Russell Crowe e Il giorno sbagliato (per gli altri)

L’attore neozelandese cattivo come non l’avete mai visto

Ho visto Il giorno sbagliato, ritorno sul grande schermo di Russell Crowe.
Un ritorno in versione extra-large, ma questo lo saprete già tutti perché non si parla d’altro. E allora comincio da qui: a me Massimo Decimo Meridio in versione balenottero piace un sacco. Quei quaranta kili “di troppo” gli donano, così come il sorriso che il suo attuale stile di vita gli garantisce. Beh il sorriso è importante nell’affrontare la fragile condizione umana, e le sue abitudini alimentari così come il suo girovita a noi non devono riguardare affatto. Fanculo il body shaming e viva Russell Crowe, gladiatore a vita a pieno merito, altro che i nostri senatori!

Ok, dovevo dirlo e l’ho detto. Passiamo al sorriso. Lo si può ammirare nelle interviste, durante le quali Russell mostra la sua felicità nel passare il tempo libero con la propria moglie ubriacandosi allegramente e mangiando disinibitamente. Voi che tanto lo criticate, potete dire lo stesso? Siete così liberi e soddisfatti?
Forse sono un tantino aggressivo, mi do una calmata. E’ che gli voglio bene al nostro Noè cinematografico, e mi irrita leggere sempre più spesso dei suoi rotoli di trippa piuttosto che della sua conclamata bravura.
E poi forse sono ancora nel mood violento del film visto ieri sera. Sorrisi lì non ne lesina affatto il nostro Crowe. La sua espressione è torva, rancorosa e vendicativa. Spietata, più che altro.


Il film in sé lo definirei sinceramente godibile – per ritmo (forsennato e senza cali di tensione), spettacolarità (macchine che volano come fossero piccioni a piazza San Marco) e interpretazione dei due protagonisti-antagonisti (Crowe e Caren Pistorius) – ma senza eccessive pretese.
La scrittura è semplice e oltremodo lineare, la caratterizzazione dei personaggi è minimalista e la regia non ha lampi di genio né tocchi d’artista. Ma questo era intuibile già dal trailer. Né tanto meno rientrava nelle intenzioni del film-maker, secondo me.
Ci ho visto un prodotto onesto e coerente nella sua non-pretenziosità, insomma. Non tutti i film hanno l’obbligo di rientrare nell’alta cinematografia, e il divertissement ha pieno diritto di esistere tanto in sala quanto nell’home video. Anzi, a volte è proprio ciò che ci serve per distrarci dalla quotidianità iperveloce e stressante. Come quella inscenata nella pellicola.

Il giorno sbagliato (Unhinged) è un film americano di genere thriller del 2020 diretto da Derrick Borte


Già, una realtà di forte stress collettivo che non è solo ambientazione ne Il giorno sbagliato, ma anche causa scatenante e protagonista essa stessa. A me il film è sembrato incredibilmente didascalico, pedagogico nel suo intento. Il messaggio direttamente e indirettamente ripetuto – a suon di ritornelli di sangue e punizioni corporali – è che bisogna starsene calmi. Clacson esagerati e risposte scomposte, in un’America frustrata dalla crisi economica, sociale e culturale, conducono spesso a violente liti che talvolta sfociano nella cronaca nera. Questo accade per davvero, e non solo negli USA.
E’ il logorio della vita moderna, ed è più atroce e serio che nella pubblicità di un amaro.
Il film sembra scagliarsi proprio contro la sregolatezza nel gestire questo tipo di rabbia. Il monito è costante durante tutta la durata dell’opera e il messaggio riecheggia quasi come evangelico. L’autore deve proprio averlo vissuto in prima persona un episodio di aggressione urbana, e la pellicola potrebbe essere un veicolo per metabolizzarne il trauma. E per condividere l’esperienza. Maybe, or maybe not.
Pur condannandone la violenza, il regista Derrick Borte sembra empatizzare (forse per motivi strumentali?) con il furioso e vendicativo Russell.
Crowe è l’americano sconfitto e abbandonato da un’intera società alienante e cieca ai bisogni dei più deboli, e senza giustificarne le azioni Borte ne comprende il dolore e lo cavalca per dire allo spettatore “sii più gentile, sii più paziente, sii più comprensivo, sii più umano con l’estraneo che incontri”. Forse lui per primo non lo è stato e ciò che gli è accaduto gli ha insegnato qualcosa, oppure durante cinque minuti di follia è stato Borte stesso il Crowe di turno dopo una giornataccia disintegrante.


