando e comprando l’anima di un intero continente, mentre ne faceva a pezzi altri.
Sì, così come l’avete appena letto, tutto d’un fiato.
Un’invasione che ci ha trovati pavidi, fragili, distratti, pigri, e facilmente corruttibili.
Non meno colpevoli quindi, in quanto complici.
Si sono disgregati i CCCP e il muro di Berlino prima, i CSI e la controffensiva all’invasione totale del consumismo poi. A resistere siamo rimasti come monadi – sapientemente distanziate da un super-organismo autosufficiente che non ha più nemmeno bisogno dei propri creatori – in un deserto digitale alienante, allucinante, annichilente.
Siamo rimasti fuochi isolati in un buio sempre più profondo. Eppur ancora ardenti.

Non posso sapere, nè pretendo di farlo, cosa il buon Giovanni volesse davvero dire con le – bellissime – parole che seguiranno, ma riesco facilmente a “vedere” le immagini che disegnano nella mia mente e gli echi che giungono al mio cuore.
E, a modo mio, le recepisco, le introietto. Sono in qualche modo mie in quanto parlano di me, seppure a pronunciarle sia stato qualcuno a me estraneo, che non ho mai conosciuto (di persona!).
Perchè si sa, le parole possono prendere vita propria e inseguire l’evoluzione scritta nel proprio dna semantico ed emozionale. Non tutte le parole naturalmente, solo alcune.
Quelle che, come faccio adesso, sentiamo la necessità di dover condividere, anche solo per prolungarne la vita.
E per raggiungere invisibilmente e immaterialmente le altre anime monadi fiammeggianti, ovunque esse siano.
Lascio la parola al buon Giovanni.
Buona fine dell’estate,
Phil

Ci sono molti fuochi,
ci sono fuochi che mangiano e fuochi che bevono.
C’è un fuoco che respinge il fuoco
e uno che lo attira,
c’è un fuoco che genera e un fuoco che consuma,
c’è un fuoco che illumina e uno che confonde.

Ci sono anime determinate dal fuoco, a loro tocca bruciare e tante sono le

possibilità del bruciare quante le anime che bruciano.
Diverse in tutto e a loro volta cumulabili in grandi famiglie.

Braci e tizzoni covano nella cenere, sono riconoscibili solo al contatto diretto.
Bisogna toccarli, smuoverli, stringerli, aggiungere dell’altro per rendersene 
conto e non è facile. Possono far male, molto male, inaspettato.


I fuochi fatui si illuminano un attimo, non hanno consistenza.
Uno scoppio di volontà e tutto finisce
adatti ad un mondo virtuale occupano per un attimo il luogo dell’apparenza. 
Belli, possibili, inutili, in forte crescita.
Possono solo confondere, per un attimo. Basta un sorriso a farli svanire
.

Le anime fiammeggianti sono visibili sempre,
anche da lontano, anche se distratti.
Si possono evitare.
Non nascondono la loro essenza, come potrebbero?
A guardarle da lontano riempiono gli occhi,
a starle a sentire palpitano e scoppiano.
Troppo vicine fanno male, scottare è la loro natura.
Possono far bene, molto bene.
Scaldano, illuminano, consolano, ma
bisogna essere predisposti, ardere.
Oppure stare alla larga.
Consultare l’Autorità.
Arruolarsi nei Vigili del Fuoco.

Giovanni Lindo Ferretti

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Majakovskij, in memoria di un immenso poeta

Il 14 aprile 1930 Vladimir  Vladimirovič Majakovskij decideva di affrontare un viaggio
senza ritorno.
Prendeva commiato così, con questa lettera:

“A tutti. Se muoio, non incolpate nessuno.
E, per favore, niente pettegolezzi. Il defunto non li poteva sopportare.
Mamma, sorelle, compagni, perdonatemi.
Non è una soluzione (non la consiglio a nessuno), ma io non ho altra scelta.
Lilja, amami. Compagno governo, la mia famiglia è Lilja Brik, la mamma,
le mie sorelle e Veronika Vitol’dovna Polonskaja.
Se farai in modo che abbiano un’esistenza decorosa, ti ringrazio.
[…]
Come si dice, l’incidente è chiuso.
La barca dell’amore si è spezzata contro il quotidiano.
La vita e io siamo pari.
Inutile elencare offese, dolori, torti reciproci.
Voi che restate siate felici.”

Perfino nei saluti le sue parole brillavano di una bellezza, di una profondità e
di una onestà uniche.

In memoriam,
Phil

Vladimir Vladimirovič Majakovskij 
(7 luglio 1893 – 14 aprile 1930)

Ottimismo e nichilismo secondo Welsh, Boyle e me

Warning: post prolisso, molesto e onesto.

