Chi non muore…si rilegge

Lettrici e lettori, buona est…onia? Siete stati nei Paesi baltici in vacanza? Just checking. Perché gli auguri di una buona estate non farei in tempo a farveli. Il tempo vola, e infatti mi ha sorvolato a tutta velocità lasciandomi capelli al vento. Quali capelli mi chiederete? Mi riservo la facoltà di non rispondere.

Chiedo venia per i pochissimi articoli scritti e pubblicati durante l’ultimo anno. Vicissitudini, peripezie, tragedie, stravolgimenti di prospettiva, piccole rivoluzioni di vita. Il classico insomma, per chi mi conosce personalmente ed è al corrente di quante me ne capitano. Altro che romanzi, film e serie tv…
“L’apocalisse è quello che c’è già” cantava un quarto di secolo fa il buon Giolindo (e sempre sto Giolindo, oh? Yep my friends, deal with it – lol). Siamo ben oltre le allegorie di Vespuccio infatti.
Siamo ben oltre i suoi paradossi in tutti i sensi e a tutte le latitudini, in realtà. Ve ne siete accorti? Ah no? In tal caso open your eyes, open your mind (proud like a god, don’t pretend to be blind. Trapped in yourself, break out instead. Beat the machine that works in your head).

Perché vi scrivo proprio oggi? Solo per farvi sapere che sono ancora vivo. Per ora, quantomeno. Tutto qui.

Cosa ho visto e/o ascoltato di rilevante e degno di nota ultimamente?
Difficile rispondere. Dovrei prender nota di tutto, con la memoria a groviera che mi ritrovo. E considerando, soprattutto, le tantissime cose che faccio – film e serie che guardo, album che ascolto (meno del solito, ma per fortuna compenso con tantissimi concerti e concertini però) e libri che leggo (anche qui siamo al di sotto della mia media personale, lo ammetto. Il motivo è che sono in costante e frenetico movimento).
Perciò scriverò di pugno tutto ciò che mi viene in mente al momento. Ci saranno delle lacune, ma pazienza. Paciencia-innocencia diceva un Topo Manager di mia conoscenza.

Certamente degno di nota è il nuovo film di Ken Loach, The old oak, che mi è piaciuto molto. Impegnato, intelligente, onesto, profondo ma al tempo stesso anche leggero. Il solito inimitabile Ken, insomma.
Del resto non posso che testimoniare un vuoto fragoroso nelle uscite cinematografiche, imho. Perfino i film di cui avevo sentito “belle cose” mi hanno quasi sempre deluso durante l’ultimo anno passato in sala.
Attendo con fiducia il nuovo di Nolan, Oppenheimer, uscito proprio in questi giorni. La mia fiducia in lui è totale e la mia stima per Cillian Murphy enorme.

Un po’ meglio è andata con le serie tv. Sto recuperando le stagioni in arretrato della pluripremiata Succession (interpretazioni notevoli che dipingono personaggi odiosi e realisticamente spregevoli 100% made in USA) e mi sono perdutamente appassionato a Yellowstone, che non avevo ancora visto (una delle serie più belle degli ultimi anni, secondo me. Bravi tutti gli attori e con una Kelly Reilly che è semplicemente divina, da oscar).
Non male la stagione conclusiva di Mayans MC, ma rimaniamo distanti anni luce dalla bellezza della “serie madre” Sons of Anarchy.
Pollice alzato anche per The last king of the cross, serie australiana solida e avvincente.
Non mi è dispiaciuta nemmeno The last of us, da molti immeritatamente criticata a mio parere.

Per quanto riguarda uscite discografiche e concerti spero di riuscire a scrivere un pezzo ad hoc prossimamente. Stay tuned, quindi.
Per quanto concerne i libri invece…posso uscirmene con un no comment?
Tante delusioni. Periodo sfortunato. L’unico libro di un certo peso – in tutti i sensi – è stato Scemi di guerra di Travaglio. Molto interessante, ma decisamente non si tratta di un romanzo.

