Un flashback della Biennale di Venezia

E adesso un repentino ritorno al futuro. No, piuttosto al passato in realtà. Un flashback.
Niente cinema né DeLorean in questo post, infatti. Marty McFly e Doc non me ne vogliano.
Solo un estemporaneo salto indietro allo scorso autunno, per ripercorrere parte dei miei passi tra i padiglioni della Biennale di Venezia attraverso venti scatti.
L’edizione del 2020 è stata annullata/posticipata, perciò ho deciso rivivere quella del 2019. Vi ho partecipato a novembre, quando ancora vivevo in Laguna.
Enjoy.

Phil

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Upload: la serie tv del mese!

Nonché tra le mie preferite dall’inizio dell’anno

Vado dritto al sodo: Upload è la serie più convincente che ho visto ultimamente (dall’inizio dell’anno ad oggi, in pratica). Una delle due più interessanti in realtà, insieme a Modern Love. E indovinate un po’? Entrambe sono targate Amazon. Ma su questo punto tornerò più tardi.

Non faccio recensioni né schede tecniche, per le quali vi rimando a Wikipedia o ai siti ufficiali delle singole tv series. Perciò mi limito brevemente a dirvi che si tratta di una mini-serie di dieci puntate, della durata di venticinque-trenta minuti per episodio.
Questo lo specifico perché oberati come sarete da serie che attendono da tempo di esser viste, e da altre appena uscite che stuzzicano la vostra curiosità…mi rendo conto che è un bel casino destreggiarsi. Lo so perché sono impantanato anch’io allo stesso modo.

Perciò vi può tornare utile sapere che Upload, in termini di tempo che vorrete dedicargli, non è impegnativa  come un pranzo di nozze (tipo una Grey’s Anatomy con i suoi 24 episodi a stagione) ma piuttosto come un sandwich da pausa pranzo. Un sandwich gourmet, però. Perché intrattiene, fa sorridere, fa anche pensare, e perché “accanisce”. Con quest’ultimo termine, per chi non ne fosse pratico, non intendo che fa abbaiare oppure rincorrere gatti o palline vaganti, ma che coinvolge e che fa compulsivamente premere il tasto “next episode” del telecomando virtuale. Soprattutto a partire dal terzo o quarto episodio, quando ci si è ben calati nella storia.

Upload è una (mini)serie televisiva americana di genere fantascienza/commedia creata da Greg Daniels

Come definire questa serie? Un bel problemino. Non mi riferisco al genere, forse perché almeno per quanto mi riguarda non è mai un discrimine (guardo di tutto, non ho preclusioni). Voglio dire piuttosto in che modo rispondere alla domanda “che tipo di serie è?”.
Un interrogativo tanto generico, se non si è avvezzi al pianeta serial, quanto significativo se siete dei fruitori abituali (in tal caso sapete benissimo a cosa mi riferisco).
Ci sono serie tv che gergalmente definiamo semplicemente fighe. Un gergo che non ha sinonimi altrettanto pregnanti nel linguaggio più elegante, perciò non lo definirei nemmeno più gergo. Sono quelle che vi incollano alla sedia e rapiscono tutta la vostra attenzione. Vi fanno immedesimare ed emozionare come nient’altro al mondo. Vi risucchiano, creano dipendenza. Vabbè, ci siamo capiti.
Ce ne sono altre che si lasciano guardare con piacere a cervello spento. Sono leggere, poco impegnative e aiutano a rilassarsi dopo una giornata pesante. A volte sono comiche, altre un po’ violente. Ma “senza impegno”, ed è per questo che sono perfette in alcuni momenti.
Ce ne sono altre che fanno ridere a crepapelle e influiscono positivamente sul nostro umore. Altre ancora ci fanno riflettere ed emozionare profondamente. Alcune addirittura ampliano o amplificano la nostra immaginazione.

