cOLLA

Ho forse commesso un errore di battitura nel titolo?
No, è sballato di proposito. E’ sballato tanto quanto i protagonisti del romanzo di Irvine Welsh e non meno di chiunque ne abbia appena terminato la lettura. Anche quando si tratta di una
ri-lettura.
Anzi, riavventurarsi a distanza di tanti anni tra le pagine di una delle opere più famose – e più toste – del celebre scrittore scozzese forse ne intensifica addirittura l’effetto-schiaffo.


Col passare del tempo, infatti, il flusso di vita nel quale Welsh risucchia la persona dall’altro capo del libro non risulta meno burrascoso e acido della prima volta. Piuttosto travolge con maggior impeto, colpisce più in profondità per via di una maggiore consapevolezza ed esplode nel cuore con rinnovate malinconia e amarezza.
Rispecchiate nei percorsi di crescita individuale del gruppo di amici protagonista di Colla, che Irvine descrive con potente realismo e devastante franchezza, ci sono i nostri.
Riflessi nelle avventure grottesche, libidinose, sbagliate, umane, inspiegabili, irrinunciabili, ci sono quelle di tanti dei miei coetanei, alcune delle mie, quelle di almeno un paio di generazioni.

Colla (Glue nella versione originale del 2001) è il quarto romanzo dello scrittore scozzese Irvine Welsh

C’è chi cresce troppo velocemente e chi non lo fa mai, chi muore troppo giovane e chi invecchia precocemente, chi resta fedele a se stesso e chi si perde nel processo di maturazione.
Ci sono scontri e incomprensioni generazionali, amicizie che si infrangono senza alcuna (apparente) spiegazione ma che restano invisibilmente cementate nei decenni da una colla esistenziale salda come granito.
C’è il mondo che cambia, si evolve e si ripiega su stesso. Il tempo che vola via come un boomerang per poi tornare all’improvviso tra le mani di chi lo ha sfidato, oppure gli si infrange sul muso. Quando non scompare al di là di un cancello inaccessibile.


Si ride tanto nel romanzo di Welsh, perchè il suo umorismo britannico (ma non definitelo mai così se parlate con uno scozzese) è infallibilmente gagliardo e istrionico. Ci si commuove anche tanto perchè in pochi riescono a guardare indietro lungo i percorsi della memoria e della nostalgia con un’abilità e una franchezza così disarmanti. Il suo lessico è sempre lercio ma con note di poesia intimista, minimalista ma fantasioso allo stesso tempo, rauco, acido, spinoso, volgare e spietato perchè quasi sempre lo è anche la vita, che si sia creature privilegiate o sfortunate.


Non mi vengono in mente così tanti autori che riescono a cogliere e rappresentare lo spirito del trentennio conclusivo del ‘900 occidentale, quello della gente comune almeno, tanto mirabilmente quanto Irvine Welsh.
In pochi sono capaci di farlo senza raccontarsi e raccontarci frottole, edulcorazioni, stronzate in salsa barbecue e pillole indorate. Lo scrittore scozzese è la colla che tiene insieme la nostra età adulta e i frammenti del nostro passato. In alcuni momenti ricordarsi della sua esistenza è a metà strada tra il salvifico e l’essenziale.

Phil

N.B. Per commentare vai alla pagina del post (cliccando sul titolo )

The third day: cronaca di una “delusione-tv”

La nuova serie con Jude Law, ahimè, davvero non mi ha convinto

Solitamente, ve ne sarete accorti, preferisco parlare delle cose belle piuttosto che di quelle dal retrogusto biliare. In poche parole ritengo sia un miglior impiego di tempo quello di dare dritte strategiche, spunti di riflessione creativi o semplicemente condividere la gioia della visione di un bel film, della lettura di un libro interessante o dell’ascolto di un album meritevole.
Non oggi però. Sento di dover parlare, magari per smaltirne i postumi della delusione, di una serie tv che mi lasciato dell’amaro in bocca. Forse le aspettative erano troppo elevate, ma fatto sta che The third day proprio non mi ha convinto.
Per carità, non si tratta di un prodotto malriuscito in toto e che relego nella black list delle castronerie da dimenticare a braccia conserte. No, la mini-serie targata HBO ha anche dei pregi, e sarebbe sbagliato fingere di non vederli. Anzi, comincio proprio da questi.
Fotografia, costumi, musiche, location, cast: tutti elementi di prim’ordine.