Come avrete intuito dalla scrittura di rigo in rigo sempre più accelerata e sintetica…I’m running out of time. Perciò vi saluto e vi do appuntamento al prossimo articolo, previsto per dicembre. Del 2026.
No, dai, scherzo. Dopo tutto questo blog non è Berzerk (battuta ad appannaggio esclusivo dei lettori del compianto Kentaro Miura, sorry).

A presto, insomma. Ad maiora.
Phil

Babylon, una cavalcata cinefila frenetica e travolgente

Chazelle ci regala un’epopea sul cinema anni ’20 che ricorderemo

Il nuovo film di Damien Chazelle è un portentoso cavallo imbizzarrito.
Un cavallo di razza, istrionico, colorato e con i polmoni d’acciaio che lo fanno correre per tre ore piene senza sosta né cali di intensità. Chapeau, amici miei.
Siamo solo a gennaio ma credo di aver appena visto uno di quelli che si riveleranno Film dell’anno.

Non è la prima volta che un regista azzarda un’epopea sul cinema stesso e sulla sua storia. Anzi, è recentissima l’ultima dichiarazione d’amore dedicata al grande schermo – è quella di Spielberg, che con The Fabelmans ha realizzato un gran bel film raccontando la propria storia personale. Altre tre ore di pregevole fattura.
Con Babylon, però, siamo a un livello superiore, imho. Basterebbe anche solo il finale, che paragonerei a una cavalcata rock’n’roll di fine concerto negli anni ’70. Tutto torna.

Come sempre non mi calo nelle profondità di un’analisi tecnica dell’opera filmica, sia perché non sono – né vorrei mai essere – un critico cinematografico, sia perché non è nella natura stessa di questo blog.
Non posso però esimermi dal puntare i riflettori su un cast meraviglioso, che può contare su Brad Pitt, Margot Robbie, Diego Calva, Tobey Maguire, Jean Smart e tanti altri comprimari di valore. C’è perfino Flea dei Red Hot Chili Peppers, che con il cinema non c’entra niente ma che non sfigura affatto.
Tutti in formissima, tutti ispirati, tutti traboccanti della stessa energia che pervade la pellicola dall’inizio alla fine.

Babylon è un film del 2022 scritto e diretto da Damien Chazelle

Perfette le musiche, accecanti i colori e la fotografia, incalzante il ritmo delle sequenze.
Il regista americano ha realizzato un piccolo capolavoro secondo me.
Avevamo già capito che Chazelle avesse talento da vendere guardando Whiplash e La La Land (ma anche First Man, che a me non era per niente dispiaciuto).
Se n’erano accorti anche a Hollywood, non a caso trasformandolo nel 2017 nel più giovane regista di sempre a vincere un Premio Oscar.

Questo è uno di quei film che guardare in lingua originale non è una scelta ma un obbligo morale. Non sono un integralista delle V.O. né tantomeno un talebano che si lancia in una guerra santa al doppiaggio, ma in questo caso il valore aggiunto della versione originale raggiunge proporzioni tali da renderlo, secondo me, non solo caldamente consigliato ma addirittura obbligatorio.
Anche solo per poter ammirare Margot Robbie, divina e forse alla sua migliore performance di sempre.
Vorreste proprio ascoltarla recitare, fidatevi. Fatelo, se potete.

Concludendo, come riassumere l’esperienza in sala in tre righe?
Fino a metà della sua durata Babylon sembra “solo” un film estremamente divertente ed esilarante, ma poi rivela pian piano una propria profondità narrativa che colpisce il cuore di chi ama e conosce il cinema sin da bambino.
Il finale, gli ultimissimi minuti, poi, sono secondo me quelli che lo relegano nell’Olimpo delle pellicole memorabili.

