Il mio “film del mese”: The King of Staten Island

Il filotto cinematografico positivo che mi ha accompagnato nelle ultime settimane non poteva che sfociare, proprio a fine giugno, nel miglior film del mese. Perlomeno del MIO mese. Cool.
Si tratta anche in questo caso di una commedia. Una commedia a cavallo tra un realismo triste ed un divertente grottesco. Un mix che funziona alla grande, ladies and gentlemen.
Il sorriso, che non sfocia mai in grasse risate ma è dall’inizio alla fine ben marcato sulle labbra dello spettatore, è sincero e di gusto.


The King of Staten Island è un film incentrato sull’efficacia dei dialoghi, perchè l’azione c’è (infatti la pellicola è tutto tranne che noiosa!) ma non è mai al centro del focus. Il che significa automaticamente che questi dialoghi sono davvero ben scritti.
È un film di provincia, quella newyorchese, quindi non aspettatevi che si parli di Rousseau o Gandhi. No, ci sono la vita reale e lo slang quotidiano a guidare i protagonisti e a connotarne le vicende. Semplicemente tutto calza a pennello.

The King of Staten Island) è un film del 2020
diretto da Judd Apatow.


E le interpretazioni? Il vero valore aggiunto! Mi auguro che lo guardiate in lingua originale, perchè assaporerete ogni singolo fonema associato ad ogni singola smorfia facciale.
Sullo schermo non vedrete una rimpatriata di premi Oscar come riesce ad organizzarne Scorsese, ma in compenso troverete una affiatata crew di attori davvero, davvero bravi.
E non parlo solo di Marisa Tomei (l’unica vincitrice di una statuetta della compagine) e di Steve Buscemi (ok anche lui è vincitore di un Golden Globe, ma qui ha un ruolo secondario comunque). Mi riferisco anche e soprattutto a Pete Davidson (chi? appunto!) e a Bel Powley (ancora una volta, chi? Eh!), che sono assolutamente perfetti per i personaggi che interpretano. Sono praticamente loro. Un enorme applauso a chi si è occupato del casting, perchè per tutti ruoli delle scelte migliori non riesco nemmeno a immaginarle

Insomma miei cari lettori, il mio film del mese è decisamente The King of Staten Island. Rischiatelo boys and girls, merita.

Phil

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The Peanut Butter Falcon: in viaggio verso un sogno

Una road trip comedy alla ricerca di umanità, inclusione…e di un posto nel mondo

Oh boys, oh boys. Ultimamente pare che io sia fortunato quando si tratta di film. Sono incappato in un filotto positivo che mi sta rallegrando non poco. Specialmente durante questi strani tempi post-Covid.
Sono uno che sperimenta parecchio, e spesso vado alla ricerca di film semi-sconosciuti, quasi alla ricerca della perla nascosta, del diamante grezzo. Mi cimento in attività da talent scout in pratica, pronto a scommettere sul fuoriclasse ancora sconosciuto.
Ovvio che spesso all’amo da pesca abbocchino scarponi affogati, nutrie maleodoranti o pesci dalla carne decisamente poco saporita. In alcuni periodi, maremma paludosa, la pesca sfortunata ha una cadenza quasi quotidiana.
Bene, di questi tempi è tutta un’altra storia invece! Son trote, merluzzi e tonni.
C’è da rimaner sazi, insomma.
Perdonatemi se in questo post la premessa finirà per esser più lunga del corpus dell’articolo. Ma il bello di un blog personale alla fin dei conti è proprio di poter andare totalmente di freestyle quando lo si vuole.