Certo la ragione che ci spinge a comportarci in maniera più civile non dovrebbe mai essere legata alla paura di una possibile ritorsione, né al rischio di ritrovarsi davanti uno psicopatico. Però il regista sembra essere una vecchia volpe, consapevole che le masse sono più ricettive nei confronti di messaggi forti che di strumenti di sensibilizzazione. Quando la mente è intorpidita – dai social, dalle droghe mediatiche, dall’ignoranza, dallo smarrimento identitario, dalla mancanza di lavoro di speranza nel futuro – un ceffone risveglia molto più rapidamente di una paternale. Specialmente se l’orecchio e la guancia in questione sono a stelle e strisce. E l’anatomia tricolore non è poi così diversa, mi sento di aggiungere.

Non è un film di spessore quello di cui sto parlando, e non perché sia mal riuscito ma perché non c’era un simile intento nemmeno nelle sue premesse. Lo scopo del film era intrattenere, perciò nella divulgazione del proprio messaggio Derrick Borte ha furbescamente utilizzato un linguaggio quasi pubblicitario, suggerendolo ma in maniera coercitiva attraverso Crowe e per mezzo di rimandi subliminali continui. A tratti anche in maniera buffa, onestamente.
Mi ha ricordato molto il finale di Constantine, quando Keanu Reeves sceglie un chewing-gum al posto di una sigaretta trasformando ironicamente il gesto in un iconico messaggio anti-fumo. Allo stesso modo Il giorno sbagliato sembra pensato come appendice del codice della strada – per invitarne al rispetto – e a una maggior calma e pacificazione sociale per le strade di un’America sempre più incline alla rabbia, all’odio, all’intemperanza.
Un film che al di là dei propri grossi limiti naturali si dimostra molto, molto attuale.

Phil

N.B. Per commentare vai alla pagina del post (cliccando sul titolo )

Glow, un cocktail esplosivo (e tutto al femminile) a base di wrestling, cinema e anni ’80

Il titolo non mente: questa serie tv brilla di luce propria. E acceca!

Finalmente un finale con gli attributi. Ho appena terminato la terza stagione di Glow e non posso che dire…wow!
Assolutamente all’altezza delle due precedenti. E parliamo di un’altezza da Monte Bianco, tanto per capirci. Senza tralasciare il fatto che farne tre di fila senza smagliature…è un fenomeno più unico che raro nella contemporaneità delle serie televisive. Tanta, tanta roba ragazzi!

E devo aggiungere anche che mi ci voleva un finale di buon gusto, realizzato senza pieghe di trama nè sgualciture di tensione emotiva.
Se mi avete seguito saprete già che mi era capitato ultimamente di vedere delle serie ben fatte, o magari basate su delle belle idee, ma che mancavano sempre di un elemento sempre più raro: la classe. E Glow, in tutta la sua apparente semplicità, ne ha da vendere. Sotto tanti, o forse tutti i punti di vista. Esagero? Onestamente non credo. Tutto perfettamente armonico al suo interno. Ogni piccolo ingranaggio si incastra armoniosamente e vellutatamente con quelli che lo circondano e ai quali è collegato. Non ve ne accorgete perchè Glow funziona talmente bene che sembra costruito in scioltezza e facilità, ma è vero il contrario. Ogni singolo dettaglio è pensato e posizionato con meticolosa cura e con grande gusto estetico, come dicevo poc’anzi. Pura armonia, davvero.