A quale di queste appartiene Upload quindi? A nessuna, o forse un pochino a tutte. Non è la serie del decennio eh, intendiamoci subito: non lo è di sicuro! Però intrattiene divertendo e crea anche un leggero senso di dipendenza/accanimento. Fa sorridere spesso e nel frattempo fa anche riflettere. Stuzzica l’immaginazione, a volte in maniera originale mentre altre volte in modi che abbiamo già visto e rivisto, ma lo fa sempre con suo tocco specifico, lievemente incantato. Diventa immediatamente familiare. Sto scrivendo questo post prima ancora di guardare l’episodio conclusivo, ma già so che non vedrò letteralmente l’ora di vedere la stagione successiva. E questo dice davvero tanto. Concludendo: non finirà nella top ten delle mie serie preferite all-time, ma si tratta senza alcun dubbio di una delle sorprese più piacevoli dall’inizio di questo tormentato 2020!

Le ultime due righe le dedico al punto lasciato in sospeso ad inizio post. Mi sembra che Amazon stia decisamente surclassando Netflix. O l’ha già fatto. Impensabile fino a un paio d’anni fa, forse. Anche perché Netflix aveva cominciato con il proverbiale botto. Poi ha iniziato a cassare i suoi prodotti uno dopo l’altro, in alcuni casi davvero inspiegabilmente (nell’etere ci sono ancora alcune mie bestemmie che ululano vendetta). E a mandarne in onda di davvero grigi e banali. Amazon invece…niente, mi limiterò ad elencare alcuni dei loro prodotti e le conseguenze traetele da soli: oltre ai già citati Upload e Modern Love, Bosch, Watchmen, The Boys, L’uomo nell’alto Castello (madonna che spettacolo!!!), American Gods… Maremma boscaiola!!

E vabbè, torneremo ad aggiornaci presto sull’argomento. Nel frattempo, buona visione!
E iniziate a prendere posizione: sareste favorevoli al vostro Upload, oppure decisamente contrari?

Phil

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Amandoti

Post per gli estimatori di Giovanni Lindo Ferretti

Più che un post, una sorta di sondaggio…o di conversazione, se avrete piacere ad interagire.

Vado dritto al punto: quali sono i vostri tre passaggi preferiti di G.L.F.?

Mi riferisco a quegli attimi nei quali, nel corso di una canzone, la voce del buon Lindo tocca le corde della vostra anima in modo particolare. Che si tratti di euforia, tristezza, rabbia, forza, nostalgia – o che non abbia alcun senso – non importa!
Parlo di emozioni, non di concetti né di motivazioni. E parlo di emozioni strettamente collegate con la sua voce, con la sua intonazione, con la sua enfasi.

Non faccio riferimento quindi né a canzoni in quanto tali, né tanto meno ad album e neppure ad alcun testo nella sua forma integrale.
Non mi riferisco nemmeno al Ferretti-pensiero, né alla sua poetica e soprattutto non alla sua visione politica presente o passata.
Focalizzatevi semplicemente su dei singoli momenti, sui frammenti di tempo e di spazio appartenenti al mondo delle sensazioni che vi catturano, e che vi hanno sempre catturato in una morsa di “ferrettismo” che, già lo intuite, durerà per sempre e al di là dell’individuo.

Mi riferisco, in poche parole, all’arte e alla dimensione della magia che si propaga attraverso la musica, e in questo caso specifico addirittura attraverso una semplice voce.
Vabbè, o ci stiamo già capendo alla grande, oppure non ci capiremo mai riguardo a questo argomento. Let it be.

Giovanni Lindo Ferretti, nato a Collagna il 9 settembre 1953



Mi rendo conto che ridurre la scelta a tre è limitativo. Ma limitato è anche il tempo che abbiamo a disposizione, e lo spazio. Perciò andiamo avanti.
Ecco i miei:

  • “E trema e vomita la terra
    Si capovolge il cielo con le stelle
    E non c’è modo di fuggire
    E non c’è modo di fuggire mai mai
    Svegliami svegliami….”