Non so se, as the years went by, ve ne siete accorti: le persone più ottimiste (e dico ottimiste per davvero, concretamente, e non per una forma di hippismo cheap “alla spada de foco maniera” o per una vocazione zen da biscotti della fortuna) spesso sono le più ciniche (nell’accezione colta) e nichiliste.

Perché?
Elementare buon vecchio Watson: una volta compresi e accettati l’abisso dell’esistenza umana e le minuscole dimensioni dell’Uomo nei meccanismi dell’universo…si fa un balzo in avanti e si accetta la vita nella sua pienezza tanto quanto nella sua limitatezza, e i rischi come conditio sine qua non per qualsiasi possibilità di raggiungimento di felicità e maturazione interiore. Il tutto passando per l’accettazione delle dinamiche del tempo, delle paure e della morte.

Tutto sto preambolo del cazzo per cosa poi? Ma niente, perché mi emoziona la bravura di Irvine Welsh, meravigliosamente traslata sullo schermo da Danny Boyle, nello spennellare i colori amari della modernità sulla tavolozza della vita.

Il monologo nel video qui sotto è la naturale evoluzione di quello super iconico di Trainspotting volume Uno, e ne è anche la negazione.
La conclusione – quel sorriso sornione, contraddittorio e “umano troppo umano” di Mark – è uno schiaffo di onestà che rivela come siamo noi oggi, con molte fibre del nostra identità in metastasi avanzata di consumismo e capitalismo. Ma tant’è. Choose life.

Phil

Primavera romana

In queste giornate primaverili millenni di storia tornano a risplendere.
E anche la città forse più decaduta al mondo torna a irradiare la propria antica forza vitale. Tornano visibili i solchi lasciati dai giganti e svaniscono le orme delle comparse.
Il fantasma eterno che anima la città eterna si reincarna, stagionalmente, ogni anno.
Ed è bellissimo.

Phil

“Buon anno, ragazze e ragazzi” (cit.)

Care lettrici, cari lettori,

riapprodo sull’isola della Fenice appositamente per augurarvi un buon anno nuovo.

Sono stato via per molto tempo, lo so, e me ne dispiace.
Sono stato alcune settimane all’estero prima, e poi all’improvviso mi sono ritrovato alle prese con un trasferimento non previsto (o meglio, differente da quello pianificato) e conseguentemente con più di un trasloco. Il tutto accompagnato – naturalmente direi, trattandosi di me – da svariate disavventure (tutte felicemente e sudatamente superate, grazie per averlo moralmente chiesto).

Questi avvenimenti mi hanno tenuto lontano dall’isola, e in realtà forse continueranno a tenermici a little bit longer. Nel frattempo ho comunque cercato di rimanere sfuggevolmente sempre attivo quantomeno sulla pagina Facebook del blog, sulla quale posso pubblicare contenuti molto più rapidamente e in formato “pillola” come si suol dire. Perciò potete continuare a seguirmi lì, se vi va.

Ci tenevo ad aggiornarvi, ecco tutto. E, come dicevo, ad augurarvi un felice 2022.

Ad maiora. E a presto.
Phil

P.S. se volete ascoltare la canzone citata nel titolo, here you go: Buon anno ragazzi

Of time and men

The most complicated relationship for humans is the one with time, I reckon.
Some are aware of it, mostly are not. Still so it goes.
I myself struggled all my life fighting time, trying to ride it or to be in peace with it – depending on the period or on the circumstance. Then I learnt: all that was inappropriate, or even useless.
I saw that the only way I could deal with it reasonably is being one thing with it.
Like a sailor in the open ocean, becoming one with its blue tumultuous vastity and its dark quiet depths.
This is probably the only way to survive it at the same time with being aware of the journey, aware of yourself and aware of what’s around as well as behind and ahead. Sort of aware, ‘cause we are just humans after all.
How to do that? Only looking at oneself in the mirror, through the mirror and through oneself. Honestly, sincerely, bravely. Without shelter, without filter, without illusion. Naked, shelterless. Ready to take the blame, the shame, the absurd, the insanity, the pain, the nonsense.
Facing it all, escaping nothing.
This is the only way to be present to yourself, which is the main step. The most meaningful one. To be real in the stream of time.
To be fully alive.
To be a person instead of a pale ghost, of an empty shell, of a vainly smiling puppet.

