Una serie pazzerella, intelligente e…spassosa!

Vi regalo una chicca che allevierà l’attuale deprimente lockdown

Ogni tanto ripenso a questa serie, vista qualche anno fa, con una certa nostalgia.
E una certa amarezza dovuta al fatto che è stata ingiustamente cancellata dopo una sola brillante stagione. E, dulcis in fundo, con una certa smemoratezza riferita al titolo!
Non a caso non l’avete ancora letto, hehe. Sì, lo so, adesso che lo scoprirete penserete che non è poi così difficile da ricordare, ma fatto sta che ogni qual volta ne parlo con gran fervore e voglio consigliarne la visione a qualcuno…il titolo mi sfugge sempre. Maremma scordaiola, maremma.
Quindi il presente articolo, oltre a farle giustizia in quanto colpevolmente sottovalutata dal grande pubblico, serve come promemoria a me stesso e a tutti coloro che, durante una chiacchierata a quattr’occhi, mi hanno visto scervellarmi senza successo su come cappero si chiama quella fighissima serie là

Si chiama Braindead, è una commedia satirica infarcita di elementi thriller e fantascientifici, è stata creata dai coniugi King (Robert e Michelle, autori anche di The good wife) e trasmessa dalla CBS nel 2015. Nota non da poco, la protagonista è la bella e brava Mary Elizabeth Winstead. A farle compagnia, tra gli altri, Danny Pino e un esilarante Tony Shalhoub.
Ecco, adesso sapete tutto.

BrainDead – Alieni a Washington è una serie tv americana del 2016 creata da R. e M. King

BrainDead è una serie divertentissima (a tratti mi ha davvero fatto sbellicare) ma anche decisamente originale (e fantasiosa) nell’approccio e soprattutto intelligente.
Sottile e tagliente nel suo umorismo spesso tra le righe, sbeffeggia la politica americana,
i suoi ingranaggi e i suoi attori con una lena coinvolgente e un occhio furbo e brillante. Dissacrante e satirica bipartisan, non fa sconti a nessuno. Palesi, e da crepare dalle risate,
i rifermenti non molto celati a presidenti e vicepresidenti recenti e passati.

Non mi stupisce, alla fin dei conti, che sia stata cassata dopo una sola stagione nonostante fosse un prodotto televisivo di assoluta qualità ma anche di leggera e agevole fruizione (quindi adatto a diversi target di pubblico): probabilmente era solo troppo scomoda.
A qualche eminente politico yankee deve aver fatto storcere il naso, e a qualcun altro deve causato fastidiosi pruriti nelle parti basse posteriori (ciò che l’alta società francese chiamerebbe finemente rodimento di culo).

Che peccato, amici miei. Una cosa che voi potete fare per fortuna c’è, però. Guardarla, scaricarla, o quantomeno provarla. D’altronde non se ne vedono spesso di serie in cui degli insetti alieni mangiano il cervello di politici americani diventandone poi i piloti. Ne vedrete di stranezze e assurdità, ma mai banali nè fini a se stesse.
Fatevi sotto, vi piacerà. C’mon pals, let’s fight the aliens and let’s fight the damn’ politicians!

Phil

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Le canzoni che ho amato grazie al cinema

Quando il grande schermo fa da Cupido

Cinema di nuovo chiusi e musica ancora al bando. La tristezza che queste sfortunate circostanze mi hanno regalato (un regalo che mai avrei desiderato) mi ha portato a viaggiare, con la memoria e con l’immaginazione, lungo il ponte che collega questi miei due grandi amori. Un ponte lungo, affascinante, robusto e ricco di aneddoti.

Ascoltavo e apprezzavo Dylan da quando ero ragazzino, ma della canzone The times they are a changin’ me ne sono innamorato molto più tardi, grazie alla colonna sonora di Watchmen, meraviglioso film di Zack Snyder. Vi dirò di più, è diventata la mia preferita tra quelle del bardo Bob. Memorabile e intelligente il testo, fantastica l’interpretazione del cantautore americano, ed entusiasmante e originale il film del regista di 300. Un matrimonio perfetto. Tutta la colonna sonora, a dire il vero, è una sinfonia perfetta per accompagnare le incendiarie immagini della pellicola. Ma il brano di Dylan è rimasto incastonato nel mio cuore e nella mia memoria in maniera indelebile.
“Come gather ‘round, people
Wherever you roam
And admit that the waters
Around you have grown
And accept it that soon
You’ll be drenched to the bone
If your time to you is worth savin’
And you better start swimmin’
Or you’ll sink like a stone
For the times they are a-changin'”

E’ capitato anche a voi qualcosa di simile nel vostro personale triangolo amoroso con musica e cinema?
A me svariate volte, in occasioni tra le più disparate. Questa riflessione mi ha dato lo spunto per provare a ricordarne alcune.