    (Svegliami, da “Canzoni, Preghiere, Danze del II Millennio – Sezione Europa”, 1989)
  • Guarda Sophia,
    Guarda la vita che vola via
    […]
    Guarda Sophia,
    Guardala che vola via!
    Facevi ‘a pizza a Pozzuoli e ‘a burina a Roma
    E mmò tu fai la Svizzera abbiti a Nuova York
    Sophia bella Sophia
    Sophia delle altrui brame
    Mmmh… quant’è bello in progress ‘sto cazzo di reame!”

    (Aghia Sofia, da “Epica Etica Etnica Pathos”, 1990)
  • “Grande è la confusione
    Sopra e sotto il cielo
    Osare l’impossibile
    Osare, osare e perdere”

    (Manifesto, da “Socialismo e barbarie”, 1987. Le parole, in questo caso, le ho volutamente modificate, perché ho sempre avuto l’impressione che siano state trascritte male, anche ufficialmente. Prendetemi per matto o per blasfemo, se volete. Se mai avrò l’occasione di chiacchierare con Giovanni, glielo chiederò).

Ammetto che è stato arduo tenere fuori A Tratti (praticamente dall’inizio alla fine), Cupe Vampe (stesso discorso), Memorie di una testa tagliata (idem con patatine, anzi con ćevapčići ) e svariati altri pezzi…ma avevo detto tre, e tre sono stati.
A voi la parola, se vi va.

Phil

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The 9th life of Louis Drax

Non solo i gatti hanno nove vite: questo film ne è la conferma

The 9th life of Louis Drax: un film che ho rivisto con piacere!
Confesso immediatamente un episodio da smemorato cronico: quando l’ho scelto, ero ignaro di averlo già visto (anni prima, al cinema). Poi tutto mi è tornato immediatamente alla mente. Ho ricordato di averlo apprezzato la prima volta, e la seconda visione non ha fatto che confermare le prime impressioni.

Anzi, avere l’opportunità stavolta di “gustarmelo” (a volte il mio inglese ha dei veri e propri sussulti – vorrei tanto usare enjoy adesso) in lingua originale è stato un valore aggiunto enorme. Un motivo su tutti: Aiden Longworth, il protagonista, che è di una bravura entusiasmante.

The 9th Life of Louis Drax , un film di Alexandre Aja (2016)



Coincidenze e combinazioni poi, ultimamente m imbatto di continuo in alcuni elementi: protagonisti in erba (per fortuna sempre di talento) e…mister Aaron Paul e miss Sarah Gadon. Ricorrenze delle quali sono contento, devo dire.
In prima istanza perchè ho avuto l’occasione di essere testimone, in tempo reale, dei primi passi compiuti dagli attoroni di domani (è cristallino che lo diventeranno. Se così non sarà, beh non avranno mani a sufficienza da mangiarsi, viste le capacità).
In seconda istanza perché Aaron Paul mi era mancato dopo la fine di Breaking Bad, e ritrovarmelo davanti spesso e volentieri ha evocato ricordi felici. In questo film, poi, credo che ci regali una delle sue migliori interpretazioni.
Sarah Gadon, invece, oltre ad essere anche lei molto, molto brava è di una bellezza disarmante. Una bellezza diabolica direi, per via di quel mix unico di candore e malizia che incarna la tentazione secondo tradizione letteraria. Uno sguardo che ammalia e attira verso la perdizione. Non a caso, le danno sempre ruoli piuttosto ambigui, se non letali.

The 9th life of Louis Drax piace perché cela il mistero di fondo – anche più d’uno in realtà – senza forzarne l’occultamento prima, né accelerarne la rivelazione poi. La narrazione ha il ritmo giusto fino alla fine, sospesa tra il reale e l’onirico. A tratti si intravede perfino il tocco fantastico e fiabesco dell’immaginario di Tim Burton. A tratti eh, non vi gasate troppo.
Non è di certo uno dei film topici del decennio, ma mi sento tranquillamente di consigliarne la visione perché intrattiene senza appesantire (nemmeno nei momenti tragici), coinvolge, sa far sorridere e anche emozionare.