La fotografia soprattutto, madonna che incisività: il lavoro del trio Benjamin Kračun, Ole Birkeland e David Chizallet ammalia e risucchia lo spettatore con un vigore siderale nello scenario della piccola isola britannica in cui si svolgono gli eventi. Meraviglia! La location, Osea Island, fa venire una tremenda voglia di andare a visitarla almeno una volta nella vita.

Le musiche sono sinistre e inquietanti, la riproduzione di simboli antichi è curata e il cast, beh, il cast vanta un certo Jude Law su tutti, signore e signori – calamita del mio interesse per la serie molto prima che andasse in onda (sono diventato un suo grande estimatore dopo averlo ammirato in The Young Pope). Non solo lui, però: Katherine Waterstone, Naomie Harris, Mark Lewis Jones, Patrick George Considine & company recitano più che bene la propria parte.

Quindi cosa c’è che non va?
Perchè ritrovarsi a parlare di delusione a valle di simili pregi e virtù?

The Third Day è una mini-serie tv anglo-americana del 2020 creata da Felix Barrett e Dennis Kelly per HBO e Sky Atlantic

La sceneggiatura, ecco qual è la nota stonata dell’intera serie. La scrittura dei personaggi è un grosso tasto dolente che manda tutto…a quel paese.
Fondamenta scricchiolanti non possono che portare a un crollo dell’intera struttura, per quanto questa sia esteticamente elegante e accattivante nelle forme.
Oltre a un ritmo da encefalogramma piatto, che ha qualche sussulto giusto nel finale, e che induce al sonno spesso e volentieri quando non irrita e indispone…a farmi calare litri di proverbiale latte alle ginocchia sono state le dinamiche di azione e interazione dei protagonisti. Dinamiche insensate e al di fuori di qualsiasi logica, interna o esterna che sia.
I personaggi fanno scelte immotivate una dopo l’altra, e non sono coerenti nemmeno alla propria instabilità emotiva o alle proprie turbe psichiche. Non c’è ombra di istinto di sopravvivenza nè di relazioni di causa ed effetto nei loro processi decisionali.

Sebbene la storia, il plot, sia di per sè interessante e gravido di premesse e potenzialità, queste ultime sono state sprecate alla grande. Lo spettatore, immerso in un’interessante e plumbea atmosfera onirica ed esoterica, non trova pace se guarda la serie con le sinapsi attive poichè si ritrova costantemente davanti personaggi che fanno scelte idiote una dopo l’altra. Boh.
Un titolo più coerente sarebbe stato forse The Third Lobotomy. Maremma sassone, maremma. E vabbè.
Faccio fatica a credere che sia una serie HBO, che non ne sbaglia una nemmeno sotto l’effetto di sortilegi avversi nè se vittima di anatemi. Eppure…
Deduco che si tratti della celeberrima eccezione che conferma la regola.

Alright then. Mi sa che l’effetto lobotomico del terzo giorno che ha intontito Jude Law and friends durante tutte le sei puntate inizia ad ottenebrare anche la mia mente…perciò mi fermo qui. E vado a farmi un caffè.
See ya all pals.

Phil

N.B. Per commentare vai alla pagina del post (cliccando sul titolo )

Un film intenso e spietato (quanto una religione)

Una storia di violento e stoico integralismo cristiano

The Devil All the Time (in italiano tradotto con uno scialbo Le strade del male) è un film che ti accarezza le guance con la carta vetrata e ti sussurra dolci preghiere al cianuro.
Un’epopea di fondamentalismo religioso nell’America di provincia, ignorante e bigotta.

Un drammone che ripercorre alberi genealogici e strade rurali di due paesi che sembrano due Vespuccio a stelle e strisce. Con un tocco di psicopatia aggiuntiva, così, a gradire.
Non è un caso, forse, che il film sia uscito lo scorso undici settembre, data della prima presentazione ufficiale del (mio) libro. Buffe coincidenze.

The Devil All the Time (Le strade del male) è un film del 2020 diretto da Antonio Campos e ispirato all’omonimo romanzo di Donald R. Pollock


Cast di grande qualità: Tom Holland, Mia Wasikowska, Robert Pattinson, Bill Skarsgård, Eliza Scanlen e Harry Melling. I loro percorsi si incrociano in modo tristemente perfetto lungo tutta la durata della pellicola. Davvero degli abili tessitori di trame i fratelli Campos (Paulo e Antonio, che è anche il regista).