Sinnerman, di Nina Simone, pezzo che ho poi finito per amare alla follia, l’ho scoperto grazie a Miami Vice di Michael Mann. Un film che a molti non è piaciuto, mentre io l’ho adorato – e così visto e rivisto – in particolar modo per le atmosfere che il grande regista di Chicago è riuscito a disegnare con la cinepresa, e per l’interpretazione di Colin Farrell, uno dei miei attori preferiti. Ma non escludo che il brano della Simone (nonostante sia in versione remix in questo caso) abbia contribuito a creare l’incantesimo che mi ha legato al film.
“Oh, sinnerman, where you gonna run to?
Sinnerman where you gonna run to?
Where you gonna run to?
All on that day”

Vado poi indietro nel tempo e mi ricordo di Burn, dei Cure. Anche in questo caso conoscevo già la band, sebbene non fosse ancora particolarmente nelle mie corde, ma fu grazie al film
Il Corvo che me ne innamorai. Quella maledetta canzone (nel senso buono del termine) e quel maledetto film (nel suo senso più sfortunato, Brandon Lee riposi in pace), che binomio perfetto! Che estasi, che disintegrazione spirituale! Che rinascita, dalle fiamme! Musica e schermo si fondono in una delle scene più memorabili della storia del cinema, per quanto mi riguarda. Naturalmente poi ho approfondito nella conoscenza della band e ho scoperto una miriade di belle canzoni. Grazie al cinema, quindi. Eravamo nemmeno a metà degli anni ’90.
“Still every night I burn
Every night I scream your name
Every night I burn
Every night the dream’s the same”

Torniamo al presente, in maniera del tutto random. Dell’esistenza di Luigi Tenco ero a conoscenza sin dall’infanzia – mia madre aveva diverse musicassette originali del cantautore piemontese – ma non mi ero mai approcciato alla sua musica con particolare interesse nè curiosità. Non so perchè. Poi un paio d’anni fa sono andato al cinema a vedere il film
Fabrizio De André – Principe libero e…ho riscoperto Tenco! La sua voce mi ha colpito in modo particolare. Insieme alla sua storia, e alla vicenda della sua morte. Ciao, amore ciao è una delle più struggenti e poetiche lettere d’addio che siano mai state cantate, a mio parere. Dolorosamente sublime.
“Saltare cent’anni in un giorno solo
Dai carri dei campi
Agli aerei nel cielo
E non capirci niente e aver voglia di tornare da te”

Chi se le dimentica le note di Where’s my mind? dei Pixies quando in Fight Club Edward Norton tiene per mano Helena Bonham Carter mentre tutti i grattacieli intorno crollano? La band di Boston l’ho scoperta così, grazie al cinema. Che meraviglia è quella scena? Una simbiosi che sembra creata da Madre Natura per quanto è perfetta! E invece no, è opera di quel genio di Fincher. Un’apocalisse romantica. E io di apocalissi qualcosa ne so.
“Mi hai conosciuto in un momento molto particolare della mia vita”

Era la metà degli anni ’90 e la musica del diavolo mi aveva rapito l’anima. The heavier the better, l’amavo dura e cruda. Poi ebbi la fortuna di vedere Trainspotting al cinema e conobbi Iggy Pop, del quale avevo letto sulle riviste di settore ma non avevo avuto modo di approfondire. Non c’erano Internet nè Youtube, e nessuno tra i miei amici ascoltava la sua musica nè possedeva i suoi album, perciò nessuna chance. Poi ascoltai Lust for Life.
E niente, corsi a comprare un suo disco. Cupido fece da tramite.
Grazie allo stesso film conobbi anche gli Underworld, e quando vado in da club Born slippy resta uno dei miei pezzi preferiti sui quali ballare. “Drive boy dog boy, dirty numb angel boy…”

Vabbè, più scrivo e più me ne tornano in mente. E realizzo che questo articolo potrebbe non terminare mai. Prima di dare origine a un loop temporale che ci risucchierebbe tutti in una dimensione parallela, mi fermo. Lascio la parola a voi, qui o sulla pagina Facebook della Fenice, se vi andrà di raccontarmi le vostre esperienze, le vostre scoperte, i vostri innamoramenti cinefil-musicali!