Phil

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Margini, un film punk sulla provincia

Un film sulla provincia e sul punk. Una commedia, commedia amara.
Sotto un certo punto di vista mi ha ricordato il mio romanzo.
Cos’hanno in comune?
Non molto, ma una cosa di sicuro: la provincia!
Anche se il film è meno caustico del libro (e va bene così).

Uscendo dalla sala ho ascoltato il commento di un gruppo di irriducibili punkettoni.
Non avevano capito quasi niente dello spirito e del sottotesto della pellicola.
Nemmeno il finale, che nel suo minimalismo io ho trovato di un realismo assordante, perfetto.
Non è colpa loro però, che anzi qualche tiepido commento positivo l’hanno anche dato nonostante la loro posizione da ultrà musicali.

Margini è un film italiano del 2022 diretto da Niccolò Falsetti


È che si tratta di un mondo così lontano da essere incomprensibile per loro.
La provincia è una dimensione a sè stante, con un linguaggio tutto suo, dinamiche peculiarissime e una malinconia, una deserticità stoica che può risultare ermetica a chi ne è estraneo.

Immagino che anche leggendo il mio libro, qualcuno nato e cresciuto in città possa aver avuto difficoltà a comprenderlo fino in fondo.
Mi sono chiesto: un limite del romanzo, così come del film?
No, l’universalità non può e non deve essere un fine univoco, una meta obbligata.
Anche perchè quella è una prerogativa molto pop.
Mentre romanzo e film, in modi profondamente diversi l’uno dall’altro, hanno un’attitudine ruvidamente punk.
Insomma “bella così”, come si dice a Copenhagen.

Phil

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Elvis, un film sull’amore per la musica

Sarò breve: se amate la musica correte in sala a vedere Elvis, il nuovo film di Baz Luhrmann.

Premetto di non essere un fan sfegatato nè di Presley, per quanto ne riconosca il ruolo fondamentale e seminale per generazioni di creatori e ascoltatori di rock e derivati,
nè del regista australiano, per quanto adori un paio dei suoi film.
Quindi perchè tutto questo calore? Perchè la pellicola ne è pervasa!
Pur essendo il cantante di Tupelo il protagonista, ad avere un ruolo ancor più centrale è la musica stessa. Ve ne accorgerete.

Del resto il biopic di Luhrmann esplora più che la vita dell’icona rockabilly la sua ascesa (insieme alla caduta) in maniera congiunta e inseparabile al rapporto – di cui si sono scritti tonnellate di articoli, gossip e denunce – con il manager Tom Parker, detto “il Colonnello”.
Il tutto non mancando mai di descrivere il contesto e lo spirito dei tempi, tanto a livello culturale quanto socio-politico. Senza mai appesantire però.

Già, perchè di Elvis ci è arrivata un’immagine un po’ sbiadita, quella della star eccessiva e sfarzosa, eccentrica e un po’ ridicolosamente imitata. Presley però è stato anche un grande innovatore a livello musicale, e un ribelle che in varie occasioni si è fatto portavoce del popolo.

Inizialmente il film mi ha fatto sorridere, per via di alcune scelte stilistiche del regista,
ma una volta entrato nel mood ne ho compreso gli intenti. E nel finale confesso di essermi anche commosso.
Fuori dalla sala alcune persone, comunque soddisfatte, dicevano di essere rimaste a tratti attonite, a causa della velocità e del ritmo travolgente del film, e altre di essersi quasi “sballate” per via di un effetto caleidoscopico di cui la pellicola è intrisa. Nulla da eccepire, tutto vero. Tutto coerente con lo spirito travolgente, sincero e maledetto del rock’n’roll.

Fantastiche le interpretazioni di Austin Butler nei panni di Presley e di Tom Hanks in quelli del Colonnello.

Due ore e quaranta (eh già) della mia vita decisamente ben impiegate, insomma.
E per una volta mi trovo anche in accordo con la platea di Cannes, visto che all’anteprima dell’edizione 2022 del festival francese il film ha ricevuto una standing ovation di 12 minuti.