Photo by @phil_wallace_marino


Sadly I so rarely see that all around me, miles or thousands of miles around.
What I mostly seize is people alterating their only reality through the filter of religion, magic, politics, cultural identity, social media identity, whatever kind of fake identity.
Because they don’t bear the weight of their truth, of their limits, of their fragile imperfect nature ultimately. It’s so foolish, yet so human.
Running away or hiding only leads to an eternal return of the same wrong choices, the same wrong mistakes, the same wrong pains, the same dead end streets, the same denial of the freedom of one’s soul, the same absence in the stream of time.
Those will be autumn leaves forever going with the wind.
I have no solution to that ‘cause there is no one and only answer.
And even if there was, I couldn’t have it since I’m just a simple sailor in the ocean of time.
What I can do is, when I shortly approach the land, just sharing the song of my journey, if there are ears willing to hear its melody.
Then I must resume my navigation, ‘cause there is no rest for the wicked. Where wicked simply stands for us humans.

Ad maiora,
Phil Marino

P.S.
In the end, by the way, whatever past and future might be or mean, we only exist now,
in the present.

Una serata (indimenticabile) con il Consorzio Suonatori Indipendenti

La mia riflessione a cuore aperto su un concerto unico e irripetibile

Il concerto che in data 5 ottobre 1996 i C.S.I. tennero in memoria di Beppe Fenoglio è,
per quanto mi riguarda, qualcosa di trascendente e trascendentale.
In realtà si tratta di molto più che un semplice live, poichè l’evento fu preziosamente arricchito da testimonianze dirette dei familiari del drammaturgo partigiano e di brani scritti dallo stesso autore e recitati da coloro che salirono sul palco della chiesa di San Domenico ad Alba (presenti nella versione video/vhs della release, ndr).
Ciò che di unico e irripetibile avvenne quella sera nel paesello piemontese è stato pubblicato due anni più tardi come album dal vivo dei C.S.I. con il titolo “La terra, la guerra, una questione privata”.
E, come parte della magia che pervase quell’insolito e improvvisato auditorium, la registrazione trasmette perfettamente le vibrazioni irripetibili che Giovanni Lindo Ferretti
e la sua famiglia musicale generarono suonando parte del loro repertorio artistico.

“La terra, la guerra, una questione privata” è un album dal vivo del Consorzio Suonatori
Indipendenti. E’ stato registrato nell’ottobre del 1996 e pubblicato a gennaio del 1998

Ho parlato di trascendenza poichè quello che giunge alle mie orecchie è la celebrazione di un rituale – profano – estatico e mistico come non ne esistono in alcuna conclamata religione.
Mi stupra il cuore e mi ingravida la mente quasi sempre. Ma perchè parlo di coercizione?
Perchè ciò avviene spesso contro la mia volontà. A volte vorrei semplicemente ascoltare musica, a cuor leggero come direbbe oggi Ferretti, e invece l’ascolto mi pervade, mi percuote dall’interno, mi scuote, mi rende gravido di pensieri, percezioni e comprensione.
C’è poco a questo mondo che riesce in questo, almeno per quanto riguarda il sottoscritto.

Non soltanto io sono rimasto candidamente esterrefatto e commosso però, e a conferma di ciò basterebbe ascoltare ciò che il cantante Giovanni Lindo affermò all’epoca della release: «Picchia duro. Riascoltata un anno dopo la registrazione della serata ci ha turbato. Abbiamo deciso di fermarla, trasformarla in un disco. Un disco eccessivo che non si può tenere nascosto né si può consumare a cuore leggero. Difficile da gestire. Non è un disco live, nemmeno un concerto, è una serata in onore e a memoria di Beppe Fenoglio.
Un luogo, un pubblico, un contesto irripetibile»

Che dire ripensandoci?
Semplicemente questo: infinita gratitudine e immenso amore per questi figli dell’Emilia (paranoica ma meravigliosa)!

Phil

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Mezzora insieme a William Blake

Un fugace momento di poesia

Ogni tanto mi piace inserire tra i vari articoli di cinema e musica, in maniera del tutto estemporanea, una poesia. Una parentesi di bellezza che come un fiore che cresce nel cemento mi rinfreschi la vista mentre scorro la pagina leggendo di serie tv, di una vecchia canzone o del nuovo romanzo dello zio Chuck.

Una poesia che adoro, e alla quale non aggiungo nulla. Nè commenti, nè interpretazioni e in questo caso nemmeno una traduzione. Auguries of Innocence è troppo bella nella sua lingua madre, quella di William Blake. Il poeta londinese, tra i miei preferiti in assoluto, iniziò a scriverla nei primi anni dell’800 e non è noto quando l’abbia terminata.