In viaggio verso un sogno –
The Peanut Butter Falcon
è un film del 2019 di Tyler Nilson e Michael Schwartz


Taglio corto adesso però. The Peanut Butter Falcon è un road trip movie. Quanto mi piacciono i road trip movie, boys. Lo ammetto.
Anche se non tutti escono col buco. Beh questa è una ciambella fatta in casa ed è venuta fuori dal forno ben cotta e gustosa, anche se dalla forma singolare.
È anche una commedia. E di queste ce ne sono di tanti tipi, come ben saprete. Ce ne sono di sofisticate, di sempliciotte, di romantiche, di idiote, di assurde e di realistiche.
Questa appartiene ad un’ulteriore tipologia. È una di quelle commedie che ti scalda il cuore come soltanto i tuoi nonni erano capaci di fare nel raccontarti una storia o portandoti allo zoo quando eri bambino. Non è affatto un film per bambini o adolescenziale, ma è pervaso da un tepore esistenziale che nonostante la drammaticità di alcuni temi toccati riporta indietro alle avventure dell’infanzia. Con una semplicità disarmante. Senza trucchi, senza strafare, senza alambicchi di assurdità.

Non è un film che rimarrà impresso nella memoria di chi lo guarda come un vessillo della comicità o un altare alla cinematografia, ma vi assicuro che una minuscola porzione di cuore ve la conquisterà.
Bravo e a proprio agio nel ruolo Shia Labeouf, disinvolta e incantevole Dakota Johnson e bravissimo il protagonista Zack Gottsagen – attore affetto dalla sindrome di Down – sempre spontaneo e coraggioso.
Fatemi sapere cosa ne pensate, se vi decidete a vederlo.
Nel frattempo tremate, il possente wrestler Peanut Butter Falcon sta per salire sul ring…

Phil

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Les Misérables dei giorni nostri in un intenso film francese

Il disagio e la violenza dei sobborghi parigini in tutte le sue tonalità di blu, bianco e rosso

Menzione speciale per Les Misérables, pellicola francese che si avventura tra le periferie cittadine e i sobborghi multiculturali nei quali imperversano conflitto, degrado e dramma sociale a più strati. 

Il film è diretto da Ladj Ly ed è vincitore del Premio della Giuria al Festival di Cannes del 2019.
Lo stile è crudo e senza fronzoli, visto dalla prospettiva di una pattuglia di polizia che nel mantenere l’ordine finisce per somigliare nei comportamenti a coloro che è chiamata a “tenere in riga”. Una trama sicuramente non innovativa, anzi vista e rivista in più chiavi e da diverse prospettive sia culturali che di genere. Però bisogna ammettere che la storia narrata è davvero solida in tutta la sua semplicità e il film fila liscio come l’olio e si lascia guardare con piacere ed interesse.

I miserabili (Les Misérables) è un film del 2019 diretto da
Ladj Ly e basato sull’omonimo cortometraggio del 2017


Gli spunti di riflessione naturalmente sono tanti, e rilanciano l’interrogativo: dov’è che comincia per davvero un circolo vizioso complesso come quello delle polveriere sociali delle banlieue parigine, per esempio? Che poi non sono così diverse dalle periferie di Londra, Bruxelles, Roma e Milano, New York o Los Angeles. È un problema comune a quasi tutte le latitudini figlio della globalizzazione e di mille sue implicazioni, complicazioni e contraddizioni.
Il film risposte univoche e definitive non ne da, ma lascia spazio alla riflessione e all’autoriflessione con le parole di Victor Hugo dall’opera che presta il nome al film, Les Miserablés:
“Non ci sono cattive erbe né uomini cattivi. Ci sono solo cattivi coltivatori”

Ho apprezzato particolarmente il finale, intenso e dalla valenza simbolica notevole. L’inquadratura ultima specialmente, è un vero e proprio messaggio visivo. Un dardo. Una sfida per le nostre coscienze. Un possibile ponte verso il cambiamento oppure una scure che taglia la testa alle speranze di una giustizia sociale. A noi la scelta, e insieme ad essa l’ultima parola. 

Phil

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Black lives matter

Spike Lee ce lo ricorda (ancora una volta) con il suo nuovo film
Da 5 bloods

Il signore e la signora Netflix, coppia immaginaria, hanno davvero un notevole intuito, o quantomeno una grossa fortuna, quando si tratta di scegliere il periodo o il momento in cui far uscire un loro prodotto.
La data di release della terza ed ultima stagione di Dark ne è un elegante esempio, se sapete di cosa sto parlando. Altrimenti non importa in questa sede, perchè non ho intenzione di parlare della meravigliosa serie tedesca. Non ancora.
In questo caso mi riferisco al nuovo lavoro di Spike Lee. Proprio mentre riecheggia a tutte le latitudini il motto black lives matter ecco una pellicola che lo grida dall’inizio alla fine.
A onor del vero si può dire che ogni opera del cineasta americano ne è pregna fino al midollo, in maniera più o meno esplicita.
Nel caso di Da 5 bloods non potrebbe essere più esplicita, e a vari livelli!