GLOW è una serie tv statunitense del 2017 creata da Liz Flahive e Carly Mensch per Netflix

Nonostante il caos sul ring e il disordine al di fuori di esso, niente è però fuori posto dietro il sipario.
La sceneggiatura è inattaccabile. La regia è meravigliosamente funzionale. La colonna sonora è splendida e ricca di chicche. Mentre per il cast..devo replicare il wow di inizio articolo. Il casting è stato quasi un’opera d’arte. La crew di Glow è una delle più affiatate, ben amalgamate e funzionanti che mi vengono in mente.
Forse potrei anche azzardare che a livello di lavoro di squadra è forse addirittura LA migliore che io ricordi. Si tratta di un’opera corale a tutti gli effetti, con dieci e più protagonisti, e farli vibrare – e saltare, e interagire, e wrestlare – alla stessa frequenza è un’impresa da ingegneri spaziali del cinema secondo me.
Naturalmente ci sono personaggi che magari hanno più visibilità di altri, ma ognuno di essi trova lo spazio per portare in scena il proprio vissuto, le proprie contraddizioni e aspirazioni, nonchè il proprio singolare modo di essere americani oltre che esseri umani. Leggete tra le righe. E questo è interessantissimo!

Vabbè, meglio non dilungarmi troppo. Voi la conoscete Glow? La seguite o l’avete intravista? Spero di sì. Ma in caso contrario spero proprio che non l’abbiate scartata solo perché si tratta di una serie di wrestling al femminile. Ammetto che inizialmente, a prima vista, magari soffermandosi sul logo, possa sembrare una roba un po’ troppo old fashion o addirittura kitsch. Ma a pensarla così si finirebbe totalmente fuori strada.
Si tratta di una serie in tutto e per tutto originale, assolutamente divertente e che intrattiene alla grande senza “rubare” troppo tempo. Tutti gli episodi sono di trenta minuti, durante i quali del puro divertissement (d’altronde c’è pur sempre di mezzo il wrestling) si alterna a un’analisi mai banale della società e della cultura a stelle e strisce, con tutti i suoi miti e le sue contraddizioni.
Bollicine, voli plastici sulle corde di un ring, risate, fallimenti, surplex, vittorie, disuguaglianze, televisione, America.

Questa serie è davvero un piccolo gioiellino. Mi auguro che la guardiate. Posso mettere la mano sul fuoco che non ve ne pentirete.
Per oggi è tutto, adesso corro a fare la danza di guerra di Ultimate Warrior.
Phil

N.B. Per commentare vai alla pagina del post (cliccando sul titolo )

Gangs of London trasuda adrenalina e sangue

La serie televisiva britannica è un’orgia di proiettili e botte da orbi

E’ possibile pensare, anzi esclamare, allo stesso tempo “ma che figata!” e “maremma che peccato però…”?
Beh sì, a quanto pare sì. Me l’ha insegnato questa nuova serie tv targata Sky.
Gangs of London, crime drama che più britannico non si può, è una produzione con i fiocchi, diciamolo subito. Volendo possiamo anche allargarci e definirla con i contro-fiocchi!
Una delle più grosse di sempre, no doubt.
E in effetti mostra innumerevoli pregi. Cominciamo da questi, ovvero con la prima delle due espressioni di meraviglia con le quali ho iniziato il post.
Fotografia? Top. Regia? Alti livelli. Ritmi? Forsennati. Atmosfere: cupe, violente, memorabili. Combattimenti: più che violenti e decisamente altrettanto memorabili. Sotto questo aspetto mi ha ricordato Banshee, una delle serie più cazzute e testosteroniche mai realizzate.
In tutto c’è una cura dei dettagli visivi e dinamici che definirei maniacale.
Il cast, con alcuni elementi già abbastanza noti – vedi Joe Cole (uno dei fratelli Shelby in Peaky Blinders), Michelle Fairley (Lady Stark in Game of Thrones), Colm Meaney (Star Trek, The damned United) -, fa bene il proprio lavoro ed è coerente con l’alto profilo dell’opera inglese.
L’intreccio, in definitiva, è arzigogolato e in costante progresso. I colpi di scena, quindi, si susseguono – anche con qualche esagerazione da un certo punto in poi – fino al termine.