Viva Las Vegas!
O forse no, visto l’epilogo.
Di sicuro, però, evviva Elvis Presley, the King.

Phil

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Cinema, serie tv e musica: i miei up & down di inizio estate

Il tempo corre, corre, corre.
Vero.
Anche vero, però, è che “Chi ha il tempo? Chi ha il tempo? Ma se non ce lo prendiamo mai il tempo, quando mai lo avremo il tempo?” come diceva il saggio Merovingio in Matrix Reloaded.

Perciò rieccomi qui al vostro servizio, anche se once again in formato “pillole”.

Ecco cosa ho visto e/o ascoltato con piacere e con soddisfazione ultimamente:

  • Esterno Notte (film interessante, intenso – non vedo l’ora di vedere la seconda parte)
  • Top Gun Maverick (un sequel cinematografico sensato, senza troppe pretese, godibilissimo)

  • Bosch Legacy, prima stagione (serie tv, uno spin-off che approvo, tosto come sempre – sentivo già la mancanza del detective Bosch)

  • Ozark, stagione conclusiva (serie tv, solida e magistralmente interpretata – uno dei pochi prodotti targati Netflix che trovo ancora decente)
  • Doctor Strange nel Multiverso della follia (uno dei pochi punti fermi sul grande schermo a firma della Marvel )
  • Lamparos y sus componentes e Big Mountain County (piacevolissime sorprese, sperimentate on stage, della musica made in Italy)

Ecco invece cosa mi ha deluso e/o convinto poco tra le uscite più recenti:

  • Stranger Things stagione 4 (grande delusione, è diventata così infantile che fatico a seguirla – l’ennesima conferma che Netflix è in caduta libera)
  • Fear the walking dead & The walking dead “la serie madre”, stagioni appena concluse (allungare il brodo all’infinito non gli restituisce il sapore perduto)
  • Rammstein – Zeit (nonostante la classe cristallina della band teutonica un album moscio, poco ispirato secondo me, al di sotto dei loro standard – occasione persa)
  • Eddie Vedder – Earthling (è sempre emozionante ascoltare la sua voce, una delle più belle in circolazione secondo me. Il suo disco solista, però, mi suona troppo monotono. Sorry Ed!)

Passo e chiudo.
A presto boys and girls, l’orologio fa tic toc e mi tocca scappare.
So long!

Phil

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Ottimismo e nichilismo secondo Welsh, Boyle e me

Warning: post prolisso, molesto e onesto.

Non so se, as the years went by, ve ne siete accorti: le persone più ottimiste (e dico ottimiste per davvero, concretamente, e non per una forma di hippismo cheap “alla spada de foco maniera” o per una vocazione zen da biscotti della fortuna) spesso sono le più ciniche (nell’accezione colta) e nichiliste.

Perché?
Elementare buon vecchio Watson: una volta compresi e accettati l’abisso dell’esistenza umana e le minuscole dimensioni dell’Uomo nei meccanismi dell’universo…si fa un balzo in avanti e si accetta la vita nella sua pienezza tanto quanto nella sua limitatezza, e i rischi come conditio sine qua non per qualsiasi possibilità di raggiungimento di felicità e maturazione interiore. Il tutto passando per l’accettazione delle dinamiche del tempo, delle paure e della morte.

Tutto sto preambolo del cazzo per cosa poi? Ma niente, perché mi emoziona la bravura di Irvine Welsh, meravigliosamente traslata sullo schermo da Danny Boyle, nello spennellare i colori amari della modernità sulla tavolozza della vita.

Il monologo nel video qui sotto è la naturale evoluzione di quello super iconico di Trainspotting volume Uno, e ne è anche la negazione.
La conclusione – quel sorriso sornione, contraddittorio e “umano troppo umano” di Mark – è uno schiaffo di onestà che rivela come siamo noi oggi, con molte fibre del nostra identità in metastasi avanzata di consumismo e capitalismo. Ma tant’è. Choose life.