Da 5 Bloods – Come fratelli  è un film del 2020 diretto da Spike Lee


Il buon Spike ha avuto a disposizione un budget palesemente irrisorio per questa sua ultima fatica. Nondimeno, da buon purosangue e talentuoso regista quale è sempre stato, è riuscito a realizzare un film coinvolgente, stilisticamente solido e godibilissimo. Nonostante le sue due ore e mezza piene. Come solo i grandi autori sanno fare.
Allo zio Spike non sono mai nemmeno mancate originalità e coraggio, e così mentre tutti gli altri registi tornano ciclicamente in Vietnam in pieno periodo bellico, lui lo fa invece nei nostri giorni. E ci manda in missione non il fior fiore della gioventù yankee immolata negli anni ’70 ma una cricca di sessantenni reduci di colore pieni di acciacchi e rimorsi. Li catapulta nuovamente nella giungla un tempo popolata dai vietcong in cerca dei resti di un amato commilitone, di lingotti d’oro andati perduti e di redenzione da una guerra che non è mai stata la loro.

Impeccabile e d’impatto sia l’interpretazione individuale che l’alchimia corale dei protagonisti Delroy Lindo, Clarke Peters, Norm Lewis e Isiah Whitlock Jr.
Molto bravi anche il fantasma Chadwick Boseman, l‘accollato Jonathan Majors e la guest star Jean Reno.
I monologhi sparsi qua e là sono vecchia scuola, così come i piani sequenza e i salti in avanti e indietro, tra narrazione e meta-narrazione.
La padronanza con la quale Spike Lee gestisce i pochi dollari a disposizione gli permette di mettere sù uno spettacolo davvero niente male, che intrattiene gli occhi mentre bussa incessantemente alla mente e alla coscienza dello spettatore.
Come al solito, come sempre, ben fatto Mister Lee. Te possino, non ne sbagli uno! Onore a te.


Black lives matter.
Phil

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Hollywood e la rivincita della sostanza sulla forma

Dalla Stone alla Moss, una piccola rivoluzione rosa nel cinema americano

Ieri ho visto Shirley, un film drammatico dalle tinte rarefatte e oniriche, con una punta di gotico e dei momenti affini al thriller. La pellicola è pregevole, sebbene non indimenticabile.
A bucare lo schermo, però, è Elisabeth Moss. Come al solito, come sempre ultimamente.
Per onestà di racconto anche Michael Stuhlbarg e Odessa Young se la cavano egregiamente. Ma la bionda ancella, divenuta popolare grazie alla originale e validissima serie tv The Handmaid’s Tale, è una spanna sopra tutti gli altri. Che talento che ha la trentottenne losangelina! Oramai l’ho vista già in parecchi film (tra ruoli primari e secondari) e per quanto ne abbia memoria non ha mai fatto cilecca. Non solo, non ha mai interpretato un qualsivoglia personaggio in una maniera che definirei diversamente da impeccabile. Esagero?