Tratto dall’omonimo romanzo del 2011 di Donald Ray Pollock.
A tratti devastante, ma sempre solido.
Un bel film, ma di certo non per tutti i gusti. Per i miei, decisamente sì.
Consigliato ai ferventi credenti (hehehe), lo trovate su Netflix.

Phil

N.B. Per commentare vai alla pagina del post (cliccando sul titolo )

Once upon a time in…lockdown!

Nonostante il lockdown il sabato sera bisogna pur celebrarlo, no?
Così ieri mi son rivisto Once upon a time in…Hollywood.
Felicissima idea. Che filmone con i contro…crismi!

Once upon a time in…Hollywood: il nono film di Quentin Tarantino. Serve dire altro?

Alcune riflessioni random, a briglia sciolta.

In questi tempi di coprifuoco, innanzitutto, avvistare il Bloody Mary abbondante che beve Brad Pitt a inizio pellicola è stato sublimante e frustrante allo stesso tempo. Sete!

Ma ad Al Pacino ormai gli fanno fare sempre l’ebreo? Curioso.

Adoro l’auto-citazionismo di Tarantino. In questo non ha eguali probabilmente.

Margot Robbie è più Sharon Tate di Sharon Tate. Lol.

Con il buon vecchio Brad è come con Trony, non ci sono paragoni: il più figo nei paraggi è sempre lui! Le chiacchiere stanno a zero.

Leonardo, a inizio carriera mi stava sulle scatole. Adesso…è diventato un mostro di bravura e non posso non amarlo. Lo ricorderanno per generazioni.

Quando DiCaprio e Pitt smetteranno di fare film, io smetterò di guardarne. Non voglio pensarci.

La ragazzina, quella ragazzina lì: tra quindici anni sarà la miglior attrice in circolazione. Ci metterei la firma.

Quanto è bella Margaret Qualley? Di un altro pianeta. Alla faccia di chi pensa che gli alieni siano verdi e strambi.

Pensandoci, ci credo che la famiglia Lee ha avuto parecchio da ridire sulla pellicola: Bruce ci fa una figura davvero barbina con tutti quei versi da gallina spennata! Esilarante però.

Dopo essersi trattenuto col sangue quasi per l’intero film, l’epilogo a casa Dalton deve essere stato un po’ come un orgasmo per il buon Quentino da Manduria. Liberazione.

Uno dei finali più azzeccati della sua carriera, tra l’altro. Don’t you agree?

Phil

N.B. Per commentare vai alla pagina del post (cliccando sul titolo )

Hill House, una serie tv “spaventosamente” coi fiocchi

Storie di vita e di fantasmi che si intrecciano con eleganza

The Haunting of Hill House è una delle poche serie tv di genere horror/paranormale che mi siano mai piaciute. Davvero bella.
Mi vien da dire che è una This is us ma in versione soprannaturale, e alquanto scary. Perchè? Uno dei maggiori pregi della serie con Milo Ventimiglia (sebbene confessi di essere indietro con le stagioni) è la scrittura dei personaggi. Bene, anche in questo caso i membri della famiglia protagonista sono davvero ben raccontati. E mi è piaciuto molto anche lo stile narrativo con cui questo è stato fatto.
Un grosso plauso anche a chi si è occupato del casting: gli attori scelti sono semplicemente perfetti.

The Haunting of Hill House è la prima stagione (autoconclusiva) di una serie tv americana di genere horror/paranormale creata e diretta da Mike Flanagan

“Nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà; perfino le allodole e le cavallette sognano, a detta di alcuni. Hill House, che sana non era, si ergeva sola contro le sue colline, chiusa intorno al buio; si ergeva così da ottant’anni e avrebbe potuto continuare per altri ottanta. Dentro, i muri salivano dritti, i mattoni si univano con precisione, i pavimenti erano solidi, e le porte diligentemente chiuse; il silenzio si stendeva uniforme contro il legno e la pietra di Hill House, e qualunque cosa si muovesse lì dentro, di muoveva sola.”

Il tema delle case infestate mi ha stancato ormai da tempo – è stato già detto e fatto tutto secondo me – ma la decisione di “rischiare” la visione di Hill House è stata una scommessa vinta. Una gran bella sorpresa. Proprio perchè intelligente, creata con gusto.
Non vi aspettate sangue ovunque e mostri orripilanti, l’orrore è dosato col contagocce e introdotto nei momenti giusti: ragion per cui è ancora più apprezzabile. Gioiellino.

Phil

N.B. Per commentare vai alla pagina del post (cliccando sul titolo )

error: Content is protected !!