Phil

Hollywood, una canzone (davvero speciale) di Nick Cave

Il mio brano preferito dal suo ultimo disco Ghosteen

Può una canzone essere al tempo stesso anche una preghiera, una confessione, un pianto amaro e un silenzioso grido di speranza?
Se a scriverla è Nick Cave sì, suppongo di sì. Anzi, c’è poco da supporre: questo brano ne è la prova e la manifestazione in parole e musica.

Hollywood, l’ultima canzone dell’ultimo (solo in ordine cronologico) album dell’iconico cantautore australiano, è l’incarnazione di un gorgo di emozioni vibranti ma silenziose. Pura introspezione, sofferta ma disperatamente gravida di speranza, ci trasporta nella sua casa sulle colline, non lontano da Malibu.

Ci introduce nella sua complicata relazione con un felino che gli morde una mano mentre supplica protezione con l’altra. Una canzone personalissima, percepisco, attraverso la quale Nick espia la colpevolezza di non riuscire a tirarsi fuori del tutto da questa dolorosa dipendenza di salvataggio e carneficina emozionale. E’ un peso del quale è stato però costretto a liberarsi e che continua a tormentarlo a posteriori.
E al contempo ulula egli stesso alla fiera che lo attira verso questo sacrificio sull’altare dell’annullamento, respingendola verso la gabbia della quale l’aveva salvata. Perché non si può sottrarre al giogo alcuna creatura che abbia confuso la propria libertà con la prigionia, e che nel circo della realtà azzanna la mano che le procura nutrimento e guarigione.

A ghosteen photograph of Nick Cave

Non si può salvare chi non desidera essere salvato. Un po’ come nella caverna di Platone – dove le ombre sostituiscono la carne, le ossa e i fluidi corporei – il felino che tormenta Cave si nutre di auto-inganni e di sentimenti di sofferenza, mentre lascia a marcire amore, tenerezza e il tepore volubile della sua tana naturale. E tutto brucia, alle sue/loro spalle. L’intera collina è in fiamme. Il loro passato ne è consumato. E nemmeno il loro futuro, quasi fosse un figlio (che Cave ha perso per davvero, tra l’altro), è risparmiato dalle cupe vampe, né tanto meno viene soccorso da alcuna creatura divina (Buddha).

Insomma un intero post – per giunta metaforico quanto un trip da mescalina e a tratti ermetico come uno scarabocchio impressionista – per un singola canzone? Sì, perché non è un brano qualsiasi. Tutt’altro. E’ una storia a sé, è una novella, è una pagina di diario senza fondo.

Hollywood, quattordici minuti di passeggiata selvaggia e introspettiva nelle emozioni del poeta post-punk dal viso indisponente. Sarà che ho percorso un sentiero davvero molto simile a quello dell’australiano (a parte il tratto fisico verso le colline di Los Angeles, dove i dollari non mi hanno mai condotto) ma ho assaporato e introiettato ogni singolo verso di questa canzone come non capitava da molto tempo…
Grande, unico Nick! Ti voglio bene.

Phil

Harry Bosch, il detective più cazzuto di Los Angeles

Bosch: sei stagioni ai massimi livelli del crime drama

Questo post è un regalo su misura per il mio amico Jack. Ero in debito con lui, tra le altre cose, per avermi dato tanti anni fa una super dritta in tema di serie tv: The Shield. Come sdebitarmi di un consiglio-svolta di proporzioni bibliche? Beh con uno di pari valore o quasi: Bosch.
Cosa accomuna le due serie? Innanzitutto il genere: alcuni lo chiamano crime-drama, altri – tra i quali il sottoscritto – semplicemente poliziesco. Cos’altro? Beh una caratteristica fondamentale: sono entrambe nella Top 3 di tutti i tempi nella categoria Distintivi e Pistole. Secondo me, ça va sans dire. (A completare il podio, ovviamente, The Wire.)