Quanti giri di parole, maremma boscaiola: la Moss è una grande attrice, punto. Già, punto. Professionale, surrealmente dedicata, espressiva. Sembra calarsi nella parte che le viene affidata con una naturalezza disarmante. Ma a pensarci bene si tratta anche di stakanovismo, è palese quanto la Moss sia costantemente focalizzata e concentrata sul proprio lavoro. Non a caso le stanno affidando sempre più spesso ruoli da protagonista e copioni impegnativi.
E questa non è, o non è stata, un’abitudine tipicamente hollywoodiana. Mi riferisco alla scelta di consegnare le chiavi di un film nelle mani di un’attrice non particolarmente bella. E a tratti, la Moss, può facilmente risultare addirittura bruttina.
Ma poco importa se lei piaccia o meno e se sia molto o poco attraente, a contare è il fatto che il suo talento mandi in panchina il suo aspetto fisico. Quando c’è di mezzo Elisabeth la bravura va in primo piano e l’esteriorità finisce nel secondo.
Si tratta di una dinamica tutt’altro che scontata, soprattutto per il cinema a stelle e strisce. Soprattutto per una nazione immaginaria, quella del cinema made in USA, che ha come capitale Los Angeles che dell’aspetto fisico ne ha fatto quasi una ragion di Stato, se non una religione. C’è più botox che ossigeno in California, probabilmente.

Emma Stone (Scottsdale, 6 novembre 1988) e
Elisabeth Moss (Los Angeles, 24 luglio 1982)

E dopo aver visto Emma Stone incoronata regina del grande schermo di questo ultimo periodo, o quantomeno dopo la sua ammissione ai ranghi della nobiltà cinematografica, penso che si possa iniziare a parlare di “nuovo corso”. Un corso che valorizza maggiormente le capacità a discapito di un seno giunonico o di una sensualità amazzonica. Fermatevi un attimo a pensarci: tra gli attori – non mi riferisco alla categoria attoriale, parlo degli uomini – la bruttezza è spesso passata in secondo piano quando veniva controbilanciata da classe e carisma. Ce ne sono sempre stati tanti di attori più bravi che belli, e di chance – e ruoli importanti, e statuette! – ne hanno sempre avuti un discreto numero.
Lo stesso discorso non poteva farsi per il gentil sesso, purtroppo. Rare eccezioni a parte. Eppure Emma Stone in tanti la considerano per niente bella o addirittura bruttina con quegli occhioni da extraterrestre che si ritrova (personalmente la trovo addirittura bellissima, ma confrontandomi con con tanti dei miei amici e conoscenti rilevo un certo stupore sui loro volti quando lo sostengo apertamente) – ma ciò nonostante i produttori di L.A. fanno a gara per coinvolgerla nei propri progetti. Questo perchè è brava, dannatamente brava. E alla fine dei giochi questo non può che contare, anzi deve contare più di qualsiasi altro fattore si vada a considerare. Nell’affidare una parte ad un’attrice così come ad un attore questo dovrebbe essere il parametro di riferimento.

Non so se si tratti realmente di un nuovo corso, come ipotizzavo prima, o di una coincidenza. Staremo a vedere. Però mi sembra di notare che anche attrici ormai navigate, ma ancora relativamente giovani e quindi appartenenti al cinema dei nostri giorni piuttosto che a quello delle scorse decadi, come Charlotte Gainsbourg o Maggie Gyllenhaal (entrambe dalla bellezza molto soggettiva ma dal talento piuttosto oggettivo, soprattutto la newyorchese) di recente stiano ricevendo copioni più importanti rispetto a prima. E sotto i riflettori ritengo che stiano interpretando ruoli sempre più spesso da protagonisti.
Stesso discorso per un’Octavia Spencer. E Viola Davis? Pure. Noomi Rapace?
Sarà una mia impressione ma un tempo solamente un vulcano di bravura come Tilda Swinton sarebbe emersa nonostante un sex appeal discutibile o inesistente. E anche senza prendere un passaporto e volare negli States, in Italia quante Anna Magnani abbiamo avuto? Io ricordo moooolte più attrici belle ma scarse che in gamba ma poco vistose.

Spero di avere ragione. Perchè di attrici appariscenti e attraenti ce ne sono un’infinità, ma di talentuose e geniali nella recitazione…molte di meno. Perciò è giusto che gli scettri, i troni e i ruoli più rappresentativi e significativi vadano a loro. Così come accade per gli uomini.
Il tempo dirà, d’altronde.

Phil

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Murakami e il legno norvegese

O credevate che si trattasse di un bosco? E cosa ne pensate dell’autore giapponese?