Gangs of London è una serie televisiva britannica del 2020 creata da Gareth Evans

Insomma, staremmo parlando della serie dell’anno, se non fosse che…la scrittura non mi ha pienamente convinto. Anzi. E qui arriviamo alla maremma di inizio articolo. Maremma puramente figurativa, perchè si resta sempre sul suolo UK. Non spaventatevi, non appaiono all’improvviso nè Pieraccioni nè Ceccherini.
Dico questo perchè ci ho visto un potenziale enorme ma banalmente sprecato. Immolato ai fini di una sete eccessiva di consensi e popolarità. I quali sarebbero anche coerenti con il palese sforzo economico fatto per tirar su una produzione di tali proporzioni, eh.
Ma si è deciso di puntare a una tipologia di pubblico troppo frugale e acritica, e quindi molto poco cinefila. Non offendetevi se vi sentirete coinvolti, ma per come l’ho vista io la serie sembra indirizzata a un pubblico appassionato de L’onore e il rispetto o de La casa di carta piuttosto che a quello di un Breaking bad o dei Soprano. Affamato di azione e intreccio, ma poco attento alla coerenza interna o alla credibilità delle dinamiche di causa-effetto e di verosimiglianza. Già perchè se parlassimo di una serie fantasy, un drago me lo aspetterei. In una di genere fantascientifico, un alieno o una macchina del tempo non mi sorprenderebbero. Ma in un crime drama che punta parecchio sul realismo…ci sono diversi passaggi “piuttosto vistosi” che non hanno molto senso. E il loro Sherlock nazionale mi darebbe ragione. Agatha Christie, pure. Giusto Mr Bean potrebbe sollevare qualche dubbio, ma lui è belloccio e non si può avere tutto dalla vita.

Vabbè, l’ho buttata sull’ironico, se non in caciara, per cambiare argomento. Gangs of London, ne sono sicuro, al termine di questo folle e cruento 2020 non potrà che salire sul podio delle serie top dell’anno. Sappiatelo, e non fraintendetemi su questo punto. Ne sono convinto. Il rammarico di non aver goduto di una delle serie top addirittura del decennio, però, mi provoca non poco dispiacere onestamente. Perciò mi riferivo ad essa come a una grossa, grassa occasione sprecata. Quando il potenziale è visibilmente enorme, anche le aspettative crescono di pari passo.
Guardatela al più presto ad ogni modo, se non l’avete ancora fatto, perchè è pura adrenalina! C’mon pals!

Phil

N.B. Per commentare vai alla pagina del post (cliccando sul titolo )

Kafka sulla spiaggia, un romanzo magico

Murakami Haruki e una mia prima volta

Il bello di ricredersi.
Ma cosa ne sanno i vedenti ciechi, gli stolti e gli integralisti?

Mi ero approcciato a quest’opera di Murakami non con il miglior auspicio, diciamo. Inizialmente la lettura non mi aveva coinvolto né entusiasmato, ed ero davvero scettico circa la possibilità o la probabilità che sarei arrivato alla fine del romanzo. E invece, strada facendo, tutto è cambiato. E’ successo qualcosa.
Non so se chiamarla illuminazione o folgoramento, oppure semplicemente innamoramento. Ma è accaduto per davvero. Al tempo stesso anche quasi per magia, come spesso accade tra le pagine dei romanzi visionari scritti dall’autore giapponese.

Come sopra, così sotto recita un vecchio adagio. Adattandolo alle esperienze che ci regala il buon Haruki, diverrebbe come dentro così fuori. Perchè la sua mistica deborda sempre. Se ne salva solamente chi ne è immune per natura e sensibilità personale. Altrimenti si è spacciati, essa ti possiede. E finanche quando abbandona le membra, un germoglio, un seme o una radice della sua poetica esistenziale rimane comunque radicato nell’anima del lettore con cui condivide le affinità elettive.