Phil

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Dark Waters, il disequilibrio tra uomo e ambiente in un film da vedere

Un’opera che fa riflettere sul rapporto complesso e delicato tra ecologia e tecnologia

Non esiste solo il giornalismo di inchiesta. Esiste anche il cinema d’inchiesta, che arriva dove il primo non riesce a penetrare. Dove magari c’è uno spettatore che difficilmente sarebbe un lettore, per esempio. Per non parlare del lato empatico della questione, quello che vede il coinvolgimento emotivo del destinatario, un elemento spesso cruciale quando si vuole sensibilizzare un gruppo di persone.
Il cinema d’inchiesta è quindi importantissimo, perché permette di diffondere un messaggio su un tema caldo e di stimolare una riflessione intorno ad esso, perchè crea l’opportunità di accrescere la consapevolezza pubblica su un argomento più o meno delicato (e che altrimenti sarebbe difficile da ottenere).
Dark Waters, opera del 2019 del regista Todd Haynes, rientra in questa categoria di film impegnati, oltre che ben realizzati. Si tratta di una pellicola decisamente interessante, molto ben costruita, scritta, girata e recitata.

Avete mai avuto per le mani del Teflon? Oppure qualcosa in casa che lo contenesse?
Sì? Beh, forse vorreste davvero vedere questo film, così come scoprire i fatti realmente accaduti e che sono brillantemente narrati da Haynes.
I temi coinvolti sono quello dell’inquinamento, del modo in cui gli eccessi dell’industria e la sfrenatezza del progresso scientifico hanno causato dei danni spesso irreversibili all’ambiente a noi circostante, e quindi a noi stessi.

Dark Waters (Cattive Acque nella versione italiana) è un film del 2019 diretto da Todd Haynes


Mark Ruffalo in versione uomo tutto famiglia e lavoro, imbolsito e totalmente dedicato, interpreta in maniera oltremodo convincente il ruolo di un avvocato onesto e coscienzioso che vuol far chiarezza su un disastro ambientale (avvenuto per davvero) in West Virginia, la patria del Teflon, invenzione orgogliosamente americana.
Ad accompagnarlo un bravissimo (come sempre) Tim Robbins e una onesta Anne Hathaway, insolitamente nei panni di una casalinga.
Il film racconta davvero bene l’intera catena di eventi che ha sconvolto e scandalizzato gli Stati Uniti per oltre vent’anni, nonchè un processo, giuridico e mediatico, che non è ancora terminato. Davide contro Golia, un piccolo gruppo di persone integerrime e combattive contro un gigante dell’industria farmaceutica a stelle e strisce – uno di quelli che nessuno osa nemmeno sfidare, figuriamoci combattere a oltranza. E invece Robert Bilott, uomo in carne e ossa prima che personaggio del film, ha avuto il coraggio e la tenacia di farlo. E cosa non da poco, dopo tanti anni di trincea legale ha anche iniziato a vincere più di una battaglia (a suon di milioni di dollari in risarcimento per le vittime del disastro ecologico).

Non vi sto a dire altro perché non voglio fare spoiler, ma se vi piace il genere investigativo – oppure chiamatelo legal, o come vi pare – o quantomeno non vi dispiace, vi consiglio sinceramente di guardare Dark Waters perché è meritevole sotto tanti punti di vista.

Interessantissimo, e dannatamente d’attualità, è il prologo del film poi.
Leggete con attenzione ciò che c’è scritto subito prima dei titoli di coda. Ovvero la connessione diretta – e reale – tra i fatti narrati e il nostro presente a livello globale, non solo americano. Un presente nel quale sono interconnessi appunto l’ecologia, la salute pubblica, le implicazioni del progresso industriale sfrenato, la scienza e alcune sue aberrazioni, il sistema capitalistico globale e noi tutti in quanto esseri viventi e cittadini del mondo. Vi farà pensare davvero tanto ed è importante che questo accada.