Già, non posso che iniziare con dei punti interrogativi. Sono i più coerenti con il mio mood del momento. Qual è il super potere di Murakami? Cosa lo rende così speciale? Ci avete mai pensato?

Io ho appena finito di rileggere Norwegian Wood e sono venuto a lanciare nero su bianco, sotto forma di dardo, le mie prime impressioni. Anzi, chiamiamole impressioni-bis, forse è più corretto considerato che si tratta della seconda volta che lo leggo.
Perchè questi interrogativi? vi starete chiedendo.
Il motivo è semplice: Haruki avvince e ipnotizza con una prosa così semplice e lineare che…mi sorprende, quasi mi sciocca. Parlo per me, eh. Solitamente vado matto per le ellissi, per le parabole e le acrobazie. Oppure mi catturano i voli pindarici, o piuttosto le discese verso il centro della terra.
Non mi riferisco a tematiche o a trame, sto parlando solo di linguaggio e stile poetico. Mi rapisce, a volte, la maestria con la quale una penna riscrive i connotati o accarezza l’anima, percuote o ricama emozioni.

Già ma con l’eroe della letteratura giapponese contemporanea, come la mettiamo allora? Alcune sue pagine, per giunta, sono descrizioni di una stanza oppure di una strada qualsiasi vista da una finestra sul niente. E non è da me apprezzare queste lungaggini. Eppure lui mi ci inchioda.

E tutte queste caratteristiche e peculiarità emergono con maggior enfasi e lucentezza proprio in Norwegian Wood (oppure chiamatelo ancora Tokyo Blues, ma Haruki-San non lo vedrà di buon occhio).
Probabilmente la genialità dell’autore risiede proprio nel rendere speciali dei dettagli banali. Forse la sua genialità sta nella semplicità con la quale racconta la complessità e la profondità.
Di sicuro molto è da ascrivere alla sua onestà – morale, emotiva ed intellettuale.

E la punta di un tale iceberg non può che risaltare proprio in questo romanzo che è uno dei suoi più atipici, in quanto meno incline alla fantasia e più ancorato ai dolori e ai dubbi della vita reale.
In ultima istanza credo che il fatto di aver scritto l’intera opera nel Mediterraneo, tra la Grecia e l’Italia (perlopiù in un appartamentino alla periferia di Roma, ma in parte anche in Sicilia) abbiano scavato nell’anima e nella creatività di Murakami un solco fatto di esperienze a colori vividi, odori vivaci e suoni intensi.

Sono solo impressioni libere e disordinate, piuttosto disorganiche e poco ponderate, perciò non prendete queste righe come una recensione o chissà che. Maddechè!
Per la cronaca, se proprio devo trovare un difetto (che in realtà forse non lo è nemmeno) lo colloco nel finale. Quanto è brusco?!? Non lo ricordavo così repentino. Mi ha fatto pensare a quei film che si interrompono quasi nel vivo dell’azione, a quei finali che mio padre quando ero bambino amava chiamare a uovo.
Come specificavo nel tepore di quelle parentesi, tuttavia, probabilmente non si tratta di un difetto, perchè in verità è tutt’altro che un finale a uovo. Anzi, risulta in qualche modo piacevole rimanere appesi a quella telefonata con Midori e immaginare il resto.
Però è brusca, ragazzi! Haha, scusate se ci torno. Sembra di essere investiti da un autobus mentre si era al sicuro e sovrappensiero in una cabina telefonica. Ma d’altronde non è la vita stessa, a volte, ad essere un po’ così?

Phil

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Una volta erano guerrieri

Avevo voglia di un imprescindibile, così sono tornato a vedere Once were warriors.
A distanza di tanti anni dall’ultima volta (l’ultima di una lunga serie di rewatch iniziata quando ero ragazzino) l’effetto è sempre lo stesso: un ceffone in pieno volto.
Pochi film, in tutta la gloriosa storia del cinema, hanno la carica emotiva e l’intensità di questa pellicola. E anche la drammaticità, la disperazione di un’etnia al varco dell’estinzione, se non genetica quantomeno culturale.