Phil

Ennio, la colonna sonora della nostra vita

Nei cinema il tributo di Tornatore a uno dei geni del ‘900

Interrompo brevemente il mio periodo di pausa dal blog per consigliarvi, caldamente, di andare al cinema a guardare il film-documentario che Giuseppe Tornatore ha realizzato in memoria di Ennio Morricone.

Ok, nel mio caso i presupposti per un gradimento elevato c’erano tutti: il cinema che racconta la musica, ovvero il matrimonio perfetto tra le mie due grandi passioni.
La bellezza di Ennio, però, va molto oltre queste premesse. Non si tratta solamente di affinità elettive ma di un’opera filmica realizzata con immenso amore, profonda gratitudine e sconfinata ammirazione. Il lungometraggio ne è denso dall’inizio alla fine, e lo trasmette con candore e onestà.

Morricone ha scritto le colonne sonore di tanti, ma davvero tanti capolavori della storia del cinema. Così numerosi che sarebbe sciocco iniziare a citarli. E sarebbe futile, poichè sono impressi nella memoria collettiva non solo di noi italiani ma di chiunque abbia respirato anche solo minimamente cinema in ogni continente del globo.
Il Maestro è un patrimonio dell’umanità, e uno dei geni del ventesimo secolo.

Creatività, estro, coraggio, integrità artistica, visione, amore per il proprio lavoro, generosità, disponibilità e umiltà sono solo alcuni dei valori umani che E.M. possedeva.
La capacità di parlare a milioni, miliardi di esseri umani attraverso un linguaggio universale probabilmente ne è la sintesi.

Il docu-film di Tornatore racconta numerosi aneddoti interessanti e spesso divertenti, quasi sempre anche emozionanti, e ripercorre la carriera del compianto compositore con semplicità e con un enorme calore umano. Senza mai esondare nella venerazione leziosa e nella faziosità, anzi con notevole obiettività e con rigore narrativo.

Ennio racconta di noi, di generazioni di noi, poichè siamo ciò che abbiamo vissuto, ciò che abbiamo provato, ciò che ha contribuito a formarci come cittadini di questo mondo.
Siamo le lenti attraverso le quali ne abbiamo ricostruito il senso, siamo le colonne sonore che hanno accompagnato queste immagini e questi significati verso le profondità della nostra coscienza e attraverso le fibre, pulsanti, del nostro cuore.

Ennio è un atto d’amore e un segno di riconoscenza. Entrambi dovuti, entrambi graditi. Andate a vederlo.

Phil

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Everyone should be sometime…a taxi driver

Un film impegnato ma che scorre con leggerezza

Sicuramente meno famoso del film di Scorsese, ma probabilmente non meno importante.
La pellicola del 2017 di Jang Hoon non può contare su un iconico De Niro nè sulle atmosfere di una decadente New York post-Vietnam…ma ha dalla sua una vicenda storica di enorme importanza – la violenta e sanguinosa rivolta popolare che infiammò la Corea del Sud contro la dittatura che opprimeva il Paese a inizio anni ’80 – e una regia davvero solida.

A taxi driver è un film del 2017 diretto da Jang Hoon

Il film racconta in maniera attenta ed evocativa – e a tratti, per quanto possibile, umanamente leggera – un frammento della storia del novecento che noi tutti dovremmo conoscere meglio. Perchè è parte della nostra storia recente, e quindi parte di noi.

Phil

P.S. quanto amo il cinema coreano!

Flashback, un film che attraversa il muro del nuovo millennio nelle due direzioni

L’opera di MacBride è un ritorno, stilisticamente notevole,
ai trip anni ’90

Flashback, conosciuto anche col titolo The Education of Fredrick Fitzell, è un film che potrei definire figliol prodigo degli anni ’90.
Ci rivedo i voli pindarici, che alcuni chiamerebbero illusioni e altri allucinazioni, di David Lynch, di Strange days e di Requiem for a dream. Ma questo soltanto in termini cinefili, perché in realtà ci vedo un’intera epoca, o meglio l’epica di un’intera epoca. E dovrete perdonarmi il gioco di parole perché è davvero fulgente questa mia visione.