Phil

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Il caso Pantani – L’omicidio di un campione

Un film che squarcia il velo di bugie e ipocrisia che avvolge il compianto pirata

Un film dovuto, oltre che bello, a mio parere. Per restituire un briciolo del tanto che gli è stato tolto. Il pirata Pantani, prima osannato e poi demolito per un illecito, morale e legale, che non aveva mai commesso. Poi dileggiato e crocifisso per le conseguenze della depressione (la tossicodipendenza degli ultimi anni di vita) nella quale era caduto proprio per essere stato tradito dallo sport stesso. Infine dimenticato, o quasi.
Quando anni dopo sono iniziate a emergere evidenze di tante delle porcate che gli erano state fatte, Pantani era ancora conosciuto ma non più sufficientemente interessante per i media. E così tanta gente non ha mai scoperto che il ciclista di Cesena non si era mai dopato. E che, con tutta probabilità, è morto di overdose indotta. Che è stato ammazzato, insomma.

Il caso Pantani – L’omicidio di un campione è un film di genere drammatico del 2020, diretto da Domenico Ciolfi

Pantani è stato un campione assoluto, un eroe sportivo di tutti. Anche di chi, come me, non è mai stato appassionato di ciclismo (neanche lontanamente). La sua grinta, però, era comunque di ispirazione per un intero popolo. Se non addirittura per il mondo intero, a livello sportivo.
Il pirata era una forza della natura. Ma era anche un essere umano. Dopo essere stato tradito, buggerato, fregato (come ripeteva sempre lui), vilmente affondato dai soldi della camorra e mai difeso né protetto dal sistema che aveva beneficiato della sua gloria e di tutta la pubblicità, è caduto nel baratro della droga, ed è sprofondato nell’abisso della depressione. Una tenebra fitta e silenziosa che attraverso amicizie e frequentazioni sbagliate l’hanno risucchiato nella gola infernale che poi gli ha dato una morte infame.
Il film tutto questo non lo nasconde, né lo nega. Uno dei suoi maggiori pregi è, secondo me, proprio il realismo di cui è infarcito dall’inizio alla fine. Mi aspettavo una versione romanzata ed edulcorata della vicenda Pantani, ma così non è stato. La pellicola è onesta e diretta tanto nel tessere le lodi del campione quanto nel raccontarne la caduta, lo sfacelo e l’abbandono. Marco era una roccia, ma una serie di malefatte e bugie che lo hanno travolto, hanno finito per frantumarlo. Questo film vuole restituirgli, post mortem, proprio un po’ di quella giustizia che aveva invano cercato di ottenere in vita.

Pregevole e coraggiosa anche la scelta del regista Domenico Ciolfi di avvalersi di ben tre attori (Marco Palvetti, Brenno Placido e Fabrizio Rongione) per interpretare Pantani, quasi a volerne osservare le differenti fasi psicologiche, i diversi percorsi di vita intrapresi, i lati introspettivi e le prospettive contrastanti dalle quali gli stesso ha osservato le proprie vicende. Un po’ come nel film “Io non sono qui”, ispirato alla vita di Bob Dylan. Ma, con grande umiltà, senza pretese artistiche simili. Il risultato è pregevole e premia l’ardire dell’autore. Infatti le due ore e mezza della sua durata, che prima di entrare in sala mi erano sembrate eccessive, non mi sono pesate affatto.

Purtroppo il film è transitato nella sale cinematografiche per soli tre giorni, mentre avrebbe meritato maggior esposizione e maggior fortuna. Quando uscirà in dvd oppure in streaming su Netflix piuttosto che su Amazon, quando lo trasmetterà la Rai o Sky, vi consiglio caldamente di guardarlo. Che il ciclismo vi interessi o meno. E’ un frammento di storia italiana, che travalica i confini dello sport. E’ la nostra storia.

Lunga vita ai pirati, anche a quelli che non ci sono più.
Ciao Marco!

Phil

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Ohms, il grande ritorno dei Deftones

I pionieri dell’alternative metal tornano dopo quattro anni e fanno centro

Ho ascoltato Ohms, il nuovo album dei Deftones, e…mi è piaciuto molto!
L’ho trovato ispirato, sentito ma anche molto “ragionato”. L’alternanza di momenti decisamente intensi ad altri più introspettivi e atmosferici mi ha preso subito, prima ancora di arrivare a metà disco. E nel prosieguo dell’album ha mantenuto le premesse/promesse.
Il combo di Sacramento mi ha fatto una piacevolissima sorpresa in un periodo cupo e complicato. Grazie Chino Moreno (in formissima!) & company: I really appreciate it.

Ohms è il nono album in studio della band statunitense Deftones. Nella foto la cover dell’omonimo singolo di lancio.