Il protagonista lo conoscete di sicuro, quantomeno di vista. Si tratta di quel faccione di cazzo di Titus Welliver, uno di quei volti che non si dimenticano. Di solito gli danno ruoli da cattivo o comunque da tizio poco raccomandabile, e il motivo è palese: la sua espressione tipica sarebbe da inserire in un’enciclopedia visuale sotto la voce “stronzo”.
Al di là di questo, Titus è un attore con i contro-coglioni. Sì, sto usando esattamente lo stesso tipo di linguaggio sporco, diretto e schietto che userebbe il Detective Bosch. Poliziotto che crede nella giustizia ma dai modi risoluti e talvolta violenti. Non si fa problemi a sporcarsi le mani ma non agisce mai senza l’ausilio del proprio cervello da stratega e di un fiuto da vero cane selvatico. No vabbè, a onor del vero a volte sbrocca, ma lo fa sempre per motivi validi. Solido come una roccia, beffardo come un gran figlio di…completate voi la frase tenendo a mente il finale di Il Buono, il brutto, il cattivo.

Hieronymus “Harry” Bosch, detective della omicidi, LAPD

Ce ne sono davvero tante di serie tv con personaggi che, almeno sulla carta, possiedono caratteristiche simili se non addirittura identiche a quelle del nostro Detective. Ma la differenza, signore e signori, è lo stile ed il realismo con i quali Titus Welliver le trasferisce sullo schermo. E’ lui Bosch e Bosch è lui, e chiacchiere non ce ne vogliono. Non sembra un personaggio inventato ma lo sbirro che vorresti avere dalla tua se ti ritrovassi ingiustamente invischiato in qualcosa di torbido. Un vero mastino, insomma.

Lui è la star dello show, ma i suoi compagni di viaggio non sono di una risma inferiore. Sto parlando innanzitutto di Jamie Hector (ve lo ricordate quel cattivone di Marlo Stanfield in The Wire? E’ lui! Tosto come pochi!) e di Lance Reddick (gli danno sempre ruoli da agente speciale o da ufficiale delle forze armate perché diciamocelo: forse nessuno a Hollywood ha una faccia più da sbirro della sua! L’avrete visto in Fringe nei panni di Phillip Broyles, tra le varie). Ami Aquino e Mimi Rogers sono altri volti che avrete visto e rivisto in altre serie o film. E come loro, svariati altri.

Bosch però non è una semplice equazione funzionante di attori. Ci sono trama, sceneggiatura, ritmo, atmosfere, citazioni, suspense, logica, umorismo, e chi più ne ha più ne metta. C’è davvero tutto in questa serie ambientata a Los Angeles, e tutto gira alla perfezione. Di stagione in stagione (hanno appena trasmesso la sesta) si viaggia sul velluto, senza frenate brusche o sbandamenti di stile.
Se vi piace il genere, bussate immediatamente alla porta di Harry Bosch e – tra un omicidio e l’altro – bevete un whiskey e ascoltate jazz insieme a lui.

Phil

Xavier Dolan incontra John F. Donovan

Alcune riflessioni a partire dal lavoro più criticato del regista canadese

Che dire di Dolan? Ha il dono del racconto. E cosa sarebbe questo dono? Guardate un suo film e lo capirete senza bisogno di scervellarvi troppo. Oltretutto è un’espressione che non sono sicuro esista.


Qualche indizio? Mettete il buon Xavier dietro una cinepresa e riuscirà facilmente in ciò che i capi-tribù fanno con la propria gente attorno ad un fuoco: ammutolire tutti ed ipnotizzarli con le proprie storie. Reali o fantastiche che siano. Nel caso del regista canadese, perlopiù la prima categoria.
E dov’è che brilla maggiormente il suo talento? Nel farti immedesimare in vicende a te lontane, nel farti scivolare con naturalezza nelle vite di personaggi di un’altra dimensione culturale rispetto alla tua.
Oppure al contrario è capacissimo di portare sullo schermo esattamente le tue pulsioni, i tuoi dubbi, le tue speranze o le tue paure. A seconda del film.