Questo film è un cazzotto tra la costole, una ginocchiata nello stomaco, una gomitata alla trachea che ti toglie il respiro mentre hai le viscere già in preda ai crampi.
Perdonatemi il linguaggio cruento, ma Once were warriors lo è di più!
Già perchè neanche con l’intervento di dinosauri, robot e creature infernali a tre teste si sarebbe eguagliata la violenza machista e schiumante di Jake la Furia (magistralmente interpretato da Temuera Morrison). Neache Terminator e Robocop insieme avrebbero steso Jake The Muss (nella versione originale).
E perchè mai? Palesemente perchè non c’è niente di fittizio o artificiale in questo film.
È proprio il realismo, il realismo della decadenza spirituale e dell’alienazione culturale di un intero popolo, a rendere l’opera neozelandese un cocktail di gin e vetri frantumati.
Il cuore che pulsa lungo tutti i 95 minuti è lo stesso organo tumorale che avvizzisce le membra di tutta la società contemporanea, e non solo di quella ereditata dai Maori.
Il morbo annichilente della globalizzazione fa le stesse vittime ovunque, mentre guardiamo dall’altra parte attraverso lo schermo di uno smartphone, distratti da un influencer con i baffi arricciati o dalle labbra siliconate.

Once Were Warriors – Una volta erano guerrieri è un film neozelandese del 1994 diretto da Lee Tamahori


Una volta erano guerrieri, i Maori.
Un tempo lo eravamo tutti in un certo qual modo, in quanto umani. Suppongo sia così che siamo sopravvissuti alla peste nera, alle carestie e a migliaia di guerre.
Cosa ne è rimasto di questo slancio evolutivo e di una simile resilienza? Solo la violenza, cieca e bruta. Come quella di Jake la Furia.
Dove sono finiti la dignità e la fierezza un tempo posseduti dallo spirito Maori? E dove sono l’umanità e la forza morale che corroboravano lo spirito universale dell’intera specie? Sempre sempre più annacquati nel beverone che trangugiamo come pecore satolle nel post-foraggio. Sentendoci fieri felini solo per una pelliccia che altro non è che un costume di carnevale.


Vabbè, inizialmente volevo solo scrivere di quanto sia divinamente brava Rena Owen, di quanto sia meraviglioso il contrasto nelle inquadrature tra i cieli blu dell’incanto e il rosso insanguinato della terra del disincanto, di quanto sia intrippante l’accento neozelandese guardando il film in lingua originale (scozzesi e gallesi levatevi proprio)…e invece poi mi ha preso la penna selvaggia, che si è imbizzarrita e mi ha portato sulla tomba di Darwin.
Corro a fare un haka per smaltire l’eccitazione e la vena barda.
Sorry per lo sproloquio liberatorio, folks.

Concludo riflettendo sul concetto che mi si è impresso nella memoria sin da quando ero adolescente: una volta erano guerrieri.
Once were warriors.

Phil

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I Pearl Jam invecchiano bene

Riflessioni post Gigaton

Il potere della musica, quando a crearla sono musicisti di talento cristallino.
La capacità che ha la musica di sorprenderti, quando a farla è gente che ce l’ha nel sangue.


Perchè dico questo? Perchè neanche il tempo di finire il post che devo ricominciarlo da capo. Modificandolo sostanzialmente.
Avevo iniziato con un’idea, finisco invece con un’altra. In realtà le due sono collegate, ma ne riscrivo il senso.
Avevo ascoltato Gigaton svariate volte prima di decidere di mettere nero su bianco le mie impressioni, e il giudizio era positivo – sicuramente positivo – ma con qualche riserva. Più d’una. Poi, riascoltandolo per l’ennesima volta proprio mentre scrivevo…l’ho “percepito” più in profondità che in precedenza.
Leggendolo – sono sicuro – risulterà meno assurdo di quanto è stato per me sperimentarlo. Ma poco importa.

Nel post partivo con alcune considerazioni sul nuovo disco per poi andare indietro sfiorando i precedenti. Perciò riparto da qualcosa che avevo già scritto, che taglio e incollo qui a seguire, per poi integrarlo. Sorry if it’s messy, but it’s meant to be!