Kafka sulla spiaggia (海辺のカフカ) è un romanzo del 2002 dello scrittore giapponese Haruki Murakami

Dicevo prima che qualcosa, a un certo punto dell’avventura di lettura, è successo. Cosa di preciso, è difficile a dirsi. Ma è altresì certamente legato ad uno dei suoi incantesimi narrativi.

Murakami, dopo un’introduzione lenta e ipnotica, all’improvviso cambia marcia e ti risucchia all’interno di un’esplosione di fantasia, di riflessioni esistenziali che ondeggiano tra l’onirico e il surreale. Una volta risucchiato l’inconscio nella sua dimensione, lo scrittore giapponese ti tiene stretto nel nucleo di questo vortice, saldo lungo il percorso di questo affascinante viaggio. Ma non pensatelo come eccessivamente cervellotico o pesante, perché è tutt’altro. Anzi è leggero, soffuso, piacevole, suscita sorrisi e talvolta incanta.

Kafka sulla spiaggia è stata davvero, davvero una bella sorpresa. Forse perchè la lettura era iniziata non esattamente sotto la stella più luminosa, mentre poi è terminata folgorante come l’esplosione di una supernova. Quest’opera per quanto mi riguarda è superiore al molto più famoso e decantato Norwegian Wood, tanto per capirci.

Vi è mai capitato di abbracciare un libro? A me sì, con Kafka sulla spiaggia, subito dopo averlo terminato. Una prima volta che ricorderò.
Capolavoro.

Phil

N.B. Per commentare vai alla pagina del post (cliccando sul titolo )

Truth be told: una serie tv all star

Podcast con delitto

Ecco una serie tv perfetta per la vostra cena: Truth be told.
Ok, ma…cosa vorrà dire una serie per cena? vi starete forse chiedendo.
Apple Tv+ ha creato un prodotto che ben si adatta alla consumazione di un rilassante pasto di fine giornata, secondo me. Continua a risultarvi criptico? Tutto l’opposto del drama tv series a stelle e strisce in questione, allora, che invece fila liscio come l’olio (voi non esagerate con il condimento però) e intrattiene senza centrifugarvi le meningi.
Ecco perchè penso che sia perfetto per essere consumato a cena, magari dopo una stressante giornata di lavoro oppure una pesante sessione di studio o in palestra.

Il ritmo è quello giusto per tenervi sull’attenti ma senza palpitazioni accelerate (e quindi senza rischiare di farvi andare la cotoletta di traverso). I dialoghi non sono nè banali ma nemmeno cervellotici (masticherete col sorriso, in pratica). La trama è solida nella sua semplicità e nella sua onesta non-pretenziosità (niente scherzi insomma, e niente minacce di insonnia da attività neuronale bombastica). Il cast infine…beh è quello decisamente di alto livello (come un tiramisù artigianale a Venezia).

“Truth be told” è una serie tv americana prodotta da Apple TV+ e basata sul romanzo “Are you sleeping” di Kathleen Barber

Probabilmente il pregio maggiore della serie è proprio quest’ultimo, ed è un elemento non da poco se si parla di Aaron Paul e Octavia Spencer, per esempio. A far compagnia a Mr Breaking Bad Junior e alla vincitrice di Oscar e Golden Globe c’è la bella, brava e famosa Lizzy Caplan (già protagonista della serie Masters of sex insieme a Michael Sheen). Attori di serie A, insomma. Ma non finisce qui: a completare il puzzle ci sono Elizabeth Perkins (Weeds), Brett Cullen (troppi film e serie tra i quali sceglierne uno da menzionare), Annabella Sciorra (anche lei l’avrete vista un po’ ovunque, di recente nelle serie Marvel comunque) e Ron Cephas Jones (This is us, Luke Cage). Davvero una bella crew, e davvero interessante guardarli interagire tra loro.
Per quanto riguarda la trama invece, beh lo sapete: non voglio essere responsabile di un vostro eventuale impigrimento, perciò mi limito a ricordarvi che…Wikipedia rules.