Un breve approfondimento. Ammetto che per quanto io li conosca da una vita, praticamente dalla nascita (erano i tempi in cui MTV dava spazio e credito anche all’underground, e li conobbi così!) non sono mai stato un super appassionato dei Deftones. Quindi non saprei, magari il mio giudizio è più “lightminded” di quello che avrà un loro fan sfegatato, e potrei risultare eccessivamente entusiasta. Può essere, ma resta il fatto che oggettivamente Ohms è un album con tutti i crismi. E poi ha un suono, e una produzione, proprio di mio gusto! Cool.

Un altro punto a suo favore, dulcis in fundo, è che Ohms è incredibilmente evocativo. Richiama immediatamente le sonorità di un’epoca andata, di una scena musicale underground di grande valore che è scivolata nell’oblio (oppure che ha semplicemente esaurito le proprie premesse, il proprio collante con il periodo storico di riferimento e con la società dal cui grembo era nata). 
Non saranno più i Deftones di una volta probabilmente, ma mi sembra che abbiano ancora qualcosa da dire. E che sappiano farlo ancora con una certa classe! 
E poi ragazzi, in un’annata come quella attuale, con scarsissime uscite nel mercato discografico (sia a livello numerico che qualitativo), un album come questo è grasso che cola. Nonchè metallo che scintilla.

Phil

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Trono di Spade: lieto fine o epic fail?

Un flashback ripensando alla stagione conclusiva

La lingua va dove il dente duole recita un vecchio proverbio. Sarà per questo che ho più o meno inconsciamente deciso di andare a rivedere la stagione conclusiva di Game of Thrones?

Ah, a proposito: spoiler alert! Se seguite la serie ma non l’avete ancora conclusa oppure se avete intenzione di iniziarla a guardare…beh mi duole consigliarvi di terminare la lettura dell’articolo esattamente a questo punto perchè intendo fare delle brevi riflessioni sulla sua conclusione. Uomo avvisato, mezzo salvato (visto che siamo in vena di proverbi, diamoci dentro). Ah, e lo stesso vale per il gentil sesso. Mi riferisco alla mezza salvezza, non al darci dentro.
Ok, anche nel caso abbiate l’occhio rapido e rapace…con queste chiacchiere fuorvianti spero di essere riuscito a fermarvi prima che abbiate letto qualcosa di troppo.
Lo ripeto ad alta voce un’ultima volta – SPOILER – e vado avanti.

Non so perchè ma ho davvero sentito la necessità di andare a riguardarmi l’ultima stagione di GoT. Sentivo di averla masticata e digerita trooooppo velocemente quando è andata in onda. Al punto da poter tirare sì le somme, ma non a mente fredda e con cognizione di causa. D’altronde quando si consuma un pasto troppo in fretta capita facilmente di essere preda da attacchi di sonno e abbiocco di varia intensità, e la lucidità ne risente.
Bene, pur avendolo fatto con maggior calma e distensione questa volta, il senso e l’affaticamento da eccesso di velocità permane. Mannaggia alla miseriaccia amici miei, che gran cavolata hanno fatto i creatori di Trono di Spade nell’accelerare all’improvviso mettendo la quinta! Peraltro dopo esserci andati piano per anni.
Sei episodi per raccontare eventi che ne avrebbero richiesti almeno il doppio! La battaglia contro il Re della Notte in una sola puntata? Follia pura, dopo averlo atteso dalla primissima stagione!
E il conflitto finale con i Lannister? Anche qui, lo abbiamo aspettato con trepida impazienza – e con un desiderio traslato di rivincita e giustizia, aggiungerei – per quelli che ci sono sembrati secoli….e poi in meno di un’ora e mezza puff, volato via.

Proverbi capitolo terzo (senza scomodare però la Bibbia eh, altrimenti prendo fuoco):
la gatta frettolosa fa i figli ciechi. E infatti…
Il desiderio di risolvere tutte le questioni in sospeso in pochi episodi ha creato buchi, sbavature e scivolate un po’ in tutte le querelle aperte (se non apertissime).
Ci sono personaggi che hanno avuto evoluzioni talmente repentine da far sembrare gli invecchiamenti al cospetto del Sacro Graal in Indiana Jones una secolare chiacchierata tra Ent.
Sì, lo so, sto spaziando nella letteratura cinematografica con balzi pindarici, ma la velocità di GoT mi ha davvero mandato in overload le sinapsi. E le coronarie. E i sentimenti.
Già, soprattutto questi ultimi considerato quanto ero affezionato alla serie e a tanti dei suoi personaggi.