Ci sono registi che sono maestri dell’illusione, oppure del tormento piuttosto che dell’angoscia. Ce ne sono altri che padroneggiano l’arte dell’intrattenere facendo ridere o svuotando la mente dello spettatore, così come ci sono quelli che riescono sempre a sorprenderti o ad eccitarti, magari anche a risvegliare la tua coscienza.
Alcuni sanno prenderti per mano, altri sanno prenderti a calci in culo. Certo detta così sembra che si tratti di un intero reggimento di cineasti top class. In realtà non sono poi così tanti queli davvero bravi.

Xavier Dolan – regista, sceneggiatore, attore, costumista, produttore cinematografico canadese classe ’89


Xavien Dolan, giovincello di talento classe ’89, possiede invece il potere tribale, o di tradizione barda, di trasportarti nelle sue narrazioni. Che siano interessanti o meno, ti coinvolge senza che te ne accorgi. E’ per questo che continuo ad usare la seconda persona: è la forma linguistica che meglio rispecchia il suo modo di fare cinema.


Questo post nasce dai miei sentimenti post-visione di “La mia vita con John F. Donovan”, considerato dalla critica il peggior film di Dolan. Lo è davvero? Forse, potrebbe essere. D’altronde non è facile riuscire in una simile impresa, considerando che il giovane canadese di film brutti difficilmente ne fa. Non ne è capace, probabilmente.
Io fatico, in effetti, a considerare questo come un brutto film. Ammetto che mi sono calato nella narrazione con ritardo rispetto alle sue pellicole precedenti, però poi “la magia” è comunque accaduta. Mi sono immerso nella metrica, ho nuotato tra le vicende dei protagonisti e insieme a loro.
Perfino Kit Harrington è sembrato più bravo di quanto ne si abbia solitamente l’impressione (non a caso: “Jon Snow, you know nothing”). Di sicuro ha contribuito in maniera decisiva l’interpretazione della giovane, brillante promessa Jacob Trembley (bravissimo, maremma!).


Insomma, se davvero questo fosse il peggior Dolan possibile…beh preparo lo champagne per quando darà il meglio di sé maturando: sarà una pioggia di stelle cadenti!

P.S. Nel caso non abbiate mai visto nessuno dei suoi film, il mio consiglio è di buttarvi su Mommy oppure sul successivo E’ solo la fine del mondo. In entrambi i casi, mi raccomando però: allacciate le cinture di sicurezza emotive prima della visione.


Phil

Furore

Siamo tutti Okie, o lo siamo stati, oppure lo saremo. Magari lo è stato qualcuno dei nostri avi, forse lo sarà qualcuno dei nostri discendenti.


E’ la storia degli uomini, di tutti gli uomini.
E’ una storia circolare. Possiamo guardare dall’altra parte, rinnegarla o tacerla: essa comunque tornerà.
Anzi, è sempre presente, anche quando sembra così lontana da noi e dalle nostre vite.
E’ la storia dell’umanità, e non si può sfuggire a qualcosa di cui si fa parte dalla nascita.
Né tanto meno si può sfuggire all’istinto fondamentale ed inalienabile della nostra specie, quello che ci ha accompagnato lungo il percorso dell’evoluzione e che ci mantiene in vita: l’istinto di sopravvivenza.


Cambiano i periodi storici, i protagonisti, i carnefici e le vittime, gli accusatori e gli imputati, i colori e i costumi, le lingue e gli accenti, l’incendio da cui si scappa e la sorgente d’acqua che si vuol raggiungere, ma allo stesso tempo resta tutto dannatamente uguale.
Lo schema si ripete da sempre, e probabilmente continuerà a farlo per sempre.

Che lo spirito di Tom Joad possa restarci vicino, nascosto e dappertutto.
E che possiamo noi riuscire ad ascoltarne i sussurri…

Phil

Da Furore (The Grapes of Wrath) di John Steinbeck, 1939.

Ode a Christian Bale

Dite che non ne merita una, forse?

Sì, vabbè, ci mancherebbe che mi metta a scrivere poesie. Oppure odi ad un attore. Eppure…a quest’uomo voglio troppo bene, cinefilamente parlando, per non dedicargli queste righe d’ammirazione.