L’impressione che ho avuto “da un po’ di album a questa parte” è che i nostri di Seattle abbiano perso qualcosa in ispirazione, oppure in feeling interno alla band. I loro lavori non sono mai brutti o banali, ma al tempo stesso non me la sento nemmeno di tirare in ballo quegli stessi aggettivi pieni di entusiasmo che mi pendevano dalle labbra ad inizio carriera. Li definirei carini, o piacevoli all’ascolto piuttosto. Questo nel mediare tra canzoni di fatto belle ed altre che è difficile ricordare dopo aver terminato la tracklist.

Bene, adesso mi correggo in tempo reale invece. Confermo l’opinione sui predecessori, ma muto il mio giudizio su Gigaton: lo ritengo un gran bel album! Ispirato, sfaccettato e di qualità nella “geografia” delle emozioni.
Probabilmente in precedenza l’avevo ascoltato sempre nei momenti meno opportuni. Faccio ammenda in pubblico, lo devo a Vedder e soci. Ci farò pure una figura da schiappa o da ascoltatore superficiale – entrambe caratteristiche che non mi appartengono affatto in realtà – ma voglio essere schietto e onesto al riguardo. Poi chi la musica la “percepisce” a profondità viscerali, e la mastica da sempre, comprenderà (perchè l’ha certamente vissuto in prima persona).
L’importante, e la fortuna, è accorgersene prima o poi. E a me è appena accaduto, quindi rendo grazie alla divinità della musica – una delle poche nelle quali credo con non troppe remore – per questo piccolo, minuscolo e reiterato miracolo. Come celebrarlo se non condividendo alcune fugaci impressioni sui brani di Gigaton? Here we go – un modo come un altro per dire ‘namo!

Pearl Jam, made in Seattle – spesso in camicie di flanella a quadri dal 1990

Who ever said, ovvero l’opener, immancabilmente azzeccata e tosta in stile Seattle (certo non quanto lo erano le opener degli esordi, ma quelli erano gli anni ’90!).
Superblood wolfmoon, secondo brano solido, grintoso e catchy: insomma sanno ancora come aprire un album gli attempati ragazzoni!
Poi c’è Dance of the clairvoyants, che mostra il lato più moderno e se vogliamo atipico del combo americano…e che è uno dei brani che più rimangono impressi nella memoria, forse proprio per la particolarità dell’approccio e delle sonorità!
Segue Quick escape, una di quelle che inizialmente avevo sottovalutato e che invece alla fine dei giochi non sfigura affatto.
Poi arriva Alright, forse la mia preferita, o forse no. Curiosa la prima impressione che ho avuto, forse legata al testo: mi sembra l’epilogo – maturo e “aggiornato” all’età e all’esperienza dei PJ – dell’immortale Black. Non so voi, ma io ci vedo un filo conduttore tra le due canzoni. Ci vedo davvero maturità, consapevolezza e accettazione nei rapporti, laddove nell’indimenticabile traccia su Ten c’erano profonda tristezza e rabbia.
Seven o’clock, una delle loro tipiche song che sembrano raccontarti una storia così quotidiana che sembra appartenere a te stesso o a un tuo amico. Familiare.

Dopo di che, ti rendi conto che sei già a metà album e non hai ascoltato che belle canzoni.
E considerando l’opacità creativa che c’è in giro nell’attuale panorama discografico, è tanta roba.
Giusto perchè Vedder & friends amano contraddirmi, seguono quelli che secondo me sono tre riempitivi. Scherzi a parte, si tratta di brani che si lasciano ascoltare con piacere, soprattutto i primi due rockeggianti come “piacciono a noi”. Semplicemente sono un gradino sotto la memorabilità dei precedenti. Ma direi che è fisiologico, e non disturba. Soprattutto perchè a seguire c’è Comes then goes, un pezzo malinconicamente introspettivo alla Pearl Jam. Uno di quelli che porta il marchio di fabbrica “Marmellata della zia Pearl” bene impresso sin dai primi istanti.
Retrograde è un po’ retrograda, quindi glisso. (pernacchia invisibile per voi appena accennata). Pezzo lento gradevole, comunque.
Last track, River cross: semplicemente un intimo saluto del quintetto ai loro fan, un arrivederci in tour che avrebbe dovuto concretizzarsi dal vivo la scorsa primavera ma che è stato poi rinviato a causa della pandemia Covid19.