Prima di inciampare nell’errore opposto a quello dei signori Benioff e Weiss (i creatori della serie, ndr), ovvero dilungarmi all’infinito mentre loro hanno peccato di “conclusione precoce” (faccio il bravo e la chiamo così), aggiungo delle considerazioni random che ho maturato grazie al rewatch della season eight.

Personaggi preferiti.
Mi sono accorto che i miei sono tutti al femminile! Fatta eccezione per Tyrion Lannister, sagace e simpaticissimo gigante in miniatura, mi vengono in mente la Regina dei Draghi, Arya Stark, Brienne di Tarth ma soprattutto l’epica Lyanna Mormont!!
Ok, nutro simpatia anche per dei personaggi maschili, ma nessuno di loro mi ha entusiasmato quanto queste valorose, intelligenti e libere donne-guerriere!

L’evoluzione di Daenerys Targaryen, legittima erede al Trono di Spade.
E’ stato un processo naturale, un cambiamento progressivo e coerente, una mutazione sempre ben declinata, ragionata e raccontata. Fino a che le sono venuti i cinque minuti e da creatura felina è diventata tirannosauro schizoide!!! Ok, esagerò un po’, lo so.
Però se proprio doveva essere una morte da tipica sovrana Targaryen pazza e sanguinaria, che ne avessero raccontato meglio l’evoluzione almeno!! Diamine. Corbezzoli. Figa di fruga. Maremma.
Ma al di là di questo, uno spunto interessante: ci ho visto un possibile – e bellissimo – parallelismo con l’evoluzione di Anakin Skywalker in Star Wars, quando il giovane Jedi cede al lato oscuro e diventa Darth Vader.
Entrambi i personaggi condividono un passato di tragedie familiari e un futuro da predestinati. Entrambi sono stati vittime di ingiustizie e combattono con il fuoco nel sangue per avere una rivincita nei confronti di chi ha fatto loro del male e per ottenere finalmente giustizia.
Entrambi possiedono un enorme potere e un grande e generoso cuore. Entrambi amano intensamente ed entrambi vacillano sul filo del rasoio che collega bontà e rabbia, pace e odio, felicità e vendetta.
Entrambi vengono feriti e traditi una volta di troppo, ed entrambi cedono al lato oscuro e alla distruzione più per amore e sofferenza che per indole malvagia. Sono vittime del proprio passato, delle ingiustizie che un mondo troppo indifferente e distante ha lasciato accadere con eccessiva leggerezza.

Però se nel caso di Anakin Skywalker l’evoluzione è stata raccontata secondo me divinamente ne La vendetta dei Sith (che proprio per questo è forse il mio film preferito della saga, nonostante sia più affezionato alla mitica trilogia anni ’80), in quello della regina dei draghi c’è stato un salto di scrittura precipitoso e forzato, e la storia ha finito per inciampare. Non si rimane completamente convinti dal cambiamento che il personaggio della Clarke subisce nel corso di due o tre puntate, mentre quello avvenuto a Hayden Christensen è perfettamente dipanato lungo la durata di un unico film. Una differenza di qualità e avvedutezza nella scrittura che mi ha lasciato l’amaro in bocca nel caso di GoT.

Un salto lo faccio anch’io adesso, verso la conclusione, ma solo per non farvi invecchiare leggendo questo articolo.
Trono di Spade resta secondo me una delle serie tv più belle mai realizzate, uno spettacolo per gli occhi, per la mente, per il cuore. Ha avuto un finale non degno di ciò che era stato realizzato in precedenza, ma pazienza, non ogni ciambella riesce col buco. Nemmeno quella potenzialmente più gustosa e memorabile di sempre.
L’inverno è arrivato, ma se n’è andato troppo presto.

Ciò che è morto non muoia mai.

Phil

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Murakami, un estraneo che sa qualcosa di me

Imbattersi in frammenti di sè e del proprio destino,
scritti da uno sconosciuto a migliaia di chilometri di distanza.
Distanza non solo fisica ma anche culturale, esistenziale. 

Estratto da: Kafka sulla spiaggia di Haruki Murakami.

Magie della letteratura.
Forme d’amore universali, al di là del tempo e dello spazio.

Ci ripensavo proprio oggi. 
Grazie Haruki. 

Phil

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