Da anni, in tanti non fanno che esaltarne le peripezie dietetiche – che lo portano sull’orlo della bulimia (vedi Vice) piuttosto che dell’anoressia (vedi L’uomo senza sonno) a seconda delle esigenze di copione, oppure si accaniscono a schernirlo per i comportamenti borderline nella vita privata, per le clamorose gaffe e per gli eccessi.
Beh riguardo alle prime, cosa dire? Che forza di volontà…e che follia probabilmente! Di sicuro la si può chiamare abnegazione, ed è ammirevole.


Riguardo alla seconda categoria di commenti invece – al di là della considerazione da farsi rigorosamente in latino aulico, cioè saranno pure cazzi sua, no? – mi tornano in mente personaggi celebri per prodezze simili che però restano nell’Olimpo delle rispettive categorie: da Mickey Rourke (ce l’ha scritto/scavato sul viso) a Johnny Depp (o pensavate che fosse un santo?) restando a Hollywood, oppure da Vedder (re assoluto delle figuracce per anni e anni, eppure una delle voci più belle al mondo) ad Ozzy Osbourne (campione mondiale di stravaganze agghiaccianti).
Beh lo stesso vale per Christian Bale: sarà uno dei tizi più strani che potrete incontrare su un set cinematografico, ma sarà – ed è! – anche uno dei più talentuosi. Ed espressivi. E carismatici. Ed emozionanti!


Ma perchè sto parlando di lui proprio adesso? Ieri ho recuperato una pellicola che mi era sfuggita di mano quando era uscita nelle sale: Ford v. Ferrari (nella versione italiana tradotto “I sette nani a nanna a casa di Nanni”. Ops, no, ma sarebbe potuto essere vista la fantasia tricolore in questi casi. Stranamente in questo caso ne hanno usata meno del solito ed ecco “La Mans ’66 – La grande sfida”).
Film davvero appassionante, grazie ad un ritmo serrato che non permette alla noia di avvicinarsi allo spettatore nemmeno di striscio, e grazie all’affiatamento spontaneo e funzionale di Matt Damon e Mr Bale.

Christian Bale è Ken Miles, pilota automobilistico britannico


Guardavo il volto stavolta ossuto e spigoloso del buon Christian, con le sue espressioni che oscillavano tra l’ingenuità fanciullesca e una cazzimma luciferina, e gustavo ogni singola parola pronunciata con un accento britannico marcato con elegante sbruffonaggine. già, e pensavo: che meraviglioso attore, che maschera! Non che avessi dubbi, ma è sempre così piacevole averne la conferma ogni benedetta volta.

Personalmente lo ritengo tra i dieci più bravi attori della sua generazione. E considerando che alcuni mostri sacri della vecchia scuola si sono un po’ rincoglioniti con l’età (sono constatazioni che non fanno piacere ad un cinefilo ma che in alcuni casi sono innegabili) lo inserisco nella top ten generale di quelli che calcano ancora i set! Imho, ça va sans dire.

Concludo con qualche piccola dritta. Ecco alcuni titoli che dovreste recuperare nel caso vi siate persi alcune delle sue più recenti interpretazioni (perchè eravate prigionieri delle macchine di Skynet oppure perchè vi aveva rapito Bane, o magari perchè vi nascondevate da un Patrick Bateman della porta accanto oppure eravate fatti di Prozium):

  • Vice – L’uomo nell’ombra (filmone!! Uno dei più belli degli ultimi due anni, per quanto mi riguarda. Bale stratosferico!).
  • La grande scommessa (che batterista, lol!)
  • Hostiles (che baffi! E che Rosamund Pike…)
  • American Hustle (a proposito di trasformismo!)

Io intanto cerco di recuperare una mia lacuna, forse addirittura l’unica della sua filmografia (me ne sono accorto adesso, maremma boscaiola!): The Promise. E vabbè oh, i rapimenti alieni non capitano solo a voi. Oppure mi sarà sfuggito a causa di un gioco di prestigio di quel mattacchione di Hugh Jackman, da sempre invidioso delle illusioni alla Houdini delle quali solo il buon vecchio Bale è capace!
Vabbè, ci riaggiorniamo. Bye folks!