Come lasciavo intuire sin dall’incipit dell’articolo, non si tratta di una serie monumentale, indimenticabile e che vi rapirà il cuore. Però probabilmente, come ha fatto con me, vi accompagnerà lungo il ponte che collega una giornata tosta faccia a faccia con la realtà a una serata tranquilla e disintossicante nel reame della fiction. E’ importante anche questo, ragazzi. A volte si sente la necessità di qualcosa di stimolante per la fantasia e di sfidante per le sinapsi, altre volte una passeggiata nell’intrigo di un mistero casalingo a portata di dessert. Se vi capita di leggere questo articolo in una serata in cui siete di umore easy, guardate il primo episodio di Truth be told e potreste aver voglia di andare avanti con gli altri sette.
Fatemi sapere. E buona cena.

Phil

N.B. Per commentare vai alla pagina del post (cliccando sul titolo )

Solitude, una poesia meravigliosa

Un fugace momento poesia, folks. Un po’ perchè attraverso un periodo frenetico, cavalcando seccature e domando beghe, e non trovo il tempo per concentrarmi sulla produzione di materiale che valga la pena leggere, e scrivere.
Già ma, come saggiamente suggerisce quel volpone digital-francese del Merovingio in Matrix Reloaded: “Chi ha il tempo? Chi ha il tempo? Ma se non ce lo prendiamo mai il tempo, quando mai lo avremo il tempo?
E dunque eccomi qua, seppur fugacemente come anticipavo poc’anzi.

Vorrei condividere con voi una poesia dalla bellezza e dalla profondità smisurate, imho.
In realtà un suo frammento lo conoscerete già se amate il cinema. Però, forse proprio per questo, immaginerete che sia farina del sacco dello sceneggiatore magari. E che il passaggio sia da annoverare solamente tra le citazioni cinefile più memorabili di sempre. Lo è, per carità, ma è una meta-citazione. E’ il cinema che cita la poesia, e una in particolare:
Solitude, di Ella Wheeler.
Nel celeberrimo film Old Boy, osannata opera del regista koreano Park Chan-wook del 2003, ricorderete l’adagio: Ridi, e il mondo riderà con te. Piangi, e piangerai da solo. Fa parte della suddetta poesia. Versi che nella loro interezza, per sensibilità con la quale afferrano un’arteria pulsante dell’esistenza umana e per bellezza intrinseca, meritano di essere divulgati e apprezzati da tutti coloro che ne conoscono solo un accenno. And here we go.

Questa la versione originale, in lingua inglese:

“Solitude”

Laugh, and the world laughs with you;
Weep, and you weep alone.
For the sad old earth must borrow it’s mirth,
But has trouble enough of its own.
Sing, and the hills will answer;
Sigh, it is lost on the air.
The echoes bound to a joyful sound,
But shrink from voicing care.

Rejoice, and men will seek you;
Grieve, and they turn and go.
They want full measure of all your pleasure,
But they do not need your woe.
Be glad, and your friends are many;
Be sad, and you lose them all.
There are none to decline your nectared wine,
But alone you must drink life’s gall.

Feast, and your halls are crowded;
Fast, and the world goes by.
Succeed and give, and it helps you live,
But no man can help you die.
There is room in the halls of pleasure
For a long and lordly train,
But one by one we must all file on
Through the narrow aisles of pain.

Foto di @phil_wallace_marino

Questa invece una traduzione in lingua italiana:

“Solitudine”

Ridi e il mondo riderà con te.
Piangi, e piangerai da solo.
Poiché il vecchio mondo triste deve prendere
in prestito la sua allegria,
ma ha già abbastanza guai per conto suo.
Canta, e le colline ti risponderanno.
Singhiozza, e il tuo singhiozzo si perderà nell’aria.
L’eco è destinata a un suono gioioso,
ma si rifiuta di dare ascolto ai lamenti.

Rallegrati e gli uomini ti cercheranno.
Rattristati, ed essi ti lasceranno solo.
Vogliono la misura piena di tutto il tuo piacere,
ma non hanno bisogno del tuo dolore.
Sii felice, e avrai molti amici.
Siì triste, e li perderai tutti.
Non c’è nessuno che rifiuti il tuo vino di nettare,
ma dovrai bere da solo il fiele della vita.