Centotrentadue versi di sublime incanto e di profonda riflessione esistenziale.
Ho letto diverse riflessioni e analisi critiche che la riguardano, ma onestamente nessuna di esse mi ha pienamente convinto. Specialmente riguardo alla quartine più celebri. Ma poco importa. Se conoscete la lingua, lasciatevi inebriare dal modo in cui Sir Blake la modella e ne tesse una melodia ultraterrena.
Phil

Auguries of Innocence

To see a world in a grain of sand
And a heaven in a wild flower,
Hold infinity in the palm of your hand,
And eternity in an hour.

A robin redbreast in a cage
Puts all heaven in a rage.

A dove-house fill’d with doves and pigeons
Shudders hell thro’ all its regions.
A dog starv’d at his master’s gate
Predicts the ruin of the state.

A horse misused upon the road
Calls to heaven for human blood.
Each outcry of the hunted hare
A fibre from the brain does tear.

A skylark wounded in the wing,
A cherubim does cease to sing.
The game-cock clipt and arm’d for fight
Does the rising sun affright.

Every wolf’s and lion’s howl
Raises from hell a human soul.

The wild deer, wand’ring here and there,
Keeps the human soul from care.
The lamb misus’d breeds public strife,
And yet forgives the butcher’s knife.

The bat that flits at close of eve
Has left the brain that won’t believe.
The owl that calls upon the night
Speaks the unbeliever’s fright.

He who shall hurt the little wren
Shall never be belov’d by men.
He who the ox to wrath has mov’d
Shall never be by woman lov’d.

The wanton boy that kills the fly
Shall feel the spider’s enmity.
He who torments the chafer’s sprite
Weaves a bower in endless night.

The caterpillar on the leaf
Repeats to thee thy mother’s grief.
Kill not the moth nor butterfly,
For the last judgement draweth nigh.

He who shall train the horse to war
Shall never pass the polar bar.
The beggar’s dog and widow’s cat,
Feed them and thou wilt grow fat.

The gnat that sings his summer’s song
Poison gets from slander’s tongue.
The poison of the snake and newt
Is the sweat of envy’s foot.

The poison of the honey bee
Is the artist’s jealousy.

The prince’s robes and beggar’s rags
Are toadstools on the miser’s bags.
A truth that’s told with bad intent
Beats all the lies you can invent.

It is right it should be so;
Man was made for joy and woe;
And when this we rightly know,
Thro’ the world we safely go.

Joy and woe are woven fine,
A clothing for the soul divine.
Under every grief and pine
Runs a joy with silken twine.

The babe is more than swaddling bands;
Throughout all these human lands;
Tools were made and born were hands,
Every farmer understands.
Every tear from every eye
Becomes a babe in eternity;

This is caught by females bright,
And return’d to its own delight.
The bleat, the bark, bellow, and roar,
Are waves that beat on heaven’s shore.

The babe that weeps the rod beneath
Writes revenge in realms of death.
The beggar’s rags, fluttering in air,
Does to rags the heavens tear.

The soldier, arm’d with sword and gun,
Palsied strikes the summer’s sun.
The poor man’s farthing is worth more
Than all the gold on Afric’s shore.

One mite wrung from the lab’rer’s hands
Shall buy and sell the miser’s lands;
Or, if protected from on high,
Does that whole nation sell and buy.

He who mocks the infant’s faith
Shall be mock’d in age and death.
He who shall teach the child to doubt
The rotting grave shall ne’er get out.

He who respects the infant’s faith
Triumphs over hell and death.
The child’s toys and the old man’s reasons
Are the fruits of the two seasons.

The questioner, who sits so sly,
Shall never know how to reply.
He who replies to words of doubt
Doth put the light of knowledge out.

The strongest poison ever known
Came from Caesar’s laurel crown.
Nought can deform the human race
Like to the armour’s iron brace.

When gold and gems adorn the plow,
To peaceful arts shall envy bow.
A riddle, or the cricket’s cry,
Is to doubt a fit reply.

The emmet’s inch and eagle’s mile
Make lame philosophy to smile.
He who doubts from what he sees
Will ne’er believe, do what you please.

If the sun and moon should doubt,
They’d immediately go out.
To be in a passion you good may do,
But no good if a passion is in you.

The whore and gambler, by the state
Licensed, build that nation’s fate.
The harlot’s cry from street to street
Shall weave old England’s winding-sheet.

The winner’s shout, the loser’s curse,
Dance before dead England’s hearse.

Every night and every morn
Some to misery are born,
Every morn and every night
Some are born to sweet delight.

Some are born to sweet delight,
Some are born to endless night.

We are led to believe a lie
When we see not thro’ the eye,
Which was born in a night to perish in a night,
When the soul slept in beams of light.

God appears, and God is light,
To those poor souls who dwell in night;
But does a human form display
To those who dwell in realms of day.

William Blake

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