Phil

Gimme Danger, il docu-film sugli Stooges che dovreste guardare

Iggy Pop e Jim Jarmusch, binomio vincente

Quando si parla di Iggy Pop, il mondo si divide in due categorie: chi lo conosce e chi ha visto almeno una sua foto (e non ne ha mai dimenticato il viso). Sbaglio? Mmm…non credo proprio.

Il biondo nanerottolo dal fisico scolpito nella roccia e dal volto consumato “dalla vita” è una delle icone più controverse e cazzute che il rock’n’roll abbia mai partorito.
Nato come James Newell Osterberg Jr. ma conosciuto sul pianeta Terra e nell’intero sistema solare come Iggy Pop, ha messo a ferro e fuoco qualsiasi palco di qualsiasi città in cui abbia mai messo piede (e la lista è lunga, davvero lunga).
E insieme agli Stooges – ma poi anche da solista – ha impresso su nastro canzoni e album che hanno dato un’impronta indelebile alla musica che “è venuta dopo”. Cosa sarebbe stato del punk senza di loro? E il movimento dark sarebbe stato lo stesso? Quanti frontman metal si saranno ispirati alle movenze da pazzo scatenato che l’Iguana (nomignolo usato da chi oltre a conoscerlo lo ama) ripeteva in ogni sua esibizione live?

“I don’t wanna belong to the glam people, I don’t wanna belong to the hip hop people, I don’t wanna belong to any of it. I don’t wanna belong to the tv people, to the alternative people… I don’t want to be a punk. I just want to be.”
– Iggy Pop​​​​​​​


Tante band sarebbero state molto diverse se non avessero potuto attingere dall’immaginario rock creato da Iggy & the Stooges. Tante band non sarebbero nemmeno nate, se vogliamo dirla tutta.
Si è mai seduto sugli allori passando dal ruolo di principe punk dal bel visino (anche se spesso tumefatto e strafatto) a quello di re del rock dall’aria criminale? Maddechè!! Non gliene è mai interessato molto, in realtà. Ha continuato a fare la bestia da palcoscenico e il musicista nella vita privata, come faceva da bambino quando non aveva niente se non una batteria. Un letto e una batteria, che suonava per ore e ore nella roulotte in cui è cresciuto con i genitori.
Attitudine, passione, semplicità, e…una naturale predisposizione ad andare “in direzione ostinata e contraria” come avrebbe detto il nostro De Andrè.
Un antagonista nato, nei confronti di tutto e tutti. Anche e soprattutto delle etichette, così come degli elogi, dei soldi e delle leccate di culo dello star system. Forse è anche per questo che nonostante sia uno dei personaggi più influenti ed apprezzati del mondo della musica non è mai diventato una star come Mick Jagger nè è mai diventato ricco come Bono Vox.

Quando album seminali come The Stooges, Fun House e Raw Power erano già abbondantemente sul mercato musicale, quei quattro scoppiati del Michigan non avevano che pochi quattrini in tasca e molte più disavventure sulle spalle. Disavventure leggendarie però. E queste Iggy e il regista Jim Jarmusch, suo grande fan da sempre, le raccontano nel docu-film Gimme Danger, che vi consiglio caldamente di guardare.
Il film-maker americano, che ha diretto il suo cantante preferito anche in tre altre occasioni, ha voluto narrare le vicende dei quattro Don Chisciotte del punk partendo dalla loro adolescenza ad Ann Arbor e seguendone gli squinternati passi fino a quando scrissero alcune pagine indimenticabili della storia del rock.

Il risultato sono un’ora e quaranta minuti – che trasudano passione, umorismo e amore per la musica – di peripezie e aneddoti, di pazzia e nostalgia, di euforia e tristezza, di droghe e incidenti, di vita e morte, del tempo che passa e del rock’n’roll che invecchia ma non muore, di Iggy Pop e gli Stooges.

Phil

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