Invisibile ma roboante, l’anelito di un periodo storico di rottura sanguinante rispetto alle tre decadi precedenti, e di preparazione al salto nel vuoto degli anni 2000. C’erano tanto pensiero, tanto sentimento, tanta azione. Un condensato di idealismo struggente e realismo deflagrante. Si combatteva, nel cuore di chi era in grado di percepirlo, lo scontro dello spirito di un millennio contro il muro del suo vertiginoso annichilimento. Un muro in frantumi che preparava allo sconfinamento di un futuro a folli velocità. I rottami sono tutti attorno a noi, anche se per la maggior parte di noi è troppo presto per notarli.

C’è anche questo nascosto sotto la pelle dell’ultima opera del regista e scrittore Christopher MacBride. Ma tranquilli, tutti questi discorsi cervellotici potete anche risparmiarveli godendovi semplicemente il film – alla fin dei conti è una pellicola ed è volta all’intrattenimento, perciò l’esperimento della sua funzione saggistica è facoltativo.

Flashback, conosciuto anche come The Education of Fredrick Fitzell, è un
film del 2020 scritto e diretto da Christopher MacBride e distribuito nei
cinema e sulle piattaforme streaming USA nel 2021

Flashback, che d’ora in avanti sia nelle mie chiacchiere cinefile che nei miei monologhi interiori chiamerò sempre e solo The Education of Fredrick Fitzell (mi piace di più e lo trovo più consono), è un bel film ma non certamente un capolavoro intergenerazionale, questo va detto. Pas mal, comunque, visto che di appartenenti a tale meravigliosa categoria non ne sfornano quasi mai di nuovi.
Però se apprezzate i film non lineari – espressione neutra per indicare quelli che io definisco trip mentali – nonché l’estetica avanguardista dei 90s, credo proprio che la pellicola in questione vi piacerà e non poco.
Il tempo di abituarvi alla botta, e viaggerete molto piacevolmente. Io l’ho fatto, e la pellicola di MacBride è risultata una delle sorprese cinematografiche più piacevoli di questo 2021.

Enjoy,
Phil

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Army of the Dead, che delusione epica!

Zack Snyder con il suo nuovo film scivola
su trecento bucce di banana

Sarò telegrafico: per me si tratta del film più banale mai girato da Zack Snyder.
Miseriaccia, che delusione!
Dopo un inizio che lascia davvero ben sperare…la pellicola crolla rumorosamente a causa di una sceneggiatura da terza media e di dialoghi a dir poco cheap.

L’apocalisse zombie del cineasta americano inciampa senza sosta in incoerenze che oscillano tra il plateale e addirittura l’abissale, insomma.
I giorni felici ed entusiasmanti di Re Leonida e dei suoi 300 iconici guerrieri spartani, così come la genialità narrativa e visiva di Watchmen, sembrano lontani anni luce purtroppo.

Army of the Dead è un film del 2021 del regista
americano Zack Snyder


Per carità, dei brevi momenti felici e godibili ci sono pure eh.
E impegnandosi a spegnere il cervello si possono apprezzare ritmi grind ed esplosioni di sangue, che sono le armi da sempre meglio padroneggiate dal regista di Green Bay.
Però considerate le aspettative – e soprattutto l’attesa di sette anni dal suo ultimo film –
non posso che indirizzare vigorosamente il mio pollice verso il basso nel giudicare questa pellicola.

Last but not least, non mi stupisce che si tratti di un prodotto targato Netflix, i cui standard ormai sono bassi come le acque di uno stagno in Arizona. Maremma arida, maremma.

Perdonatemi la causticità odierna, ragazzi. Sarà certamente a causa di tutta quella decomposizione zombie che stavolta mi sarei volentieri risparmiato ( – linguaccia).

Phil

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