Concludo con quella che nelle mie intenzioni iniziali sarebbe stata addirittura la premessa. Giusto per essere coerente con lo stravolgimento continuo che è stato scrivere questo pezzo. Non avrà senso per voi, ma lo ha per me. Il post sarebbe dovuto iniziare così:
“io sono senza alcun dubbio un loro estimatore. Certo da ragazzino lo ero maggiormente, ma lo sono ancora. Soprattutto di Eddie Vedder: la sua voce…penso che sia una delle più belle al mondo. Una delle più emozionanti di sempre. Profonda ed espressiva in una maniera semplicemente unica. In pochi sanno toccare le corde della mia anima come ne è capace la sua…”

Dissident, Phil

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L’apocalisse sbarcò a Vespuccio

Il mio romanzo d’esordio

Ladies and gentlemen, è ufficiale: è appena stato pubblicato il mio romanzo d’esordio
“L’apocalisse sbarcò a Vespuccio”.

L’apocalisse sbarcò a Vespuccio – Un romanzo di Phil Marino

La storia narrata è una satira, grottesca e iperbolica, della mentalità ristretta della gente di un paesino italiano qualsiasi. E riflette anche l’immagine sempre più distorta di un’intera Italia.
Co-protagonista è il linguaggio stesso: ruvido, tagliente, carico, allegorico, colto ma in una dimensione “di strada”.
Il protagonista del romanzo invece è Willy, italiano di nascita ma cresciuto negli USA, che torna in patria per la prima volta dopo vent’anni per il testamento dei genitori. Stanco della situazione politica americana decide di fermarsi per alcuni mesi a Vespuccio (dove è nato).

Sin dal primo istante riscontra una frattura tra l’immagine idilliaca che aveva in mente e la realtà di profonda crisi culturale e civile che vede attorno a sé. Willy incontra, uno dopo l’altro, personaggi paradossali e assurdi che riflettono una visione del mondo surreale, arretrata e superstiziosa: una visione tipicamente meridionale ma anche tutta italiana.
A Vespuccio le sedute comunali avvengono nei bar, tra una bevuta e una partita a carte; i cittadini smaltiscono i propri rifiuti costruendo castelli di immondizia nelle campagne, si danno quotidianamente a un alcolismo senza freni.
Ci sono maltrattamenti impuniti, regole patriarcali e scenate medievali. I sacerdoti sono considerati come re e i bambini come divinità.
Razionalismo, logica e senso civico sono completamente ribaltate, in favore di un’ignoranza stagnante.

Quella di Willy è una lenta discesa nelle gole di un inferno di decadenza, nonsense e superficialità. Reale e surreale si fondono di capitolo in capitolo.
Ispirandosi a tutte le assurdità delle quali è testimone, Willy scriverà un romanzo rendendo popolare un paesino fino ad allora sconosciuto. Come spesso accade la popolarità e l’eco mediatico trasformeranno il comportamento e l’auto-percezione degli individui che ne sono al centro, amplificando le contraddizioni e le crepe di un’intera società e generando rivoluzioni e contro-rivoluzioni di etica e valori, conducendole all’estremismo e poi a una vera e propria apocalisse!

Se vi va di affrontare questo viaggio – dissacrante, grottesco, divertente, delirante, stimolante – insieme a me, potete ordinare il mio libro su Amazon. Cliccate QUI per essere indirizzati direttamente al link. E’ disponibile sia in versione cartacea che digitale (ebook). La prima è ordinabile anche da Feltrinelli o altre librerie del circuito.

E niente, that’s it folks.

Come recita quella vecchia preghiera: “l’apocalisse sia con te, e con il tuo spirito”.

Phil

P.S. per altre info riguardanti il romanzo, visitate il sito
https://apocalisseavespuccio.wordpress.com/

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