Fa festa, e i tuoi saloni si riempiranno.
Digiuna, e il mondo ti passerà acanto senza sfiorarti.
Se avrai successo e sarai generoso, ciò ti aiuterà
a vivere.
ma nessuno potrà aiutarti a morire.
C’è spazio nelle sale del piacere
per un lungo treno di signori.
Ma a uno a uno dobbiamo metterci in fila
per passare gli stretti varchi del dolore.

Ella Wheeler Wilcox (5 Novembre 1850 – 30 ottobre 1919) è stata un’autrice e poetessa americana

Non la commenterò in alcun modo, lasciate che siano le parole della Wheeler a vibrare lungo le corde della vostra anima e giungete alle conclusioni che essa stessa vi suggerirà. A patto che ce ne siano, conclusioni.

Laugh, and the world laughs with you; weep, and you weep alone.

Phil

N.B. Per commentare vai alla pagina del post (cliccando sul titolo )

Apocalypse Now: un capolavoro senza età

Il celebre film di Coppola sul grande schermo in versione final cut

Può un rewatch essere più bello ed entusiasmante di una prima visione? Sì.
Con Apocalypse Now, quantomeno, per me lo è stato. Wow.
Premetto che erano almeno quindici anni che non vedevo il capolavoro di Francis Ford Coppola. Praticamente dai tempi in cui i videoregistratori sono andati definitivamente in pensione divenendo obsoleti. Questo perché possiedo una fighissima videocassetta originale che naturalmente non ho poi avuto occasione di rispolverare. Figa quanto vuoi ma priva di quei contenuti speciali che abbondano invece nei dvd special edition e nei blu-ray. Tipo le director’s cut, per esempio.


Ecco, pochi giorni fa è proprio la versione estesa che ho avuto modo di vedere. Anzi, che ho avuto la fortuna di vedere, poiché è avvenuto sul grande schermo di un piccolo ed estemporaneo cinema all’aperto (figlio della pazza voglia di pellicole che ci ha portato il Covid19). Le iniziative, quelle belle, insomma.
Difficile stabilire così su due piedi quali fossero esattamente le scene extra dopo così tanti anni dall’ultima visione. Ma poco importa, in realtà. Il risultato è stato comunque di un’ispirazione senza pari. Sono state tre ore di puro godimento e di totale immersione in un film senza tempo né etichette. Già perché Apocalypse Now è secondo me il film di guerra più originale e innovativo di sempre. Sì, l’ho detto.
La fotografia, le atmosfere, la colonna sonora, le maschere teatrali degli attori, i dialoghi, i monologhi, l’approccio artistico così affine alla letteratura e alla poesia…
Madonna ragazzi, che cosa ebbe la genialità e l’ardire di concepire il regista italo-americano!

Apocalypse Now è un film del 1979 diretto da Francis Ford Coppola e liberamente ispirato al romanzo di Joseph Conrad, Cuore di tenebra.


Quanti altri film avrà ispirato? Troppi! E quell’orrore finale…quante canzoni, opere d’arte e romanzi ne sono impregnati? Un numero spiazzante, difficile da mettere da mettere nero su bianco con velleità esaustive.
Quante cose ho notato e delle quali invece non mi ero mai accorto in precedenza! Merito del grande schermo, della versione restaurata o della mia maggiore maturità come spettatore? Chissà. E anche in questo caso, poco importa.
Una su tutte comunque, a titolo di curiosità: la canzone The Horror dei W.A.S.P., gioiellino probabilmente sconosciuto anche a moltissimi degli stessi amanti della musica hard’n’heavy, non è assolutamente pregno di quell’orrore esistenziale e molto umano tanto quanto lo è la guerra?


Che trip che è stato rivedere Apocalypse Now. E che avventura nel tempo e nello spazio delle cinematografia mondiale! Al vento i cappelli, ladies and gentlemen!

Phil

N.B. Per commentare vai alla pagina del post (cliccando sul titolo )

error: Content is protected !!